Pianobar


A quella domanda seguì un breve silenzio.

Lo sconosciuto si voltò docilmente verso Dazai.

I loro sguardi si incontrarono, e per quell'uomo fu una questione di pochi secondi capire chi avesse davanti. Anche entrando si era accorto della sua presenza, ma mai avrebbe pensato che fosse proprio lui. Le ferree regole gerarchiche della mafia gli imponevano di non guardare i superiori con cui non aveva nulla a che fare, quindi tutto ciò che aveva avuto la possibilità di vedere, prima di sedersi e ordinare, erano dei capelli arruffati, un corpo stretto tra innumerevoli bende e avvolto da un enorme cappotto nero.

Tra la sorpresa e l'imbarazzo della situazione, la sua risposta scoppiò dopo la piccola attesa di un respiro.

«Sono Oda Sasunosuke, ma tutti mi conoscono come Odasaku. Molto piacere».

Se prima Dazai stava tornando a rimuginare sul suo drink, ora si era girato con tutto il busto verso di lui, completamente catturato da quel modo di parlare conciso e asciutto. Non aveva usato onorifici, né giri di parole, né frasi fatte: eppure da quelle espressioni così brevi traspariva un' educazione e una gentilezza che un uomo della Port Mafia non potrebbe neanche permettersi di possedere. Ma era lì, davanti a lui. Era bastata una sola risposta. Era l'uomo che non aveva trovato in nessun luogo fino a quel momento. E se prima aveva avuto il coraggio di rivolgere la parola a quegli occhi che trasparivano bontà e tranquillità, ora si sentiva come folgorato da quella scoperta e non riusciva a trattenere la felicità. Mentre questi pensieri tramortivano la sua parte peggiore, Dazai aveva cominciato a canticchiarne il nome, la loro origine, ignorando la persona in questione.

«Odaaaasaaakku...odaoda....Odaaa...odaoda....sakuuuuuoda!».

Inutile dire che quello cominciò a guardarlo con perplessità.

Ma poi, sistemandosi i ciuffi castani e le bende, si ricompose con un sorriso.

«Mi piace il tuo nome, Odasaku, è così musicale! Dovresti farti chiamare sempre così, sai?».

«Beh, non è che mi chiamino così spesso: se lo fanno, so già cosa vogliono». Gli scappò uno sbuffo divertito.

«Ma come? Io ti chiamerei tutto il giorno solo per il gusto di pronunciarlo!».

«Davvero? Non si direbbe, ma non sono l'unico ad avere un soprannome così. Se ti piace scoprire queste cose perché non provi a chiedere in giro?».

«Ma Odasaku è Odasaku!».

Lui in cambio fece spallucce.

«Sono solo uno dei tanti, io».

Con questa affermazione si era portato il bicchiere ghiacciato tra le labbra e aveva cominciato a mandarne giù il liquore, ambrato dai riflessi vitrei del locale. Ma ciò che Dazai vide in quel gesto non era semplice rassegnazione, ma l'ammissione di una sua certa inutilità, fatta quasi con fierezza. Ora era ancora più emozionato. Non poteva lasciarsi sfuggire quell'occasione.

«Di cosa ti occupi, Odasaku?». La domanda gli era venuta di getto, forse per non lasciar cadere la conversazione nel silenzio.

«Nulla che sia degno di nota. Svolgo lavori minori. Di solito si tratta di trasporto d'armi o informazioni, ma più spesso ho a che fare con persone che con la mafia c'entrano poco».

Gli occhi di Dazai brillavano ancora, nonostante Odasaku stesse cercando di spegnere il suo anomalo entusiasmo nei suoi confronti, di cui non riusciva a capire il motivo.

«Persone fuori dalla mafia? Puoi dirmi qualcos'altro? Ti pago anche il drink se vuoi!».

Sul volto di Odasaku, l'uomo all'ultimo gradino della piramide della Port Mafia (o forse sarebbe meglio dire piano, considerando il grattacielo del loro boss), era stampata un'espressione interrogativa che diceva una sola cosa: "perché?". Perché lui?Perché un uomo che aveva avuto così tanto potere era interessato a quella sua vita monotona e insignificante? Cosa c'era di così particolare nel suo andare avanti e indietro come un cagnolino tra incarichi di poco conto, persone che a malapena si ricordavano di lui, e altre che lo trattavano come uno zerbino?

Lui era solo uno dei tanti: eppure quello sconosciuto, nonostante avesse vuotato il bicchiere poco prima, stava lì a fissarlo con la guancia appoggiata sulla mano, mentre si sorreggeva sul bancone. Se ne era accorto solo dopo ma i loro sguardi non si erano solo incrociati. A pensarci bene sembravano essersi scambiati, almeno dal punto di vista dell'altro. Di tutto questo, Odasaku aveva capito poco, anche se sentiva il volto caldo e la testa frastornata dal mistero di quell'uomo così disperatamente strano.

Ma la serata era giunta al termine. Lo scatto improvviso dello sgabello di Dazai, che si risollevava dal suo peso, lo riportò sulla terra e gli ricordò che era ora di andare anche per lui. In cuor suo però, era ancora troppo presto.

«Da che parte vai? Se ti va, faccio un pezzo di strada con te!». Non sapeva esattamente da dove gli fosse venuto, ma ormai le parole gli erano uscite di bocca.

A quella richiesta, gli occhi di Dazai si erano riaccesi.

«Pensavo di averti infastidito, sai? Invece sembra di no! Però avresti anche potuto rispondermi prima!».

Odasaku si lasciò scappare una fragorosa risata. Poi,mentre si avviava alla porta, ne strinse la grossa maniglia per farsi forza e girò il suo sguardo ancora verso Dazai.

«I racconti più belli si gustano poco a poco. Ricordalo per il futuro».

«E' la citazione di qualche libro? Mi piace molto leggere nel tempo libero».

«Sì...diciamo di sì».

Quella tempesta di domande era tanto ingenua quanto pericolosa. In quel momento sentì la vecchia fitta al cuore addensarsi di nuovo.

Con quelle parole erano ormai usciti dal locale e stavano salendo le scale buie. Dazai aveva preceduto Odasaku, e arrivato in cima ai gradini gli aveva sbarrato la strada. Quando Odasaku se ne accorse,alzò la testa: e i loro volti erano finiti per essere così vicini che quasi si toccavano. Fece immediatamente un passo indietro, spaventato e imbarazzato, rischiando di cadere. Dazai lo prese prontamente per il braccio, tenendo gli occhi fissi su di lui.

La luna era completamente nera quella notte, ma Odasaku riusciva a vedere il chiarore delle sue labbra, inarcate in sorriso che conteneva, in quelle curve appena percettibili, un sentimento per lui incomprensibile.

«Se tornerai qui, raccontami qualche storia. Almeno una, Odasaku».

La voce di Dazai era diventata lenta e melliflua. Si mimetizzava ancora nell'oscurità dei suoi pensieri, ma stava provando ad essere sincera.

«Non so se tornerò». Altra risposta secca. Ma stavolta mentiva. Voleva solo provare a vedere dove la curiosità di quell'uomo dal cuore ricoperto di sangue potesse spingersi.

«Ti aspetterò tutte le sere che vorrai».

Quella preghiera gli arrivò dritta all'anima.

«So già che non te ne basterà una». Sospirò, poi riprese.

«Anche io però in cambio voglio tue storie, sai?».

Dazai si rabbuiò senza riuscire ad arrivare alle lacrime.

«Le mie non sono storie da raccontare purtroppo».

Sorrise di nuovo, lasciando il braccio di lui e cercando di non indugiare sulla sua mano. Poi si sistemò il cappotto, mentre quello lo guardava stupito.

«Buonanotte, Odasaku. Spero avremo modo di rincontrarci».

Andò via con tanti piccoli passi, senza badare alle bende inzuppate di tristezza.

***


Solo la mattina dopo Dazai cominciò a mettersi al lavoro. Si era appena avviato per le strade del centro turistico e commerciale senza uno scopo preciso. In realtà stava ancora cercando di capire chi fosse il suo indiziato: dopo l'incontro con Ogai Mori, non aveva più' nemmeno sfiorato quella foto, che ora stava esaminando senza risultati in quella camminata mattutina, attraversata dal primo vento autunnale.

L'unica cosa che aveva era solo un presentimento che non lo abbandonava, ma che comunque non lo avrebbe aiutato in nessun modo. Pensò di provare ad affidarsi agli dei, dato che aveva tanti spiccioli e non se ne faceva nulla della sua formidabile capacità di reperire informazioni piuttosto inutili alla sua missione. Non aveva proprio la stoffa della spia.

Dopo aver mostrato la foto a un paio di commercianti, che avevano scambiato quell'uomo per una celebrità d'altri tempi, si arrese. Nella strada successiva era stata aperta da poco una gelateria: Dazai poteva capirlo non solo dall'odore penetrante di plastica e latte che permeava i pochi metri prima dell'ingresso, ma dalla zampetta che il maneki-neko d'oro, appostato dietro la vetrina nuova di zecca, si ostinava a muovere avanti e indietro. Le opzioni erano due: o sarebbe stata fermata e la Port Mafia avrebbe avuto il suo nuovo introito, oppure tutto ciò che ora stava lì avrebbe presto preso fuoco. Decise comunque di entrare, per ammirare quel posticino ancora incontaminato dalla sua sporca presenza, e per comprarsi un gelato alle prugne come lauta ricompensa del suo aver come minimo provato invano a fare qualcosa per il suo incarico. Uscito con il suo gelato viola stretto in pugno, si sedette su una panchina poco lontana, mentre un bambino entrava saltellando con un piccolo portamonete bianco in mano.

Fu questione di pochi attimi. Mentre Dazai stava raccogliendo una stilografica, caduta poco sotto il piede della panchina, il bambino era stato trascinato per la collottola fuori dalla gelateria da un omaccione in nero. Dopo avergli calpestato i due gelati appena comprati, lo aveva preso per la giacca e gli stava urlando contro i debiti dei suoi genitori, mentre con la presa che si stringeva cercava di costringerlo a rispondere alle sue richieste. Dazai notò che quello aveva con sé una pistola, appesa incautamente alla cintura senza la sicura, che tintinnava ad ogni strattone che il bimbo riceveva. Nessuno dei presenti, che si erano girati a guardare passivi la scena, sembrava rendersi conto dei dettagli, se non del fratellino dall'altro lato della strada che piangeva.

Dazai non ebbe nemmeno il momento di fare un passo per precipitarsi verso quell'inutile crudeltà, che dietro di lui un altro gli aveva tagliato la strada correndo nella sua stessa direzione.

«Ehi, tu! Vedi di lasciare andare subito quel bambino!».

Era alto, deciso, e aveva tra le mani un diario.

«E te che diamine vuoi? Non vedi che sto curando i miei affari, quattrocchi?».

Nello stesso momento in cui quell'energume sputò a terra, con una mossa di qualche arte marziale gli assestò un colpo pesantissimo sulla schiena, che gli fece mollare la presa del bambino.

«Scappa ora, è te che vuol-».

Nonostante il dolore, il malfamato si era già ripreso e gli aveva caricato, come un toro alla corrida, un colpo in pancia andato subito a segno. L'eroe di turno ne soffrì più di quanto avesse dovuto, data la sua costituzione un po' esile, ma anche lui si rialzò, stavolta con l'intenzione di porre fine alla questione. Raggiunta una buona distanza dal bufalo, aprì il suo diario alla svelta con la mano destra,mentre con la sinistra cercava nella tasca dei pantaloni un altro oggetto, che con orrore si rese conto di aver perso. Ma mentre il panico gli si annodava in gola, l'avversario gli aveva puntato la pistola contro e senza esitazioni stava premendo il grilletto.

Era troppo tardi per contrattaccare. L'unica cosa che poteva fare era minimizzare i danni: ma il proiettile sarebbe arrivato proprio nel cuore del diario, nel pieno dell'Abilità: e rendendosi conto di non riuscire a muoversi nella sua indecisione, si ritrovò come un ragno intrappolato dalle sue stesse tele.

Proprio quando si vedeva spacciato, qualcuno lo aveva toccato. Il proiettile aveva già bucato il diario, ma non c'era stato nessun effetto mortale. Era diventato solo un comune diario. Incredulo e tremante, mentre lo scagnozzo se la dava a gambe alla vista di Dazai, lo lasciò cadere. Era la prima volta che qualcuno riusciva a fermare la sua Abilità in quel modo.

«Sembra che tu sia stato squalificato dal duello, eh?». Dazai se la rideva sotto i baffi.

Non rispose. Non subito almeno.

«Ti sono estremamente riconoscente... cosa posso fare per sdebitarmi?».

«Ti va di darmi un po' di informazioni?».

Con il braccio ancora teso come se avesse ancora in mano il diario, aggrottò le sopracciglia.

«Lo farò a nome dell'Agenzia allora. E del mio ideale».

«Ideale?».

Dazai inclinò la testa come un cucciolo smarrito.

«Lascia stare. Non capiresti».

***


«Si può sapere perché sei tornato qui? Stavo molto meglio senza vedere la tua faccia!».

Altri capelli rossi. Ma tutt'altre parole.

«Volevo informarti dei miei ultimi progressi. Non sei contento...Chuuya?».

«Ma sai chi se ne frega dei tuoi progressi! Basta che te ne vai lontano d-».

«In centro c' è una gelateria buonissima».

Silenzio.

«In centro c'è-».

«Non mi interessa».

Ancora silenzio.

«B-u-o-n-i-s-s-i-m-a!»

«Ti odio!».

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