~70~
Buono.
Cattivo.
Giusto.
Sbagliato.
La lotta per la sopravvivenza: imporre il proprio volere, la propria opinione, il proprio sogno; ecco cosa rappresentano quattro delle mille parole che tutti in quel cimitero usavano a loro spese. Portavano avanti gli ideali di una giustizia che in realtà non era mai stata la vera giustizia, mentre con il sangue combattevano per allungare le proprie pene e sofferenze, forse inconsciamente.
Se qualcuno li avesse visti, probabilmente avrebbe riso. Sarebbe stata una risata amara e feroce, graffiante, avrebbe ferito le orecchie degli ascoltatori che si sarebbero chiesti: «perché?». Il motivo è semplice ancora ora: gli uomini sono delle bestie, e le vere bestie non esistono. Hanno voluto dare un nome ai loro comportamenti crudeli e spietati, senza considerare che quel nome apparteneva già a qualcun altro: hanno voluto riconoscersi l'un l'altro tramite delle azioni che loro stessi sapevano essere ingiuste. Cattive.
Sbagliate.
Un cimitero è una grande tomba che racchiude in sé la vita di persone che ormai non fanno più parte del gioco della sopravvivenza. Perché hanno perso prima, o perché hanno vinto e semplicemente il corso degli eventi le ha poi uccise. Un cimitero racchiude, se si vuol essere più precisi, la morte di centinaia di migliaia di vite vissute, magari non da tutti, forse nemmeno dalla metà.
«Avrei voluto accompagnarti fino a quando saresti morto glorioso.»
Otto e forse più erano gli occhi che in quel luogo esprimevano mille e nessuna emozione, che con furia, chi omicida, chi vendicativa e chi protettiva, osservavano attorno a loro il paesaggio che da lì a pochi attimi sarebbe svanito. Per via di chi? Di un essere indistinto che si era appropriato di un corpo e che finalmente, in qualche modo, era stato domato. Non solo da una persona, ma da due, mafiosi che senza scrupoli lo sembravano, e probabilmente lo erano fin nel profondo.
«Bastardo, io?» Ihara allargò le braccia in un gesto quasi disperato.
La sua voce era silenziosa. Sembrava un sussurro, il contrario di un'accusa; era una richiesta di perdono.
«Mi sono caricato sulle spalle tutti i ricordi oscuri della gente. Shusaku ha sopportato le mie crisi dovute a tutto ciò che sentivo! Guardatevi, tu e il tuo compagno, demone e diavolo. Siete la stessa cosa, vi capite con uno sguardo e tramate piani come foste un'unica persona, senza scambiarvi una parola! Eppure, siete così differenti: uno ci prova, a dare un senso a tutto, l'altro si arrende, e non lo ammette. Mentite a vicenda. Ancora sperate di potervi salvare? Ma io l'ho visto, Duo Nero, come vi distruggevate all'interno di quel capanno. E io ti avevo avvertito, Rosso.» sorrise in modo quasi inquietante, e gli occhi iniziarono a sputare, quasi, lacrime.
«Cosa posso fare più di questo? Salutatevi, perché finché io, Ihara Saikaku, e lui, Shusaku Endo, saremo vivi, verrete perseguitati da lui e da me; e io sarò pronto fino alla morte a onorare il compito che, fin dalla nascita, mi è stato affidato!»
Chuuya avanzò verso di lui. Non rispose alle sue parole. Cercò un'ultima rassicurazione da Dazai.
E quando la ricevette, con il suo solito sorriso di sfida, si trasformò in colui che aveva deciso di essere. Tolse i guanti che teneva sempre e pronunciò una sola frase.
«Oh, concedenti di buia disgrazia, non prodigatevi a risvegliarmi di nuovo.»
Nello stesso istante Ihara venne avvolto da un'aura dal colore misto tra rosso e oro, una sfumatura che poteva essere il simbolo degli oggetti sacri della chiesa, la quale a pochi metri da lì, maestosa e grave, giudicava religiosa la scena parata davanti alle proprie immense porte.
Il giovane ventenne con la cravatta allentata caricò la propria arma e formando un triangolo pericoloso con il suo braccio destro e il mafioso dalle mille bende la puntò dritta in fronte a quest'ultimo; non vicino ma nemmeno troppo lontano dal bucargli la testa e ucciderlo senza esitazione.
In pochi secondi l'inferno scese su quella terra desolata. Dazai fece un ghigno vago che mise i brividi persino a Ihara il quale, fino a quel momento, non aveva mai provato vera paura nei suoi confronti. Improvvisamente quel triangolo della morte venne spezzato dall'arrivo di un corpo senza vita al suo centro, che attirò gli sguardi dei due avversari, immobili a fissarlo come se avessero visto un loro parente a terra dalle ferite irrecuperabili.
«Come...» il biondo balbettò qualcosa di incomprensibile mentre metteva via la pistola e si accasciava a terra in ginocchio, senza parole.
Shusaku lo osservò perdersi nei ricordi di ciò che era stato il ragazzo morto davanti a loro, lo vide immerso in un abisso da cui tante volte lo aveva tirato fuori e capì di dover agire prima di perderlo. Si voltò e si accorse solo allora della gente che scappava e di Mariko: stava cercando di diminuire le persone presenti in quella realtà parallela mentre un diavolo senza controllo distruggeva senza rispetto le tombe di chi era già morto, uccidendolo ancora e ancora. La terra si mischiava ai cocci di cemento e forse era quella la cosa peggiore: quella volta non stava più massacrando i corpi dei vivi, ma quelli dei morti.
Era una tortura per chi guardava, e non per chi subiva la sua furia; era un attacco diretto a Ihara e Shusaku che fin dall'inizio avevano mostrato rispetto persino per chi rispetto non ne meritava o per chi nemmeno conoscevano. Dazai rimase a osservarlo mentre piano iniziò ad avanzare verso il ventenne dagli occhi rossi, con la pistola stretta nella mano e lo sguardo cinico che non sempre mostrava.
«Sono tutti vivi, Ihara!» gridò Shusaku, lasciandosi superare da Dazai.
Non lo fermò solo perché lui credeva nel figlio, anche se suo figlio non era, che aveva cresciuto, e sperava che non fosse la morte di una persona ad abbatterlo.
«Cerca dentro di te, non pensare a chi non c'è più. Cerca dentro di te la memoria di qualcosa di bello.» continuò.
Dazai in quell'istante arrestò la sua avanzata, a pochi metri da Ihara.
Ma non per suo volere.
Di nuovo qualcosa si era insinuato fra i suoi pensieri: un parassita che vagava fra le stanze più buie della sua mente lo stava scrutando, in modo minuzioso, ma allo stesso tempo frettoloso, insicuro; rispetto alla prima volta, questa sembrava più un tentativo disperato di cavargli fuori la sua coscienza più cupa e oscura e farlo letteralmente impazzire.
Le sue ultime volontà sono queste.
Ne sei testimone, tu e tu soltanto.
«Voi non conoscete scrupolo.» mormorò fra i denti il ragazzo dagli occhi del colore del fuoco «sei stato raccolto, come un randagio, e lo hai seguito: con lui hai continuato a raccogliere randagi. E li rendete ancora ora assassini, giustizieri.» si rialzò lentamente, con i pugni stretti.
Dazai riprese a respirare, e con quello riacquistò anche il controllo sulla sua mente. Sembrava inumano, quel giovane uomo. Sembrava inumano il modo in cui riprendeva vita da semplici parole, in cui usava la sua Abilità anche in una situazione critica ed estrema come quella, e il modo in cui la sfruttava a suo vantaggio, scegliendo le parole giuste pur avendo dentro di sé una tempesta a stravolgerlo.
«Anche io raccolgo randagi. E forse per questo lui vuole me. Ma digli questo, quando morirò. Lui li rende assassini. Io, invece, li rendo esseri umani.»
Suoni ovattati rimasero dopo. Voci indistinte vibrarono lì. La nebbia riapparse soffocante, offuscante; e se parve tornare l'atmosfera dell'inizio di quella battaglia, andarono via invece le genti che circondavano tutti senza mostrarsi. Solo Mariko era rimasta, nascosta e indisturbata, a controllare quella realtà assurda e fittizia in cui ogni persona là si ritrovava.
«Ah ah ah!» una voce rimbombò acuta alle spalle di Dazai «Che spasso!» un gravitone sfiorò il corpo del dirigente, andandosi a schiantare a lato di Ihara.
Il biondo si scostò in tempo per non riportare ferite e sparò un colpo verso Dazai, il quale a sua volta ne sparò un altro; entrambi riuscirono a colpirsi, rispettivamente al fianco destro e all'orecchio sinistro. Ihara si prese il lobo sanguinante e sorrise.
«Questa è una tortura, demone nero. La tua intenzione non è uccidermi, no? Dovevo aspettarmelo.» lanciò via la pistola scarica e subito dopo se ne materializzò un'altra davanti a lui.
Allora la nebbia serviva a coprire chi ancora era rimasto là? C'era qualcuno che da dietro le quinte stava aiutando Ihara. Se si trattava di fornire le armi, però, la cosa non era particolarmente importante per Dazai. Continuò a sparare finché, come fosse tornato un vecchio incubo, si sentì trapassare la schiena dal pugnale invisibile. Lanciò un urlo di dolore mentre si voltava verso Shusaku, statuario e crudele nella sua espressione indifferente. Aveva in mano un'altra delle sue pagine bianche inchiostrate di sentenze.
Quel dolore era lancinante. Tremendo. Non era letale, eppure, non permetteva il minimo movimento senza che sembrasse infilzarsi ancora di più tra le vertebre, quasi a volerlo paralizzare.
È arrivato il momento.
Chiuse gli occhi.
Ma non ebbe il tempo per pensare alle cose più belle della sua vita, per due motivi: di cose belle, nella sua vita, era difficile trovarne, tra tutto il male che aveva subito e fornito agli altri.
Ma principalmente, qualcuno gli corse accanto prendendolo dal braccio e facendolo risvegliare di soprassalto. Un tocco brusco, inaspettato.
«Ah!» Chuuya gridò, rilasciando subito il partner e parandosi davanti a lui in sua difesa «non dovevi bloccare tu Corruzione? Per fortuna ti ho toccato, sai che tragedia altrimenti.» con lo sguardò fissò Shusaku.
Dazai si ritrovò a guardare le sue spalle; non erano possenti. Non erano immense, e non trasmettevano potenza. Ma intorno a lui, la sua aura, la sua energia... Una calamita per il suo sguardo, un'insopportabile distrazione per la sua vita. Aveva messo fine da solo, inconsapevole com'era, alla sua maledizione; in qualche modo era riuscito a usare Dazai nel caos più totale.
«Il tuo volto è senza pietà.» disse il rosso, riferito all'uomo davanti a lui «Chi sono i veri assassini, qui?»
Te stesso.
Una voce dentro la sua testa. Diversa, però, dalle altre volte. Qualcuno stava controllando i suoi pensieri. Stava decidendo quando fargli ascoltare le proprie accuse, quelle che a volte venivano fuori senza preavviso, che non lo facevano dormire la notte, che gli imponevano di andare in qualche locanda a bere il suo vino. Come se il suo corpo fosse stato congelato si girò lentamente verso Ihara. Lo stava provocando?
«Shusaku, vai via. Non servi più, qui.» dichiarò il biondo senza ricevere alcuna risposta verbale se non un cenno d'assenso con il capo.
Chuuya però non voleva continuare a essere la causa della sua stessa distruzione. Voleva decidere da sé come e quando agire. Non aspettò un attimo di più e nuovamente Corruzione si attivò. Dazai riuscì a rialzarsi, nonostante la sofferenza che provava, e si mise da parte mentre l'avanzata di Chuuya, scatenato, non lasciava presagire nulla di buono.
Alla vista di Chuuya, Ihara si arrese a ciò che stava per capitargli. Shusaku sarebbe vissuto ancora, avrebbe portato avanti il suo obiettivo, e i nemici avrebbero perso la loro fonte più importante di potenziale guadagno. Se sacrificarsi era il prezzo da pagare, allora l'avrebbe fatto senza opporre resistenza. Allargò le braccia, pronto per essere colpito dalla furia del diavolo rosso.
Preferisco morire che essere catturato dall'essere più miserabile e spregevole di questa città, pensò.
In quel momento, tra lo sgomento di Shusaku che correva verso Ihara per salvarlo e le urla folli di Chuuya pronto a colpirlo con tutta la forza possibile, Mariko uscì dal suo nascondiglio e con un gesto abile delle braccia spazzò via la realtà parallela da lei creata; quell'azione creò uno spazio vuoto tra la vera realtà e quella fittizia, che ritardò il colpo mortale di Chuuya e diede modo a Shusaku di frapporsi tra lui e il suo protetto. Nel nero vuoto creatosi tra i due ambienti, Ihara vide il suo sogno frantumarsi in tanti minuscoli vetri quanti erano i ricordi che lo avevano tormentato. Intenzionata a dar modo a Ihara di fuggire dalla traiettoria letale di Chuuya, Mariko capì di averlo salvato, ma non come previsto.
Il suo piano era non creare vittime.
Ma Ihara non si scostò, pur avendo qualche secondo in più per farlo, e Shusaku gli disobbedì; non scappò via, non si voltò per andarsene come aveva fatto tanto tempo prima. Cadde su di lui pesantemente, avvolto tra le braccia richiuse di Ihara tornato con gli occhi castani color della terra, dall'innocenza più pura e infantile. Dopo aver compreso chi tenesse fra le mani, riprese a respirare l'aria che stava poco prima rifiutando nella speranza di sentir meno dolore.
«... Shusaku?» sgranò quegli occhi per lui origine dei suoi tormenti, e chiamò il suo braccio destro.
Dazai non aspettò un istante per rialzarsi e fermare Chuuya da una ciocca ribelle dei suoi rossi capelli.
«Volevi far fuori il nostro obiettivo, idiota?» mormorò vicino alla sua faccia quando capì che era tornato in sé.
Chuuya gli lanciò di rimando un'altra occhiataccia, poi lo prese per il collo debolmente e gli rispose.
«Sapevi benissimo cosa stavo facendo. Non cadere dalle nuvole, Dazai di merda, hai visto o no il risultato?»
Quando il bendato guardò la tragica scena presentata davanti ai loro occhi, si sorprese di quanto Chuuya avesse messo se stesso in quel caso, di quanto l'avesse capito al punto da dedurre che Shusaku si sarebbe frapposto a lui e Ihara pur di non farlo ammazzare, pur di lasciare in vita colui in cui aveva riposto tutte le sue speranze. In un certo senso si sarebbe stupito anche del contrario, ma preferì l'imprevedibilità, intoccabile, all'onniscenza.
«Shusaku?!» il suo viso era bellissimo; angelico, privo di imperfezioni, con le ciocche bionde dei capelli fini che ricadevano fin sui suoi zigomi poco accentuati.
Era bellissimo, come fosse stato un angelo, che aveva deciso un tempo di scambiare con un demone i suoi occhi chiari per sostituirli a quelli color dell'inferno che gli permettevano di capire. Le labbra sottili e al tempo stesso invitanti avevano più volte richiamato l'attenzione di donne, e anche di uomini. E per amor suo, ma soprattutto dell'umanità, aveva rifiutato quello di numerose persone. Tanti l'avevano abbandonato ma altrettanti e forse di più lo avevano seguito. Gli avevano donato senza condizioni la propria fiducia. E il primo ad averlo fatto era stato Shusaku, che adesso con il corpo molle lo fissava concentrato.
Ihara non sentiva nemmeno più le ossa al solo toccargli la schiena con il corpo; il diaframma si contrasse e per poco la nausea non lo fece rimettere su di lui.
«Non morire, ti prego.» lo supplicò, più di quanto avesse mai fatto con Dio in tutta la sua esistenza «Ti prego, Shusaku, di' qualcosa, non morire. Non lasciarmi qui, da solo.» prese un grosso respiro, lo scosse lievemente, fissando gli occhi semichiusi dell'amico. «Ho paura, soffrirò, capito? Ho paura di soffrire, ma soprattutto di non stare più con te. Di non sentire le tue parole, di non percepire dentro di me quel che mi fai con il tuo Silenzio! Ho paura di impazzire, e vivere senza di te mi ucciderà. Capito? La tua morte sarà la mia morte, tu mi farai strozzare nella notte!»
«Silenzio, Ihara.» mormorò Shusaku, quasi senza voce.
Aveva qualche ruga sul viso, e i suoi occhi apparivano dolci tra le curve del tempo; sarebbe stato un buon nonno, oltre che un padre buono. Il suo fisico era come svanito per lui; e anche la sua anima stava per scomparire.
Ihara sussultò mentre iniziò a singhiozzare muto come un bambino appena sgridato dai genitori. I suoi occhi divennero del rosso naturale del pianto, e le guance si inumidirono assorbendo come spugne quelle lacrime infinite.
«Mi sono reso conto, solo troppo tardi, che ho vissuto come il ritratto del mio paese: coperto da una maschera di indifferenza e pregiudizi.» Shusaku prese a parlare con immensa calma e con un filo di voce che sembrava potesse spezzarsi da un momento all'altro.
«Mi sono reso conto, purtroppo troppo tardi, che avevo accanto a me una persona che mi stava cambiando. All'inizio ti vedevo e la paura di trasformare te nella rappresentazione del mio ideale mi sembrò abbattersi su di me sempre di più ogni giorno» un'altra pausa sofferta pesò nell'aria fra la nebbia «però mi sono reso conto, tardi ma in tempo, che ero io a essere tuo, e non il contrario. Ero io ad aiutare te ed eri tu ad aver mutato quello che questo paese mi aveva fatto diventare. E ora sono felice di andarmene, Ihara, perché sto morendo da uomo. Per questo, anche se sono stato sconfitto, sono salvo grazie a te.» si fermò per tossire, ma non si sentì il suono provenire dalla sua gola come prova che era stata in effetti un sollievo.
Per Ihara, quello fu il colpo fatale.
«Ti chiedo di stare in silenzio, e di lasciarmi andare via.»
Una furia dall'interno crebbe in Ihara; non poteva andarsene incolpandolo delle sue azioni. Non poteva scappare ringraziandolo per quelle. Ma guardando gli occhi di Shusaku, capì che le sue parole non avevano un doppio significato, non lo stava giudicando in qualche modo. Voleva avere la certezza di poterlo lasciare solo. Ma Ihara sapeva che non gliel'avrebbe mai potuta dare.
Avrei voluto accompagnarti fino a quando saresti morto glorioso.
Fu quello il suo ultimo pensiero. Ma non riuscì più a dire niente, e tra le braccia del suo protetto chiuse gli occhi nel silenzio del cimitero intatto.
Chuuya si rimise i guanti e camminò verso Fumiko, rimasta ancora a terra dall'ultimo colpo di Ihara. Dazai lo osservò per qualche attimo, poi spostò lo sguardo su Ihara e Shusaku. Sembravano un'opera d'arte, quasi; dietro di loro si stagliava maestosa la chiesa del cimitero, la lieve nebbia nascondeva le lapidi e proprio al centro di quella immagine un ragazzo gemeva, triste e solo, sul corpo di un uomo dal viso provato ma in pace eterna. Indefinita era l'emozione che Dazai provava a quella vista, qualcosa di simile a quando si assiste all'esecuzione di un requiem solenne e tragico, dallo splendore musicale sfuggente e doloroso. Rimase a godersi la scena finché non trasalì all'urlo di Chuuya, ora inginocchiato su Fumiko, con un pugno schiacciato a terra.
«Dimmi che è uno scherzo» Chuuya le si avvicinò tanto da poter sentire il suo respiro sofferente «dimmi che...» le guardò il corpo fino a trovare la ferita aperta che perdeva sangue; mise le mani su di essa per chiuderla e cercare di fermare l'emorragia, mentre la chiamava piano.
«Forza, Fumiko, ce l'abbiamo fatta» strinse i denti mentre le mani venivano ricoperte di rosso denso e inarrestabile «non abbiamo vinto se tu ti arrendi così. Avevamo parlato di libertà» alzò la voce, mentre Dazai iniziò ad avvicinarglisi cauto «la tua libertà non è la morte.»
«Chuuya, alzat-» Dazai provò a richiamarlo.
«No, cazzo!» Chuuya sbraitò mentre premeva sempre di più sulla ferita, e il sangue sembrava non volersi fermare.
«Allontanati da lei.» era stata una voce atona a ordinarglielo.
Chuuya si voltò lentamente senza dire nulla, ritrovandosi Ihara alle spalle che lo fissava dall'alto.
«Allontanati da lei, ho detto.» ripeté, con una fermezza disarmante.
Il rosso mandò un'occhiata a Dazai, che era rimasto impassibile per tutto il tempo; con un cenno d'assenso gli fece capire di ascoltarlo, e Chuuya si alzò, rimanendo però vicino al corpo della donna e senza togliere gli occhi di dosso al biondo; l'aura che emanava era potente, quasi quanto la prima volta che l'aveva incontrato in quel bordello di città, e gli sembrò di risentire il suo tocco sul braccio, la sua voce ipnotica, il suo sguardo sicuro di sé. Un'altra persona rispetto a quella che poco prima piangeva sul proprio maestro.
«D'accordo.» Ihara la raggiunse, si chinò e alzò una mano verso un punto tra le tombe.
Un bambino uscì dal suo nascondiglio e si avvicinò a Ihara senza esitazione «Ciao, Tom. Ti ricordi cosa ti ho detto prima di farti venire con me in questo luogo?» la sua voce aveva un tono estremamente calmo e tranquillo.
Tom annuì con un mezzo sorriso e con un coltellino si fece un taglio alla mano; Chuuya rimase a guardare il bambino mentre premeva la sua manina sulla ferita della donna e il suo sangue si mischiava a quello di Fumiko, creando una luce abbagliante, segno dell'azione di un'Abilità. La ferita si richiuse dopo qualche minuto, sia quella di Fumiko che quella della mano di Tom. Ihara annuì e gli arruffò i capelli accennando un sorriso. Chuuya rimase sbalordito dalla sua flemma e non intervenì in nessun modo, almeno finché il bambino non se ne andò.
«Grazie, Tom. Diventerai un bravo dottore da grande, come desideri tu.» il biondo si rialzò e lo mandò via, rimanendo a fissare la sagoma di Tom fino a quando non la vide sparire.
«Perché l'hai fatto?» domandò allora Chuuya.
Ihara non rispose.
E subito dopo, Fumiko riaprì gli occhi.
"Un monello di bassa condizione, che apparteneva alla casa di un certo nobile e che avrebbe dovuto dispiacermi, usava uno stile che, dalla sua prima lettera, mi avrebbe spinto a sacrificare la mia vita per lui. Mi ha scritto spesso e io ero completamente sedotto. Un giorno ho iniziato ad amarlo e la mia pace era finita."
La vita di una donna amorosa
e altri scritti,
Ihara Saikaku
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Uellecaaaaa
No. Niente gioia, solo dolore. Questa parte è solo DOLORE.
Allora, come se questo capitolo non avesse già abbastanza parole, vi spiego brevemente la citazione che ho posto alla fine. È presa da una raccolta di scritti di Ihara Saikaku (l'autore realmente esistito), che, come leggete dal titolo, raccontano di una donna. Ma io ho voluto adattare la citazione al rapporto che Shusaku aveva con Ihara; questo "amore", e il fatto di essere stato "sedotto" da lui significano quello che in tutti questi capitoli ho sempre cercato di far capire descrivendo le loro interazioni e i loro pensieri. Shusaku fin dall'inizio ha visto in Ihara qualcosa in cui credere, qualcosa per cui dare la sua vita; una speranza. Ma se all'inizio era solo quello, un bambino da crescere e rendere il "Salvatore dell'umanità", andando avanti è diventato invece la sua ragione di vita, il suo punto debole, egoisticamente lo ha visto sempre più come qualcuno che lo faceva sentire migliore. "La mia pace era finita" la intendo come "è finito un momento della mia vita in cui vivevo solo per me" e in cui quindi tutto ciò che faceva e avrebbe fatto era e sarebbe stato legato per sempre a quel giovani seduttore dagli occhi rossi e il cuore pesante.
Se volete darmi anche voi un'interpretazione, siete liberissimi e, anzi, sarebbe bello sapere cosa ne pensate, di tutto ecco.
I prossimi capitoli porteranno le conseguenze di questa battaglia.
Alla prossima.
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