Capitolo 20

Quella sera, Gjirokastra era senza luna. Pioveva, forte.

Goccioloni colmi d'acqua cadevano pesantemente al suolo, sulla città albanese, rompendosi in ancora più minuscole gocce di pioggia. Sebbene non fosse Inverno inoltrato, si respirava già un'aria umida, carica di freddo e di qualche fiocco di neve che tra qualche giorno avrebbe inondato la città.

La pioggia di quella sera era inquieta, tempestosa. Gli alberi dei piccoli parchi oscillavano al ritmo di un vento impetuoso, che non prometteva nessuna tregua o voglia di fermarsi. I vicoli in pietra prendevano un aspetto gotico, con sole poche luci esterne accese e il buio che oscurava gli angoli delle case, alcune malridotte e altre sbarrate. Chiunque poteva passare di lì, avrebbe sentito una tensione invisibile sul proprio corpo, come se qualcuno lo stesse seguendo o come se avvertisse la strana sensazione che la sua vita sarebbe terminata da lì a poco.

Un rumore sordo, quasi spaventoso, si rifletteva sui tetti di pietra delle case. Animali piccoli che correvano o gatti che inseguivano i topi. Per quel vicolo, a quell'ora, i negozi erano già chiusi. Cartelli con su scritto: Closed, venivano messi davanti i vetri. E questo valeva per il panificio, la vinoteca e un negozio d'alimentari dietro l'angolo.

Il posto era perfetto. Sembrava quasi studiato a tavolino e guardando il cielo notturno, un'ombra avvolta da un completo scuro e un cappello Fedora nero a coprire il capo dalla pioggia, pensò sinceramente che la provvidenza gli stava dando una mano.

Solo un negozio restava aperto. La tabaccheria. L'ombra si fermò sotto un lampione, aspettando che le luci del locale furono spente. Poco dopo, anche il proprietario uscì, chiudendo il negozio. Un sorriso sadico si dipinse sulle sue labbra. Non se lo ricordava così, il sig. Milon, come sua madre gli aveva sempre detto di chiamarlo in età adulta. La parola "papà" non era mai uscita dalle sue labbra scure e non aveva mai sentito il suo tono profondo pronunciarla. Davanti a se aveva solo un estraneo con un'unica cosa in comune: il sangue nelle vene. A malincuore, era pur sempre suo figlio.

Lavdor era stato preso in giro molte volte, specie dagli altri ragazzini. L'appellativo più carino che gli avevano dato era uno della quale si rispecchiava benissimo: zingaro. Ricordava di non aver provato rabbia o delusione, solo indifferenza. Esattamente come loro, lui si spostava in continuazione da città a città, raramente se ne stava in un posto per più di un anno e aveva un modo di fare che a pochi piaceva. Un nome più azzeccato di quello principale.

Milon non l'aveva visto. Nel buio, si stava addentrando in un vicolo poco illuminato, che portava al centro storico di Gjirokastra. Lavdor prese a camminare e gli tagliò la strada, mettendosi sul suo cammino.

<< Ci conosciamo? >> Chiese l'uomo, buttando fuori dalla bocca una boccata di fumo appena respirata.

<< Dovremo, in teoria, sì. >> Lo zingaro si levò il cappello dalla testa e venne sotto la luce del lampione. Nel suo volto scuro solo gli occhi celesti brillavano di luce propria. Era come un punto bianco su un foglio nero. Un marchio indelebile che lo distingueva dagli altri.

<< Lavdor. Che ci fai qui? >> Niente sorpresa, niente emozione, niente espressione felice. Del resto non si aspettava un'accoglienza diversa.

<< Io e te dovremo parlare, padre. >> Marcò a posta l'ultima parola, lanciandogli uno sguardo di sfida.

Milon aveva un ghigno insopportabile dipinto sul volto, che andava a sfociare in una smorfia ironica. << Tua madre ha ancora bisogno di soldi? Non le basta mai! >>

<< No, non sono qui per lei. Lavora, lo sai bene. Non gli servono i tuoi soldi. >> Precisò, con voce infastidita dal fatto che quell'uomo potesse pensare che sua madre sarebbe corsa nuovamente a chiedergli aiuto. Lui era stato preciso su quel punto: non si sarebbe più rivolta a lui. Altrimenti sarebbe stato Lavdor stesso a presentarsi dalla moglie di Milon –della quale aveva una figlia di appena tre anni- e gli avrebbe detto tutta la verità. Un retroscena difficile da digerire per una come lei. Sapeva che era d'origini russe e si era trasferita nella città Albanese solo da poco. Lì a Gjirokastra c'era la fortuna di sapere tutto di tutti. Non gli era stato difficile raccogliere le informazioni che gli servivano.

<< Lo credo bene. >> Lasciò sul vago la frase, ridacchiando in modo maligno. Lavdor faticò parecchio nel non lanciarsi addosso a lui e strangolarlo seduta stante. << Allora perché sei qui? Cosa vuoi? >>

Lo zingaro prese un lungo respiro nei polmoni, incamerando aria nuova, fresca di una notte tempestosa di sangue. In sottofondo, vi erano solo le gocce che cadevano pesantemente sulle loro teste, ritrovandosi imbevuti entrambi d'acqua.

<< Sono anni che aspettavo questo momento. Il giorno in cui avrei potuto sputarti in faccia il veleno che per giorni, settimane e mesi, ha tentato di avvelenarmi. Il tuo. Finalmente trovo la forza e il coraggio per dirti che non ti ho mai reputato un padre, anzi... mi facevi schifo quando alzavi le mani su mia madre. Su una povera donna indifesa. Era più giovane di te, lo sapevi. Sapevi cosa sarebbe successo... eppure l'hai costretta a scegliere te. >> Rabbia, rancore, erano emozioni che non portavano mai nulla di buono. Queste erano sempre state le parole di sua madre, Yvonne, quando era bambino. Aveva tentato con tutte le sue forze di non alimentare astio ed odio verso il padre poco attento, poco premuroso e poco presente. Col tempo, Lavdor aveva capito dove stava la verità e dove stava la menzogna. Se Yvonne gli avesse confessato di essere figlio di qualche altro suo cliente anziché di Milon, non gli avrebbe arrecato alcun dolore. Sarebbe stata una delle poche notizie belle della sua vita.

Ma per quanto si sforzasse di credere in qualcosa che non c'era, Lavdor sapeva che la verità ce l'aveva davanti agli occhi. Stesso sguardo tenebroso, stessa carnagione scura, stessa fronte alta. La realtà gli faceva schifo peggio dell'infanzia che aveva avuto, ma non c'era altro da aggiungere: Milon era suo padre. Biologico. Pensò amaramente lo zingaro.

<< Io non ho costretto proprio nessuno. E' stata lei ha volere questa vita. Sai... tua madre ha sempre avuto una natura, come dire... abbastanza libera. >> Marcando l'ultima parola con ironia, Milon scoppiò a ridere, ben sapendo quanto male stava facendo al figlio, umiliando ancora una volta la madre con il solo uso delle parole.

<< Sei un fottuto bastardo! >> Esclamò rabbioso lo zingaro, quasi ringhiando. E ancor prima che Milon potesse incamerare quelle parole, che con la pioggia riusciva a sentire ben poco –anche per via delle distanza che tenevano- Lavdor si avventò su di lui, mollandogli un pugno alla guancia destra.

Colto di sorpresa, Milon cadde a terra. Il suo cappello fece altrettanto, rivelando dei corti e mossi capelli corvino, similissimi a quelli del figlio. Sulla pelle scura, ora, una piccola chiazza di sangue si era formata sulla mano, proveniente però dalla bocca. Non provò a rialzarsi, fece vagare solo lo sguardo dai san pietrini bagnati del vicolo al figlio. Ora gli puntava una pistola contro.

Qualcosa che non si aspettava però, sorprese Lavdor. Suo padre, sanguinante e a terra, prese a ridacchiare. Aveva bevuto? Il suo alito non sembrava puzzare di alcol, così come i suoi vestiti. Era a faccia a faccia con la morte e lui ridacchiava? Non riusciva proprio a capirlo.

<< Che hai da ridacchiare tanto? La morte ti diverte? >>

Milon smise poco a poco e, serio, guardò il figlio negli occhi. Erano ghiaccio contro ghiaccio. << So perché mi odi così tanto. >>

<< Ci sei arrivato finalmente. >>

<< Non mi odi per quello che ho fatto a tua madre. Tu mi disprezzi perché temi di diventare come me. Ma ti do una notizia che non ti piacerà, Lavdor: tu sei come me. Guardati. Gli stessi occhi, la stessa fronte importante, lo stesso colorito scuro di pelle. >>

Stava cercando di distrarlo, lo sapeva. Ma allora perché, improvvisamente, quelle parole gli procuravano fastidio? Perché sentiva dentro di lui una molla che voleva a tutti i costi saltare in aria? Lui odiava Milon per quello che aveva fatto a sua madre, certo... ma c'era davvero dell'altro?

No. Questo uomo è un pazzo.

<< Non c'è nulla di quello che dici tu. Un colore degli occhi, così come un colore della pelle o un dettaglio del viso, non fanno di me un uomo come te. Io non sarò mai un mostro. >> Lavdor sentiva, sempre di più, quel dito pesare sul grilletto non ancora premuto.

<< Prendi in giro te stesso quanto vuoi, figlio. Il tempo mi darà ragione e, da un altro posto, mi farò un sacco di risate nel vederti prendere consapevolezza di ciò. Sei il mio ritratto, anche caratterialmente. Uccidimi, se vuoi. Ma non basterà a togliermi di mezzo. Perché quando ti specchierai, quando ti addormenterai nel tuo letto o tra le braccia di una donna, io ti ritornerò in mente. Sempre. Sarò il tuo tormento. >>

Non era certo di aver sentito l'ultima frase. Era certo solo del nervoso che aveva preso il sopravvento, certo del leggero tremolio alla mano, certo che voleva ucciderlo. E quando vide il corpo del padre accasciarsi definitivamente a terra, istintivamente guardò la canna della pistola. Era fumante. E il rumore di poco prima, unitosi ad un tuono di temporale, era stato procurato dall'arma. Poco a poco, Lavdor prese certezza di ciò che aveva fatto: aveva premuto il grilletto. Aveva ucciso suo padre.

*****

Continuava ad osservare la pistola, chiusa ormai in una teca di legno, più lunga che larga. Al suo interno, una P08 Luger vi riposava. La canna lunga e nera era ormai fredda, il manico di un marrone scuro –rivestito in quella che sembrava una similpelle di serpente- era in uno stato pari al nuovo.

Ancora una volta, aprendo quella custodia, aveva ricordato quella sera. Succedeva spesso, quando la guardava. E ogni volta era come rivivere quel momento, più tetro che gioioso. Ricordava il sangue che era schizzato fino alla sua camicia e come, con l'aiuto di Keler, siano riusciti a sbarazzarsi del cadavere. Nella mente, però, continuavano a ritornare le parole di Milon.

Io ti ritornerò in mente. Sempre.

Le ultime parole che aveva sentito davvero.

Per alcune settimane aveva pensato che suo padre, in qualche modo, potesse aver ragione. Che il sangue non mente mai e che fosse destinato ad essere un mostro come lui. Ci aveva pensato quando aveva violentato Modesty e ancora se ne vergognava. Quando però l'aveva perdonato, si era sentito l'uomo più felice al mondo. E ben presto avrebbero ricominciato una nuova avventura, la gestione di un locale notturno insieme. Non vedeva l'ora. No, suo padre si era sbagliato in tutto.

Riponendo con cura la custodia in un doppio cassetto segreto della scrivania, Lavdor lo chiuse a chiave, mettendo quest'ultima all'interno di un libro. Prese la giacca nera dello smoking posta su una sedia e la indossò, proprio nel momento in cui la porta della camera degli ospiti fu aperta.

<< Oh, sei tu. >> Disse Lavdor, osservando Keler entrare nella stanza.

<< Mi chiedevo quanto ti ci voleva ancora per scendere. Madame è già pronta e giura di far venire giù tutto il locale se non ti presenti nella hall tra cinque minuti. >> A stento Keler riuscì a trattenere una risata. Anche lo zingaro, però, aveva scoperto –negli ultimi giorni- che quando si parlava di Madame Pussy, Keler aveva gli occhi che gli brillavano e sempre il sorriso sulle labbra. Un particolare, quello degli occhi, che gli aveva fatto notare proprio la sua ballerina.

<< Sono quasi pronto. Ma Modesty dov'è? >> Chiese in seguito, sistemandosi le maniche della giacca.

<< L'ultima volta che l'ho vista era diretta nella vostra stanza. >>

<< Sta male? >>

<< Non penso. >>

Lavdor finì di prepararsi e guardandosi un'ultima volta allo specchio, lanciò un'occhiata alla figura di Keler dietro di se. << Vai a dire a Madame che sarò subito da lei. Il tempo di salutare Modesty e scendere le scale. >>

<< Agli ordini, capo. >> Detto ciò, Keler tornò nuovamente al piano di sotto con un ghigno insopportabile sulle labbra.

Lavdor si sistemò ancora una volta il papillon e, con una mano in tasca, uscì dalla stanza. A passo svelto si diresse verso la stanza che condivideva con Modesty, sperando di trovarla lì. Gli aveva già detto di non sentirsela molto nell'accompagnarlo, per via di un mal di testa, ma proprio non voleva andare lì senza salutarla. Aprì la porta della stanza, rivelando la bellezza dei mobili antichi, il letto intatto così come il guardaroba. Anche il bagno era vuoto. Sembrava proprio che si sarebbe goduto lo spettacolo all'Olympia senza salutarla. Con un'espressione delusa sul volto si avviò verso il piano terra. Non voleva subirsi un altro rimprovero da Madame sulla puntualità.

Uscendo dal The Mistress, però, si guardò più volte indietro. Anche prima di salire sul taxi. Sembrava che qualcosa lo stesse chiamando, una voce. Ma ancora una volta diede la colpa ai ricordi e a quella benedetta pistola riposta in una teca di legno come se fosse un oggetto prezioso. In una cosa, però, suo padre ci aveva azzeccato: l'avrebbe torturato anche da morto.

*****

Aveva iniziato a piovere.

Di bene in meglio.

Edith continuava a mantenere lo sguardo fuori dal finestrino, sul traffico affollato di una Parigi notturna in movimento. Erano ormai le undici di sera e sentiva il cuore battere all'impazzata, sembrava un cavallo in corsa. Nella testa tante emozioni, tra le quali anche la paura. La paura di non arrivare in tempo, la paura di fallire, la paura di non mantenere la promessa fatta ad Yvonne.

Alcune lacrime erano scivolate sul suo viso durante il viaggio e, sebbene sentisse lo sguardo di Peter su di se, era rimasto indifferente per tutto il tragitto. Cosa molto gradita per Modesty. L'ultima cosa che voleva erano i suoi rimproveri o il suo sarcasmo. Voleva solo vedere al più presto la scritta rossa del teatro, entrare e urlare a squarcia gola, più di quanto poteva.

Solo quando la vettura del poliziotto si fermò, riconobbe nell'oscurità il viale dell'Olympia. Erano finalmente giunti a destinazione. Alcune persone ben vestite stavano già uscendo, segno che lo spettacolo era già concluso. Una strana sensazione si fece largo dentro di se.

<< Vengo anche io. Ti copro le spalle. >> Disse Peter, spegnendo il motore e uscendo dalla vettura, imitato poco dopo dalla giovane.

Modesty si mischiò alle persone che stavano uscendo. Si sentiva all'arrivo di una maratona, allo stremo delle forze, ma riusciva ancora a tenere un filo unito. Non si sarebbe fermata fino a quando non avrebbe visto il suo Lavdor sano e salvo, libero anche dalle grinfie della polizia.

Dio, ti prego. Aiutami.

Non l'aveva mai pregato abbastanza, lo riconosceva. Ma mentre faceva vagare il suo sguardo tra i volti dei presenti, a lei sconosciuti, lo implorò di fargli rivedere il suo zingaro, anche solo per un'ultima volta. Fu allora che lo vide, all'uscita del teatro. Sorridente e stretto al braccio di una bellissima Madame Pussy, superba nel suo abito rosso fuoco. Stava parlando con il proprietario del teatro e, mentre si avvicinava, poteva sentire che lo ringraziava dell'invito.

<< Lavdor! >> Lo chiamò, urlando quasi.

Non vide se Peter era ancora dietro di lei, non gli importava. Voleva solo salvare l'uomo che amava, era la sua principale priorità.

Lo zingaro guardò davanti a se, ritrovandosi la sua ballerina davanti. Anche Madame sorrise, sorpresa ma felice.

<< Modesty! Prima di uscire, Lavdor, ti ha cercata ovunque. Dov'eri? >> Le chiese Madame, correndo ad abbracciarla.

Edith l'abbracciò rapidamente, cercando di apparire calma in quella situazione. Il panico non si era ancora riversato sulla folla. << E' una lunga storia. >> Poi si voltò verso lo zingaro, che la guardava con lo sguardo sereno e sorridente. << Devi scappare! Stanno venendo a prenderti! >>

Lavdor si scambiò uno sguardo con Madame, divenuto serio all'improvviso. << Chi? >> Chiese, in direzione della ragazza.

<< La polizia. Sa i crimini della quale ti sei macchiato e stanno venendo a prenderti! >> Si guardò ancora intorno. << Non c'è tempo! Dovete scappare! >>

<< E lasciarti qui? Neanche per idea, vieni. >> Lavdor si avvicinò a Modesty, prendendola per un braccio gentilmente e facendola accostare a lui. Riuscì a fare solo tre passi, prima di sentire un rumore. Uno sparo. Ancora una volta gli sembrò di sognare, di tornare a quella notte di tanti anni fa. Tanto che, stavolta, riuscì a rivedere persino il sangue schizzato sulla sua camicia. Si erano aggiunte anche le urla della gente intorno, che prima non c'erano.

<< Lav-Lavdor. >> Il suo nome arrivò alle sue orecchie in un flebile sussurro sforzato. Lo zingaro si voltò verso Modesty e la vide con lo sguardo assente, completamente senza controllo del suo corpo. Ancor prima di poter realizzare qualsiasi cosa, se la sentì cadere addosso. I suoni attorno a lui apparirono più reali, le persone iniziarono a correre all'impazzata e Madame, poco distante da loro, si era inginocchiata a terra e, nelle gocce di pioggia che cadevano al suolo, piangeva a dirotto. Altri spari, lo esortarono a voltarsi. Un poliziotto, vicino ad un auto, aveva colpito qualcuno che sembrò riconoscere a stento. Serge de Lancrè stramazzò al suolo, morto sul colpo. Al suo cadavere, però, non davano alcuna importanza.

Il peso del corpo di Modesty lo fece cadere a terra. I suoi occhi chiari erano ancora aperti e la bocca rossa, dal rossetto un poco sbiadito dalla pioggia, era semiaperta. Lavdor la osservò, realizzando cosa stava per succedere. La sua mente era andata a rallentatore e non aveva capito proprio tutto, fino a quando non vide la sua mano sporca di sangue. Del sangue di Modesty.

<< No! Modì! Modì, ti prego, resisti! >> Urlò lo zingaro, prendendo un gran respiro per non crollare a piangere. Non voleva disperarsi adesso.

<< Chiamo un'ambulanza! >> Esclamò Madame, correndo verso l'entrata del teatro, al primo telefono disponibile.

Anche se si era ripromesso di non crollare, non ci riuscì. Lavdor, lo zingaro, l'uomo tenebroso, poco a poco crollò in poche ma grandi lacrime che cadevano da i suoi occhi chiari come il cielo di giorno. Scuoteva il corpo di Modesty e come risposta aveva solo le sue palpebre che sbattevano. La giovane riusciva a sentire a stento le parole che venivano pronunciate dalla bocca scura dell'uomo. Le arrivavano distanti, ovattate.

Non mi lasciare. Non lasciarmi.

Ma era troppo stanca per sentire. Il filo della forza che la teneva ancora in piedi si era spezzato, e adesso era crollata all'improvviso. Edith voleva arrendersi, chiudere gli occhi, dormire. Modesty però non voleva, perché sentiva che se l'avrebbe fatto, non avrebbe mai potuto rivedere il suo uomo, Madame, Keler e il piccolo Sébatien che tanto amava.

Con quelle poche briciole di forza rimaste, alzò una mano, carezzando il volto ormai offuscato di Lavdor. Piangeva. In altre circostanze avrebbe sorriso. Non l'aveva mai visto piangere.

<< Ti a-amo. No-n ti las-lascerò mai. >>

Edith!

La ragazza volse lo sguardo di lato. Una bellissima donna vestita di bianco, da i lunghi boccoli neri, e il sorriso angelico la osservava.

Mamma!

Andiamo, Edith. E' arrivato il momento.

Dagli occhi di Modesty uscirono due lacrime salate. Proprio nell'istante in cui le briciole si tramutarono in cenere e il braccio cadde, senza forze alcune, sul pavimento bagnato. Un altro sparo mise fine alle sue sofferenze, sentendo qualcosa cadere accanto a lei.

Parlami, amore mio. Perché, ti giuro, che tornerò ancora da te.



Wolf's note: 

Finalmente riesco ad aggiornare al penultimo capitolo! Scusate per il ritardo, ma per via di alcuni problemi personali ho dovuto rimandare l'aggiornamento e non ho avuto tempo neanche per avvertire con un messaggio di followers di Wattpad.

Comunque eccoci qui: sarà finita davvero? Non ci resta che attendere l'epilogo per vedere come si concluderà la storia. Questo bellissimo viaggio sta trovando la sua fine e perché sia il più giusto, ho scelto quello che mi sembrava più appropriato. 

Appuntamento con l'epilogo di "Modesty" : Mercoledì 26 Luglio. 

N.B. La canzone messa da Youtube, Speak To Me di Amy Lee, vi consiglio di sentirla per tutto il capitolo. Specialmente per la scena finale, mi ha dato parecchie ispirazioni. 

Volevo ringraziarvi, inoltre, come sempre... voi lettori! <3 Che avete seguito le vicende di Edith fino a qui... e che l'avete amata, altre volte odiata, altre volte semplicemente capita ma non avete condiviso alcune sue scelte. Grazie! <3 Ringraziamenti migliori li farò nelle note dell'epilogo. 

Al prossimo capitolo! Baci,

Wolfqueens Roarlion.


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