#16Wrong Direction




📍New York
⏳ TODAY

JOSH

Cammino con calma all'interno del campus,  il tramonto è spettacolare anche a New York a quanto pare.

Le aule si svuotano mentre i vialetti si riempiono di risate,  una musica in lontananza  rimbalza contro i muri antichi e un gruppo di studenti si muove come un  branco in cerca di qualcosa da dimenticare.

Sto infilando i libri nello zaino quando una voce femminile mi ferma.

«Ehi... Josh, giusto?»

Mi volto.
Bionda. Alta. Sicura.
Troppo profumo. Troppo sorriso.

«Sì.»

Lei si avvicina senza aspettare altro.
«Stasera c'è una festa alla Beta Theta Pi. Dovresti venire.»

Annuisco appena, per educazione più che per interesse.

«Forse. Vediamo.»

Mi tocca il braccio, un gesto simile a quello di una trattativa già conclusa.
«Dai, ci divertiremo.»

La guardo.
È bella, molto. Il tipo giusto per le feste giuste.

Ma non sento assolutamente niente.

Nessuna tensione, nessuna curiosità, nessuna cazzo di fitta nello stomaco.

Solo quella sensazione piatta che conosco fin troppo bene:
posti diversi, stessa storia.

«Vediamo.» rispondo, già distante.

Lei se ne va convinta di avermi conquistato, e io riprendo a camminare verso il dormitorio.

Poi, senza un motivo valido, mi torna in mente lei.

Daytona.
Quella notte assurda
La sabbia fredda sotto i piedi.

Il modo in cui non valeva piacermi a tutti i costi.

La sua sicurezza che vacillava sotto il mio tocco.

Mi fermo un istante sotto un lampione.
Respiro a fondo.

Quella ragazza non mi ha lasciato addosso solo desiderio.
Mi ha lasciato una sensazione nuova, fastidiosa.


Scuoto la testa.
Non è il momento di pensarci.

Andrò alla festa

Una festa è solo una festa.

Giusto?

MIA🥀✨

«Ehi Mia, Carter è già arrivato sei pronta!?» Urla Holly dalla cucina.

«Due minuti e ci sono»

Stiamo per uscire, questa sera la confraternita Beta Theta Pi ha organizzato una piccola festa per dare inizio al periodo natalizio.

Mi affaccio alla porta dell'open space, Holly ha i capelli raccolti in un piccolo chignon basso, un abitino rosso plissé a collo alto smanicato, anfibi neri ed un cappotto di lana cotta in tinta con le scarpe, è davvero splendida e sempre elegante.

Io mi guardo e mi riguardo davanti allo specchio, la canottiera di seta bianca si contrappone perfettamente ai jeans neri attillati mettendo in risalto la pelle leggermente abbronzata, lascio i capelli sciolti sulle spalle, solo un filo di trucco sul viso, afferro il cappotto dall'armadio all'entrata e sono pronta per uscire di casa.

Carter ci aspetta seduto nel suo pick-up parcheggiato dall'altro lato della strada, percorriamo il tragitto cantando "Light my fire" dei Doors; ricordo che ogni sera, quando eravamo piccole, io e mia sorella sgattaiolavamo fuori dal letto e ammiravamo di nascosto i nostri genitori ballare con un bicchiere di vino in mano sulle note di Jim Morrison, sorridevano spensierati, non avrei mai sospettato allora che avrebbero divorziato.

Guardo Holly sul sedile posteriore, so già che ha capito a cosa sto pensando. Non vedo l'ora di passare le vacanze estive a Los Angeles con lei come pianificato, per ammirare finalmente tutti i luoghi dove ha vissuto uno dei mie cantanti e poeti preferiti, di girovagare per le strade di Venice Beach e di immergermi nello straordinario clima artistico di un luogo senza tempo.

Appena sorpassiamo il cartello STRADA PRIVATA, Carter accosta e tira fuori una bustina con dell'erba dalla tasca dei pantaloni, si rolla una canna in pochissimi secondi e riparte senza proferire parola, qualche tiro e mi passa lo spinello, Holly sbuffa dal sedile posteriore, io sorrido, apro un po' il finestrino e aspiro una boccata di fumo cercando di nascondere il mio umore ballerino e la mia ansia intrepida.

Il viottolo è colmo di macchine parcheggiate in ogni dove, tanto da dover proseguire per oltre cinquanta metri prima di trovare un posto libero.

Faccio un ultimo tiro prima di scendere dall'auto, mi sento nervosa e inquieta.

«Mia, ci sei?» Strilla Holly a pochi passi da me.

Il giardino è ricoperto di bicchieri sporchi e bottiglie vuote, la musica si irradia dalle finestre aperte, Holly si è già fermata a parlare con un ragazzo che frequenta i suoi stessi corsi, dovrebbe chiamarsi Brian, Brandon o qualcosa del genere. prendo Carter per mano.

«Ehi, tienimi d'occhio, ti prego!»

«Che succede dolcezza? Qualcuno ti infastidisce?»

«Niente, tu fallo e basta, ok?»

«Certo bambolina»

«Grazie» Sussurro.

Gli stringo la mano per zittirlo e lo trascino dentro senza dire altro.

Facciamo un giro completo della confraternita, è la prima volta che entro in questa antichissima residenza; alcuni ragazzi fischiano mentre cammino, stasera però non mi sento lusingata anzi, mi stringo al mio amico per cercare protezione, Carter sembra capire il mio stato d'animo e li fulmina con lo sguardo.

Cazzo, forse sarei dovuta rimanere a casa, non capisco che diavolo mi prende.

Un ragazzo biondo dietro il bancone della cucina ci passa due bicchieri colmi fino all'orlo, butto giù tutto d'un fiato senza pensare.

«Fanculo era Gin» Biascico stizzita.

«Io non lo reggo il Gin» Faccio una boccaccia e nel contempo scrollo la testa in segno di disapprovazione.

Carter ride. «Andiamo a ballare vieni.»

«Aspetta, ne voglio un altro bicchiere»

«Perfetto bambolina, così tra venti minuti sarai in bagno a vomitare!» Sentenzia.

I Black Eyed Peas rimbombano nelle casse, e la stanza sembra vibrare sotto il peso dei bassi.

Luci colorate. Mani in aria. Corpi che oscillano.

Eppure, più la musica sale, più sento il cuore correre senza motivo.

Carter mi balla addosso.

Una mano sul fianco.

L'altra sul sedere.

Il suo respiro caldo sul collo.

Di solito quel contatto mi accenderebbe.

Stasera mi irrita.

Mi stringe. Mi soffoca.

La sala lilla — enorme, luminosa, piena di gente — si restringe fino a diventare una scatola soffocante.

Le tempie pulsano.

La gola si secca.

L'aria sembra sparire.

Devo uscire. Adesso.

Mi faccio spazio tra la folla, inciampando, urtando, annaspando.

La musica è ovunque, nelle ossa, nello stomaco, nella testa.

Ho l'impressione di essere un animale in fuga.

Trovo una piccola porta bianca in fondo a un corridoio.

La apro.

Aria gelida. Respiro.

Il giardino posteriore è buio, illuminato appena da due lampioni.

Dalla distanza si intravedono i dormitori femminili.

Nessuna finestra accesa.

Mi siedo su uno scalino.

Mi rannicchio.

Stringo le ginocchia al petto.

Tremo tutta.

I muscoli non obbediscono.

Il respiro è veloce, incontrollabile, irregolare.

Il cuore perde colpi, poi accelera, poi scappa.

Le lacrime mi rigano le guance senza che me ne accorga.

Tutto in me urla, anche se fuori non emetto suono.

Poi una voce, bassa, esitante, vicina:



JOSH🖤🔥

Dopo aver girovagato per una mezz'ora cercando di ambientarmi ho deciso di fare un salto alla festa di cui parlava la biondina.

Ed eccomi qui: una villa enorme, antica... e dipinta lilla.

Lilla.

Chi cazzo sceglie il lilla per una sala feste?

Appena entro, la probabile padrona di casa mi individua.

Mi salta addosso.

Il solito copione.

Le sorrido appena.

Cerco qualcosa da bere.

Il barista, Lucas, sembra simpatico. Fa medicina, quindi lo vedrò spesso.

Guardo la massa di persone che ballano sudate sotto i Black Eyed Peas e mi chiedo come cazzo io sia finito qui.

Poi qualcosa mi urta.

Una spalla minuta.

Un corpo leggero.

«Ehi, stai attenta.»

Non si ferma.

Non mi ascolta.

Scompare nel corridoio.

Per un attimo penso di essermelo immaginato.

Per un attimo penso di essere impazzito.

Possibile?

La seguo.

Qualcosa nel mio petto... si ferma.

La vedo uscire fuori.

Si accascia sugli scalini.

Trema.

Piange.

Si stringe le braccia addosso.

Il fiato mi si inceppa in gola.

È lei.

Di nuovo lei.

La ragazzina che non riesco a togliermi dalla testa.

Mi avvicino piano, come se il rumore potesse farla scappare via come un animale ferito.

MIA🥀✨

«Ehi... posso sedermi qui?»

Annuisco.

Si toglie il cappotto e me lo posa sulle spalle.

Le sue mani restano lì. Calde. Ferme.

Il respiro rallenta.

Il cuore smette di correre.

Poi vedo il tatuaggio.

La geisha. I fiori di loto.

Alzo lo sguardo.

Occhi color caramello. Con quella striatura verde, che adesso riconoscerei ovunque.

«Di nuovo tu...»

Sorride piano.

Il mondo si ferma.

Ancora.

Mi sfiora le labbra con il pollice.

Il mio cuore si inceppa.

Mi rannicchio contro il suo petto.

«Vieni» mormora. «Camminiamo un po'.»

E per la prima volta da ore...

respiro davvero.

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