Capitolo dieci
Harper batté le palpebre. La nebbia in cui era finita preda, dalla quale era scivolata piano in un sonno profondo e inquietante, si stava diradando sempre più con il trascorrere veloce del tempo.
Deglutì, avvertendo la gola così secca da bruciarle. Lentamente aprì gli occhi e indirizzò lo sguardo confuso, appannato dalla sonnolenza, attorno a sé. Sempre più perplessa, si domandò anche cosa ci facesse in quella che aveva tutta l'aria di essere una stanza d'ospedale.
A un tratto, come una specie di folgorazione divina, gli eventi vissuti fluirono nella sua mente come un fiume in piena: in un solo istante rammentò la sua fuga precipitosa dalla clinica, l'assalto di Lorenzo Foscarini, poi l'arrivo tempestivo di Giacomo, il loro battibecco serrato e, infine, il sonno che l'aveva condotta all'oblio dei sensi.
Il vampiro l'aveva riportata alla clinica, dunque? Aggrottando la fronte e strizzando forte le palpebre, sfiorò con le dita il lenzuolo candido in cui era avvolta, facendo scorrere i palmi delle mani su e giù per diversi minuti, saggiando la consistenza fresca del filato e provando a muovere meglio le braccia.
Aveva un forte mal di testa e una gran sete. Mentre spostò lo sguardo dal soffitto bianco e lo portò alla finestra, notò che il cielo era plumbeo e, dalla luce dolce dei lampioni, intuì che era ancora notte.
Un movimento lento attirò la sua attenzione. Volse il capo in direzione della porta e vide Giacomo andare verso di lei. Indossava il camice bianco, sopra abiti diversi da quelli che ricordava.
Il cuore si strinse in una morsa mentre lo osservava avvicinarsi al suo letto.
— Sei tornata in te. — Il tono di lui era sollevato, intanto che ora studiava attentamente il suo viso. Le sfiorò i capelli con una mano, scostandoglieli dalla fronte.
Lei chiuse forte gli occhi, tentando di sollevare il braccio per scacciarlo via. — Cosa... cosa mi hai... fatto? — domandò, balbettando e tremando per la rabbia. — Perché...
Lui la bloccò, spostando la mano dalla sua fronte alla sua spalla destra. — Ferma, potresti sentirti male — le raccomandò piano, costringendola a restare sdraiata. — Hai dormito per due giorni, Harper. Ho usato l'ipnosi su di te e, solitamente, per un essere umano, ci vuole una settimana per riprendere piena padronanza di sé, sai?
L'aveva ipnotizzata? Come aveva potuto farle una cosa così squallida? Come si era permesso? S'inumidì le labbra secche con la lingua. — Voglio andare via... — gracchiò, lanciandogli un'occhiataccia. — Non... non puoi costringermi... a restare qui...
Giacomo fece una smorfia. — Non sono io a volere che tu resti qui, Harper. — Le poggiò la mano sulla guancia e le accarezzò il viso. — So di non essermi comportato da gentiluomo con te, ma ne andava della tua vita. Mi dispiace.
— Perché? — Strinse i pugni, chinando il capo. — Perché? — Voleva schiaffeggiarlo, prenderlo a pugni, cacciarlo via a calci. Ma era talmente debole che non riusciva nemmeno ad alzare le braccia!
— Non voglio spaventarti, non più di quanto tu lo sia già — replicò triste e amareggiato.
— Io... voglio andare via di qui, Giacomo. Voglio... tornare a casa mia. — Un singhiozzo fuoriuscì dalla sua gola arsa e, infine, come una bambina, troppo sconvolta persino per trattenersi, scoppiò a piangere a dirotto.
Nel vedere le lacrime rigare il suo volto distorto dal dolore, lui imprecò in italiano e la abbracciò. — Mi dispiace, Harper. Mi dispiace così tanto.
Lei chiuse gli occhi, continuando a singhiozzare, abbandonandosi tremante al tepore tiepido di quell'abbraccio.
Giacomo affondò il naso nei suoi capelli e riprese a parlare. — Non puoi più fare come credi. Nell'eventualità che tu fugga ancora, la Direttrice Grimani ha ordinato alle Sentinelle di riacciuffarti — rivelò in un sussurro roco. — Le Sentinelle sono il braccio armato del Consiglio dei Vampiri: sono spietati, immorali, brutali, animaleschi, e Lorenzo Foscarini è il loro capo. Non ti permetteranno di scappare più, anche a costo di segregarti in qualche sottoscala e gettare la chiave in mare.
Lei deglutì, affondando il volto umido contro il suo petto erculeo. — È tutto questo per... perché rischiate di estinguervi? — riuscì a dire dopo un po'.
Giacomo la strinse più forte. — È stato Lorenzo a dirtelo, vero?
Lo guardò di sottecchi. — Mi ha parlato di un certo Soggetto U... e di un'epidemia...
— Maledizione. — Infuriato e disgustato, scosse il capo. — E cos'altro?
— Di come dovrei diventare il Primo Paziente e salvarvi...
A quel suo commento strozzato, lui si fece lugubre di prima. Poi la lasciò andare, aiutandola a rimettere la testa sul cuscino. Per un attimo restò perso nei suoi pensieri e Harper notò un'ombra spegnere i suoi occhi.
— Sì, è così — affermò triste, dopo un bel po'. — I tuoi geni corrispondono al Soggetto U, un uomo che fu tramutato in uno di noi e fu sottoposto a degli esperimenti speciali, volti a risolvere l'intolleranza ai raggi del sole dei vampiri. — Afferrò l'unica poltroncina nella stanza, spostandola verso il letto, accomodandosi su di essa. Poi le prese di nuovo la mano e la strinse forte nella sua, portandosela alle labbra. — Tuttavia gli esperimenti non andarono a buon fine e furono sospesi, il Soggetto U scappò e morse una guardia, infettandola, e provocando l'inizio di un'epidemia che ci sta facendo morire tutti dissanguati. — Fece scorrere il pollice sul dorso e la fissò di sottecchi, con quegli occhi dal colore della cioccolata calda. — Tu sei come il Soggetto U prima della trasformazione, Harper. Hai lo stesso tumore benigno di cui era affetto quando era umano: ecco la ragione per cui sei stata scelta e sei qui...
A tutte quelle informazioni, la testa le girò più forte. — Benigno? — Harper avvertì un brivido gelido lungo la spina dorsale. — Ho un tumore benigno? Non sto per morire, allora?
Giacomo chinò il capo. — No, se sarai operata e poi sottoposta alla terapia chemioterapica — rispose esaustivo. — Il dottor Bernard ti ha mentito, Harper. È anche lui un vampiro e, venendo a conoscenza della tua malattia, sa che trasformandoti, diventeresti il Primo Paziente che potrebbe far cessare questo stato di emergenza per sempre.
I loro sguardi s'incontrarono e Harper si sentì morire. — Ed è per questa ragione che mi ha mentito, quindi? — chiese sconvolta. — Per condurmi in Italia e fare di me un vampiro?
— Sì — affermò Giacomo cupo. — Ecco la ragione per cui quel giorno, il giorno della tua partenza da Boston, avevo intenzione di avvertirti e di farti fuggire.
Sconvolta, sbarrò gli occhi per la sorpresa. — Cosa? — balbettò esterrefatta. — Ma allora tu sapevi chi...
— Sì, sapevo bene chi fossi — assentì deciso. — Il nostro incontro non è stato casuale.
Con una stretta al cuore, Harper ricordò il loro scontro e il modo gentile con cui Giacomo si era avvicinato a lei. Era stato tutto studiato a tavolino? — E perché non mi hai detto nulla, quel giorno? — gli chiese incredula.
— Perché, non appena sei entrata all'aeroporto, eri sorvegliata a vista e mi avrebbero fermato — ribatté Giacomo, con una smorfia di dispiacere sulle labbra. — Ho sottovalutato la Direttrice, e il Consiglio dei Vampiri, e il potere sconfinato che hanno sul mondo e sulle persone. Sono stato solo un povero illuso. — Dopo drizzò il collo e il suo sguardo parve incendiarsi di passione. — Tuttavia, sono stanco di vedere morire innocenti. Sono anni che studio per trovare una cura, senza coinvolgere il mondo degli umani, ma la Direttrice e gli altri vampiri mi definiscono troppo ottimista e, anche se mi finanziano attivamente, non credono che possa giungere a una soluzione alternativa. Dicono che sono troppo umano, troppo pazzo, troppo visionario per i loro gusti.
Harper lo soppesò con attenzione, non sapendo più cosa pensare realmente di lui. Eppure c'era una luce determinata nei suoi occhi che la convinse; non stava mentendo, era davvero sincero, credeva nella storia che le stava raccontando.
Un subdolo senso di colpa strisciò come un serpente attorno al suo cuore e lo strinse nelle sue spire mortali. — Mi dispiace avverti chiamato mostro — si ritrovò a sussurrare, davvero dispiaciuta. — Dopo di ciò che mi hai detto, è stata un'accusa ingiusta nei tuoi confronti.
Giacomo lasciò la sua mano e scosse il capo, sorridendo mesto. — Hai asserito la verità, Harper, non devi nemmeno scusarti — ribatté quasi ironico. — Sono un vampiro, sono un mostro e, proprio perché so cosa significa finire preda della dannazione eterna, desidero informare gli esseri umani in cosa vanno incontro quando arrivano alla clinica. — Gli angoli della sua bella bocca andarono verso il basso. — Tutti sono consapevoli di cosa accade loro quando superano quella soglia al piano di sotto. Ma tu, piccola sciocca, sei stata condotta qui con l'inganno e non potevo tollerare questa situazione così squallida. — Riportò il suo sguardo bruciante su di lei. — Il solo pensiero di m'inaridisce dentro... e... — Lo osservò deglutire e spostarsi a disagio sulla poltroncina. — No, non posso sopportare che ti venga fatto questo, ecco.
Harper corrugò le sopracciglia, diventando più rossa di prima. — Che vuoi dire, scusa?
Lui sorrise e la costrinse a volgere il palmo della mano verso l'alto. Poi poggiò le labbra proprio in quel punto, indugiandovi una bella manciata di minuti.
Le guance le andarono a fuoco. — Giacomo, perché non riesci a sopportarlo? — farfugliò timida, dacché il vampiro non sembrava volere rispondere.
Il sorriso di lui si fece più ampio, lei lo avvertì contro la pelle. Fu allora che il suo respiro freddo la sfiorò, provocandole brividi caldi lungo tutto il corpo.
Quando Giacomo sollevò lo sguardo, i suoi occhi sembravano due tizzoni ardenti, dalla grande carica ipnotica e sensuale. — Harper... tu... non mi sei... indifferente — disse sincero. Si alzò in piedi, poggiando le mani ai lati della sua testa. — Credevo che, dal mio modo di fare, tu lo abbia compreso già... no?
Nonostante avesse il cuore in gola, lei gli indirizzò un'occhiata truce. — E come facevo a capirlo, scusami? Ti prendi sempre gioco di me!
Il sorriso del vampiro si trasformò in un ghigno. — Infatti, lo faccio apposta... Sei bella quando ti arrabbi. Non te lo hai mai detto nessuno?
— Come, prego?
Scoppiò a ridere. Le diede un colpetto scherzo sul naso, costringendola a chiudere gli occhi di scatto. Poi, quando Harper li riaprì se lo trovò più vicino di prima, con l'espressione così intensa da far morire la sua imprecazione sulla lingua.
Stava per baciarla, lo presagiva dal modo in cui la stava guardando, come se non ci fosse altro al mondo che lei e basta.
Avrebbe dovuto respingerlo, richiamare a sé il buon senso e la ragione, perché sapeva bene che da quella storia non sarebbe uscito nulla di buono. Ma una parte di Harper, quella più remota e oscura, quella più sola e affamata, desiderava quel bacio più di qualunque altra cosa al mondo. Il suo corpo ricordava ancora la prima volta che le labbra di Giacomo avevano sfiorato le sue, il modo carezzevole in cui sapevano muoversi, quindi non riusciva a scostarsi e negarsi a quel contatto.
Lentamente chiuse gli occhi, in attesa. Fu allora che lo sentì spostarsi, avvertendo l'aria vuota attorno a sé. Harper tornò a fissarlo, lanciandogli un'occhiata confusa.
Giacomo stava ridendo. — Sono più buono del consueto, Harper, ma questo non significa che non mi piaccia giocherellare come gli altri. — E le diede un pizzico forte alla guancia. — Sono pur sempre un vampiro anch'io.
— Ahi! — Lei si portò la mano alla guancia, passandosela sul viso. — Sei scemo? — sbraitò dopo, tentando di mettersi seduta sul letto. — Cosa ti salta in mente?
Con un balzo leggiadro, da fare invidia a un ballerino del teatro "La Fenice", Giacomo uscì dalla stanza continuando a ridere.
Poi la porta si rinchiuse con uno scatto e lei rimase sola.
Harper ebbe un altro brivido e poggiò una mano sul petto, in uno sciocco tentativo di calmare la corsa impazzita del suo cuore.
Anche se era arrabbiata con quel pazzo, sapeva che le sarebbe bastato guardarlo negli occhi per cedere di nuovo al suo fascino e, in un solo istante, farsi trasportare di nuovo dall'emozione.
Era proprio fritta... Si era davvero innamorata di Giacomo Farussi?
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