Second part #49 BELOW ZERO
MIA🥀
La gabbia toracica si espande.
In mezzo a tutto questo buio, l'unica cosa che riesco a vedere è il mio petto alzarsi ed abbassarsi ritmicamente.
Ho in bocca un sapore disgustoso, acido, metallico, non mi ricordo un cazzo di quello che ho ingurgitato ieri sera.
Sento gli occhi gonfi, pesanti.
Non riesco a muovere le braccia, vorrei accendere la luce ma non sono sicura di come potrebbe reagire il mio corpo... come diavolo mi sono ridotta?
Cerco di farmi forza e finalmente riesco a muovere le mani, a tastoni incontro finalmente qualcosa di freddo.
Che cavolo di ore sono?
La coperta è umida, bagnata dal mio stesso sudore, madida come la canotta rosa antico che indosso.
Afferro quella che spero essere la bottiglia di acqua, ma non prima di aver rovesciato non so' bene cosa sul pavimento con un tonfo sordo, riesco a stringerla e me la porto alle lebbra screpolate e secche.
Ingoio un sorso e un conato di vomito risale immediatamente lo stomaco, la gola.
«Porca puttana.» Impreco un secondo prima di rigurgitare i miei stessi succhi gastrici.
La porta si apre di getto e una luce accecante inonda lo schifo di stanza in cui mi ritrovo.
«Ehi... Stai bene? Che stai combinado? »
Carter ha una voce impostata, sono quasi certa che sia arrabbiato.
Ok togliamo il quasi.
Dopo ieri sera è palese che sia infervorito.
Accende la luce del lampadario e si dirige verso il finestrone; con un gesto rapido e senza il minimo preavviso spalanca il tendone che oscurava perfettamente la mia camera.
«Che Cavolo Davis» Biascico coprendomi gli occhi.
«Scendi da quel cazzo di letto e fatti una doccia, Mia... senza guardarti allo specchio per favore...» Sorride tirandomi un paio di asciugamani e una scatolina di ibuprofene.
«Sono così tremenda?» Chiedo maledicendomi da sola.
«Sei pessima Brown... e non lo dico neanche riferendomi al fatto che ti sei vomitata addosso... »
«Cazzo»
«Vuoi una mano a farti la doccia? » Ridacchia il miglior pessimo amico che potessi avere.
«Dovrei riuscirci da sola» Dico tirando via e appallottolando tutte le coperte chiare in un unico ammasso.
Mi stiracchio passo dopo passo cercando di raggiungere il bagno.
«Ehi Brown...» Intona Carter seguendomi.
«Non voglio più vederti in queste condizioni ok?» Dice appoggiandosi allo stipite della porta.
Abbasso lo sguardo intimidita.
«Carter io...» Tentenno nel rispondere.
Si avvicina a me.
«Ci abbiamo lavorato tanto tutta l'estate, pensavo che avessi superato la cosa...» Mi sfiora la guancia.
Gli occhi mi si gonfiano di lacrime all'istante.
«Bambolina... so che è difficile ma c'era un motivo per cui avevo paura che tu frequentassi nuovamente gli altri... volevo solo proteggerti. Voglio solo proteggerti.»
L'ennesimo conato di vomito risale ancora e ancora... scappo verso il bagno.
Mi svuoto lo stomaco china sul quel gabinetto.
È LA STORIA DELLA MIA VITA QUESTA .
Continuo fare gli stessi errori fino a non avere più niente da rimettere, fino a non sentire più nulla.
Josh 🖤
Mi sveglio con la testa che pulsa.
La luce entra dalle tende.
Per un secondo non ricordo, poi però ricordo tutto, mi siedo di scatto.
Sento delle voci in cucina e mi affaccio.
Holly è seduta al tavolo con una tazza tra le mani, Colin è in piedi vicino al lavello.
Mi guardano.
Nessuno sorride.
Holly inspira.
«Josh... dobbiamo dirti una cosa.»
La guardo e sento lo stomaco contrarsi..
«Riguarda Mia.»
Le parole di Holly restano sospese nell'aria, tutto si congela.
Non sento piu il ticchiettio dell'orologio, ne il rumore del traffico, niente.
Mi passo una mano sul viso. Sono accaldato e teso come non mai.
«Che è successo?» chiedo, ma la voce mi esce bassa, roca, quasi consumata.
Colin non parla, e nemmeno mi guarda, tiene soltanto lo sguardo basso, con le mani ben appoggiate al tavolo.
«Ragazzi...» provo a sorridere, ma non ce la faccio a fare nemmeno quello. «State facendo una faccia che non mi piace per niente.»
Mi soffermo a guardare le nocche di Holly diventare bianche mentre afferrano e stringono la tazza.
«Io...» inspira, poi si ferma.
Deglutisce e Riparte. «Josh, ieri sera...»
Il telefono di Colin squilla.
Tutti e tre ci guardiamo.
Colin corruga la fronte perplesso, lo vedo sbiancare.
«È mio fratello.»
Risponde.
«Ehi...»
Cambia espressione di colpo.
«...quando?»
Holly si alza in piedi.
Io resto seduto. Immobile.
«Sì. Sì, arriviamo subito.»
Chiude la chiamata. Ci guarda senza vederci, non fiata.
«Colin?» sussurra Holly.
Lui passa una mano sulla bocca, prova a respirare, una volta, due.
«Mia madre è morta.»
Holly gli è addosso in un secondo.
Lo abbraccia forte. Fortissimo.
Io resto lì.
Perché all'improvviso tutto quello che stava per succedere...
si ferma.
Si blocca. Si sospende.
CARTER
Mia è sotto la doccia, io sono appoggiato allo stipite della porta. Non riesco ad allontanarmi.
Il suo telefono vibra sulla mensola sopra al lavello.
Guardo il nome sullo schermo.
Rispondo subito.
«Dimmi.»
La voce di Holly é debole.
«Ehi Carter... come sta Mia?»
Istintivamente mi volto verso il bagno.
« Ha dormito poco ma sembra un po' meglio. Si sta riprendendo.» Rispondo piano.
Un secondo di silenzio.
«La mamma di Colin è morta.»dice all improvviso.
Cazzo.
«Quando?»
«Poco fa. Io e Colin siamo già in aeroporto. Ho chiamato mio padre, ci ha trovato un volo immediato.»
«Ho prenotato un volo per Mia alle venti, ma... ci sarà anche Josh con lei.»
Stringo la mascella un istante.
«Puoi dirglielo tu? Ma ti prego vacci piano, Carter.» aggiunge.
Sospiro.
«Ci vado sempre piano con lei. Io.»
«E se non se la sentisse... Colin capirebbe e anche io...»
«Ci penso io.» la interrompo piano.
Chiudo la chiamata nel momento esatto in cui l'acqua si spegne.
Mia esce con un asciugamano stretto al corpo, i capelli bagnati che le ricadono sulle spalle. È pallida. Fragile. Ma i suoi occhi sono già più lucidi di stamattina.
Mi guarda.
Il mio viso parla da solo.
«Che è successo?»
Non voglio mentire.
«Era Holly. La mamma di Colin è morta.»
«Quando é successo?»riesce a dire.
«Credo stamattina. Holly e Colin sono già in aeroporto.»
Poi aggiungo, con la stessa calma:
«Hanno prenotato un volo per te alle venti.»
«ma anche Josh sarà con te.» continuo.
Resta immobile un istante, Poi annuisce appena.
«Bambolina se non te la senti, non devi farlo per forza.»
«Posso venire io con voi.»
«Oppure puoi restare qui.»
Mia inspira profondamente.
«No.»
«È ora di cambiare, Davis.»
Mi guarda dritta negli occhi.
«Non voglio più ridurmi come ieri sera.»
Deglutisce.
«Hai ragione tu, Carter.»
«Non posso continuare a scappare ogni volta che qualcosa mi fa male.»
Un microscopico sorriso triste le piega le labbra.
«Posso reggere un paio di giorni con Josh.»
«Ok, Allora andiamo a preparare la valigia, Brown.»
_____________________________
La accompagno fin dentro casa.
Mia non si ferma nemmeno un secondo, va dritta in camera.
La osservo sparire dietro la porta, io resto fermo ad osservarla.
Poi torno in salotto, e mi rendo conto in quel momento che le tracce di Josh sono ovunque.
Una felpa nera buttata sulla poltrona.
Un libro di medicina chiuso con un post-it infilato a metà.
Josh ha praticamente vissuto qui.
«Sei proprio uno stronzo, Anderson.» mormoro.
Mi avvicino al divano.
La coperta è a terra, accartocciata.
La raccolgo, sto per appoggiarla quando noto un foglio piegato che scivola fuori.
Lo fisso un secondo.
Non dovrei, so che non dovrei.
Lo apro.
E nonostante non abbia mai visto la sua
calligrafia capisco con certezza matematica che é suo.
Leggo.
Deglutisco.
Rileggo una seconda volta.
Scuoto la testa piano.
«Oh Anderson...»
Mi scappa anche un mezzo sorriso.
«Sei proprio un idiota, ma almeno sei un idiota sincero.»
Chiudo il foglio.
Per un attimo la tentazione di lasciarlo sul tavolo.
Sento i passi di Mia nel corridoio.
Infilo il biglietto nella tasca interna della giacca.
Quando lei appare sulla soglia, ha la mano ben piantata sulla maniglia del trolley, gli occhi ancora stanchi.
«Pronta?» le chiedo.
⸻
MIA 🥀✨
La città che mi ha adottata scorre fuori dal finestrino come in quelle vecchie pellicole sfocate.
Il silenzio aleggia per diversi minuti.
Carter guida con una mano sola, l'altra appoggiata sul cambio.
Io tengo lo sguardo fisso davanti, le dita intrecciate sulle ginocchia.
«Hai dormito almeno un'ora?» chiede a un certo punto.
«Non ne sono sicura»
La radio passa una vecchia canzone.
Carter inizia a canticchiare, poi, con quella sua voce apparentemente casuale continua.
«Vuoi dirmi cosa è successo davvero tra te e Anderson?»
Tiene gli occhi sulla strada.
Inspiro.
«Niente.»
«Brown.»
Stringo la mascella.
«Isa mi ha detto che lui ha saltato un colloquio importante per colpa mia.»
Sento già un nodo alla gola avvinghiarsi.
«E che poi è andato da lei.»
Carter non commenta subito.
Io continuo, più bassa:
«Non mi interessa neanche sapere se è vero. È il fatto che...»
Mi fermo.
«Che io non ho la minima idea di quello che prova.»
Mi volto verso il finestrino.
«Un attimo prima mi guarda come se fossi l'unica cosa che conta. Quello dopo... sparisce.»
Vedo Carter irrigidirsi appena.
«E tu?» chiede piano.
«Io cosa?»
«Cosa provi tu?.»
La domanda mi colpisce.
Resto in silenzio qualche secondo.
«Io sono stanca.» sussurro. «Stanca di sentirmi sempre quella che esagera. Quella che ha paura. Quella che deve scappare per sopravvivere.»
Carter sospira piano.
«Ti sei mai chiesta se magari è lui che non sa dove mettersi?»
Mi volto a guardarlo.
«Che vuol dire?»
Alza una spalla.
«Josh è tante cose. Orgoglioso. Impulsivo. Molto Geloso a quanto pare.»
Fa una pausa.
«Ma non mi sembra uno che ha bisogno di fingere per portarsi una ragazza nel letto.»
Abbasso lo sguardo.
«Non mi sembra molto lucido ultimamente.»
«Forse perché non lo è.» risponde semplice.
Lo guardo di nuovo.
«Quando uno prova... come dire... qualcosa per la prima volta...» continua piano, «di solito fa più danni che altro.»
Sento qualcosa muoversi nello stomaco.
«Non lo sto giustificando.» aggiunge subito. «Sto solo dicendo che non credo fosse indifferenza.»
Il mio sguardo si rabbuia di nuovo.
Carter cambia tono.
«E comunque, se ti ha fatto stare così male, significa che per te conta, e parecchio, cara Brown.»
Resto zitta, perché ha ragione,
Le mie stupide regole del cazzo non sono servite a proteggermi, anzi.
Fuori, le nuvole si fanno più basse.
«Brown.» dice ancora.
«Mh?»
«Non per difendere nessuno, che sia chiaro.
Ma non credo che tu sia l'unica ad avere paura.»
🖤 JOSH
Il pick-up di Carter si ferma nell'area kiss and go.
Appena apre lo sportello mi si ferma il battito.
Non è per il freddo devastante che ha avvolto New York.
Ma è per lei.
Struccata. Pallida. Una sciarpa enorme che le copre mezzo viso.
Eppure è la cosa più bella che abbia mai visto.
Mi guarda.
Un secondo solo, ma bbastanza per capire che non sono più al centro del suo mondo.
🥀 MIA
Appena apro lo sportello della macchina l'aria mi taglia il viso.
New York è gelida.
Sotto zero.
Il respiro mi esce in piccole nuvole bianche che si dissolvono subito.
Ho la sciarpa tirata fin sotto gli occhi.
Il cappello che mi copre le orecchie.
I capelli raccolti in una coda disordinata.
Niente trucco sulla faccia.
Niente mascara a fare da scudo.
Solo pelle pallida e tanta stanchezza.
Carter chiude il bagagliaio con un colpo secco, io stringo la maniglia del trolley non appena lo vedo, è seduto sulla sua valigia; sfacciatamente bello con il cappotto nero e la sciarpa grigia, le mani infilate nelle tasche.
Lui alza lo sguardo.
Mi sorride appena.
Dio.
Il cuore mi tradisce per un secondo.
Un battito fuori posto, poi un altro.
Ma non posso vacillare.
Carter si ferma accanto a me.
«Anderson.»
Josh si alza.
Non dice niente subito.
Tiene gli occhi su di me, saldi sui miei, come se stesse cercando di capire quanto sono lontana.
Io tengo lo sguardo fermo.
Freddo.
O almeno ci provo.
Mi volto verso Carter, mi alzo appena sulle punte delle Ugg e gli lascio un bacio sulla guancia.
«Grazie.»
Mi stringe un secondo in più del necessario.
«Per qualsiasi cosa, basta una telefonata e io arrivo.»
Annuisco, ma non dico altro perche sento le lacrime arrivare veloci e non posso permettermi di piangere ancora. Non davanti a lui almeno.
Quando mi stacco, finalmente guardo Josh davvero.
Ha gli occhi stanchi, noto un vuoto dentro che non avevo mai visto.
«Davis...» dice piano.
«Ti posso parlare?»
Il suo fiato si confonde con il mio nell'aria ghiacciata.
Lo fisso un istante.
Solo uno, ma abbastanza a lungo per fargli capire che non sarà facile.
«Ti aspetto dentro.»
La voce mi esce neutra, forse anche più di come mi senta.
Non aggiungo altro.
Mi giro.
Entro.
SPAZIO AUTRICE ✍️
A volte serve toccare il fondo per capire chi siamo davvero disposti a perdere.
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