. 3 .

Erano distesi lì, su quel terreno fangoso e cosparso di sangue, con i loro volti insabbiati nell'erba verde e i loro occhi spalancati. Le labbra contorte in un'espressione di pura paura.

Non dovrei ricordare così nitidamente quel momento. Ero piccola quando era accaduto, eppure qualcosa sembrava aver scatenato quelle visioni che io volevo rilegare in un angolo della mia mente. Volevo fingere che fosse solo un incubo mostruoso che non sarebbe più tornato a popolare le mie notti insonni. Ma mi sbagliavo. Mi sbagliavo sempre.

Ed ora ero ferma in quell'istante che sembrava durare in eterno.

Fissavo quei due corpi privi di vita, martoriati e ridotti a due involucri vuoti in cui non vi era più nulla. I loro occhi, così belli e colmi d'amore, erano vitrei e spenti.

La loro luce si era esaurita poco alla volta ed io ero rimasta lì, a guardare come, pian piano, tutto ciò in cui credevo mi veniva strappato via con forza e crudeltà. Non avrei più rivisto il sorriso di mia madre e non avrei mai più provato sulla mia pelle il calore dell'abbraccio amorevole di mio padre.

Quasi nemmeno ricordavo come fosse la nostra vita prima di allora. Ricordavo solo l'odore di morte e sangue che imperniava l'aria e la paura quasi paralizzante che mi aveva inchiodata a quell'albero in fiore.

Nulla più.

Ed era un bene, non ricordare. Chi mai l'avrebbe voluto? Nessuno. Eppure io ero alla costante ricerca di risposte. Avevo come l'impressione che quel momento, ormai perduto, racchiudesse tutto il centro della mia esistenza. O, in alternativa, volevo solo rammentare a chi appartenessero gli occhi dorati che mi apparivano in sogno ogni notte, quasi ricordandomi chi ero e cosa rappresentavo per il mondo, per lui.

La sua voce, proprio come il volto ormai cancellato dai brandelli della mia memoria, era distante e sempre sfuggente. Più cercavo di seguirla, di trovare la strada che mi conducesse alla persona che mi guardava con quelle iridi iridescenti, più essa si allontanava. Quasi come se non volesse farsi trovare e come se desiderasse che io non ricordassi affatto. Ma io ricordavo, ricordavo le parole che accompagnavano quello sguardo.

"Chi sei?", mi aveva chiesto.

Tremante e quasi morta di paura, serrai le palpebre per non dover soffermarmi su quegli occhi dorati. Inconsapevole ormai che non ci sarebbe più stato modo di dimenticarli.

"Hanae...", avevo detto tra i singhiozzi, accovacciandomi sempre più contro il tronco dell'albero, la mia unica ancora di salvezza. Volevo solo allontanarmi da lui, volevo solo salvarmi.

Ero terrorizzata che uccidesse anche me, ma non lo fece. Si limitò semplicemente ad allungare una mano nella mia direzione e a sfiorarmi il viso con i polpastrelli gelidi, bagnati di quel sangue rosso che ormai era quasi incrostato. Io tremai incondizionatamente. Non seppi se per la paura cieca o per quella scarica di potere che, improvvisamente, mi attraversò ogni cellula del corpo. Una luce calda ed accecante si risvegliò in me. Il nucleo del mio potere, del dono con cui gli antichi Dei mi avevano benedetta sin dalla nascita. E poi non ci fu più il freddo pungente del terrore a scuotermi e a farmi accapponare le viscere. Non ci fu più la paura della morte o il sapore del sangue sulle mie labbra. Non ci fu più nemmeno il rumore assordante del silenzio che mi circondava.

Non ci fu più nulla.

Ci fui solo io e quel meraviglioso torpore che, d'un tratto, mi aveva riscaldata, avvolta tra la luce candida che proveniva da me. Solo ed unicamente da me.

Mi fu chiesto di fare qualcosa, ma fu in quel momento che la mia mente si svuotò e che i ricordi iniziarono a vacillare, a scomparire dalla mia mente. Non sapevo cosa quell'individuo mi avesse ordinato di fare. Seppi solo che lo accontentai, che feci come mi fu ordinato di fare. E, quando riaprii gli occhi, tutto il mio mondo si tinse di ambra e tutto ciò che mi circondava era sparito. Il luogo in cui mi trovavo non era più quel prato verdeggiante in cui erano morti i miei genitori, bensì una stretta via di Mithra.

Tutto era cambiato, io ero cambiata.

Il mio corpo si era trasformato in quello di una donna e, quando guardai le mie mani, queste non erano più imbrattate dal sangue, bensì dal fango.

Anche la mia veste lo era e sentivo la gola acida a causa del vomito.

Provai a deglutire e tentare di scacciare via quel sapore disgustoso, ma mi fu impossibile. Il mio intero essere venne scosso da brividi incontrollati e l'aria era improvvisamente satura di energia e potere. Di un potere che mi richiamava.

Sollevai il capo ed intercettai lo sguardo di tutta quella fonte di energia. Fu allora che mi paralizzai.

Gli occhi, quelle iridi color ambra così simili alle mie, avevano un qualcosa di estremamente familiare. La loro intensità era in grado di farmi venire le vertigini e mi suscitavano emozioni devastanti a cui non riuscivo chiaramente a dare un nome. Tutto era confuso, surreale.

«Chi sei realmente?» mi domandò quell'individuo sconosciuto.

Battei le palpebre una, due volte, eppure non riuscivo a mettere a fuoco il tratti del suo viso, ma sembrava bellissimo.

Mi portai una mano al petto, nel punto in cui sentivo il mio cuore pulsare ferocemente, e riuscii semplicemente a dire: «Hanae... Il mio nome è Hanae».

Il misterioso ragazzo inclinò il capo di lato, non comprendendo il senso della mia risposta. Che fossi stata io a non capire il vero significato della sua domanda?

Un sorriso malvagio si dipinse su quel viso perfetto e, mentre il suo aspetto si trasformava in quello di un mostro dalla pelle bianca e dalle vene d'inchiostro, disse: «Non importa. La tua fine è vicina».

Il terrore più puro si impossessò di me mentre quelle parole risuonavano nella mia mente, scandendo il tempo istante dopo istante, ed io assistevo alla comparsa dell'essere più spaventoso di tutto il nostro mondo. Quegli occhi color ambra erano diventati due pozzi bianchi in cui non c'era né vita né luce. L'unica cosa che si poteva osservare era la morte, quella che sembrava circondare quel demone e seguirlo ovunque andasse.

Le sue labbra sottili divennero così rosse da sembrare imbrattate di sangue e, solo dopo, mi resi conto che effettivamente era il sangue quello che gli donava quell'insolito colorito. Un rivolo scarlatto gli colò sul mento e lui lo leccò via con la sa lingua biforcuta.

Denti a seghetto, lunghi ed appuntiti come lame, mi vennero mostrate per rivolgermi un sorrisetto compiaciuto e terrificante.

Sentii il panico montare in me e crescere a dismisura quando quell'essere fece il primo passo nella mia direzione. Io ne feci uno indietro, spaventata, ma lui continuò a camminare verso di me fin quando non fui in trappola.

Sbattei la schiena contro un muro alto ed invalicabile e solo allora compresi che ero spacciata. Non c'erano vie di fuga.

Avrei voluto che Elix e Kalon fossero lì, ma loro...

«I tuoi amici non verranno a salvarti» mi annunciò il Risvegliato, spegnendo qualsiasi brandello di speranza in me. «Ho provveduto personalmente a lasciarli fuori dai giochi.»

Il mio cuore sussultò. Non sentii più il mio stesso battito. «C-cosa...?»

Una risata malvagia risuonò nell'aria, frantumando il silenzio quasi surreale che si era venuto a creare. «Li ho uccisi. Uno ad uno.»

Una lacrima solcò il mio viso prima ancora che potessi elaborare quelle parole.

Mi portai una mano alla bocca e scossi il capo, rifiutando la realtà. «No, non è vero...»

«Sì che lo è» ribatté. «Guarda tu stessa.»

Si spostò di lato ed io mi concentrai su quelle strane sagome che si stava lasciando alle spalle. Ci misi qualche secondo per riuscire a distinguere i singoli corpi, ma, quando lo feci, sentii un vuoto incolmabile farsi largo in me.

Accatastati l'uno sull'altro, c'erano dei cadaveri. Di alcuni potevo vedere solo braccia o gambe. Altri, invece, riuscivo a vederli totalmente.

Tra loro c'erano anche i corpi di Elix e Kalon.

I loro occhi erano fissi su di me e sembravano osservarmi, rimproverarmi, darmi la colpa della loro morte. Ed era così. Erano stati uccisi perché avevano provato a proteggermi, perché io ero entrata a far parte della loro vita.

Caddi al suolo ed iniziai a singhiozzare rumorosamente.

Tutte le mie paure più grandi erano improvvisamente diventate realtà ed io avevo ancora una volta perso le persone a me più care.

Ero stata io...

Ero stata io a condurli alla morte e questo non me lo sarei mai perdonata.

Mai.

«Sento la tua disperazione, piccola Eterea, ed è così eccitante...» sussurrò quel mostro alle mie spalle.

«È solo colpa mia...» dissi tra le lacrime.

«Certo che è colpa tua, ma lascia che io ti aiuti a sopportare il fardello della loro dipartita.»

«Come?»

«Lasciati andare» bisbigliò con fare seducente, mentre mi accarezzava le braccia nude con i suoi artigli affilati. «Abbandonati alle tenebre.»

«Ma... ma io non voglio...»

«Vuoi continuare a soffrire? Vuoi continuare a vivere sapendo che la morte ti seguirà ovunque andrai?»

«Io...» iniziai col dire, senza però proseguire.

La verità era che non sapevo cosa rispondere.

«Allora?» mi incalzò.

Il suo tanfo rivoltante mi stava dando il voltastomaco, eppure sentivo un lieve sentore selvatico. Un profumo che mi inebriava.

«Io...» Deglutii a fatica e cercai a tentoni qualunque cosa potessi usare per combattere quel demone.

Le mie dita sfiorarono qualcosa e, senza pensarci due volte, afferrai quell'oggetto, qualunque esso fosse. Mi voltai verso quel mostro spaventoso e lo colpii al ventre, urlando: «Io non voglio!»

I suoi occhi bianchi sgranarono e dalla bocca iniziò a colare del sangue nero come la pece. Si portò le mani all'addome e guardò come quel pugnale lo avesse trapassato.

Estrassi la lama. Era rossa, ma non per via del sangue, bensì del materiale con cui era stata realizzata.

«Sei maledetta dal destino, Eterea» disse il Risvegliato, mentre il suo corpo sembrava tramutarsi in cenere e polvere. I suoi occhi fissi nei miei.

In lontananza sentivo qualcuno che mi chiamava, che evocava il mio nome.

Mi voltai nella direzione in cui sapevo che si trovavano i corpi di Elix e Kalon, ma essi erano spariti. Al loro posto c'era una luce bianca e candida.

Sapevo di doverla seguire, solo così l'incubo sarebbe terminato.

Mi rialzai e lasciai cadere il pugnale che ancora stringevo tra le mie mani. Il tintinnio metallico che produsse mi fece accapponare la pelle, ma volevo solo lasciarmi indietro tutto quello che era accaduto.

Feci un passo verso quella voce che mi sembrava familiare e desiderai disperatamente raggiungerla. Tuttavia, non appena arrivai nei pressi di quella calda luce bianca, il Risvegliato continuò col dire: «E dal destino non si può sfuggire mai».

Non mi voltai a guardarlo, mi lasciai travolgere da quel bagliore e riaprii gli occhi, risvegliandomi di soprassalto.

La prima cosa che riuscii a mettere a fuoco era il viso della mia amica. I suoi occhi da cerbiatta mi guardavano con preoccupazione.

«Hanae, stai bene?» mi chiese immediatamente e sembrava pronunciare quelle parole con un nodo alla gola.

Sbattei un paio di volte le palpebre, cercando di capire dove mi trovavo e, non appena riconobbi i mobili bianchi, le lenzuola di seta e il profumo fresco dei fiori sul davanzale della finestra, capii di trovarmi nei miei appartamenti privati.

Mi misi seduta sul grande letto e osservai nuovamente la mia camera, cercando di convincermi che fosse reale. Dopodiché, riportai la mia attenzione su Elix. Mi stava ancora guardando con paura e terrore.

Annuii. «Sì, credo di sì...» risposi, con voce rauca.

Mi portai una mano alla gola e massaggiai la zona. La sentivo in fiamme e così dolorante da rendere faticoso parlare.

Comprendendo che non capivo il motivo di quell'improvviso mal di gola, Elix si sedette sul letto e disse semplicemente: «Stavi urlando».

Ecco spiegato il perché la mia voce sembrava così graffiante.

«Hai fatto un incubo» proseguì, quasi con imbarazzo e vergogna per le parole che seguirono. Distolse lo sguardo. «Ed io ho avuto paura che quei demoni fossero riusciti ad entrare nelle tue stanze, aggirando la sicurezza di questo palazzo.»

Rimasi immobile nell'udire quelle parole e allora capii che ciò che avevo vissuto non era poi soltanto un incubo da cui voler scappare. Quei mostri avevano davvero penetrato le nostre difese ed ero quasi stata divorata, se non fosse stato per...

In quel momento, misi da parte le mie paure ed i miei pensieri e mi concentrai a guardare con più attenzione la mia amica, colei che si era battuta contro i Risvegliati senza il minimo indugio pur di salvarmi. Permisi ai miei occhi vagare sul suo corpo, alla ricerca di qualunque ferita potessero avergli procurato i demoni e, con mia grande gioia, non sembrava aver subito gravi danni durante il combattimento. A parte qualche livido o qualche movimento più lento del normale, Elix stava bene. Non era stata né graffiata né morsa.

Grazie agli Dei...

«Scusami se ti ho fatto preoccupare...»

Elix scosse il capo, l'espressione sul suo volto stanco era affranto. «Non c'è nulla di cui tu debba scusarti, Hanae. Sono io che devo porgerti le mie scuse.»

Non capii.

Inclinai il capo di lato e la guardai confusa. «Perché mai?»

Quella domanda sembrò farla vacillare. Abbassò lo sguardo, incapace di sostenere il peso del mio. «Perché non sono riuscita a proteggerti, oggi.»

«Non è vero.»

Lei sollevò il capo, sfidandomi ancora una volta a dire il contrario. «Ah no? Stavano quasi per ucciderti. Se non fosse stato per una sentinella che tentava di salvare gli umani, non saremmo qui, in questo momento.»

«Una sentinella...?» ripetei e, in quel momento, mi tornarono in mente gli ultimi istanti di lucidità di quel giorno, poco prima di svenire.

Avevo visto la sentinella di cui parlava Elix combattere contro quel ragazzo sconosciuto.

«Sì» rispose lei, vergognandosene. Aveva le guance paonazze e le iridi castane ardenti di rabbia, sicuramente rivolta verso sé stessa. «Ero stata circondata da quei mostri e, tentando di liberarmene, mi ero allontanata troppo. Quando sono riuscita a tornare indietro, una guardia che non avevo mai visto ti stava prendendo in braccio. Affermava che ti ha trovata in tempo, prima che fosse troppo tardi.»

Mi morsi il labbro e serrai la presa sulle lenzuola bianche. «Ricordo di averlo intravisto prima di perdere conoscenza, ma non stava combattendo contro i Risvegliati.»

«No?» domandò la mia amica, aggrottando la fronte.

Scossi il capo. «No.»

«Non è esattamente ciò che ha racconto. In ogni caso, non sono stata in grado di proteggerti e nessuno dei Risvegliati che sono riusciti ad oltrepassare la barriera è stato ucciso.»

Sgranai gli occhi, sentendo improvvisamente la morsa gelida del terrore. «Nessuno?»

«Nessuno. E come se tutto questo non fosse già sufficiente, il Ministro Willow ha deciso di restare qui, in questo palazzo.»

Non mi stupiva il fatto che Elix non fosse entusiasta di tutto ciò. La sola presenza del rappresentante dei Puri metteva in agitazione qualsiasi Impuro per via del suo palese odio contro la razza.

Persino io mi sentivo intimorita, quasi minacciata dalla sua presenza.

Non era esattamente un uomo che ispirava fiducia.

Ma, a quanto sembrava, le notizie non erano ancora finite.

Elix sospirò e poi disse: «Domani vuole incontrarti nella sede del Consiglio di Mithra».

«Perché mai?»

«È probabile che voglia constatare di persona se la preziosa Eterea in procinto di risvegliarsi sia incolume.»

«Accidenti... Preferirei non doverlo incontrare...»

La sua mano corse a cercare la mia e, non appena entrarono in contatto, l'incantesimo che mi proteggeva si increspò, creando piccole onde azzurre e dorate. «Lo so. Ma penso che prima ciò avviene, prima lui tornerà al Reame degli Antichi e ai suoi doveri.»

Annuii, seppur controvoglia. «Hai ragione.»

Rimanemmo in silenzio per un po', fin quando Elix non allontanò la sua mano che stringeva la mia e si alzò dal letto. Io seguii i suoi movimenti e la osservai con attenzione fin quando non troneggiò sulla mia figura.

«Ora è meglio che vada» affermò, seppur potessi giurare che lo disse controvoglia.

Voleva rimanere al mio fianco, tuttavia sapeva che avevo bisogno di tranquillità per superare quanto accaduto nelle ultime ventiquattr'ore.

«Hai bisogno di riposare. Io resterò qui fuori per assicurarmi che sia tutto tranquillo.»

«Grazie.»

Lei mi sorrise in risposta. Non appena si avviò verso la porta della mia camera, mi venne in mente una cosa.

«Elix?» la chiamai e la mia amica si fermò per lanciarmi un'occhiata interrogativa.

«Hanae?»

Chinai il capo, sentendo improvvisamente i miei occhi bruciare e la tristezza prendere il sopravvento. «Ho ancora una domanda da porti.»

«Ti ascolto.»

«Quanti sono morti, quest'oggi?» Faticai a pronunciare quelle parole, ma quando ci riuscii sentii solo una voragine aprirsi nel mio petto.

La stessa sensazione sembrava prevalere suoi sentimenti che Elix stava provando in quel momento.

Strinse con forza i pugni lungo i fianchi e, prima di abbandonare i miei appartamenti privati, disse: «Sono morti in tanti, Hanae. Il numero delle vittime al momento non è calcolabile, ma l'unica cosa che importa è che il tuo nome non sia tra quelli. Sono grata agli Dei per questo».

Dopodiché, se ne andò, lasciandomi sola con i miei pensieri.

Mi portai le gambe al petto e le circondai con le braccia, lasciando uscire un pianto liberatorio.

Anch'io ero grata agli Dei per non aver permesso che Elix, o Kalon, morissero quel giorno.


Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top