9. Nonna

Pov Sara

La mattina ci svegliammo con io che gli ero finita addosso e da come mi guardava mi sa che gli era piaciuto.

Indugiai un po' maliziosa sul suo corpo e, Dio, i suoi muscoli erano di marmo.

Poi per spostarmi andai a strusciare per sbaglio la coscia contro le sue parti intime e, porca puttana, non solo i muscoli erano di marmo.

Se non fosse stato lui probabilmente avrei approfittato di tutto quel ben di Dio.

Appena si alzò dal divano mi ritrovai a pensare che quella situazione era assurda.
La rabbia che provavo ieri per quella maledetta cintura sembrava lontanissima.
Nel momento in cui ci eravamo ritrovati a parlare perché mi si era fermata la macchina, era venuta fuori di nuovo la sintonia che c'era stata tutte le altre volte.
La cosa iniziava a farmi paura.
Fisicamente non mi era indifferente, ma di bei ragazzi ne avevo avuti tanti.
Il modo in cui rispondeva alle mie provocazioni mi incuriosiva, invece.

Mi aveva portato la colazione e quel cornetto al pistacchio era divino, avevo una fame assurda.

Subito dopo mi obbligò a prendere il carica batterie portatile, non lo diedi troppo a vedere ma ero felicissima, potevo aggiornare le mie amiche su Whatsapp.

Mi sdraiai sul divano e attaccai il carica. Mi scattai una foto e la inviai con descrizione: "habemus caricabatterie!".
"SARAAAA" digitò Giulia in maiuscolo, "sei viva allora".
"Fortunatamente sì".
"Ma sei con lui?" mi scrisse Francesca con le faccine che ammiccavano.
Giulia digitò veloce: "dal maglione che ha mi sa di sì".
"Sei perspicace" scrissi io mettendo l'emoticon che rideva.

"Avete bombato? Come è messo?" Scrisse diretta Francesca con le faccine che ammiccavano.

"Dio, no!!! Sempre a quello pensi, tu!" la rimbeccai in chat, "però è messo bene" digitai per mettere curiosità.

"COSA?" Scrisse Giulia.

"Che zozzona che sei" mi disse Francesca e poi aggiunse "racconta!!".

"Voglio sapere ogni dettaglio" scrisse Giulia, "muoviti".

Inviai le faccine che ridevano.
"Non mettere troppa curiosità, sputa il rospo" mi intimò Francesca.

"Abbiamo dormito insieme" confessai.

"Solo dormito?" scrisse Giulia, mandandomi le faccine ammiccanti.

"Sì, ma gli ho letteralmente dormito sopra".

"E non ti ha toccato?" mi domandò Francesca.

"No" e mentre stavo digitando il continuo Francesca fu più veloce e mi disse: "o è cotto di te o è gay".

Inviai il messaggio che avevo scritto: "però la mattina ce lo aveva letteralmente di marmo".

"Ci credo, anche io ce l'avrei di marmo se mi avessi dormito addosso e fossi un uomo" mi rispose Giulia.

"Ed è grosso?" Scrisse Francesca, inviandomi l'emoticon del kebab.

"Va beh, non è che mi sono messa a misurarlo, eh! Però sembrava okay" digitai e subito dopo aggiunsi:
"Sei una zozzona" e le inviai l'emoticon del maialino.

"Senti chi parla" mi rimbeccò lei.

"Quando torni?" mi chiese Giulia.

"Stasera, appena prendo la macchina dal meccanico".
"Hai rotto la macchina? Stai bene?" mi chiese lei.
"Questa è un'altra storia".
"Racconta" scrisse Francesca.
"Praticamente ho bruciato la resistenza mentre tentavo di scappare da lui seminandolo" la feci breve.

"Sei incredibile" commentò Giulia.
Mandai l'emoticon della linguaccia e chiusi il telefono.

Era mezzogiorno.
"A che ora sarà pronta la macchina?" gli chiesi.
"Verso le quattro penso".
Annuii.
"Mangiamo qualcosa fuori?" Mi domandò lui.

Mi alzai dal divano e mi guardai allo specchio del salone.
"Non credo di essere presentabile".

"Scherzi?" mi guardò curioso.

"No" risi piano, "ho i capelli che sono un disastro e questo maglione è troppo largo, mi servirebbe una cintura per stringerlo un po' almeno".

Mi porse il sacchetto con la cintura dentro.

Alzai gli occhi al cielo.
"Ho detto che non la voglio".

"Perché?" mi chiese, porgendomi ancora quella dannata bustina.

"Vuoi essere mandato a fanculo o vuoi la risposta seria?".

"Mi stupisco che tu me l'abbia chiesto e non l'abbia fatto".

"Vaffanculo" dissi guardandolo male.

"Ottimo, adesso puoi prendere il regalo".

"Mi sa che non comprendi l'italiano, non la voglio".

"Prendila, poi la puoi buttare o vendere".

"Ma perché dovrei prenderla per buttarla, regalala a qualcun'altra" sbottai offesa.

"No, l'ho presa per te" disse guardandomi fisso in faccia.

Alzai gli occhi al cielo.
"Non c'è scritto il nome, la puoi riciclare o portarla in negozio".

"Ce l'ho sul bagaglio da settembre" ammise.

"Da settembre? Per quale motivo?". Ero scioccata.

"Perché quando sono andato a comprare una borsa ho visto questa cintura sul manichino e ho pensato che ti sarebbe stata benissimo con l'outfit che avevi quando sei venuta a sentire il testamento".

Scossi la testa esterrefatta.
Non mi aspettavo una risposta sincera.
E non immaginavo che avesse potuto comprarla quel giorno.

"Puoi portarla a chi dovevi regalare la borsa, allora" lo provocai.

"No, piuttosto preferisco che la butti nell'immondizia".

"Perché?" chiesi curiosa questa volta.

"Perché per lei non scelgo i regali, non l'ho mai fatto, e questa l'ho comprata per te quindi la devi prendere, poi ci fai quello che vuoi" mi spiegò.

"Se le hai comprato una borsa come hai fatto a non sceglierla?".

"Semplice, dico alla commessa il budget e sceglie per me".

Lo guardai un po' disgustata.

"E non fai mai figuracce con i doppioni?".

"Sono attrezzate, non sono l'unico a fare così".

Dio, che schifo i ricchi.

"Non vorrei mai un regalo fatto così" dissi scuotendo la testa.

"A lei importa solo del brand... tu non vuoi neanche quelli scelti, invece" mi fece notare.

"Michele, costa più del mio stipendio" sussurrai.

"È questo il problema?"

"Anche" ammisi.

"E l'altro?"

"Ho pensato che me l'avessi regalata per corrompermi e per farmi vedere quale roba potrei avere se ti avessi sposato".

Si sedette sul divano della sala mettendosi le mani nei capelli e mi guardò sconfitto.

"L'ho capito quando hai lasciato i fiori sul marciapiede che non ti avrei convinto a sposarmi con dei regali" mi confidò.

"E perché sei tornato?".

Quello sguardo era troppo intenso.

"Perché non ero mai stato trattato così da nessuna e la cosa, paradossalmente, mi divertiva.
Farti i regali mi piace, mi piace entrare in un negozio e sceglierli pensandoti, mi piace fare la strada di casa tua senza sapere come mi tratterai, mi piace quando mi tiri l'acqua ghiacciata dal balcone e mi fai venire la febbre, mi piace quando ti incazzi e mi rispondi per le rime.
Ho capito che non mi sposerai per i miei soldi, non sarà una cinta di Vuitton a farti cambiare idea, ma voglio godermela finché possiamo.
Se mi sposerai sarò felice, trenta milioni farebbero gola a chiunque, ma se non dovessi sposarmi mi sarò divertito a conoscerti e va bene uguale, non ho problemi di soldi comunque".

Lo guardai a bocca aperta.
Avevo fatto una dietrologia sul suo gesto che, quasi sicuramente, era sincero.

Sentii un brivido lungo la schiena. Ne avevo avuti fin troppi ultimamente.
Aveva elencato una serie di caratteristiche e situazioni che gli piacevano.
E mi era sembrato una sorta di escamotage per dirmi che gli piacevo senza dirmelo.
Anche a me non dispiaceva trovarmelo sotto casa, ma non potevo lasciarmi andare.
Non lo conoscevo.
E probabilmente era pure fidanzato con la tizia a cui regalava le borse.

"Mi sento a disagio a prenderla" dissi sedendomi vicino a lui.
Quelle parole mi avevano toccata e anche io, in fondo, mi divertivo a litigare con lui come cane e gatto.

"Per i soldi?".

Annuii.
"Mi bastava un regalo più modesto, sono già costosi quelli che mi hai portato in questi mesi".

"Non erano costosi" ribatté lui.

"Una bottiglia di vino da settanta euro è costosa" dissi guardandolo.

"Non ho neanche guardato il prezzo" disse sincero.

Pensai in silenzio a quelle parole, magari avrei potuto liberarmi anche io dai pregiudizi e dargli una possibilità, ma avevo una paura tremenda di finire malissimo.

Poi guardai il sacchettino e mi riecheggiarono le sue parole nelle orecchie.

Probabilmente stavo abbassando troppo le difese e lo stavo facendo entrare nel mio safe space e me ne sarei pentita ma dissi:
"Me la provo, solo per oggi, il maglione così è inguardabile per uscire".

Mi sorrise guardandomi da capo a piedi e sentii un brivido sulla schiena, l'ennesimo.
"Non lo definirei proprio inguardabile".

Mi pettinai i capelli con il pettine che avevo in borsetta, infilai gli anfibi, aggiustai il maglione tentando di farlo sembrare un vestitino e scartai la cintura.
Diamine, se era bella.

Sentivo gli occhi addosso mentre la indossavo.

La allacciai e con il maglioncino nero stava benissimo, mi girai su me stessa per vedere come mi stava dietro.

"Sei uno spettacolo" lo sentii sussurrare con voce roca.

Lo guardai e lui distolse lo sguardo a disagio aggiungendo: "scusa".

Sorrisi e lo ringraziai.

"Andiamo?" disse cambiando argomento.

"Posso vedere la casa?".
"Oh, certo".

La sala era enorme, con quattro divanetti vicino al camino, un tavolo in cristallo grande e in fondo, vicino alla finestra, delle poltroncine vicino ad un vero e proprio bancone del bar.

C'erano poi due porte massicce.
Su una c'era uno studio grandissimo tutto suoi toni caldi, il tavolo era imponente e ancora una volta due poltroncine davanti al camino con un mobile bar.

Poi un altro studio uguale a questo ma più piccolino.

Superata una porta scorrevole mi fece vedere il ripostiglio, una cantina con vini pregiati e una sala vuota.
"Teoricamente si potrebbe fare una piscina interna e una spa" mi disse.

"Di qua la biblioteca".
Entrammo dentro una porta che dava su altre quattro stanze in successione piene di libri e poltroncine.
Guardai i libri antichi e pregiati disposti lungo le pareti a bocca aperta.
"Questo è il paradiso" sussurrai.
"Questa è la prima edizione del principe di Machiavelli" dissi, adocchiando un libro.
Lo tirai fuori con le mani tremanti "stampata da Aldo Manuzio nel 1500 a Venezia... sarà costata una fortuna".

"Non sapevo ti piacessero i libri" osservò.

"Studio lettere".
Lo guardai, realizzando che non avevamo mai parlato del mio percorso universitario.

Procedemmo al piano di sopra, le scale in marmo erano imponenti con il corrimano fatto di colonnine.
La camera patronale era gigante, con un letto enorme, un terrazzo e un bagno con vasca e doccia maxi. Dentro aveva pure una cabina armadio grande come il mio soggiorno.

Poi le camere degli ospiti, solo tre erano arredate.
Il resto erano stanze vuote.

"Non saprei che farci con tutto questo spazio" dissi guardandomi intorno.
Lo sentii ridere alle mie spalle.
"E lì in fondo?" dissi curiosa.
"Non lo so, andiamo a vedere".

Entrammo in un vano polveroso e pieno di roba finché mi bloccai immobile.
Non poteva essere.

No.

Era un abbaglio.

Mi avvicinai tremando e trattenendo il fiato, stavo avendo le allucinazioni.

"Sara, è tutto okay?" mi chiese preoccupato.

Presi quel quadretto in mano e sussurrai "nonna".

"È tua nonna quella?" mi chiese lui, sbigottito.

"Sì" dissi, guardandolo negli occhi.

"Che diavolo ci fa il suo quadretto qui?".

"Non lo so, era accanto a mio nonno".

Non poteva essere.

No, era uno scherzo di cattivo gusto questo.

Sentii le gambe cedermi un po' e due braccia muscolose sostenermi.

"Non saremo mica cugini" dissi, mentre le mie gambe erano letteralmente gelatina.

"Mi auguro che mio nonno non sia stato così perverso da scrivere nel testamento di sposare mia cugina".

"E che ci fa mia nonna qua?".

"Non lo so, ma giuro che nonno era sposato e mio padre è nato da mia nonna con parto naturale".

"E mia madre?
Che ne sai che non potrebbe... potrebbe essere sorellastra di tuo padre?".

"Era sposata?".

"Ha sempre detto di aver concepito mia mamma con una grande fiamma giovanile".

Tremavo.

Non poteva essere.

No.

Mi aveva messo nel testamento perché ero la nipote?

E non poteva lasciarmi direttamente qualcosa?

Era incesto quello.

"Cazzo" imprecò lui mettendosi le mani nei capelli.

Mi girai a riprendere quel quadretto in mano per guardarlo meglio.

Lo girai e vidi che dietro usciva un foglio di carta.

Aprii il quadretto e dentro c'era una lettera.

La presi in mano, tremando sempre di più.

"Ti devo lasciare sola?".
Apprezzai la sua sensibilità ma probabilmente sarei svenuta.

"No" dissi con le lacrime agli occhi. "Stai qui per favore".

"Okay" sussurrò lui.

Aprii la busta e dentro c'era un foglio.

Bambina cara,
Quando troverai questa lettera io sarò morta, e la troverai in un quadretto accanto a una persona che per me è stata importantissima.
Fausto è stato con me una persona speciale, ci siamo conosciuti quando io feci un viaggio a Roma con te per provare a chiedere i risarcimenti per la morte di tua mamma.
Non avevo mai viaggiato e tu eri un fagottino nelle mie braccia che aveva appena perso la mamma, eri senza papà e con una nonna abbastanza anziana a crescerti.
Quella settimana a Roma ci conoscemmo a fondo e lui fu in grado di capire tutti i miei problemi, offrendomi sostegno morale e prodigandosi per darmene anche uno economico, anche lui all'epoca era un uomo solo, aveva perso la moglie da poco.
Il nostro fu un grande amore platonico, ricordo ancora con affetto le lettere che ci inviavamo, era in grado di darmi la forza di andare avanti a crescerti quando mi sentivo troppo vecchia per avere sulle mie spalle la responsabilità di educarti al mondo.
Non ho mai voluto i suoi soldi nonostante mi dicesse che ero una testona, e tu lo sai quanto io odiassi dipendere da qualcuno, ci ho tenuto a crescerti con questo precetto.
Quando Fausto mi ha scritto che di lì a poco sarebbe morto e che ci teneva a lasciarmi qualcosa, pensai subito a te.
La mia vita era quasi conclusa, la tua stava prendendo il volo e nonostante sapevo di averti dato tutti gli strumenti per andare avanti da sola, non volevo lasciarti sguarnita.
Architettammo questo piano e probabilmente tu starai pensando che non è da me, e forse hai ragione, ma se è vero quello che mi ha raccontato Fausto, il nipote ha un cuore enorme come il suo.
Tu salverai lui da un'idea di donna poco rispettosa, idea che purtroppo gli inculcò sua madre, e lui ti proteggerà.
E lo so che non hai bisogno di essere protetta, ma accetta questo regalo che abbiamo deciso di farti e provaci.
Non pensare che tutti i ricchi siano degli stronzi, alcuni non lo sono, e se sei qua è perché forse te ne sei accorta e ti piace passare del tempo con lui.
Vola in alto bambina, vola più in alto che puoi, lo so che hai la determinazione e la testa per farlo, ti stiamo offrendo i mezzi.
Ps: vi guardiamo da lassù sperando di aver avuto buon occhio con voi.
Pps: se non ti piace neanche un po', ricordati che l'autodeterminazione è più importante dei soldi, ma se ti intriga, provaci.
Ti voglio tanto bene, bambina, e sono fiera di te qualsiasi scelta farai.

Ripiegai la lettera in una valle di lacrime, era stato un colpo al cuore. Alzai gli occhi per cercarlo ma non lo trovai nella stanza.

Vola in alto, vola più in alto che puoi, ti stiamo dando i mezzi.

Se ti intriga un po', provaci.

Pensai a tutti quei soldi che mi avrebbero permesso di studiare senza collassare sui libri per barcamenarmi con il lavoro e le lezioni.

Pensai al fatto che non avrei più dovuto lavorare per pagarmi l'affitto e non avrei dovuto badare a spese per le bollette e il cibo.

Avrei potuto fare la magistrale a Roma, il mio grande sogno, mi sarei specializzata in editoria e avrei avuto la serenità di cercare un lavoro adatto a me senza accontentarmi delle briciole.

Avrei potuto anche pensare di aprire qualcosa di mio.

Comprare una macchina decente e non aver paura di andare fuori strada o di una spia che si accendeva sul cruscotto.

Stare con lui mi divertiva, avrei potuto provarci.

Era l'ultimo volere di mia nonna e, tirando su con il naso, decisi che avrei detto di sì.

Al diavolo i preconcetti, volevo studiare senza stancarmi come avevo fatto in questa triennale.

Uscii dalla stanza tremando e lo vidi appoggiato alla parete con la sigaretta spenta in mano.
"Perché sei uscito?" mi venne spontaneo chiedergli.

"Mi sembrava poco rispettoso vederti piangere, doveva essere un momento intimo".

Forse nonna aveva ragione, non era così stronzo, non con me, almeno in queste ultime volte.

"E quindi ci sposiamo" esordii senza giri di parole.

Gli cadde la sigaretta dalle mani e mi guardò con occhi e bocca spalancati.

Scoppiai a ridere, era troppo buffo.

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