8. Bonnie e Clyde
Pov Sara
Il navigatore mi segnalò di svoltare e mi ritrovai sulla strada piena di alberi che avevo percorso la prima volta. Ero quasi arrivata.
Il mood era di nuovo quello, io che ero incazzata su quella stradina.
Imboccai la via con il cancello alto aperto e, a metà strada, mi fermai perché la sua schifosissima macchina rossa stava venendo nella mia direzione.
Abbassò il finestrino stupefatto ma non gli diedi modo neanche di parlare, gli tirai dentro il sacchettino dicendo che non mi avrebbe corrotto con una stupida cintura da mille euro, non ne avevo bisogno; feci un inversione ad u e sgommai via di nuovo per la seconda volta in quel dannato vialetto di ghiaia.
Appena si abbassò il polverone vidi che era ripartito anche lui e mi stava seguendo premendo l'acceleratore.
Che pezzo di merda, pensai.
Uscita da quella stradina iniziai a premere a tavoletta il pedale per mandare al massimo la macchina e seminarlo ignorando che la mia utilitaria da settanta cavalli non poteva competere con quella stupida Bentley da seicento cavalli.
Più premevo l'acceleratore e più mi stava attaccato. Percorsi un po' di chilometri su quella strada non sapendo dove mi avrebbe potuto portare.
Arrivai in aperta campagna, probabilmente da fuori dovevamo sembrare due pazzi.
A lato c'erano tutte stradine parallele e decisi di sorprenderlo sterzando su una a caso, imboccai la curva a 130km/h e guardai sullo specchietto retrovisore soddisfatta, continuando a correre quando me lo ritrovai di nuovo dietro.
Sbuffai infastidita e continuai ad accelerare, perché diavolo mi stava seguendo?
Guardai la strada e vidi letteralmente un cerbiatto attraversarmi, inchiodai per non ammazzarlo e per non danneggiare la macchina.
Frenando così bruscamente a quella velocità, le ruote dietro slittarono sul piccolo fossato a lato della strada e finirono sul campo e il motore, probabilmente troppo caldo per una frenata del genere, mi abbandonò.
Cazzo, cazzo, cazzo, imprecai sbattendo le mani sul volante e scendendo dalla macchina.
Vidi la sua dietro la mia perfettamente integra.
Scesi dalla vettura e due secondi dopo me lo trovai attaccato.
"Stai bene?" mi chiese sconvolto.
"Io sì" dissi guardando la mia macchina collassata e fuori strada.
"Cazzo" dissi tirando la leva del cofano per vedere i danni del motore.
Appena aprii sentii puzza di bruciato.
"Mi sa che ho bruciato la resistenza" notai.
"Mi sa che l'hai spinta un po' troppo forte" sottolineò.
Grazie al cazzo.
"Mi stavi seguendo" ribattei.
"Ci mancherebbe, ti volevo parlare e tu te ne sei andata insultandomi" rispose guardandomi storto.
"Perché la tua non si è bruciata?" chiesi incrociando le braccia.
"Perché il motore di una sportiva non può competere con quello di un'utilitaria vecchia, non stavo neanche lontanamente vicino al massimo" spiegò calmo.
"Fanculo, potevi finire fuori strada anche te" lo rimbeccai.
"Facciamo a cambio di semiasse allora" rise.
"Mi potevi sorpassare per farmi fermare allora".
Ero nervosa e volevo sfogare la mia frustrazione su di lui.
"Scusami se non ti volevo ammazzare".
Guardai disperata la macchina, come sarei tornata a casa ora?
E quanto mi sarebbero costati i danni?
"Quando ho visto la frenata che hai fatto ho chiuso gli occhi giuro, pensavo di riaprirli e vedere la macchina cappottata con te dentro mezza morta, sei una pazza, non lo fare mai più" mi rimproverò.
"Se non mi avessi seguito non l'avrei mai fatto" sibilai.
"Chiamiamo un carro attrezzi, forza".
"Ma sei matto?" dissi calcolando mentalmente i danni alla macchina più il costo del trasporto e realizzai che non avrei dovuto mangiare per qualche mese.
Ebbi un'illuminazione.
"La tua va, mi traini".
"Come diamine pensi di poter rimettere in posizione la macchina?
E come pensi di poterla attaccare alla mia?", mi guardò sbigottito.
"Attaccarla è facile" dissi tirando fuori un fil di ferro dal bagagliaio.
Ce lo avevo sempre vicino alla ruota di scorta.
Non si sa mai.
"Per girarla forse ci vorrà un po' di più".
Mi tolsi il cappotto e arrotolai le maniche del maglioncino grigio, cercai la busta della spesa e il crick.
Alzai di poco la macchina con il crick e infilai sotto alle due ruote la busta della spesa per non scivolare ancora di più sul fango.
"Sara, che diavolo stai facendo?" mi guardò curioso.
"Sali in macchina e sfrizionala" ordinai.
"Sei sicura di quello che fai?" disse indugiando sullo sportello.
"L'ho fatto un sacco di volte quando i trattori finivano nei fossi" spiegai ovvia.
"I trattori?" disse spalancando gli occhi.
"Te lo spiego dopo, sali e sfriziona la macchina per piacere" ordinai brusca.
Lo vidi entrare nell'abitacolo.
Stava bene seduto lì, mi ritrovai a pensare.
Ma che diamine stavo pensando?
Ero venuta qui per mandarlo al diavolo.
La spinsi su e si spostò di poco.
"Riesci ad accenderla?" chiesi speranzosa.
"E se scoppia al motore?"
Roteai gli occhi.
"Al massimo non parte, come fa a scoppiare?".
Gli diede un giro di chiave e debolmente partì.
"Dai gas" comandai.
"Tu sei fuori di testa" mi rimbeccò esterrefatto.
"Dai gas, Michele, sennò non mi viene su" urlai spingendo la macchina.
Scuotendo la testa fece come gli avevo detto e, con il poco di movimento della ruota e la mia spinta da dietro, la macchina tornò su.
Scese dalla macchina.
"È venuta su" mi guardò allibito.
Guardai la macchina.
"Certo, so quello che faccio"
"E come la giriamo adesso?"
"Mi sa che è completamente morta" constatai.
"E quindi?"
"Stiamo in una strada senza sbocco?".
"Non lo so".
Guardammo sul navigatore il meccanico più vicino e si poteva fare la strada anche andando avanti.
"Adesso tu mi passi avanti e io attacco la macchina allora".
"Okay" disse titubante.
Presi quel filo di ferro e legai l'auto alla sua.
"E questo dove l'hai imparato a fare? Con i trattori?" mi pungolò.
Sorrisi.
"Sì, qualcosa di simile".
Salii in macchina mia, poi riaprii lo sportello e dissi:
"Mi serve il tuo numero, devo sapere ogni mossa che fai sennò rischio di tamponarti".
"Non ci provare" mi guardò storto.
Era geloso della sua Bentley.
Mi diede il suo numero e lo chiamai.
"Parto allora".
"Vai".
Vedevo che ogni tanto mi guardava da dietro prima di parlare e di dirmi quando frenava e quando sterzava.
Arrivammo dal meccanico sani e salvi, scendemmo dalle rispettive auto e io parlai con il proprietario.
"Credo sia bruciata la resistenza".
Aprì il cofano e disse di sì.
"Ma l'hai attaccata tu così dietro?"
"Sì".
"Sei la figlia di un meccanico?"
"Qualcosa del genere" bofonchiai.
"È pronta per domani sera".
"Non si può prima?".
"Temo proprio di no, ragazzina".
Mi guardai intorno spiazzata.
Avrei dovuto lavorare e non sapevo dove diamine dormire.
Chiamai il lavoro e dissi che avevo fatto un incidente nel Lazio e che non avrei lavorato.
"E ora?" sussurrai disperata.
"Ti fidi di me?" mi sentii dire da dietro.
"No" risposi repentina.
"Va bene, cambio domanda allora.
Hai un posto in cui dormire?"
"No" risposi sconsolata.
"Bene, so dove farti dormire".
"Te lo scordi se pensi che dormirò a casa tua, piuttosto dormo qua sul piazzale".
Si mise a ridere.
"Ma che diamine ridi?" lo accusai.
"Qua vicino c'è la villa che probabilmente non erediterò mai per colpa tua, possiamo dormire lì".
"E hai le chiavi?" chiesi allibita.
"Sì, fino a settembre".
"Ed è abbastanza grande per dormire il più lontano possibile da te?" domandai.
"Credo di sì".
Non risposi, tra dormire fuori, pagare un hotel e dormire a scrocco in una villa che un po' poteva essere catalogata mia, quest'ultima mi sembrava la scelta migliore.
"Va bene?" mi chiese lui.
"Per forza" dissi, avvicinandomi alla sua macchina.
Entrai dentro sentendo un profumo di pelle costosa, dopobarba e profumo per auto.
I sedili in pelle erano chiari con le rifiniture rosse, mi sedetti ed erano comodissimi, spaziosi e caldi, probabilmente si riscaldavano da soli.
Anche lo sportello era rifinito in pelle chiara e rossa, il display era enorme con Google Maps, il bluetooth e Spotify, il cambio aveva sei marce e il volante era nero e rosso con il logo Bentley in rilievo dorato.
"Ti piacciono gli interni?" mi chiese lui sorridendomi.
"Non avevo mai visto una macchina così curata dentro" ammisi.
"Ci credo, con quello che l'ho pagata" disse, ridendo.
"Sai com'è, non tutti possono permettersi una macchina da centomila euro" dissi, incrociando le braccia al petto e rosicando per la mia.
"Centomila? Centomila sono solo gli interni, se mi va bene".
Lo guardai sbigottita e lui mi sfoderò un sorriso sicuro di sé.
"Perché quanto costa?" chiesi esterrefatta.
"280mila".
Spalancai gli occhi guardandolo e poi guardai quella Bentley, avevo appena posato il culo su una macchina che costava più di un appartamento.
"Però non avrei saputo come tirarla fuori se mi fosse andata fuori strada" disse, cercando di farmi un complimento.
"Però avresti avuto la possibilità di chiamare il carro attrezzi" ribattei io.
"Ma veramente hai imparato con i trattori?".
"Sì, ho abitato in campagna fino alla maturità, d'estate lavoravo sui campi con nonna per pagarmi l'abbonamento dell'autobus".
"Ma veramente? E che facevi?" chiese curioso.
"Di tutto, guidavo il trattore, attaccavo gli attrezzi, aiutavo a impilare la paglia sui carri. Qualsiasi cosa ne avessero bisogno".
"E dove hai imparato?"
"Me lo hanno spiegato una volta e ho imparato".
"E ti piaceva?".
"No, ma ti aiuta a fare un sacco di cose, stimola il problem solving e ti dà la sicurezza di sbrigartela da sola".
"Queste due cose non ti mancano infatti".
"Per forza, in primo luogo non avevamo i soldi per farci aiutare, in secondo luogo la bibbia di mia nonna era non chiedere mai aiuto a nessuno perché farsi aiutare voleva dire dare potere a qualcun altro" mi ritrovai ad ammettere.
"E i tuoi genitori?" mi chiese senza malizia.
"Non li ho conosciuti" risposi, girandomi dall'altra parte. Non ne volevo parlare.
"Scusa".
"Non ti preoccupare" lo rassicurai.
Guidava bene e la macchina era comodissima. Quando accelerava e frenava i movimenti erano così dolci che mi sarei potuta addormentare, inoltre stava tramontando il sole e guardarlo sul mare era uno spettacolo.
"Siamo quasi arrivati".
Imboccammo un vialetto laterale pieno di vegetazione ai lati e ci si parò davanti un cancello gigante bianco, con un telecomando lo aprì e arrivammo in una stradina di ghiaia... era decisamente una cosa da ricchi.
Svoltando una curva mi si presentò davanti una villa grossa il doppio di quella dove ero andata per il testamento.
C'era una piscina, una veranda enorme, un giardino curatissimo, un portico coperto, l'ingresso con le colonne, un terrazzo scoperto fuori, i garage e probabilmente conteneva dieci camere da letto.
"È uno scherzo?" dissi scendendo dalla macchina a bocca aperta.
"Vieni".
Lo seguii per un vialetto accessibile solo a piedi e, con una piccola discesa, arrivammo su una spiaggetta di sabbia bianca.
"Vuoi dire che tuo nonno aveva una spiaggia privata?" lo guardai allibita.
Mi sembrava di averlo sentito sul testamento, ma non avevo capito che fosse annessa alla villa.
"Già".
"Perché proprio io?
Non desidero tutto questo" chiesi sottovoce.
Avrei potuto urlare, dimenarmi, incazzarmi ma non sarebbero cambiate le cose.
Su quel testamento c'era scritto il mio nome.
E per quanto tentassi di levarmelo di torno, finivamo a chiacchierare.
"Non lo so, Sara, me lo sto chiedendo da settembre... ma a quanto pare aveva ragione.
Non aveva senso dare tutto questo a una donna che lo voleva, sarebbe stato falsità".
Quel discorso mi toccò nel profondo.
Era stato sincero.
E davanti al tramonto sul mare, in inverno, gli credetti.
"Però sarebbe stata felice" osservai sorridendo.
"I soldi non fanno sempre la felicità" disse guardandomi.
E quello sguardo mi fece rabbrividire.
"Su una cosa siamo d'accordo" annuii.
"Entriamo?"
"Sì".
Faceva un freddo assurdo e non c'era la luce, il tramonto stava calando e ci trovammo al buio.
"Ottimo" rise nervoso, "sei sicura di non voler andare in hotel?".
"Tu problem solving zero" lo accusai scherzando.
"Basti tu per entrambi" mi rispose piccato.
"Allora accendimi la torcia del telefono" dissi divertita.
"Giochiamo a Indiana Jones?" mi rispose decisamente offeso.
Era permaloso anche lui.
Altro tratto in comune.
"Non proprio, ma appena trovo qualcosa per accendere il fuoco possiamo fare altro con le corde" allusi maliziosa.
Gli uscì una specie di suono spezzato dalla gola e scoppiai a ridere:
"Scherzo, non farei mai una cosa del genere. Non con te, almeno".
"Basta" mugugnò.
Aprii lo sportello della cucina e trovai un po' di diavolina per accendere il fuoco. Era stato più facile del previsto.
Mi inginocchiai davanti al camino e feci una capannella con i legnetti più piccoli inserendo la diavolina sotto, presi il suo accendino e feci scattare la fiamma. In tre minuti aveva preso vita un bel fuocherello, misi sopra un pezzo di legno più grande e mi sedetti sul bordo del camino per godermi il tepore.
"Dimmi che sai anche uccidere qualche animaletto" disse sedendosi sul bordo del camino davanti a me.
"Beh, so uccidere piccioni e conigli ma la cosa mi fa abbastanza schifo, perché?" mi ritrovai a chiedere, non capendo.
"La prossima volta che mi fai incazzare ti lascio in un bosco o in mezzo alla montagna, tanto sai sopravvivere".
Scoppiai a ridere di gusto e mi venne dietro anche lui.
Decisi di stare al gioco.
"E quando ti avrei fatto incazzare?"
"Prima quando sei scappata via perché non volevi il regalo".
"E poi?" lo stuzzicai.
"Quando hai lasciato i fiori sul marciapiede".
Risi di nuovo.
"E poi?".
"Quando ti ho visto con la scatolina a forma di cuore in mano" ammise, guardandomi di sbieco.
"Eri geloso?" lo punzecchiai.
"No" mi guardò storto.
"No? E perché te ne sei andato dicendo che era un tirchio e poi hai detto di non voler sfigurare di fronte a quell'altro?" lo pungolai ancora.
"Forse".
"Forse cosa?".
"Forse ero geloso" ammise, guardandomi negli occhi.
"Perché?" chiesi, non aspettandomi quella risposa.
"Perché mi piace regalarti le cose".
"E non vuoi che me le regalino anche altre persone?".
"No".
"Perché?".
"Non lo so" rispose sincero.
Calò un silenzio imbarazzante, aveva appena ammesso che era geloso e la tiepida luce del camino rendeva tutto più romantico, avrei quasi potuto baciarlo con quell'atmosfera.
Subito dopo mi sentii una stupida, mi ero fatta duecento chilometri perché ero incazzata e non volevo più vederlo.
"Resta il problema di che cosa mangiare a cena" mi disse per spezzare il silenzio che forse era imbarazzante anche per lui.
"Se vuoi vado a cacciare un coniglio" dissi scherzando come prima.
"Già che ci sei puoi anche pescare qualcosa in mare" sorrise.
Scoppiai a ridere:
"Mi sa che la skill mi manca, in Umbria il mare non c'è".
Mi alzai aprendo lo sportello della cucina e tirai fuori due Saikebon, glieli agitai davanti, presi una pentola e la riempii d'acqua appoggiandola sulla catenella sopra il fuoco.
Sembrava quasi che qualcuno avesse previsto il nostro arrivo lì, prima o poi.
Mi tolsi il cappotto, là davanti si stava bene.
Mi guardai i vestiti ed erano completamente sporchi di nero sul davanti, probabilmente quando avevo attaccato la macchina con il filo di ferro mi ero macchiata.
Legai i capelli e cercai di togliere lo sporco con un po' d'acqua e uno straccetto.
"Vuoi il mio maglione?" mi chiese, premuroso.
"E tu?".
"Ho la camicia e mi metterò una coperta addosso".
"Sono tutta appiccicata" costatai.
Quei vestiti mi facevano abbastanza schifo, ma non avrei ammesso che avevo bisogno del suo maglione.
Se lo sfilò e me lo diede.
Mi tolsi le scarpe e iniziai a slacciare i pantaloni, mi guardò scioccato e disse:
"Almeno avvertimi".
"Da come mi guardavi ad Halloween pensavo ti piacesse" lo provocai.
"Hai sempre la lingua così lunga?" mi rimbeccò.
Non lo aveva negato.
"Non sai quanto" dissi con voce ancora più maliziosa mentre mi toglievo anche la maglietta e infilavo il suo.
"Sara!" gli uscì un suono strozzato dalla bocca.
Risi.
"Ho fatto".
Si girò e mi squadrò da capo a piedi, per fortuna mettevo sempre le calze pesanti sotto i jeans d'inverno.
Mangiammo in silenzio, guardandoci.
Era strano stare lì, ero arrivata con le peggiori intenzioni e ora ci stavamo di nuovo punzecchiando a vicenda come avevamo fatto le altre volte.
Mi accomodai meglio sul bordo del camino e lui mi disse che sarebbe andato a prendere una coperta.
"Ma dove dormiamo?" gli chiesi.
"Le camere da letto non mancano ma non so se solo il camino riesce a riscaldarle, conviene dormire in sala".
"Dici sono troppo pesanti da spostare i divani?".
"Perché?".
"Qua è già caldo" dissi ovvia.
Mi avviai di là con la torcia del telefono e adocchiai una poltrona e un divano, la poltrona riuscii a spostarla da sola mentre lui stava cercando qualcosa da metterci addosso.
"Che stai facendo?" chiese tornando giù con in mano quattro coperte giganti.
"Sto spostando il divano" risposi ovvia mentre lo spingevo di peso.
"E non mi potevi chiamare?" disse guardandomi di sbieco.
Con la sola luce del telefono sembrava ancora più minaccioso.
Alzai le spalle.
"Eri di sopra".
"Mica ero dall'altra parte del mondo, potevi aspettarmi".
Ce l'avrei fatta anche da sola.
Portò di là le coperte e mi disse:
"La poltrona l'hai portata di là tu?" quasi urlando.
"Certo".
"La tua smania di fare le cose da sola può essere una malattia, lo sai?".
Mi misi a ridere.
"Allora aiutami a spostare questo maledetto divano invece di blaterare" lo presi in giro.
Lo portammo di là senza problemi, quei bicipiti stavano servendo a qualcosa.
Mandai un messaggio alle mie amiche dicendo che avrei dormito fuori e che era tutto okay, avrei raccontato tutto appena tornata.
"Non usare troppo il telefono" mi sgridò.
"Chi ti credi di essere?" lo rimisi subito al suo posto.
Sospirò e mi rispose: "ti serve il navigatore domani, a quanto hai la batteria?".
"Quaranta per cento".
"Spegnilo per piacere".
"Va bene, papà" lo accontentai, spegnendo quell'aggeggio.
Non ero abituata a qualcuno che si preoccupasse per me e non capivo se mi desse fastidio o mi piacesse.
Mi stava decisamente prendendo sonno e mi sdraiai sul divano.
Mi appisolai con il tepore del fuoco.
A notte fonda mi svegliai, sentendolo che si muoveva in continuazione sulla poltrona.
"Stai scomodo?" sussurrai.
"Ti ho svegliato?".
"Rispondi alla mia domanda".
"No, sto bene".
"E perché ti muovi in continuazione?" lo punzecchiai.
"Quindi ti ho svegliato" costatò ovvio.
Mi alzai dal divano e lo guardai, aveva i capelli tutti scompigliati.
"Facciamo a cambio?" gli proposi.
"Assolutamente no".
"Prometti di non toccarmi".
"Eh?" mi guardò stranito.
"Vieni a dormire qua, ma non toccarmi" spiegai meglio.
"Staremo appiccicati, Sara" deglutì.
"Beh, quello è ovvio, prometti di non allungare le mani".
"Ma per chi mi hai preso? Non farei mai una cosa simile" mi rispose piccato.
"Promettilo".
Sbuffò esasperato.
"Lo prometto".
Mi alzai, lo feci sdraiare e mi accoccolai accanto a lui, mi aggiustai meglio.
Lo sentivo palesemente a disagio là dietro ma decisi di ignorarlo e chiusi gli occhi, era decisamente imponente dietro di me e mi faceva sentire al sicuro anche se un po' più scomoda.
Mi riaddormentai.
♡
Pov Michele
Mi aveva concesso di dormire sul divano con lei, non che avessi disdegnato l'offerta perché quella dannata poltrona era scomodissima per dormire, ma l'idea di stare tutta la notte con lei attaccata addosso non prometteva bene.
Probabilmente non avrei dormito per niente.
Mi fece promettere di non toccarla, mi piccai sul momento perché non avrei mai fatto una cosa simile ma i pensieri sarebbero stati tanti, troppi.
Mi sdraiai sul divano cercando di schiacciarmi contro lo schienale, ero rigido, in ogni parte del corpo.
Appena la sentii addosso ebbi un sussulto, era morbidissima e profumatissima. Se solo fosse stata mia avrei affondato il naso sui capelli, l'avrei attirata ancora più vicina e ci avrei dormito letteralmente sopra.
Ancora una volta rimasi stupito di come era andata la serata, era arrivata incazzata come una iena, mi aveva tirato il pacchettino in macchina ed era corsa via.
Seguirla era stato divertente, vederla come prendeva quelle dannate curve con quella macchinina da poco a quella velocità mi aveva letteralmente fatto eccitare sul volante, subito dopo, però, mi ero reso conto che probabilmente stava correndo troppo e che quel motore non avrebbe retto tutti quei chilometri a quella velocità.
Quando svoltò su quella stradina di campagna la stavo letteralmente seguendo con il cuore in mano, speravo che si fermasse finché non mi inchiodò davanti.
Probabilmente in quell'occasione avevo perso quaranta anni vita, ero sicuro che la macchina non avesse retto l'impatto e avevo chiuso gli occhi per non vederla cappottarsi.
Se le fosse successo qualcosa, l'avrei portata sulla coscienza.
Quando l'avevo vista solo un po' fuori strada e uscire dalla macchina con le sue gambe, senza un graffio, ringraziai tutti i santi del paradiso che non avevo mai pregato.
Poi mi aveva stupito rimettendo in carreggiata la macchina e trainandola, era praticamente un uomo di mondo incarnato nel corpo di una ragazzina sexy e sensualissima, avrei persino potuto eccitarmi mentre alzava la macchina con il crick. Tutto ciò mi aveva turbato, non avrei mai pensato che una donna così indipendente potesse eccitarmi come nessuna aveva mai fatto in ventotto anni di vita.
Quando ero salito sulla sua macchina, inoltre, avevo sentito un brivido su tutto il corpo.
Quel profumo era celestiale.
E non avevo potuto fare a meno di notare che anche la sua macchina aveva gli interni chiari.
Come i miei.
Guardarla, vederla all'opera, sentire la sua testardaggine, annusare il profumo e semplicemente starle accanto era una tortura.
Forse era questo quello che intendeva lasciarmi mio nonno, farmi capire che le bamboline viziate di cui mi circondavo non erano l'essenza della vita, non erano quello che era giusto per me.
Abbassai lo sguardo sul suo viso, i capelli le erano un po' finiti sul volto, il nasino dritto era uno spettacolo, le labbra socchiuse e rilassate mi facevano impazzire e il fuoco ancora acceso le proiettava l'ombra delle ciglia sulle guance.
Sembrava disegnata da Walt Disney per quei stupidi film con le principesse. Solo che lei non aspettava il principe azzurro.
Mi arrivò dritto in faccia quello che voleva farmi capire, e sentii quasi le sue parole dirmi che no, la donna indipendente non era un male, forse faceva paura, ma poteva essere al tempo stesso femminile e raffinata e che era il tassello più importante per costruire una relazione solida.
Su che cosa era basata la relazione tra me e Ilaria?
Su qualche borsetta firmata e un po' di sesso fatto per sfogare gli istinti ogni tanto.
E su che cosa stavo costruendo il rapporto con Sara in questi mesi?
Molto di più. Andare da lei mi divertiva, le sue battute erano sinonimo di una mente brillante, la sua indipendenza mi faceva capire che qualunque persona era un aggiunta che sceglieva nella sua vita perché ce la faceva da sola, ripudiava i miei soldi perché non era quello a cui mirava.
Mi venne spontaneo spostarle quella ciocca di capelli sul viso e per farlo sentii per la prima volta la morbidezza della sua guancia, sembrava seta.
Mi aveva fatto promettere di non toccarla ma averla così vicina minava il mio autocontrollo.
Quei pensieri mi spaventavano.
Non era più solo il suo corpo a mandarmi fuori di testa.
Per quanto mentissi a me stesso, lo sapevo.
Sapevo che il suo carisma mi incuriosiva.
Decisi di appoggiare la testa sul bracciolo del divano e poco dopo mi addormentai sentendo il ritmo regolare del suo respiro.
Mi svegliai con la luce che mi colpiva gli occhi, prima di aprirli, però, mi godetti il tepore delle coperte e del sole sul viso, ero paradossalmente comodissimo e rilassato.
Aprii gli occhi e mi trovai in una posizione diversissima da quella in cui mi ero addormentato, con lei spiaccicata sopra.
La guardai, era letteralmente avvinghiata a me e di prima mattina era una visione.
Io ero sdraiato a pancia in su, con un braccio sotto la mia testa e uno che, senza volerlo, le circondava le spalle e le sorreggeva la schiena per non farla cadere.
Le coperte si erano spostate e potevo vedere la sua guancia appoggiata sul mio petto, i capelli mi solleticavano il braccio e le ricadevano morbidi sul viso.
Appena realizzai che, quel peso piacevole non erano le coperte, ma la sua coscia avvinghiata al mio bacino e decisamente troppo vicino alle mie mutande rischiai di avere un infarto.
Sentivo tutto il suo corpo sul mio busto e la sensazione mi piaceva da morire.
Mi mossi un po', la gamba in quella posizione mi stava eccitando troppo e sentivo che i pantaloni eleganti mi stavano tirando terribilmente.
"Mhh" mugolò stiracchiandosi e finendo ancora di più sopra di me.
No, non così, piccola, sono un uomo anche io, non un pupazzo.
Aprì gli occhioni verdi ancora assonnati e mi guardò, era illegale uno sguardo così di prima mattina... cercai di controllarmi.
"Che ore sono?" mi chiese con una vocina innocente che non avevo mai sentito.
"Buongiorno, non lo so, credo le otto e mezza".
"Buongiorno" mi rispose stiracchiandosi ancora di più e premendomi addosso quel corpo statuario, non si rendeva conto che mi stava uccidendo?
Poi si rese conto della posizione in cui stava e mi disse stupita:
"Come ci siamo finiti a dormire così?".
"Non lo so, giuro che non ti ho toccata" dissi per discolparmi, probabilmente avevamo cambiato posizione nella notte e non ce ne eravamo accorti ma non avevo mai dormito così comodo.
"Allora mi sa che ti ho toccato io" disse lei, maliziosa.
Deglutii non riuscendo a rispondere.
Spostò la coscia da sopra il mio bacino e andò a urtare contro il mio inguine sentendo l'effetto che mi faceva.
"Michele!" mi urlò con gli occhi spalancati.
"È mattina" bofonchiai, mettendomi le mani sopra la faccia, probabilmente ero arrossito.
"Ah sì? E sei così rigido tutte le mattine?" mi provocò lei.
Volevo morire.
"Ti prego non mi torturare così" dissi mettendomi le mani tra i capelli, ero al limite.
No, non ce l'avevo così duro tutte le mattine, diamine, perché di solito mi svegliavo da solo e non con una dea attaccata addosso che mi strusciava le gambe sulle mutande e mi si stirava sopra.
Inspirai cercando di calmarmi e lei si alzò mettendosi in ginocchio sul divano.
"Non posso dormire ancora un po'?".
"Sì, io vado a prendere la colazione nel mentre" e colsi la palla al balzo per alzarmi, dovevo staccarmi da lei o non avrei risposto delle mie azioni.
Si sdraiò di nuovo sul divano e si riaddormentò, io misi un pezzetto di legno sul fuoco e andai in bagno.
Mi appoggiai al lavandino e aprii l'acqua per sciacquarmi la faccia.
Non sapevo come avevo fatto a non toccarla, l'istinto era stato di inchiodarla sotto di me e prenderla finché non sarei crollato stanco morto.
Non mi ero mai eccitato così per una cosa del genere, Mr. lo faccio solo a missionario e a luci spente era decisamente andato a farsi benedire, se un giorno avessi potuto farlo, l'avrei voluta vedere in faccia mentre stava sotto di me.
Mi si presentarono alla mente una serie di immagini abbastanza calde, lei nuda su quel divano, con quelle gambe chilometriche avvinghiate al mio bacino e io che spingevo mentre guardavo il suo viso in estasi, le labbra dischiuse e rosse per i baci, le guance arrossate per il piacere, i gemiti che mi avrebbero fatto crollare in mezzo secondo.
Guardai le mie mutande, mi stava facendo male.
Era, probabilmente, poco etico, ma le abbassai e mi sfogai con quell'immagine in mente.
Guardai l'orologio, erano le nove.
Cercai di pettinarmi, infilai il cappotto e uscii a prendere la colazione.
Presi anche un carica batterie portatile, l'idea di saperla in strada con il telefono scarico mi faceva morire.
Tornai alle dieci vedendola ancora sdraiata sul divano ma con gli occhi aperti, si girò a guardarmi e mi sorrise. "Ho fame".
Le agitai il sacchetto davanti e lei si alzò subito dal divano e si accomodò davanti al fuoco.
Prese il cappuccino ancora caldo in mano e, versandoci lo zucchero, ne prese un sorso.
Mangiammo e le diedi il caricabatterie.
Si allungò sul divano felicissima tirando su le gambe e dondolandole.
Dio, era bellissima.
Ero fottuto, porca troia.
Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top