Allenamento
Il mattino passò in una specie di strano limbo.
Katsuki aveva aperto un libro di testo (matematica avanzata, calcolo differenziale, roba che normalmente avrebbe studiato in un'ora) e fissava la stessa pagina da venti minuti. Gli occhi si muovevano sulle formule senza leggerle davvero. La matita in mano tamburellava contro il legno della scrivania.
Tap-tap-tap. Tap-tap-tap.
Ogni tanto i suoi occhi scivolavano verso la scatola. Poi via. Poi di nuovo verso la scatola.
Izuku lo notava. Ovviamente lo notava.
«Kacchan?» disse dopo il trentesimo minuto di quel silenzio pesante, oppressivo, che sembrava soffocare l'aria nella stanza.
«Mm.» Katsuki non alzò lo sguardo.
«Posso... posso avere il mio cellulare? È nella mia stanza. Così almeno posso... non so, studiare qualcosa anch'io.»
Per un momento Katsuki non si mosse. Poi chiuse il libro con uno schiaffo secco che fece sobbalzare Izuku.
«Quale stanza?»
«Terzo piano. Porta dodici.»
Katsuki annuì, si alzò, ed uscì senza dire altro. La porta si chiuse dietro di lui con quel click silenzioso che ormai Izuku aveva imparato a riconoscere come un segno di quanto Katsuki stesse lavorando duramente per mantenersi sotto controllo.
Rimasto solo, Izuku si rannicchiò nella scatola, fissando il soffitto. Si sentiva inutile. Un peso morto che non poteva fare altro che stare lì, occupare spazio, essere un problema da gestire.
Grande quanto un Ken di Barbie. Inutile come quando ero quirkless.
Il pensiero gli bruciò nella gola.
Katsuki tornò cinque minuti dopo con il cellulare di Izuku in mano. Lo posò accanto alla scatola con troppa cura, come se il telefono potesse esplodere.
«Ecco.»
«Grazie.»
Katsuki non rispose. Tornò al suo posto, riaprì il libro, ricominciò a fissare la stessa dannata pagina.
Izuku prese il cellulare, che era grande quanto lui e doveva usare entrambe le mani per tenere premuto un tasto. Aprì le note del corso di inglese, cercò di leggere, ma le lettere erano così grandi che doveva muovere tutto il corpo per seguire una singola frase...
Durò dieci minuti, poi si arrese.
Il silenzio tornò, pesante e imbarazzante; il tipo di silenzio che ti fa venire voglia di urlare solo per riempirlo con qualcosa, qualsiasi cosa.
Tap-tap-tap faceva la matita di Katsuki.
Tick-tick-tick faceva l'orologio sulla mensola e Izuku non riusciva più a sopportarlo.
«Kacchan?» disse, e la sua voce suonò troppo forte in quel silenzio. «Posso chiederti una cosa?»
«Mmh...» mugugnò, ancora senza alzare lo sguardo.
«Perché hai davvero accettato?»
La matita si fermò. Per un paio di secondi. Poi: «Non l'hai sentito?. Aizawa mi ha minacciato di sospensione.»
«No.» Izuku si tirò su a sedere nella scatola, anche se sapeva che Katsuki non lo stava guardando. «Quello non ti ha mai fermato prima. Avresti potuto rifiutare. Avresti potuto lasciare che ti sospendesse. Avresti potuto-»
«Deku.» La voce era bassa. In guardia.
«Dimmelo davvero. Per favore...»
Il silenzio si allungò così tanto che Izuku pensò che Katsuki non avrebbe risposto.
Poi il biondo chiuse il libro, lentamente, stavolta. Lo posò sulla scrivania con precisione esagerata, come se fosse importante che fosse perfettamente allineato al bordo.
Non guardava Izuku. Guardava la finestra, le mani che si aprirono e chiusero sui braccioli della sedia. «Perché se fossi stato tu...» disse alla fine, e la voce era piatta, svuotata di tutto tranne che delle parole, «Non avresti detto no.»
Izuku aspettò. Katsuki non aggiunse altro.
«È tutto?» chiese, perché non era abbastanza, perché non poteva essere tutto.
«È tutto.» Katsuki si girò verso di lui e per un secondo i loro sguardi si incrociarono. Poi distolse gli occhi con uno scatto, come se si fosse scottato. «Tu non avresti detto no. E io non sono... peggio di te.»
Le ultime tre parole gli uscirono storte, e Izuku capì che quello era il massimo che avrebbe ottenuto, perché era Kacchan che diceva mi importa nell'unico modo che conosceva: attraverso la competizione. Tu faresti questo per me, quindi io lo faccio per te, perché non sono da meno.
Contorto. Testardo. Così tipicamente suo che faceva quasi male. «Okay.» disse Izuku.
«Okay?» Katsuki lo guardò con diffidenza, come se si aspettasse una trappola.
«Okay.»
Un silenzio. Diverso da quelli di prima, meno pesante, ma nemmeno leggero, quello no, ma almeno respirabile.
«Bene,» disse Katsuki. Riaprì il libro. Ricominciò a fissare la stessa pagina.
Ma quella pace, quella tregua, durò meno di un cazzo di niente. «Kacchan?»
Un sospiro. «Cosa vuoi?»
«Non fare così... Mi annoio.»
«E io che cazzo dovrei farci?»
«Non lo so. Qualcosa?»
Katsuki chiuse il libro con violenza. Il suono riecheggiò nella stanza. «Tipo cosa, Deku? Vuoi che ti porti al parco? Che ti compri un palloncino?»
«Potremmo... parlare?»
«Di cosa?»
«Non lo so. Di cose normali?»
«Le cose normali non includono il fatto che tu sia grande quanto un criceto.»
«Non sono grande quanto un criceto!»
«Sei grande quanto un criceto grosso.» Lo guardò con quell'espressione, quella che usava quando stava per dire qualcosa di particolarmente fastidioso. «Un criceto molto, molto grosso.»
Izuku gli lanciò un pezzetto di barretta proteica che gli era rimasto. Il frammento volò attraverso l'aria, girando su se stesso, e colpì Katsuki sul naso con uno splat soddisfacente.
Il silenzio che seguì fu totale. Assoluto. Il tipo di silenzio che precede l'apocalisse.
Katsuki alzò lentamente una mano e si toccò il naso, guardando quel suo compagno di classe rimpicciolito. «Hai appena... lanciato cibo. Contro di me.»
«Io... sì?»
«Hai. Lanciato. Cibo. Contro. Di. Me.»
«Tecnicamente era un residuo di-»
Katsuki prese una gomma dalla scrivania, una di quelle grosse da disegno tecnico, e la lasciò cadere nella scatola. Izuku la schivò per un pelo, rotolando sul tessuto con uno squittio che avrebbe dovuto essere un pelo più dignitoso. «KACCHAN!»
«Hai iniziato tu, criceto.»
«Non sono un criceto!»
«Sembri un criceto. Ti muovi come un criceto. Hai la voce di un criceto.» Prese un'altra gomma, la soppesò nel palmo con aria pensierosa. «Deduzione logica: sei un criceto.»
La seconda gomma arrivò senza preavviso, non lasciata cadere, ma lanciata. Izuku la schivò perché la potenza era irrisoria, ma perse l'equilibrio e finì sul posteriore con le gambe in aria.
«Uno a zero!» esclamò Katsuki.
«Questo è abuso di potere! Aizawa-sensei ha detto-»
«Ha detto di tenerti fuori dai guai. Non ha detto niente sul divertirmi...»
Quello che seguì fu probabilmente il gioco più unilaterale della storia dell'umanità: Katsuki lanciava oggetti sempre più assurdi, come gomme, palline di carta, un tappo di una penna, un batuffolo di scottex che si aprì in volo come un paracadute, mentre Izuku schivava e strillava insulti acuti che avrebbero dovuto essere minacciosi e invece suonava più come un topo in piena crisi esistenziale, mentre cercava di uscire dalla scatola e scappare sulla scrivania. «SMETTILA!»
«Schiva meglio!»
«SONO GRANDE QUANTO UNA BAMBOLA!»
«Appunto! Dovresti essere più agile!»
«NON FUNZIONA COSÌ!»
Ma nonostante tutto, nonostante l'assurdità della situazione, Izuku si ritrovò a ridere. Quella risata acuta e squillante che lo faceva sentire ridicolo ma anche stranamente libero. Come se per un momento potesse dimenticare l'umiliazione e semplicemente giocare, punto.
Alla fine, esausto e indignato ma stranamente soddisfatto, si rannicchiò contro una parete della scatola. «Ti odio.»
«No, non mi odi.»
«Ti odio moltissimo!»
«Se mi odiassi avresti chiamato Aizawa.» Katsuki si appoggiò allo schienale della sedia, le braccia dietro la testa. «Invece sei qui, vivo, illeso, e francamente più intrattenuto di quanto lo fossi dieci minuti fa.»
E Izuku lo odiava perché aveva ragione.
Quando arrivò il momento del pranzo, questo richiese più ingegno di quanto fosse ragionevole.
Katsuki era sceso in mensa da solo con l'ordine categorico di non far entrare nessuno nella stanza durante la sua assenza, e quando tornò portava un vassoio con sopra una ciotola di riso al curry e, accanto, un piattino da caffè con una porzione minuscola dello stesso piatto.
«Ecco.» Lo posò sulla scrivania.
Izuku guardò il piattino. Il riso era tagliato in pezzi microscopici. I pezzetti di carne erano così piccoli che sembravano granelli. Il curry era stato diluito con qualcosa, acqua probabilmente, perché non fosse troppo denso.
«Kacchan...» disse lentamente, «Hai sminuzzato il cibo per me?»
«Ho reso il cibo commestibile per le tue dimensioni. C'è differenza.». Ma non c'era nessuna differenza; era esattamente la stessa cosa. Ma il modo in cui lo disse, secco, pratico, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, impedì a Izuku di commentare.
Mangiarono. Izuku con le mani, perché le bacchette erano impossibili. Il curry gli colava tra le dita, il riso si attaccava alle maniche della tutina, e a un certo punto dovette sdraiarsi sul bordo del piattino per raggiungere un pezzo di carne che era scivolato dall'altra parte. Katsuki lo guardava masticando lentamente, con l'espressione di chi sta osservando un documentario naturalistico particolarmente patetico. «Hai il curry sulla faccia.» disse.
«Lo so.»
«E sul collo.»
«Lo so!»
«E nei capelli, Deku.»
Izuku si passò una mano tra i capelli. La ritirò arancione. «Ma porco-»
Katsuki appoggiò le bacchette. «Dopo pranzo ti lavo.»
«COSA?!»
«Ti lavo.» ripeté con lo stesso tono con cui avrebbe detto "passo l'aspirapolvere". «Non puoi stare pieno di curry tutto il giorno.»
«Posso lavarmi da solo!»
Katsuki guardò le sue braccia minuscole, coperte di salsa. Guardò i capelli arancioni. Poi guardò di nuovo lui. «Come, esattamente?»
Il silenzio fu la risposta.
***
Il lavaggio fu il momento più umiliante della sua intera esistenza. E questo includeva tutte le volte che si era rotto le ossa davanti a platee di spettatori e quella volta che era svenuto durante il festival sportivo.
Katsuki aveva riempito il lavandino del bagno con dieci centimetri d'acqua tiepida, ci aveva messo dentro un po' di sapone liquido, e poi lo aveva posato lì dentro con la delicatezza di chi maneggia un petardo acceso.
«Non guardarmi!» disse Izuku, rosso fino alla radice dei capelli.
«Deku, devo assicurarmi che non anneghi in dieci centimetri d'acqua.»
«Non annegherò!»
«Stamattina stavi per soffocare con un pezzo di barretta proteica.», ma si girò comunque. Si appoggiò al muro del bagno con le braccia incrociate, lo sguardo piantato sulla porta. «Hai cinque minuti. Dopo entro e ti tiro fuori che tu abbia finito o no.»
Izuku si lavò con una furia disperata. L'acqua era perfetta in realtà, e il fatto che Katsuki avesse controllato la temperatura prima di metterlo dentro era un dettaglio che decise di non commentare. Il sapone faceva troppe bolle per le sue dimensioni e si ritrovò semi-sommerso in una nuvola di schiuma.
«Tempo!» disse Katsuki, e si girò.
Si fissarono. Izuku era in piedi nel lavandino, coperto di schiuma dalla testa ai piedi, i capelli verdi che spuntavano dalla sommità come il ciuffo di foglie su una carota. Qualcosa attraversò il viso di Katsuki. Qualcosa che tremolò all'angolo della bocca, che fece fremere un muscolo della guancia.
«Non ridere!» lo avvertì Izuku.
Katsuki serrò la mascella. Le narici fremevano.
«Non. Ridere.»
«Non sto ridendo!» disse con voce strangolata.
«Ti stanno tremando le labbra!»
«È un tic.»
«Non è un tic!»
Katsuki si sporse verso il lavandino, aprì il rubinetto e l'acqua scese giù tiepida, portandosi via la schiuma che scivolò verso lo scarico riaperto in una spirale lenta. Izuku si portò entrambe le mani davanti al pube con uno scatto, le guance in fiamme.
Katsuki lo guardò. Guardò le mani. Guardò lui. «Deku, ho visto piselli più grandi nel riso al curry di oggi.»
«VAI A FANCULO, KACCHAN!»
Katsuki prese un asciugamano da ospite, comunque enorme per Izuku, e glielo buttò addosso. «Asciugati!» e uscì dal bagno.
Attraverso la porta, soffocato da quella che poteva solo essere una mano premuta sulla bocca, Izuku lo sentì. Un suono basso, roco, trattenuto con ogni fibra del corpo.
Non la risata feroce e trionfante che usava in battaglia. Non quella sarcastica che riservava agli idioti. Una risata vera, spontanea, il tipo di suono che gli sfuggiva così raramente che Izuku poteva contare le volte sulle dita di una mano.
E nonostante tutto, nonostante l'umiliazione e il curry nei capelli e il fatto di essere nudo in un lavandino coperto di bolle, Izuku sorrise.
La tutina pulita, quella azzurra che Tsuyu aveva portato come ricambio, con un piccolo gatto bianco ricamato sul petto, fu un'ulteriore pugnalata alla dignità. Ma a quel punto aveva smesso di contare le volte in cui si era sentito più umiliato della precedente..
«Carino.» disse Katsuki con tono piatto.
«Taci!»
«Il gatto ti dona.»
«Ho detto taci!»
Katsuki afferrò il libro di matematica dalla scrivania, lo aprì alla pagina di prima, lo fissò per esattamente quattro secondi. Lo richiuse. «Non ce la faccio.» asserì.
Izuku alzò lo sguardo dalla scatola. «Non ce la fai a...?»
«A studiare.». Si alzò, e c'era qualcosa di irrequieto nel modo in cui si mosse, nel modo in cui le mani cercavano qualcosa da fare e non la trovavano. «Ho bisogno di muovermi.»
«Allora vai ad allenarti.»
«E che faccio con te? Ti lascio qui?»
«Portami con te.»
Katsuki lo guardò come se avesse suggerito di buttarsi da un dirupo. «In palestra?»
«Tanto non posso fare niente qui, e la regola numero tre dice che non posso stare da solo. L'hai detta tu...»
«Non puoi usare le mie regole contro di me.»
«Le hai dette. Io le rispetto.»
La mascella di Katsuki si contrasse, poi si rilassò. Si contrasse di nuovo. Afferrò la scatola dalla scrivania con un gesto che era a metà tra la resa e la rabbia pura, e si avviò verso la porta, uno scossone fece perdere l'equilibrio al povero Izuku, che finì in ginocchio sul fondo. «Se fai un rumore durante l'allenamento, anche uno uno solo, ti lascio negli spogliatoi.»
«Non farò rumore!»
«Hai già fatto rumore. Adesso.»
«Quello non conta, era una-»
«Zitto, Deku.»
La palestra dello Heights Alliance era deserta.
Le cinque del pomeriggio di un martedì non erano orario di punta, e considerando che la maggior parte della classe era probabilmente troppo impegnata a scommettere sulla sopravvivenza di Izuku per pensare all'allenamento, il posto era tutto loro.
Katsuki posò la scatola su una panca laterale, alta abbastanza per vedere ma non abbastanza da morire se Izuku avesse voluto uscirne e fosse accidentalmente caduto, e si guardò intorno con l'aria di chi valuta un campo di battaglia. «Stai lì. Non ti muovere.»
«"Non morire". Lo so. l'hai detto ottomila volte oggi...»
«E continuerò finché non ti entra nel cervello.» Katsuki si tolse la maglietta con un gesto fluido e la lanciò sulla panca. Il tessuto atterrò a pochi centimetri dalla scatola con un whump che fece oscillare Izuku.
Riscaldamento.
Stretching, rotazioni, qualche serie di push-up che faceva sembrare la cosa banale. Katsuki si muoveva con quell'efficienza metodica che aveva in tutto, nessun gesto sprecato, nessun secondo perso, ogni movimento calibrato con la stessa precisione delle sue esplosioni.
Izuku osservava dal bordo della scatola, il mento appoggiato sulle braccia. Da quella prospettiva, bassa, ravvicinata, quasi al livello del pavimento, notava dettagli che normalmente gli sfuggivano. Il modo in cui distribuiva il peso passando da un esercizio all'altro. La micro-rotazione del polso sinistro durante il riscaldamento, quella compensazione per il vecchio infortunio di guerra che non ammetteva mai di avere. Il ritmo del respiro, costante, profondo...
Poi Katsuki passò al sacco, eseguendo combinazioni che Izuku conosceva a memoria: gancio, diretto, diretto, uppercut, calcio laterale. La sua sequenza di riscaldamento prima delle cose serie. Ogni colpo faceva ondeggiare il sacco con una violenza controllata che mandava vibrazioni attraverso il pavimento fino alla panca.
Poi fece qualcosa di diverso.
Si staccò dal sacco. Prese posizione al centro della palestra. Saltò, alto, altissimo, le mani che si accesero di esplosioni piccole e calibrate, e a mezz'aria ruotò su se stesso, liberando una serie di detonazioni che lo fecero volteggiare come una trottola. Una, due, tre rotazioni. Atterrò in posizione, già pronto per il colpo successivo.
Izuku non gliel'aveva mai visto fare. «Oh! Quella è nuova!» disse prima di potersi fermare, il biondo che ripeteva un'altra volta l'esercizio.
«Hai detto qualcosa?», domandò il biondo appena mise di nuovo i piedi a terra.
«Hai una nuova mossa?»
Katsuki si raddrizzò, il respiro un po' più pesante. «Ci lavoro da due settimane. Non è ancora pronta come la voglio io.»
«Secondo me è un problema di l'angolazione.»
Il silenzio durò tre secondi. Izuku li contò. Poi Katsuki si girò verso di lui con un'espressione che oscillava tra curiosità e diffidenza. «Scusa?»
«L'angolazione delle esplosioni quando ruoti.... Stai sparando a circa cinquanta gradi dal corpo. Se allarghi un po' di più, a sessantacinque, guadagni più coppia rotazionale con meno spreco di energia. Il braccio di leva è più lungo, quindi ogni esplosione fa più lavoro...» Le parole gli uscirono tutte insieme, veloci, come sempre quando il suo cervello agganciava un problema e partiva in quarta prima che il resto di lui potesse fermarlo.
«Come lo sai?»
«Ti ho visto dal basso. Da questa altezza l'angolo è ovvio. Di solito non lo noto perché ti vedo di fronte o di lato, ma da qui si capisce subito dove perdi spinta...»
Katsuki lo fissò per un momento. Gli occhi rossi che calcolavano, soppesavano, decidevano.
Poi tornò al centro della palestra senza dire una parola: saltò, ruotò. Le esplosioni questa volta erano più larghe, a sessantacinque gradi come aveva detto Deku, e la differenza fu immediata: quattro rotazioni complete dove prima ne faceva tre, l'atterraggio più morbido, meno energia dispersa. «Funziona...» disse senza girarsi.
«Te l'avevo detto!»
«Non fare il gradasso! Non ti si addice quando sei alto quanto una banana.», ma le sue spalle si rilassarono, appena percettibilmente. Le dita smisero di tamburellare contro la coscia. «La combinazione che faccio quando salto all'indietro con le esplosioni sui piedi...,» riprese Katsuki, e adesso nella voce c'era qualcosa che Izuku non sentiva da mesi. Qualcosa di acceso, di vivo. «È lenta, lo so. Ma non capisco dove perdo tempo.»
«Il peso, forse?» disse Izuku immediatamente, perché quello lo vedeva da anni, ogni volta che combattevano insieme, e non glielo aveva mai detto perché Katsuki non glielo aveva mai chiesto. «Lo carichi troppo sugli avampiedi prima del salto... Se sposti l'appoggio sui talloni, il centro di gravità si abbassa e le esplosioni ti lanciano più in verticale. Perdi meno in orizzontale.»
Katsuki non rispose, ma si rimise in posizione e riprovò.
La prima volta il corpo dava troppa resistenza. La seconda fu meglio. Alla terza era già qualcosa di diverso, di più pulito, e quando atterrò i suoi occhi avevano quella luce che Izuku riconosceva da anni: il momento in cui il corpo capisce quello che la mente già sapeva.
«Ancora...» disse. «Dimmi un'altra cosa.»
Izuku esitò. Non perché non avesse cose da dire. Ne aveva quaderni interi, annotazioni ossessive accumulate in anni di osservazione che non aveva mai condiviso perché non c'era mai stato lo spazio o il permesso! Ma il fatto che Katsuki glielo stesse chiedendo era raro... Raro come sentirlo dire per favore.
«Il calcio circolare, hai presente, no?» disse infine. «Quando lo fai a sinistra, il ginocchio destro si blocca per una frazione di secondo. Come un clic. Probabilmente non lo senti, ma da fuori si vede! E ti rallenta la rotazione dei fianchi.»
Katsuki si toccò il ginocchio, le sopracciglia aggrottate. «Da quanto fa 'sta cosa?»
«Da dopo la guerra.» Silenzio. «Sicuro che non ti fa male?». Izuku vide un'ombra passargli sugli occhi, quel terrore antico che il corpo non fosse più quello di prima, che la guerra gli avesse tolto qualcosa di permanente. «Ma se non ti fa male, meglio!» aggiunse in fretta. «È il corpo che si protegge. Il ginocchio è sano, Recovery Girl te l'avrà detto. Ma hai memorizzato la guardia, ti blocchi per paura, non per il dolore. Se lavori sulla mobilità dell'anca, il ginocchio probabilmente inizierà a lavorare di nuovo come vuoi tu...»
Katsuki guardava il proprio ginocchio come se fosse un traditore. Poi alzò lo sguardo verso Izuku e disse: «Okay. Fai il coach dal bordo campo. Almeno potresti servire a qualcosa.»
Per l'ora successiva la palestra diventò qualcosa che non era mai stata.
Katsuki provava, sbagliava, riprovava. Izuku osservava, analizzava, suggeriva, le braccia minuscole che gesticolavano come pale di mulino tracciando diagrammi nell'aria. A un certo punto iniziò a usare i pezzi di gomma che Katsuki gli aveva lanciato prima come segnaposto sul bordo della scatola, costruendo una specie di modellino per spiegare la meccanica rotatoria di una combo particolarmente complessa.
«Questo sei tu,» disse, indicando la gomma più grossa.
«Perché io sono la gomma grossa?»
«Perché... sei quello più grosso.»
«Mm.» Inclinò la testa, valutando. «Accettabile.»
E la cosa più surreale, più del fatto che Izuku fosse grande quanto un criceto, più della tutina con il gatto, più del lavaggio nel lavandino, era che funzionava. Non c'era imbarazzo, né c'era il muro di sempre. C'era solo la tecnica, il lavoro, quel linguaggio comune che avevano costruito in anni di combattimenti e che non avevano mai usato così, senza armature addosso, senza dover dimostrare niente a nessuno.
Alla fine Katsuki si fermò, sudato, i capelli appiccicati alla fronte. Prese la borraccia, bevve metà del contenuto in un sorso, poi versò un goccio nel tappo e lo porse a Izuku senza che gli venisse chiesto.
Izuku bevve. «Grazie.»
«Ti avevo detto di non dirlo.»
«Hai detto un sacco di cose oggi... Non posso ricordarle tutte!»
Un suono che non era proprio una risata, ma ci somigliava. Katsuki si sedette sulla panca, la schiena contro il muro, le gambe allungate. La scatola con Izuku era accanto alla sua coscia.
Restarono così per un po'. In silenzio, ma un silenzio diverso da tutti quelli della giornata. Niente di pesante, niente di soffocante. Solo due persone stanche nello stesso posto, che respiravano allo stesso ritmo.
«Kacchan?»
«Mm.»
«Posso dirti una cosa?»
«Se è un'altra analisi biomeccanica, aspetta domani... Mi sta venendo un mal di testa...»
«Non è un'analisi.»
Un occhio rosso si aprì, pigro. «Cosa allora?»
Izuku ci pensò. Le parole erano lì, da qualche parte, ma trovarle era come cercare di afferrare il riso con le mani durante il pranzo. Scivolavano via. «Il motivo per cui noto tutte queste cose. Il ginocchio, l'angolazione, il peso... Non è perché sono un nerd.»
«Lo sei.»
«Lo sono, sì.» Sorrise, un po'. «Ma non è quello. È che ti guardo. Da sempre. Non perché devo, non perché è utile. Perché il mio cervello non riesce a non farlo... Vedo come ti muovi e registra tutto, in automatico.». Lo disse tutto d'un fiato e poi si fermò, con il cuore che gli batteva nel petto come se avesse corso venti giri della palestra, e la sensazione orrenda di essersi appena buttato da un precipizio senza sapere se sotto c'era l'acqua o il cemento.
Katsuki non disse niente.
Il silenzio si allungò per cinque secondi, dieci, quindici. Izuku fissava le proprie ginocchia, incapace di alzare lo sguardo, convinto di aver sbagliato tutto, di aver superato quel confine che Katsuki tracciava intorno a sé e dietro al quale nessuno era stato invitato.
Poi sentì Katsuki muoversi. Non alzarsi, non andarsene. Solo spostarsi sulla panca, un movimento piccolo, un cambiamento nell'aria. «Lo so che mi guardi, Deku.» La voce era strana. Non arrabbiata, non sulla difensiva. Solo... strana.
«Lo so da... da sempre, probabilmente. Non sono cieco.» Una pausa. Le dita tamburellavano sul ginocchio, ma lente stavolta, senza quel ritmo nervoso di prima. «Ma nessuno me lo dice.»
«Come...?»
«Così. Nessuno me lo dice così.» Un respiro, più lungo del necessario. «Come se fosse una cosa vera e non una cazzata per tenermi buono. O un complimento del cazzo che si fa tanto per fare.»
Izuku alzò lo sguardo. Katsuki fissava il soffitto della palestra, la testa appoggiata al muro, la gola esposta. C'era qualcosa di aperto in quella postura, qualcosa di non protetto che stonava con tutto il resto di lui.
«Guarda che non è un complimento.» disse Izuku piano.
«Lo so.» Katsuki abbassò lo sguardo e per un secondo, uno solo, i loro occhi si incontrarono. E in quel secondo Izuku vide una cosa che non aveva nome, o forse ne aveva troppi: gratitudine e fastidio, un po' di spavento e qualcosa di un po' più clado, forse, tutto impastato insieme in un modo che solo Katsuki poteva permettersi di avere.
Poi il momento passò e il biondino si alzò, prese la scatola con entrambe le mani, una sotto la base e l'altra come paratia, in quel gesto che ormai stava diventando quasi automatico, e si avviò verso l'uscita. «Andiamo. È tardi.»
Portò la scatola un po' più vicina al petto per il resto del tragitto fino alla stanza.
Nessuno dei due commentò quella vicinanza.
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