cinquantuno
«Come voi tutti sapete» attaccò a parlare V, «vincendo l'asta per questa donna sono il proprietario del suo corpo, per questa sessione. Sono io che decido la punizione da infliggere alla numero uno... e oggi... ho preso la decisione di cedere il mio diritto a un'altra persona» disse V, facendomi morire di paura.
Nella sala si alzò un mormorio, subito interrotto dalle parole di V.
«Cedo questa donna nella mani di Elena Cadina» annunciò.
Non riuscii a credere alle sue parole. Il mondo intero mi crollò addosso. Improvvisamente mi sentivo ridicola e fuori posto.
Quando vidi Cadina spuntare dalla platea mi travolse il panico. Si avvicinava sorridente.
Cercai di liberarmi dai lacci in cui mi avevano immobilizzata, tentando di fare forza sia con le gambe che con le braccia ma era impossibile muoversi.
Quell'odiosa sbruffona salì sul palco ghignando. Mi piantò il suo sguardo negli occhi per un lungo momento in cui mi sentii sprofondare; poi passò ad analizzare ogni centimetro del mio corpo nudo, lentamente, finendo col fissarmi in mezzo alle gambe.
L'umiliazione mi avvolse in una coltre d'imbarazzo e vergogna.
A tutto avrei pensato tranne a quell'eventualità.
Volevo scappare e iniziai a pensare di dire amore per porre fine al gioco. Non sopportavo il pensiero di essere sottomessa a una donna figurati se nei panni di quella donna ci fosse stata Cadina.
Non mi sarei mai fatta sottomettere da quell'odiosa gatta morta. Mai e poi mai.
Iniziai ad agitarmi con più fervore, facendo tintinnare le catene al quale ero legata e lei si mise a ridere.
«Vuoi mollare?» Chiese. «Vuoi perdere?» Chiese di nuovo, senza ottenere risposte.
Io ero sconvolta e sul punto di mollare davvero.
«Devi solo dire la parolina magica» aggiunse, compiaciuta dalle sue parole.
Iniziò ad accarezzarmi il ventre con le sue lunghe dita filiformi, senza preamboli. Mi fece passare un dito sulla vagina, premendo fino a violarla, ritraendolo immediatamente. Provai un fugace brivido di piacere.
Poi, di colpo, mi afferrò il sesso, stringendo in una mano le mie grandi labbra, come a volermi dare un pizzicotto. Gridai, più per la sorpresa che per il dolore.
Quei gesti, in pochi attimi, riaccesero tutta la mia bramosia.
Cadina lasciò la presa e si avvicinò la mano al volto, esaminandola in un gesto plateale «Sei bagnata» esclamò, mettendomi la mano davanti agli occhi, all'altezza della bocca.
«Fai tanto la sostenuta ma stai già morendo di piacere» disse, appoggiando un dito alle mia labbra e spingendolo dentro la bocca. «Assaggia il tuo sapore».
Io non sapevo più cosa fare, cosa dire, cosa pensare. Mi sentivo umiliata e terribilmente eccitata. Detestavo con tutta me stessa quella donna e quella situazione. Eppure il piacere che provavo era autentico.
Cadina sfilò il dito dalla mia bocca e mi diede uno schiaffo in mezzo alla vagina spalancata, facendomi gridare di nuovo.
«Perché non rinunci e te ne vai?» Chiese. «Così non sarò più costretta a sopportare la tua presenza» aggiunse.
Quelle sue provocazioni...quel suo modo di fare...quella situazione... fu proprio in quel momento che decisi che avrei resistito fino in fondo, qualsiasi cosa accadesse; qualsiasi cosa mi avesse fatto.
Cadina si allontanò un attimo avvicinandosi a Jasmine, per poi tornare subito di fronte a me. Teneva in mano un frustino con lacci di pelle e non aspettò che un solo attimo prima di infliggermi una frustata in mezzo alle gambe, colpendo in pieno la mia intimità schiusa, procurandomi una scossa di bruciore che mi fece urlare.
Senza darmi tregua, Cadina mi colpì un'altra volta e questa volta l'intensità fulminea del dolore bruciò per un solo istante sul ventre, per poi mischiarsi ai brividi di piacere che, lentamente, m'invasero tutto il corpo, salendo fino ad avvolgere la mente.
Gridai di nuovo e per contro Cadina mi colpì un'altra volta. Sempre nello stesso punto.
E poi ancora.
E un'altra volta ancora.
Ad ogni frustata un grido e uno schiocco ovattato si riflettevano in tutta la stanza. Nonostante le sferzate subite il dolore non riuscì a superare il piacere. Era piuttosto un continuo aumentare, imperterrito, delle due sensazioni.
Contro ogni logica, nonostante il bruciore, mi sentivo sempre più eccitata. Sentivo il calore dovuto alle sferzate sulla vagina profondersi in tutto il ventre, come una macchia di fuoco alimentata a frustate. E un piacere sottile e irresistibile vibrava in tutta me stessa facendomi godere. Ero stravolta.
A un certo punto Cadina fermò lo strazio.
Mi si avvicinò e tentò di strapparmi di dosso il corpetto legato da Kajy ma senza riuscirci. Almeno non completamente: il risultato che ottenne fu quello di abbassarlo fino a farne uscire i seni; che ora svettavano scomposti di fronte a lei e a tutti i presenti.
Cadina avvicinò la sua bocca a un seno e iniziò a passare languidamente la lingua sull'aureola del capezzolo per poi stringerlo tra le labbra. Prese a mordicchiarlo delicatamente fino a procurarmi piacere ma non appena si accorse che stavo gemendo, allontanò la bocca per afferrare il capezzolo con le dita. Iniziò a stringerlo e a rigirarlo, fino a farmi sentire un pizzicore profondo.
Dolore.
Sussultai e gridai di nuovo. Cadina sorrise compiaciuta.
Si rivolse nuovamente a Jasmine e tornò da me con due pinzette d'oro in mano. Ne avvicinò una al capezzolo dolorante e fece scattare la clip.
Un dolore lancinante mi pervase in tutto il corpo ma durò solo poco più di un attimo. Cadina proseguì applicando l'altra pinzetta all'altro capezzolo e la sensazione fu la stessa. Gridai di nuovo. Ma il dolore si tramutò presto in un fastidioso pizzicore e niente più.
Alle due pinze d'oro che mi aveva applicato sui seni erano attaccate due catenelle che scendevano, penzolando nel vuoto, fino all'altezza dell'ombelico. Le afferrò tra le mani e, guardandomi negli occhi con sguardo di sfida, iniziò a tirarle procurandomi altro dolore. Le tirò fino a sollevare i seni.
Io no riuscii a trattenermi: distorsi la bocca in una smorfia, per poi cedere di nuovo alle grida. A quel punto lei mollò la presa e i miei seni ricaddero nella loro posizione. Le catenelle ondeggiavano, scuotendosi.
«Non credevo che ti piacesse così tanto» disse Cadina «sei proprio una puttana» ringhiò quella stronza.
Prese un seno nella sua mano e fece come per soppesarlo. Lo massaggiò per un po' per poi scendere con la mano fino a raggiungere di nuovo il mio sesso, che sentivo bollente. Senza troppi complimenti fece scivolare una mano ossuta sulla pelle liscia del pube fino a raggiungere il clitoride. Lo strinse tra le dita, iniziando a tormentarlo, regalandomi sferzate di piacere così intenso che sembrava dolore.
La mia vagina, dopo le frustate subite, era come se avesse moltiplicato a dismisura la sua sensibilità. Il mio ventre, inconsciamente, si ritraeva a scatti ad ogni brivido causato dalle dita di Cadina, che non smetteva di tormentarmi nemmeno per un attimo.
Mi sentivo impazzire. Iniziai a mugugnare, incapace di trattenermi. La sensazione era troppo intensa e il mio corpo reagiva istintivamente, senza possibilità di controllarlo.
«Zitta.» Ringhiò lei, con tutta la sua arroganza, senza mai smettere di violentarmi il clitoride.
A quel punto, fece scivolare all'interno del mio sesso le due dita con un solo colpo deciso, penetrandomi fino in fondo, fino a premere col palmo della mano sulle grandi labbra.
Mi travolse il piacere. Rantolai.
Lei iniziò a muovere le sue dita dentro di me e io non potei fare altro che gridare tutto il piacere che mi stava procurando. Ricurvò le falangi nella mia carne facendomi godere, in preda agli spasmi, fino a portarmi sull'orlo dell'orgasmo, fermandosi un solo attimo prima che fosse troppo tardi.
Estrasse le sue dita dalla mia vagina. Me le mostrò come fossero un trofeo: erano fradice dei miei umori. Poi si voltò e le mostrò al pubblico: «Questa schiava è una porca.» Disse.
Devo confessarti che, inspiegabilmente, iniziava a piacermi davvero essere trattata in quel modo. Mai, in nessun modo e per nessun motivo, avrei pensato che mi potesse piacere essere umiliata da una donna di fronte a un pubblico. Eppure era proprio quello che stava capitando.
«Slegatela» ordinò Cadina.
Subito due uomini che stavano alle mie spalle e che non potevo vedere, si avvicinarono e mi slegarono facendomi scendere dai predellini di quella maledetta croce.
Non appena appoggiai i piedi per terra mi sentii indolenzita al punto che temetti di cadere. Ma non successe.
Cadina, senza concedermi un attimo di tregua, mi appoggiò una mano dietro il collo, costringendomi a voltare le spalle al pubblico e iniziò a premere, spingendo verso il basso.
«Mettiti in ginocchio» ordinò.
Io eseguii senza fiatare.
Una volta inginocchiata, Jasmine mi si avvicinò e, con poche mosse, mi slegò il corpetto facendolo cadere a terra.
Ora mi trovavo carponi di fronte a Cadina, completamente nuda, col sedere rivolto alla platea. Indossavo solo i sandali di vernice neri.
Cadina mi accarezzò il volto e afferrando le catenelle che pendevano dai capezzoli, iniziò a tirare, costringendomi ad avanzare gattoni. Il dolore era sopportabile, i capezzoli sembrava che fossero anestetizzati. Poi, senza mollare la presa, si spostò alle mie spalle continuando a tirare. Le catenelle fissate ai seni mi passarono sopra le spalle.
Cadina tirava, imponendomi di alzare il busto in posizione verticale.
Cadina continuava a tirare, mentre le catenelle sfregavano sulle spalle, i seni si sollevavano, i capezzoli si tendevano all'insù, forzandomi ad andare indietro con la schiena, finché non persi l'equilibrio. Mi sentii cadere e in un attimo mi trovai sdraiata in terra a faccia in su con la testa dalla parte della platea. Ora vedevo Jasmine e i due energumeni che mi avevano slegata dalla croce. V non sapevo dove fosse.
«Adesso devi stare immobile» ordinò Cadina, guardandomi, rivolta verso la platea.
Afferrò i lembi della sua minigonna, alzandola fino all'ombelico, mostrando a tutti la sua lingerie nera di pizzo. Languidamente, conscia dello spettacolo che stava mostrando, si sfilò il perizoma, facendolo cadere a terra di fianco a me, esibendo a tutti il suo sesso coperto da un triangolo di peluria nera.
Poi tutto accadde in un attimo: Cadina si accostò con i piedi alla mia testa, mettendone uno da una parte e uno dall'altra.
Ora stava in piedi, rivolta verso la platea, con le gambe aperte proprio sopra la mia testa, mostrandomi le sue grandi labbra rosee e carnose.
Si abbassò velocemente, mettendosi a cavalcioni sopra il mio viso, costringendomi così a prendere in bocca la sua vagina.
Io ero sconvolta al punto che non riuscii a muovere nemmeno un muscolo. Totalmente soggiogata da quella donna.
Cadina prese ad agitare il bacino avanti e indietro sulla mia faccia. «Leccamela puttana» disse.
Nonostante tutte le mie remore nei confronti del sesso lesbico e di quella donna in particolare, iniziai a mangiarla con le labbra e a leccarla, provando un piacere sottile e indescrivibile. Sentivo il sapore dei suoi succhi, dolci, viscidi, con un retrogusto di rame.
Godevo nel sentirla godere sul mio volto.
Andò avanti per parecchi minuti finché non raggiunse l'orgasmo, dimenandosi e gridando tutto il suo piacere. Quando si rialzò il mio volto era bagnato dai suoi umori e io mi sentivo sempre più sua complice.
«Portatemi lo sgabello» disse agli energumeni, mentre mi prendeva per mano aiutandomi ad alzarmi in piedi. Lei si ricompose abbassando la minigonna.
«Se credi che sia finita ti sbagli» mi avvertì.
Gli energumeni portarono sul palco uno sgabello piuttosto basso e lo sistemarono al centro.
Poi vidi una cosa che mi fece trasalire. Uno degli uomini appoggio l'Yraho sullo sgabello. Era proprio il gioiello d'oro, a forma di fallo, che avevo realizzato su ordine di quella strega per conto di V.
«Ora ti darò la possibilità di fare la presentazione della tua opera d'arte» disse ridendo.
«Voglio che ti ci siedi sopra fino a farlo scomparire dentro di te.» Disse senza mezzi termini. Al solo pensiero mi vennero i brividi. Non potevo fare una cosa del genere. Era troppo umiliante. E poi quel fallo d'oro era troppo grosso e troppo lungo.
Iniziai ad avere paura.
«Muoviti. Lo so che non desideri altro» disse lei.
Ma io non me la sentivo. Non me la sentivo proprio.
Indispettita dal mio atteggiamento prese di nuovo il frustino e mi diede una sferzata sulle cosce. Una scarica di dolore secco mi fece gridare.
«Muoviti» urlò.
Titubante, in preda alla paura, feci un passo verso lo sgabello. Cadina mi diede un'altra frustata. Questa volta colpendomi sul sedere.
«Muoviti ho detto o ti frusto il culo così tanto da farti sanguinare» urlò di nuovo.
Avevo il cuore che batteva a mille, tremavo; la tensione sfociata in ansia mi accorciava il respiro. Guardai l'Yraho e non riuscivo a capire come avrebbe potuto entrare nella mia intimità. Poi, probabilmente in preda al delirio, stanca di ricevere frustate, decisa a non mollare, mi avvicinai allo sgabello e mi ci misi a cavalcioni. Quell'enorme fallo d'oro era stato posizionato in modo che la parte ricurva puntasse sul lato destro della sala, per cui mi ero messa a cavalcioni mostrando il fianco al pubblico, che ormai era uscito dai miei pensieri. Ora ero tutta concentrata sul gioiello che avevo progettato. Cercavo di capire come avrei fatto per impalarmi sul quel pezzo d'oro.
Allargai le gambe, mi abbassai di un poco, fino a sfiorare con le mie labbra più intime la sua punta arrotondata. Il contatto con la superficie gelida dell'oro mi fece precipitare in un baratro di sensazioni che non ero più in grado di distinguere. Ero completamente in preda a uno stato confusionale.
Mi rialzai.
«Siediti» ringhiò Cadina.
Allora iniziai a ridiscendere, lentamente, piegando le gambe fino ad accostare di nuovo le grandi labbra alla testa sferica dell'Yraho. Il contatto col metallo risultò meno freddo e sconvolgente di poco prima. Mi lasciai andare, calandomi solo un poco, lasciando che la scultura mi violasse, percependo la superficie liscia e fredda dell'oro all'interno della mia carne, per poi ritrarmi, sfuggendo al supplizio. Guardai l'Yraho; la sua punta era ricoperta dai miei umori.
Cadina mi mollò un'altra frustata sul sedere.
«Ho detto di sederti» ringhiò di nuovo.
Riprovai, abbassando di nuovo il ventre fino a raggiungere la punta dell'Yraho. Indugiai, muovendo il bacino, sfregando il mio sesso sulla sua superficie liscia, resa scivolosa dai miei effluvi. Mi lasciavo accarezzare ogni piega, ogni sinuoso recesso della vagina. Il freddo dell'oro, gradualmente, stava lasciando il passo al calore del piacere. Lentamente, mi lasciai calare poco alla volta, fino ad avvolgere la punta rotonda dell'Yraho con i petali carnosi del mio sesso dischiuso.
Provai un piacere intenso, striato da deboli scosse di dolore; era come cibarsi di una prelibatezza condita con una spezia piccante. Il desiderio aumentò diventando impellente.
Afferrai la base dell'Yraho con entrambe le mani cominciando a ruotare il bacino, ondeggiando, finché non sentii di aver trovato la strada.
Restai in bilico in quella posizione per qualche attimo, facendomi inebriare dall'adrenalina.
Le gambe iniziavano a dolermi mentre percepivo il torpore che si dilatava nella mia testa. Immaginavo il momento in cui mi sarei lasciata cadere, pregustandone le sensazioni.
Lasciai la presa dell'Yraho, afferrando i glutei con le mani, affondando le unghie nella carne, allargando più che potevo la mia intimità.
Infine, lentamente, m'immolai.
Lasciai che il peso del mio corpo vincesse la resistenza della scultura di forma fallica, iniziando a calare impercettibilmente su di essa. Scendevo un pezzetto alla volta, avvertendo l'enormità, gelida, che si faceva strada nella mia carne, riempendomi, straziandomi. Diventando via via sempre più calda a mano a mano che si faceva strada dentro di me.
Il piacere si diffuse violento e inarrestabile come fossi investita da un'onda dell'oceano.
Iniziai ad agitarmi, mugolando.
Più godevo, più sentivo i miei succhi sgorgare e più scivolavo verso il basso. Più scivolavo verso il basso, più sentivo spremere i miei umori e più godevo.
Era un supplizio dal quale non potevo più sottrarmi.
Presi a dimenarmi nervosamente, gettando la testa all'indietro, contorcendomi, latrando come un'ossessa posseduta dal piacere.
Senza rendermene conto iniziai a sentire la superficie dello sgabello a contatto con le mie nocche, che tenevano ancora saldamente i glutei divaricati. Lasciai la presa e, subendo una spasmo improvviso, mi ritrovai seduta sullo sgabello; l'Yraho completamente inghiottito dal mio sesso.
Ero impalata, dilaniata, colmata da un pezzo di metallo caldo che mi stava facendo impazzire di piacere.
Un altro spasmo incontrollabile sferzò il mio corpo dall'interno, costringendomi a muovermi a scatti.
Cadina mi si avvicinò e mi diede uno schiaffo sul sedere: «Sei proprio un'ingorda» disse.
Trafitta dall'Yraho ero come immobilizzata. La sua forma ricurva mi costringeva a restare piegata in avanti; il sedere leggermente alzato; lo sfintere esposto alla perversione di quella donna. Non ci volle molto.
Cadina mi si avvicinò da dietro, appoggiò una mano sul mio sedere facendo scivolare le dita sulla mia pelle fino a raggiungere il perineo. Quindi iniziò a massaggiare l'ano con un dito, girandoci attorno, più e più volte, finché non decise di penetrarmi.
Al contrario di quello che immaginavo sentivo il suo dito farsi strada nelle mie viscere, inesorabile, entrando per intero, facendomi godere di un sottile piacere perverso che aumentava sempre di più.
Poi Cadina ritrasse il dito fino a sfilarlo completamente per qualche attimo ma solo per avvicinarne un secondo. Iniziò a fare pressione con due dita sul mio ano.
Ero in preda a un desiderio profondo, incontrollabile.
A mano a mano che Cadina spingeva le falangi dentro la mia carne, sentivo il piacere travolgermi, poco per volta. Gemevo, agitando la testa, mordendo le labbra. Ad ogni mio più piccolo movimento sentivo l'Yraho sfregare sulle pareti nel profondo del mio sesso, procurandomi brividi intensi che, di tanto in tanto e senza preavviso, diventavano spasmi violenti.
Cadina continuò a spingere finché le sue dita non furono completamente conficcate nelle mie viscere. A quel punto iniziò ad agitarle dentro di me, sfregandole in ogni anfratto, rigirandole in ogni recesso, senza pietà, sfilandole di un poco per poi riconficcarle dentro fino in fondo, portandomi a godere in un modo spropositato.
Iniziai a gridare, dimenandomi.
Più mi agitavo, impalata sull'Yraho, penetrata dalle dita di Cadina, e più godevo senza ritegno.
Iniziai a latrare priva di controllo, come fossi in delirio.
«Ti piace davvero tanto è? Puttana.» Mi sussurrò a un orecchio.
Volevo che continuasse a straziarmi. Volevo che non smettesse più. Sentivo l'onda dell'orgasmo sopraggiungere, enorme, inarrestabile. Inizia a dimenarmi freneticamente, senza smettere di urlare, pregustando l'ondata di piacere ma, ancora una volta, Cadina si fermò un attimo prima che fosse troppo tardi, estraendo le dita dal mio sfintere.
«E' tutta per te» disse Cadina.
Finalmente vidi V. Mi girò alle spalle e dopo pochi istanti, senza preamboli, sentii il suo pene premere sullo sfintere. In quel momento non desideravo altro.
Appoggiai i gomiti sulle ginocchia, incurvando la schiena. Sentivo l'Yraho spingere ancora più in profondità. Mi colse uno spasmo che mi fece tremare mentre mi offrivo, oscena e golosa, al mio principe nero.
V iniziò a fare ancora più pressione col glande, fino a far schiudere il mio pertugio anale e, senza trovare resistenza, mi penetrò, inesorabile, fino a farmi sentire completamente piena.
Iniziai a sbraitare, dimenandomi, colma di un piacere ancora una volta diverso, ancora una volta sconosciuto, ancora una volta tremendo e incontrollabile.
V iniziò a muoversi, facendo scorrere il suo pene nelle mie viscere, spingendo a fondo per poi ritrarsi fin quasi ad estrarlo, per poi rispingerlo di nuovo dentro, ancora più in profondità.
Ogni volta che mi penetrava sentivo il suo nerbo scorrere nelle mie viscere, provando il piacere sfrenato della sua carne nella mia; allo stesso tempo sentivo l'Yraho premere in profondità, dilatandomi, imponendomi un piacere sconosciuto e sconvolgente. Le due sensazioni vibravano in tutto il mio corpo e si univano nella testa, scatenando un godimento atroce.
V continuava. Mi scopava come un animale, grugnendo, senza pietà, mentre io avevo ormai perso completamente il controllo di tutto. Mi agitavo, urlavo scuotendo la testa, gridavo come impazzita. Mi sentivo come una cerbiatta nelle fauci di un leone.
V appoggiò una mano sulla mia nuca e, spingendola verso il basso, aumentò l'energia dei suoi colpi, l'intensità col quale mi penetrava, trafiggendomi il corpo fino a raggiungere la testa. Andò avanti a fottermi come fosse indiavolato. Facendomi godere fino all'esasperazione.
A un certo punto, dilaniata dall'Yraho e continuamente trafitta dal nerbo di V, sentii il bisogno impellente di orinare. Contrassi i muscoli nel disperato tentativo di oppormi ma non era possibile resistere. Mi abbandonai, esausta, gridando con tutte le mie forze, ancora una volta posseduta dal demone della perversione. Mi sentivo scoppiare e urlai ancora più forte, dimenandomi, costretta a rimanere rannicchiata e a subire. Non capivo più niente.
V continuava a fottermi, inesauribile, sempre più intensamente. Ora il suo pene scivolava nelle mie viscere fradice, senza nemmeno il più piccolo attrito. Ad ogni colpo sentivo il suo scroto sbattere sulla mia pelle.
Cadina, dopo aver preso in mano le catenelle applicate ai miei capezzoli, le tirò così tanto da farle saltare via entrambe. Provai solo un leggero pizzicore e nient'altro.
Stavo godendo di un piacere così immenso, violento e perverso, che niente al mondo avrebbe potuto distogliermi. Niente avrebbe potuto salvarmi.
Precipitai un'altra volta nel fondo del baratro lastricato di lussuria, finché non iniziai a sentire il seme caldo di V nelle mie viscere. Quella sensazione di calore, viscido, inarrestabile, all'interno del mio corpo, insieme ai lamenti di godimento del mio uomo e alle scosse di piacere del mio sesso, scardinarono tutti gli argini, precipitandomi nell'orgasmo più violento e travolgente della mia vita. Un piacere così atroce e indomabile, che iniziai a latrare come un animale impazzito, fuori da ogni controllo. Ero in balia di un orgasmo atavico e delle contrazioni che m'impartiva, senza che potessi far nulla per contenermi. Andai avanti per non so quanto tempo in preda agli spasmi, che sferzavano il mio corpo, a scatti, facendomi tremare fin dentro nell'anima.
Alla fine mi abbandonai, esausta, rannicchiandomi ancora di più, incapace di qualsiasi altro movimento, svuotata di ogni barlume di energia.
Jasmine e Cadina mi aiutarono ad alzarmi, sfilandomi dall'Yraho. Ero talmente provata nel fisico e nella mente che non riuscivo più neanche a stare in piedi. Non riuscivo a connettere. Inizia a piangere, sfinita.
Jasmine e Cadina diventarono gentili. Mi raccolsero con dolcezza e mi accompagnarono nella stanzetta dietro al palco, lontano dagli sguardi della platea.
Mi fecero sedere.
«Sei stata brava» disse Cadina, con una dolcezza nel tono vocale che non le avevo mai sentito, mentre Jasmine mi accarezzava il volto.
Arrivò Kajy con un accappatoio e le tre donne mi aiutarono a indossarlo.
Lentamente iniziavo a recuperare le mie energie, iniziavo di nuovo a connettere.
Mi sentivo appagata come non lo ero mai stata, consapevole di aver goduto in modo così intenso e spropositato che, forse, un piacere del genere non l'avrei mai più provato.
Sentivo in lontananza gli applausi delle persone presenti in platea.
Sentivo il sorriso scolpito sul mio volto.
Cadina si accese una sigaretta mentre Jasmine mi guardava con occhi pieni di dolcezza. Nessuno di noi disse niente. Qualsiasi parola sarebbe stata inopportuna. Eravamo complici.
Irruppe nella stanza V, facendomi prendere un colpo.
«Questo è per te» disse sorridendo, mentre mi accarezzava la nuca, consegnandomi l'assegno da cinquantamila euro. «Spero di vederti presto» aggiunse, prima di tornare in platea, scomparendo.
Io rimasi in silenzio. Svuotata di tutte le forze.
Sbalordita.
Allibita.
Kajy mi riaccompagnò in camera. Finalmente mi feci una doccia tiepida.
Ero scioccata. Non riuscivo a smettere di pensare a quello ch'era successo. Non riuscivo a smettere di pensare fino a che punto può spingersi il piacere sessuale. Non riuscivo a smettere di pensare fino a che punto ero arrivata.
Non appena mi sdraiai sul letto mi addormentai. Ero felice, appagata, esausta.
Avevo oltrepassato un limite dal quale non sarei più tornata indietro.
Quando scopri la tua anima nera non puoi più farne a meno.
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