32.

[revisionato]

Rientrai in camera e mi sedetti sul bordo del letto, incapace di pensare a quello che era successo nelle ultime ore, sia per la stanchezza sia perché era tutto così assurdo da essere impossibile da mettere a fuoco.

Abbassai la testa e, per la prima volta da quando ero uscita per la passeggiata, guardai i miei abiti.

Un secondo dopo ero in piedi, con gli occhi fuori dalle orbite e una mano piantata sulla bocca per evitare di mettermi a gridare. In tre passi arrivai davanti al grande specchio appeso di fianco all'armadio.

Non ero io quello zombie con un nido arruffato al posto dei capelli, le occhiaie e chiazze di sangue ovunque. Non potevo essere io.

Rimasi per svariati minuti a fissare inebetita la mia immagine riflessa, incapace di credere di essermi ridotta così ma, soprattutto, che qualcun altro mi avesse vista in quello stato. Era tutto un incubo, il peggiore che avessi mai fatto.

Con pochi gesti rabbiosi mi tolsi i vestiti sporchi e corsi in bagno. Non mi interessava che avrei potuto svegliare qualcuno, l'unica cosa che desideravo era lavare via ogni residuo di quella notte allucinante e tornare a sembrare di nuovo me stessa.

Rimasi sotto la doccia finché non iniziai a sentire freddo. La pelle si era arrossata da quanto l'avevo sfregata per riuscire a sentirmi di nuovo pulita.

Uscii, mi asciugai sommariamente e andai a letto, non senza aver gettato lo sguardo sul mucchietto di abiti abbandonato in mezzo alla stanza. Avrei pensato il giorno dopo cosa farne, in quel momento non ero mentalmente in grado di affrontare loro e i pensieri che sarebbero inevitabilmente seguiti.

Non ci fu bisogno dei vestiti. Passai quasi insonne il poco che rimaneva di quella notte: non appena chiusi gli occhi, le parole pronunciate da Matthew e le immagini di lui, ferito e sanguinante, ricominciarono a formarsi nella mente e, sommandosi a tutte le altre cose che mi erano arrivate addosso nell'ultimo periodo, iniziarono a darmi un'immagine nuova di me stessa, totalmente diversa rispetto a quella a cui ero abituata a pensare. Diversa e peggiore. Guscio vuoto. Non riuscivo a capacitarmi di non aver mai considerato la cosa, prima di quel momento.

Ben presto arrivò l'alba, ma neppure il pallido sole di ottobre, che faceva capolino fra le nuvole, servì a farmi vedere le cose in modo meno negativo, anzi.

Ero stanchissima, sia fisicamente che mentalmente. Di una cosa però ero certa: non volevo che gli altri si accorgessero della tempesta che avevo dentro. Desideravo solo di smettere di pensaci per un po' e non vedere nessuno. Chiudermi nelle aule delle diverse lezioni per tutta la giornata e concentrarmi al massimo sugli argomenti trattati affinché il mio cervello non avesse neppure il tempo materiale di rimuginare su tutto quello che mi stava capitando.

Ma c'era l'allenamento con le ragazze del Federal Contest. Il tempo era troppo poco e avevo ancora tante cose da fare: la mia coscienza risvegliata non mi permise di farlo saltare, impedendomi di inviare il messaggio che avevo già preparato.

"Al diavolo!" esclamai a mezza voce, gettando con un gesto stizzito l'iPhone nella borsa. Andai a vestirmi in fretta e uscii, senza sprecare tempo a controllare che il mio aspetto fosse all'altezza di Anna Walker. Era la seconda volta in poche ore che ciò succedeva, ma anche questo pensiero venne relegato in un angolo nascosto del mio cervello, insieme a tutti gli altri, in attesa del momento giusto per essere affrontato.

L'aria fresca del mattino agì da sveglia e da calmante per i miei nervi tesi e, quando giunsi al campo di atletica, ero tornata quella di sempre.

O almeno, lo pensavo.

Le ragazze erano già arrivate e, non appena mi videro, mi vennero incontro sorridenti, per poi bloccarsi tutte e quattro con l'espressione fra il sorpreso e il preoccupato.

"Tutto bene, Anna? Hai l'aria stravolta!" esclamò Abby, scrutandomi il viso.

"Mai stata meglio", replicai, ma ci credevo talmente poco che quelle parole uscirono dalla mia bocca incerte e traballanti.

"Balle." Diana mi si avvicinò e mi scostò una ciocca dal viso "Hai un sonno infernale e ti è successo qualcosa, si vede lontano un miglio."

Quelle quattro ragazze erano una continua sorpresa. Mi avevano stupito per la dedizione e l'impegno con cui avevano iniziato a seguire i nostri incontri, e ora emergeva un'altra loro caratteristica, forse più importante della precedente. Riuscivano a guardare le persone: erano interessate davvero a cosa pensassero gli altri, a come si sentisse chi stava loro vicino. E non avevano paura di mostrarsi per quello che erano.

Le osservai. Erano migliorate rispetto a quando le avevo viste in quell'aula buia, anche se i nostri incontri erano appena iniziati. Era pur vero che, a voler usare i canoni di noi cheerleader, non erano ancora nemmeno vicine a essere presentabili almeno un po'. Eppure stavano bene lo stesso, ammisi fra me e me stupita. Erano serene con loro stesse e non avevano timore di aprirsi agli altri. Non riuscivo a capire come facessero. L'esperienza della notte precedente, il mancato saluto finale di Matthew e degli altri due, mi bruciavano ancora. La verità era che loro quattro erano quelle forti, io ero solo una caricatura, che mi piacesse o no.

Da quel pensiero, la conclusione era una sola.

"Secondo voi io sono un guscio vuoto?" Mi pentii all'istante di quelle parole, nel vedere le espressioni allucinate delle quattro ragazze di fronte a me. Cosa mi era venuto in mente di chiedere?

"Be' in realtà no..." rispose Abby, titubante, dopo aver scambiato un'occhiata rapida con le gemelle.

"Però non è che tu faccia molto per dimostrare il contrario, a dirtela tutta", terminò Diana, senza tanti peli sulla lingua.

"Chi ti ha detto una cosa così dura?" chiese Helen guardandomi affettuosamente.

Sospirai e mi sedetti per terra, subito imitata dalle altre. "Non mi è stato detto in faccia", spiegai a mezza voce, guardandomi le mani. Non potevo credere di stare facendo davvero una cosa del genere. Relegai anche quel pensiero insieme a tutti gli altri e continuai. Ne avevo bisogno, per non impazzire. "Ho sentito che lo dicevano..." Con poche parole raccontai gli eventi della notte appena trascorsa. Le quattro ragazze mi ascoltavano attentamente, senza fiatare. Quando terminai, un silenzio assoluto calò fra di noi.

"Che stronzo", sussurrò Diana dopo qualche secondo.

Helen scosse la testa. "No. Per me non la racconta giusta. Da quello che so di lui, passa per essere una persona gentile, anche se riservata. Uno sgarbo del genere... neanche un 'grazie' dopo che l'hai aiutato... c'è qualcosa che noi non sappiamo."

"Anche per me", disse sua sorella, fissandomi. "Non vi eravate mai incontrati, prima di ieri sera?"

"Due o tre volte..." restai sul vago, non volevo entrare nei dettagli.

"Forse era solo frastornato per le ferite", azzardò Abby, accomodante. "Certo però che non dev'essere stato piacevole."

"No, infatti. Non lo è stato per niente." confermai, poi scrollai la testa. Ne avevo abbastanza di quel discorso. "Io vi ringrazio, sto meglio adesso che mi sono un po' sfogata. Ora però basta parlare di me. Torniamo a voi, c'è poco tempo e ancora tante cose da fare. Ci mettiamo in moto, che ne dite?"

L'ora successiva passò piacevolmente, fra risate, corse e tentativi di trucco e sistemazione capelli da parte delle mie 'allieve'. Il breve momento di confidenze iniziale e, poi, il semplice stare vicino a quelle quattro persone, vere e senza tanti grilli per la testa, furono il balsamo migliore che potessi trovare, dopo la notte da incubo che avevo passato.

Mentre tornavo alla Cheers Hall per cambiarmi e prepararmi per le lezioni del mattino, mi resi conto di avere l'animo sereno e sollevato. Avrei dovuto trovare un modo di ringraziarle, mi stavano aiutando in modi assolutamente impensati.

Immersa nei miei pensieri, quasi non mi accorsi del tragitto per rientrare alla Residena. Senza fare caso a nulla, mi incamminai lungo il vialetto che attraversava il prato antistante la casa, con la mente già rivolta a quello che avrei dovuto fare nell'arco della mattina e ai modi per sopravvivere fino al momento in cui avrei potuto tornare a dormire.

"Anna Walker."

Mi bloccai all'istante. A rallentatore mi girai e vidi, appoggiato a un'automobile parcheggiata a bordo strada, Matthew Hawthorne che mi guardava a braccia conserte. Un vistoso cerotto gli copriva parte della fronte e dell'occhio sinistro. Alla luce del giorno erano evidenti altri graffi e tagli. Sembrava un reduce di guerra.

Mi voltai del tutto e appoggiai per terra la borsa, in attesa.

A passi lenti si avvicinò. Zoppicava ed era evidente che ogni movimento gli costava fatica.

Si fermò a poco più di un metro da me e io avvertii l'ormai solita sensazione alla bocca dello stomaco. Solo che stavolta la rabbia ebbe la meglio su tutto.

"Cosa vuoi?" sibilai.

"Sono appena tornato dall'ospedale. Volevo ringraziarti. Scusa se non l'ho fatto prima."

Alzai le spalle e piantai gli occhi nei suoi. Mi morsi la lingua per non riempirlo di improperi. Il tono gentile, che mai prima d'ora aveva usato con me, mi stava facendo più effetto del dovuto e questo mi innervosì ancora di più.

"Dei tuoi ringraziamenti, adesso, non me ne faccio niente. E non ti scuso." Gli girai le spalle e ripresi a camminare, soddisfatta.

Sentii una mano appoggiarsi alla mia spalla e mi fermai. Senza voltarmi questa volta.

"Mi dispiace, davvero. Sono stato scortese senza motivo." A tutto sarei stata in grado di resistere, tranne che a quella voce sussurrata e a quel tono triste. Serrai gli occhi e deglutii. No. Non potevo dargliela vinta così.

"Quale parte di 'vaffanculo' non ti è chiara?" Scrollai la spalla per liberarmi della sua mano, poi continuai, a voce così bassa che nessuno tranne lui, che era vicinissimo a me, avrebbe potuto sentirmi "Non ti voglio più vedere, non ti voglio più parlare, non gradisco che la mia strada si incroci di nuovo con la tua. Ieri sera per me non è mai esistita. E ora vattene."

A mente fredda, più tardi, mi sarei pentita di quelle parole. Ma non in quel momento, anzi. Mi sentii dannatamente bene mentre le pronunciavo. Stavo mandando al diavolo Matthew Hawthorne e tutto quello che mi aveva fatto passare da quando l'avevo conosciuto. Che sensazione meravigliosa.

Ripresi a camminare verso la Residenza, e questa volta nessuna mano fermò i miei passi.

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Ciao! Ecco il nuovo capitolo, mi dispiace di averlo pubblicato in ritardo, spero vi piaccia. 

Sulla questione "copertina"...  ho letto tutti  i vostri consigli e commenti e vi ringrazio. In effetti così nera non è molto adatta alla storia, proverò a cambiare lo sfondo e vedere cosa viene fuori. Quindi... per ora resta tutto così com'è. Grazie di nuovo per i feedback! ^_^

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