Parte del problema

Tornarono in stanza che erano quasi le sette. Katsuki posò la scatola sulla scrivania, controllò che Izuku fosse stabile, e poi restò lì in piedi per un momento, le mani sui fianchi, il sudore che gli si stava asciugando addosso in una crosta sottile e fastidiosa.

«Devo farmi una doccia.» disse.

«Vai.»

«Non ti muovere dalla scatola.»

«Kacchan, dove vuoi che vada.»

«Lo dico lo stesso.» Lo indicò con un dito. «Non ti muovi, non ti arrampichi, non tocchi niente, non muori.»

«Ricevuto.»

«Bene.»

Prese un cambio dall'armadio e sparì in bagno. La porta si chiuse, la serratura scattò, e dopo qualche secondo Izuku sentì il rumore dell'acqua che partiva.

E per la prima volta da ore, il silenzio non pesava.

Izuku si sdraiò nella scatola, le braccia dietro la testa, e fissò il soffitto della stanza di Katsuki. L'odore di caramello nel tessuto sotto di lui era diventato familiare, quasi confortante in un modo che non voleva analizzare troppo. I muscoli gli facevano male dappertutto, le gambe soprattutto, e la tutina azzurra con il gatto era umida di sudore in punti imbarazzanti, ma stranamente non gli importava. C'era una stanchezza buona nel corpo, quella che viene dopo lo sforzo vero, e il cervello per una volta aveva smesso di girare a vuoto.

Chiuse gli occhi.

In bagno, l'acqua continuava a scrosciare.

Katsuki si prese il suo tempo.

Non era uno che faceva docce lunghe di solito, cinque minuti, dentro e fuori, efficienza militare come in tutto il resto. Ma quella sera rimase sotto il getto caldo più a lungo del necessario. L'acqua gli batteva sulle spalle, sulla nuca, scioglieva nodi che non sapeva di avere. Appoggiò la fronte contro le piastrelle fredde e chiuse gli occhi.

La giornata gli pesava addosso come un macigno.

Non la fatica fisica, quella era niente. Ma il resto. Lo sforzo costante di calibrare ogni gesto, ogni parola, ogni movimento. Di tenere le mani ferme quando tutto il suo istinto gli diceva di stringere. Di non guardare Izuku troppo a lungo, troppo da vicino, perché a quelle dimensioni era così fragile, così assurdamente vulnerabile, che il solo pensiero gli faceva venire qualcosa di simile al panico e Katsuki Bakugo non faceva panico, non lo faceva mai, eppure.

L'acqua calda gli scivolava lungo la schiena e lui restava lì, la fronte contro le piastrelle, respirando.

Quattro secondi dentro. Sette secondi di respiro trattenuto. Otto fuori.

Non è una questione di preferenze, aveva detto a Izuku quella mattina. Ed era vero. Non era una questione di volerlo fare o non volerlo fare. Era che se qualcosa fosse successo a quel coglione di un nerd mentre era sotto la sua responsabilità, Katsuki non se lo sarebbe mai perdonato. Mai.

E il peso di quel "mai" era la cosa più pesante che avesse sollevato in tutta la giornata.

Chiuse l'acqua.

Rimase ancora un momento immobile, gocciolante, il vapore che riempiva il bagno. Poi si scrollò come un cane, si passò l'asciugamano sui capelli senza troppa cura, se lo legò intorno alla vita e uscì.

Si era dimenticato del cambio pulito sul bordo del lavandino.

Si era dimenticato di un sacco di cose, in realtà. Tipo del fatto che nella sua stanza c'era un coinquilino temporaneo alto trenta centimetri con una visuale diretta sulla porta del bagno.

Aprì la porta e il vapore uscì dietro di lui come una nebbia. Fece tre passi dentro la stanza, l'asciugamano basso sui fianchi, l'acqua che gli gocciolava ancora dai capelli lungo il collo e sul petto. Si fermò davanti all'armadio, aprì le ante e iniziò a rovistare.

«Dove cazzo ho messo...» mormorò tra sé, spostando magliette. Poi, senza pensarci, senza la minima esitazione, come faceva ogni sera della sua vita quando era solo nella sua stanza, si sfilò l'asciugamano e lo buttò sul letto.

Il suono che uscì dalla scatola sulla scrivania non era umano. Non era nemmeno animale. Era qualcosa che apparteneva a una frequenza che probabilmente solo i pipistrelli potevano apprezzare.

Katsuki si girò. «Che caz-»

E si ricordò.

Izuku era in piedi nella scatola, rigido come un palo della luce, gli occhi spalancati talmente tanto che sembrava gli potessero cadere fuori dalla faccia. Le mani gli coprivano la bocca, o forse cercavano di coprire gli occhi, o forse stavano cercando di fare entrambe le cose contemporaneamente senza riuscire in nessuna delle due.

Il problema era la prospettiva.

A trenta centimetri d'altezza, sulla scrivania, la visuale di Izuku era esattamente, precisamente, inesorabilmente all'altezza di...

Katsuki abbassò lo sguardo su se stesso. L'asciugamano. Il petto nudo. L'acqua che ancora gli colava lungo gli addominali. «Oh.» disse.

Izuku fece un verso strangolato.

Katsuki si coprì con le mani. «Non guardare!»

«NON STAVO GUARDANDO!» La voce di Izuku aveva raggiunto una frequenza che probabilmente stava disturbando i cani nel raggio di tre chilometri. «STAVO LEGGENDO! SUL TELEFONO! E POI TU SEI USCITO E IO HO ALZATO GLI OCCHI E-»

«E COSA?!»

«E NIENTE! NIENTE! NON HO VISTO NIENTE!»

«HAI URLATO!»

«PER LO SPAVENTO!»

«QUALE SPAVENTO?! È IL MIO CORPO!»

«LO SO CHE È IL TUO CORPO! LO VEDO TUTTI I GIORNI! CI FACCIAMO LA DOCCIA INSIEME! LE-LE TERME!» Izuku gesticolava freneticamente, il viso di un rosso che non esisteva in natura. «MA NON È LA STESSA COSA QUANDO SEI ALTO TRENTA CENTIMETRI E TI RITROVI IL- ...QUANDO- ...DA QUESTA ALTEZZA È-È PROPRIO-»

Si bloccò. Si rese conto di quello che stava per dire e si tappò la bocca con entrambe le mani.

«È proprio cosa, Deku?» La voce di Katsuki era pericolosamente bassa.

«Niente!»

«Finisci la frase.»

«No!»

«Finisci. La. Frase.»

«No! Mai! Me la porto nella tomba!»

Katsuki lo guardava, ancora nudo come un verme, le mani che a quel punto avevano smesso di coprire qualsiasi cosa perché era troppo impegnato a puntare il dito contro Izuku. «Stavi per dire qualcosa. Sulla mia-»

«NIENTE! Non stavo per dire niente! Era un'osservazione involontaria dovuta alla prospettiva! La distanza altera la-la percezione de-delle dimensioni, è un principio base dell'ottica, non c'è ne-nessun giudizio di valore... è-è solo che da questa altezza le proporzioni soo-no-»

«Le proporzioni?!»

«LE PROPORZIONI GENERALI! DEL CORPO! TUTTO IL CORPO! LE MANI! LE GAMBE! TUTTO!»

«Hai detto "è proprio-" e poi ti sei fermato. Proprio cosa

Izuku stava per avere un infarto, lo sentiva. Il cuore gli martellava nel petto così forte che poteva vedersi pulsare la tutina col gatto. «Era... un avverbio! Sì, sì! U-un avverbio! Generico. Senza contesto! Può significare qualsiasi cosa!»

«Può significare qualsiasi cosa?» ripeté Katsuki lentamente.

«Esatto.»

«Stavi per dire che è-»

«NON STAVO PER DIRE CHE È GROSSO!»

Il silenzio che seguì fu al pari di una detonazione nucleare. All'inverso.

Izuku si rese conto, con l'orrore lucido e cristallino di chi guarda un treno deragliare al rallentatore, di quello che aveva appena urlato.

Katsuki lo fissava. Le sopracciglia erano salite fino a metà della fronte. La bocca era aperta di un centimetro. Ancora completamente nudo e, a quel punto, completamente disinteressato alla cosa.

«Io...» iniziò Izuku.

«No.»

«Era una negazione, tecnicamente-»

«No.»

«Il cervello a volte processa le informazioni in modo-»

«Deku.» Katsuki alzò una mano. «Chiudi. La. Bocca. Non aprirla più. Per il resto della serata. Possibilmente per il resto della tua vita

Izuku chiuse la bocca.

Katsuki si infilò le mutande, i pantaloni della tuta e una maglietta. Tutto con la velocità di qualcuno che disinnesca una bomba, il che era ironico considerando che di solito le bombe le creava lui. Poi si sedette sulla sedia della scrivania, le braccia incrociate, e fissò la parete opposta per un tempo lunghissimo.

Le punte delle orecchie erano rosse.

Non rosa. Rosse.

Izuku, nella scatola, fissava le proprie ginocchia e pregava che il quirk di Shrinkster avesse un effetto collaterale sconosciuto che cancellava la memoria degli ultimi cinque minuti.

Ma non lo aveva.

Il silenzio si prolungò. Un minuto. Due. Tre.

Poi Katsuki disse, senza girarsi, con voce piatta: «Comunque...»

Izuku alzò lo sguardo, cauto.

Il biondo aveva i capelli ancora umidi che gli gocciolavano sulla maglietta, e un'espressione che non gli aveva mai visto in vita sua.

Imbarazzo.

Genuino, totale, devastante imbarazzo.

Katsuki Bakugo era imbarazzato. «Non dire niente.» lo avvertì il biondo.

«Non ho detto niente.»

«Bene. Perché se ne parli con qualcuno, con chiunque, anche con il tuo fottuto diario, ti uso come pallina antistress per il resto dell'anno.»

«Non ne parlerò mai! Con nessuno! Lo giu-giuro!»

«Bene.»

Un altro silenzio. Poi Katsuki sbuffò, piano, e scosse la testa. E Izuku vide, con la coda dell'occhio, l'angolo della bocca del biondo che si curvava di un millimetro verso l'alto.

Decise che anche quella informazione sarebbe andata nella tomba con lui.

Non era passato neanche un minuto, quando il corpo di Izuku decise di tradirlo.

La vescica.

Dopo il tappo di borraccia che gli aveva offerto Katsuki in palestra, dopo l'acqua bevuta a pranzo e nessuna pausa bagno, la vescica aveva raggiunto il suo limite e lo stava comunicando con l'urgenza di un allarme antincendio.

Izuku strinse le gambe. Ignorò. Contò fino a dieci.

Non funzionò.

«Kacchan?» disse con voce troppo piccola.

«Cosa vuoi ancora?» Katsuki era ancora girato verso la parete, le orecchie ancora rosse.

«Io... devo...»

«Devi cosa?»

Silenzio.

«Deku. Parla.»

«De-devo andare in bagno!»

Katsuki non si mosse, non aprì gli occhi: restò esattamente com'era, la testa sullo schienale, le braccia penzoloni lungo i fianchi, in una posa che comunicava una stanchezza cosmica. «Mi sono appena seduto...» disse.

«Lo so!»

«Mi sono letteralmente appena seduto, cazzo! Trenta secondi fa! Il mio culo ha toccato la sedia trenta secondi fa, Deku!»

«Lo so! Ma non è che posso controllare la vescica a comando!»

Katsuki aprì un occhio. Lo guardò. Guardò l'espressione contrita, le gambe incrociate, il modo in cui Izuku si dondolava leggermente sul posto.

Richiuse l'occhio. Prese un respiro lungo, lentissimo, dal naso. Lo rilasciò dalla bocca. Si alzò dalla sedia con la lentezza esasperata di un uomo che ha novant'anni e non gliene frega più niente di niente.

«Regola numero uno, cazzo!» disse con calma piatta. «Se devi andare in bagno, lo dici. Subito. Non aspetti. Non ti vergogni.»

«Ero troppo occupato a MORIRE DI VERGOGNA per pensare alla vescica!»

Katsuki si passò una mano sul viso. Un gesto lungo, lento, carico di una stanchezza che andava oltre il fisico. «Quante regole siamo? Nove? Dieci?» mormorò tra sé, aprendo poi il cassetto della scrivania. «A mezzanotte arriviamo a cinquanta a questo ritmo!»

Tirò fuori un bicchiere di plastica rigida, di quelli da pic-nic. Lo guardò. Guardò Izuku. Guardò di nuovo il bicchiere.

«Kacchan...» disse Izuku, che aveva capito. «Sul serio?»

«È l'unica cosa delle tue dimensioni con i bordi abbastanza alti.» Lo posò sul tavolo accanto alla scatola. «Non voglio pulire piscio dal lavandino.»

«Questa è la cosa più degradante che mi sia mai-»

«Vuoi il bicchiere o vuoi che ti tenga sopra il cesso come un gatto?»

Izuku prese il bicchiere.

Katsuki lo prese dalla scatola con una mano, le dita che si chiusero intorno al suo corpo con quella presa sicura che aveva sviluppato nel corso della giornata, pollice da un lato, le altre quattro dita dall'altro, come si tiene una lattina.

«Kacchan,» disse Izuku immediatamente.

«Cosa.»

«La mano.»

«Cos'ha la mano?»

«Mi stai stringendo sulla-...sulla-» Izuku si dimenò, cercando di spostarsi verso l'alto nella presa di Katsuki, ma il movimento lo fece solo scivolare verso il basso, e la pressione delle dita si spostò esattamente dove non doveva. «KACCHAN! LA VESCICA!»

Katsuki si bloccò. «Cosa?»

«MI STAI PREMENDO SULLA VESCICA! SE NON MOLLI TE LA FACCIO SULLA MANO!»

La velocità con cui Katsuki allentò la presa fu probabilmente un nuovo record personale. Izuku scivolò di due centimetri e per un terrificante momento rimase sospeso nel vuoto, trattenuto solo dalle punte delle dita di Katsuki sotto le ascelle.

«NON MOLLARE!»

«DECIDITI! STRINGO O NON STRINGO?!»

«STRINGI MA PIÙ IN ALTO! PIÙ IN ALTO!»

«DOVE PIÙ IN ALTO?! SEI GRANDE QUANTO UNA BANANA, NON C'È UN "PIÙ IN ALTO"!»

«SOTTO LE BRACCIA! TIENIMI SOTTO LE BRACCIA!»

Katsuki riaggiustò la presa, le dita che si infilarono sotto le ascelle di Izuku sollevandolo come si solleva un gattino, le gambe che penzolavano nel vuoto. Era ridicolo e assurdo. Izuku aveva la faccia paonazza e stringeva le gambe con una forza che non sapeva di avere a quelle dimensioni.

«Cammina!» squittì. «Per l'amor di tutti gli dei, cammina!»

Katsuki camminò veloce, con tre passi lunghi arrivò fino al bagno, lo posò per terra accanto al bicchiere con la delicatezza di chi appoggia una granata, e si girò.

Braccia incrociate, sguardo alla porta, postura rigida. «Fai in fretta.»

«Non c'è bisogno di dirmelo!»

Quarantacinque secondi.
I più lunghi della storia dell'umanità.

Perché non aveva dovuto fare i conti con un bicchiere di plastica che gli arrivava quasi al petto.

Izuku lo guardò. Il bicchiere lo guardò di rimando, impassibile.

Il bordo era all'altezza delle sue costole. Il che significava che non poteva semplicemente stare in piedi e fare quello che doveva fare, perché la fisica non funzionava così quando eri alto trenta centimetri e il bersaglio era praticamente una vasca.

Okay. Ragiona. Sei il ragazzo che ha sconfitto All For One. Puoi fare pipì in un bicchiere!

Prima opzione: arrampicarsi sul bordo. Lo afferrò con entrambe le mani e provò a issarsi. Il bicchiere oscillò pericolosamente, scivolando sul pavimento con uno stridio che gli gelò il sangue.

«Tutto bene?» disse Katsuki dalla sua posizione, senza girarsi.

«BENE! TUTTO BENE!»

Seconda opzione: inclinare il bicchiere. Lo spinse di lato fino a farlo appoggiare contro il muro del bagno, ad angolo. Così il bordo era più basso, quasi all'altezza giusta. Quasi. Dovette comunque alzarsi sulle punte dei piedi, aggrapparsi al bordo con una mano per non perdere l'equilibrio, e pregare ogni divinità conosciuta che la mira fosse sufficiente.

Non fu elegante e neppure dignitoso.

Ci fu un momento in cui un piede scivolò e dovette aggrapparsi al bicchiere con entrambe le mani, il che rese il resto dell'operazione logisticamente ancora più complesso.

Ma funzionò.

«Fatto!» disse, e la voce gli uscì come un fischio.

Katsuki prese il bicchiere senza guardare dentro, lo svuotò nel water, lo lavò spruzzandoci dentro lo stesso igienizzante che utilizzava per pulire il bagno e poi lo sciacquò bene, lo asciugò e lo rimise sul piano del lavandino con la naturalezza di chi ripone una tazza dopo il caffè. Nessun commento, nessuno sguardo strano, come se fosse una cosa che faceva tutti i giorni.

Poi si girò verso Izuku, che era ancora in piedi accanto al muro del bagno con l'aria di chi ha appena sopravvissuto a un combattimento.

«Lavati le mani.» disse.

Izuku sbatté le palpebre. «Cosa?»

«Le mani, Deku. Ti sei appena toccato il cazzo e hai pisciato in un bicchiere. Lavati le mani.»

«Io... sì, certo, ma-»

«E lavati anche il cazzo.»

La frase rimbombò nel bagno con la grazia di un macigno. «COME SCUSA?!»

«Hai sentito.» Katsuki lo guardava con quell'espressione impassibile, pratica, la stessa che usava quando spiegava una strategia di combattimento. «Ti sei pisciato praticamente addosso mentre ti arrampicavi su quel bicchiere, non fare finta di niente. Ti ho sentito scivolare. Due volte.»

«Non mi sono pisciato addos- E-era qualche goccia al massimo! Pe-er la traiettoria!»

«Deku.»

«...sì, okay, forse un po'...»

«Bene. Allora lavati.» Katsuki fece un passo verso di lui e poi si fermò. Guardò le sue mani. Guardò Izuku. Guardò di nuovo le sue mani. «Aspetta.»

«Cosa?»

«Devo prenderti per portarti al lavandino.»

«...sì?»

«E tu ti sei appena toccato il cazzo.»

Il silenzio che seguì fu carico di una consapevolezza orrenda e reciproca.

«Non ti tocco.» disse Katsuki. «Non con quelle mani. No. Assolutamente no.»

«Kacchan, sono le mie mani! Sono pulite! ...più o meno!»

«Più o meno. Ha detto più o meno!» Katsuki si passò una mano sul viso. «Metti le mani dietro la schiena.»

«Cosa?!»

«Dietro la schiena. Come un arrestato. Così non mi tocchi.»

«E come faccio a tenermi?!»

«Non ti tieni. Ti tengo io.» Katsuki si chinò, e con due dita, pollice e indice, lo afferrò per il colletto della tutina, sollevandolo dal pavimento come si solleva un gattino per la collottola. Izuku penzolò nel vuoto, le braccia forzatamente dietro la schiena, le gambe che scalciavano.

«QUESTO È DEGRADANTE!»

«Questo è igienico. C'è differenza.» e lo trasportò così, penzoloni per il colletto, fino al lavandino. Lo posò sul bordo di ceramica con uno schiocco secco.

«Stai lì.»

Izuku non si mosse. Si limitò a sbuffare. Katsuki aprì il rubinetto e l'acqua uscì con una pressione che per Izuku era l'equivalente di una cascata. Lo richiuse immediatamente e lo riaprì appena appena, fino a ottenere un filo d'acqua sottile, costante, che per le dimensioni di Izuku era più o meno ragionevole.

«Metti le mani sotto...»

Izuku mise le mani sotto. L'acqua era fredda e trasalì.

«Non fare il delicato.»

«È gelata!»

Katsuki sospirò, regolò la temperatura con la pazienza di un santo, e quando l'acqua divenne tiepida fece un cenno col mento. «Vai.»

Izuku si stava lavando le mani sotto il filo d'acqua quando vide il dito di Katsuki avvicinarsi. Sulla punta c'era una goccia di sapone liquido, prelevata dal dispenser con una precisione da chirurgo.

«Tieni...» disse, e gli spalmò la goccia sulle mani con un tocco del dito che era così lieve che Izuku quasi non lo sentì.

Izuku si strofinò le mani. La goccia di sapone fece una quantità spropositata di schiuma per le sue dimensioni.

«Ora il resto.» disse Katsuki, e fece il gesto di andarsene.

Izuku lo guardò. «Il... resto?»

«Deku, non me lo far ripetere.»

«Ma tu sei qui!»

«E mi giro, come ho fatto le ultime sei volte oggi.» Katsuki si girò, braccia incrociate, schiena al lavandino. «Hai trenta secondi. Sapone, acqua, risciacquo.»

«Non riesco a farlo se sei a mezzo metro da me!»

«E io non esco dal bagno. Quindi o ti lavi o resti sporco. Scegli.»

Izuku scelse e fu veloce. Velocissimo. La cosa più veloce che avesse mai fatto nella sua vita, e questo includeva il momento in cui aveva schivato il Decay di Shigaraki a tre centimetri dalla faccia.

Così, appena finito, si aggrappò al lembo dell'asciugamano che l'altro gli aveva lasciato a penzoloni nel lavandino e si asciugò, sollevando poi la tutina dalle ginocchia con le mani umide. «Fatto!» squittì e Katsuki si girò.

Lo guardò. Guardò il sapone ancora nel lavandino. Guardò le mani di Izuku, che erano rosse per quanto se le era strofinate.

«Bene.» disse.

Lo prese dal bordo del lavandino, stavolta con la mano piena, normale, nessuna presa per il colletto, e lo riportò alla scatola sulla scrivania.

Poi si lasciò ricadere sulla sedia con un tonfo, richiuse gli occhi e disse: «Altro?»

«No.»

«Sicuro? Non devi starnutire? Non ti prude un piede? Non vuoi un bicchiere d'acqua? Perché se tra cinque minuti devi qualcos'altro giuro su Dio che-»

«Non devo nient'altro!»

«Bene.» Allungò le gambe, incrociò le braccia sul petto, e non si mosse più.

***

La cena fu più tranquilla del pranzo.

Katsuki era sceso di nuovo in cucina e tornò in camera con due ciotole di udon. Quella di Izuku era servita in una tazzina da caffè come prima, i noodles tagliati in pezzi minuscoli con una precisione quasi chirurgica. Il brodo era tiepido, non bollente, e Izuku si chiese quando Katsuki avesse imparato a calcolare la temperatura giusta per qualcuno che poteva scottarsi con mezzo grado in più, ma non glielo chiese.

C'erano cose che era meglio non dire ad alta voce.

Mangiarono in silenzio, ma un silenzio diverso da quello della mattina, meno spigoloso. Katsuki teneva il cellulare appoggiato al tavolo e scorreva qualcosa, forse il gruppo classe, forse le notizie, e ogni tanto sbuffava o scuoteva la testa.

«Kaminari ha alzato la scommessa a ventimila yen...» disse a un certo punto.

«Su cosa?»

«Su quante volte ti faccio cadere domani. Dice che oggi non vale perché era giornata di rodaggio.»

«Giornata di rodaggio?! Non sono un'automobile!»

«Per Kaminari probabilmente non c'è differenza...» Katsuki scrollò ancora. «Kirishima mi ha scritto in privato. Quattro volte. Sero due. Mina ha mandato un meme.»

«Di cosa?»

«Di un criceto in una scatola da bento.»

Izuku emise un suono strangolato.

«In sua difesa...» continuò Katsuki con finta serietà, «...la somiglianza è notevole.»

«Ti prego non risponderle!»

«Le ho già mandato un emoji del dito medio.»

La conversazione scivolò via così, senza sforzo, passando dai compagni di classe alle lezioni perse quel giorno, a cosa avrebbero dovuto recuperare l'indomani, e poi, in qualche modo, finirono a parlare dell'ultima missione del secondo anno, quella in cui Izuku aveva quasi distrutto un ponte per salvare un autobus di civili e Katsuki gli aveva urlato per venti minuti di fila.

«Non erano venti minuti, dai!»

«Iida ha cronometrato. Ventuno minuti e trentasei secondi!»

«Iida è un bugiardo!»

«Iida non ha mai mentito in vita sua... È fisicamente incapace.»

«C'è sempre una prima volta...»

Izuku ridacchiò, e il suono uscì acuto e squittente e ridicolo, ma non gli importò. Katsuki lo guardò di sbieco, e l'angolo della bocca si curvò di un millimetro.

Non era un sorriso, ma ci somigliava abbastanza.

***

Alle nove Katsuki si alzò, portò via le ciotole, tornò, e iniziò quella che era chiaramente una routine notturna calibrata al secondo.

Lavarsi i denti: due minuti esatti, Izuku contò. Stendere i vestiti per il giorno dopo sulla sedia: trenta secondi. Controllare il telefono un'ultima volta: un minuto. Mettere la sveglia: cinque secondi.

Poi si fermò davanti alla scrivania e guardò la scatola.

«Devi...» iniziò, e per la prima volta quella sera la voce ebbe un'esitazione. «Devi andare in bagno prima di dormire?»

Izuku avrebbe preferito morire piuttosto che rispondere a quella domanda, ma la verità era che sì, doveva, e mentire avrebbe significato svegliarsi alle tre di notte con un problema molto più imbarazzante.

«Sì...» disse con la voce più piccola della sua vita.

Katsuki annuì una volta, secco, come un soldato che riceve un ordine. Prese la scatola, la portò in bagno, posò Izuku sul bordo del lavandino accanto al bicchiere di plastica.

Izuku lo guardò. Guardò il bicchiere. Guardò Katsuki.

Poi, una volta fatto e lavato, riportò Izuku in camera e posò la scatola sul comodino, accanto alla sveglia.

«Ti metto qui...» disse. «Così se hai bisogno di qualcosa durante la notte, mi svegli.»

Izuku si sistemò nel tessuto morbido. Visto da lì, il letto di Katsuki era una distesa enorme, un paesaggio di coperte e cuscini che si estendeva come una pianura. Il comodino dove si trovava era abbastanza vicino al bordo del materasso che poteva vedere il cuscino, e tra poco la testa bionda che ci si sarebbe appoggiata sopra.

Katsuki spense la luce grande e accese quella del comodino. La stanza si riempì di un'ombra calda, arancione, che ammorbidiva gli angoli di tutto. Poi si infilò nel letto, tirando le coperte fino al petto, e restò steso sulla schiena, gli occhi aperti.

Erano a meno di mezzo metro di distanza. Izuku nella sua scatola, Katsuki nel suo letto. L'abat-jour faceva ombre lunghe sul soffitto.

«Kacchan?»

«Mm?»

«Grazie... davvero.... So che ti sto dando un sacco di disturbo e-»

Un silenzio. Poi: «Ti avevo detto di non dire grazie. Regola quattro.»

«Lo so. Ma le tue regole fanno schifo, ammettilo... E come cazzo fai a ricordatele?»

Un suono dal letto, basso, brevissimo. Non proprio una risata, ma qualcosa che le assomigliava. «Deku?»

«Sì?»

Una pausa lunga. Izuku sentì Katsuki girarsi nel letto, il fruscio delle lenzuola, il cigolio leggero del materasso. Quando parlò, la voce era vicina, più vicina di prima, e Izuku capì che si era girato sul fianco, verso il comodino. Verso di lui. «Non morire nel sonno.»

«Non credo sia una possibilità concreta...»

«Con te... non si sa mai.»

Un altro silenzio. Più morbido. «Buonanotte, Kacchan.»

La luce del comodino si spense con un click. Il buio li avvolse, caldo, pesante di stanchezza e di cose non dette. Izuku sentiva il respiro di Katsuki a pochi centimetri da sé, lento, profondo, che rallentava progressivamente verso il sonno.

«'notte, nerd.». La voce era già impastata, quasi spenta.

Izuku si tirò il tessuto fino al mento, si rannicchiò su un fianco, verso il letto, e chiuse gli occhi. Il cotone sapeva di detersivo e vagamente di qualcosa di dolciastro.

Poteva sentire il ticchettio dell'orologio sulla mensola, il ronzio leggero del riscaldamento, i suoni ovattati dello Heights Alliance intorno a lui.

E si chiese come fosse possibile che la giornata più umiliante della sua vita fosse anche... stranamente non terribile.

Penso che Baku-chan sia una buona scelta.

Forse Tsuyu aveva ragione.

Forse Kacchan non era poi la scelta peggiore oppure stava sviluppando la sindrome di Stoccolma in miniatura.

Nonostante questi pensieri, si addormentò prima del biondo, per una volta.

E non sognò niente di brutto.

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