Ostacoli

Il "percorso" era effettivamente impressionante, considerando che Katsuki lo aveva costruito con quello che aveva trovato nella sua stanza.

Izuku si trovava di fronte a un tracciato che si snodava per almeno dieci metri lungo il pavimento, trasformando oggetti quotidiani in ostacoli proporzionati alle sue dimensioni attuali.

«Okay.» disse il biondo, inginocchiato accanto al punto di partenza. Aveva in mano un foglio con degli schemi. «Ascolta bene perché lo spiego una volta sola.» Indicò il primo ostacolo. «Quella è una bottiglia d'acqua da due litri, vuota. Ci arrampichi usando le scanalature come appiglio. In cima c'è un tappo piatto dove puoi riposare tre secondi. Poi scendi dall'altro lato.»

Izuku guardò la bottiglia. Da trenta centimetri di altezza, sembrava un grattacielo. Le scanalature di plastica erano profonde forse mezzo centimetro, abbastanza per le sue dita, ma richiedevano precisione.

«Secondo.» continuò Katsuki, «L'asciugamano. L'ho arrotolato stretto e fissato con degli elastici. Devi attraversarlo camminando sopra. È instabile, quindi devi mantenere l'equilibrio. Se cadi, ricominci.»

L'asciugamano era lungo circa un metro e mezzo, sospeso tra due pile di libri alte quanto Izuku. Oscillava leggermente anche solo con l'aria della stanza.

«Terzo, il tunnel.» Katsuki indicò il suo libro di fisica, appoggiato su due astucci per creare uno spazio sotto. «Strisci sotto. È basso, quindi devi andare a pancia in giù. Non toccare il libro. Se lo fai cadere, perdi punti.»

«Punti?» chiese Izuku.

«Non tengo davvero il punteggio, idiota. È per motivarti.»

«Ah.»

«Quarto.» Katsuki indicò una serie di piccoli pesi da palestra disposti in fila con spazi irregolari tra loro. «Salti da un peso all'altro. Sono piatti sopra quindi hai appoggio, ma devi calcolare la distanza. Se manchi il salto e cadi per terra, riparti dall'ultimo peso.»

Izuku contò. Sette pesi. Le distanze variavano da quello che dovevano essere circa quindici ai venticinque centimetri. Dal suo punto di vista, salti di mezzo metro o più.

«Quinto e ultimo.» Katsuki si spostò verso la fine del percorso. «La rampa.» Aveva appoggiato una stecca da un metro contro una pila di manga, creando una salita ripida. «Corri su, tocchi il manga in cima, corri giù. Poi riparti dall'inizio.»

«E questo è un giro?»

«Sì. Ne fai dieci.»

Izuku guardò di nuovo il percorso. Già solo guardarlo lo faceva sentire stanco. «Kacchan, non sono sicuro di...»

«Sei un eroe, Deku.» La voce del biondo non ammetteva discussioni. «Gli eroi si allenano. Sempre. Indipendentemente dalle dimensioni.»

Si alzò, andò alla sua postazione. Aveva steso un tappetino da yoga e si mise in posizione di partenza per le flessioni.

«Io faccio cento flessioni. Tu fai dieci giri. Vediamo chi finisce prima.»

Era ovviamente era una sfida, nel perfetto stile di Bakugō Katsuki.

E Izuku, anche grande quanto una bambola, anche completamente ridicolo in jeans e maglietta verde troppo piccoli, non poteva rifiutare.

«Vai!» disse Katsuki.

Izuku iniziò.

***

La bottiglia d'acqua era esattamente difficile come sembrava. Izuku dovette saltare per afferrare la prima scanalatura, le dita che scivolarono sulla plastica liscia prima di trovare presa. Si tirò su con le braccia, i piedi che cercarono appoggio.

Il problema non era la forza. Era la scala di proporzioni. Ogni "gradino" richiedeva un movimento completo del corpo. Braccia che tiravano, gambe che spingevano, addominali che si contraevano per mantenere l'equilibrio contro la superficie curva.

Quando arrivò in cima, il respiro già gli mancava. Tre secondi sul tappo piatto.

Uno. Due. Tre.

Li contò a mente e poi giù dall'altra parte, che fu peggio perché non vedeva dove metteva i piedi.

L'asciugamano oscillava sotto ogni passo: il tessuto spugnoso cedeva sotto il peso anche minimo di Izuku, creando piccole depressioni che lo facevano barcollare. Allargò le braccia per l'equilibrio, i passi piccoli e misurati. A metà strada l'asciugamano oscillò più forte e Izuku quasi cadde, le braccia che si agitarono nell'aria prima di riprendere l'equilibrio.

«Concentrati!» gridò Katsuki da dietro. Era alla flessione numero quindici.

Il tunnel era claustrofobico. Izuku si mise a pancia in giù e iniziò a strisciare. Il libro sopra di lui era così vicino che sentiva il peso della sua presenza. Usò i gomiti e le ginocchia per trascinarsi, centimetro per centimetro. Il pavimento era freddo contro lo stomaco lasciato scoperto dalla maglietta. A metà strada un gomito scivolò e il corpo si abbassò troppo e sfiorò con una gamba l'astuccio, facendolo scivolare di poco.

«ATTENTO!»

Izuku si congelò, poi si risollevò lentamente, i muscoli delle braccia che tremavano e continuò più lentamente. Quando uscì dall'altra parte, aveva il cuore in gola.

I salti tra i pesi furono i peggiori. Il primo fu abbastanza buono, solo quindici centimetri. Atterrò in equilibrio sul disco di metallo freddo. Il secondo fu più lontano. Dovette prendere la rincorsa, saltare con tutta la forza delle gambe. Atterrò sul bordo, quasi scivolò, si raddrizzò all'ultimo.

Il terzo salto fu ancora più lungo. Venticinque centimetri. Izuku prese respiro, si concentrò, e saltò.

Le dita toccarono appena il bordo del peso. Scivolò, si aggrappò con entrambe le mani, le gambe che penzolavano. Dovette tirarsi su con la pura forza delle braccia, un micro pull-up che lo lasciò ansimante.

Quando infine arrivò alla rampa, le gambe gli tremavano, ma corse su comunque, il righello ripido sotto i piedi, i polpacci che bruciavano. Toccò il manga in cima, si girò, corse giù.

«UNO!» gridò Izuku con una certa soddisfazione. Katsuki si fermò alla flessione numero trentadue, restando in posizione di plank e ghignando quando Izuku cominciò il giro successivo.

La bottiglia sembrò ancora più alta stavolta. Le braccia protestavano già dal primo giro, ma salì comunque, mano dopo mano, piede dopo piede.

L'asciugamano oscillò di più. O forse era solo che Izuku era già stanco e l'equilibrio ne risentiva. Barcollò tre volte e la terza quasi cadde davvero, il corpo che si piegò pericolosamente di lato prima di recuperare.

Il tunnel lo fece sudare per la concentrazione necessaria a non toccare gli astucci o il libro. I muscoli delle braccia tremavano per lo sforzo di tenere il corpo il più a terra possibile per evitare di far cadere l'impalcatura e finire schiacciato dal capitolo sul ferromagnetismo.

I salti furono una tortura: le gambe non avevano più lo stesso scatto. Il quarto peso fu particolarmente difficile. Saltò troppo corto, le mani che afferrarono il bordo all'ultimo secondo. Di nuovo dovette tirarsi su, le braccia che urlavano protesta.

«DUE!» urlò alla fine della discesa dal righello.

Katsuki lo osservò. Era a sessanta flessioni.

Terzo e quarto giro si fusero in una nebbia di fatica. Salire, oscillare, strisciare, saltare, correre. Ripetere. I muscoli bruciavano. Il respiro veniva in ansimi corti. Il sudore gli colava dalla fronte negli occhi.

Al quinto giro scivolò dalla bottiglia a metà salita. Le dita persero la presa sulla plastica umida di sudore. Cadde. Solo venti centimetri ma sufficienti a fargli male al sedere quando atterrò.

«Rialzati!» disse Katsuki. Voce ferma, ma non cattiva.

Izuku si rialzò. Ricominciò a salire.

Il corpo si muoveva per pura determinazione ora. Le braccia tremavano costantemente. Le gambe sembravano fatte di piombo. Ogni salto era una scommessa sul fatto se i suoi muscoli avrebbero obbedito o meno.

Al sesto giro cadde dall'asciugamano. L'atterraggio fu su un libro quindi solo un po' doloroso. Si arrampicò di nuovo su, ricominciò l'attraversamento.

Al settimo quasi non riuscì a uscire dal tunnel. I gomiti cedettero a metà strada e crollò sul pavimento. Rimase lì per tre secondi, il respiro affannoso, prima di trovare la forza di continuare.

«Ancora due!» gridò Katsuki. «Avanti Deku!». Era a ottanta flessioni.

Izuku non sapeva come il corpo continuasse a muoversi.

Era tutto dolore ora, ogni muscolo urlava e le mani erano arrossate dai continui attacchi alla plastica della bottiglia. Le ginocchia sbucciate dallo strisciare.

Ma continuava.

Perché Kacchan lo guardava. Perché Kacchan aveva passato la notte a ideare questo percorso. Perché lui credeva che Izuku potesse farlo.

L'ottavo giro fu pura forza di volontà. Il nono fu andare oltre la forza di volontà, trovare qualcosa di più profondo. Il Plus ultra.

«ULTIMO!» Katsuki era a novantotto flessioni. «Ce la fai, Deku!»

Izuku sollevò la testa. Il percorso davanti a lui sembrava infinito, impossibile.

Ma iniziò l'ultimo giro comunque.

La bottiglia. Le braccia che non volevano più tirarsi su ma lo fecero comunque. Ogni centimetro una vittoria.

I passi incerti, il corpo che oscillava pericolosamente, ma mantenne l'equilibrio attraverso la pura testardaggine.

E continuò, centimetro dopo centimetro.

Negli ultimi salti le gambe gli tremavano così tanto che non era sicuro avrebbero obbedito. Ma saltò comunque.

Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette.

Ogni atterraggio un miracolo.

Corse quando correre sembrava impossibile, un piede davanti all'altro. Su su su fino al manga in cima...

Lo toccò e si girò.

Corse giù, urlando «DIECI!» e crollò in fondo alla rampa, il corpo che si arrendeva finalmente.

Il petto si alzava e abbassava in ansimi disperati. I muscoli vibravano dalla fatica. Il sudore gli inzuppava completamente i vestiti.

«CENTO!» gridò Katsuki, completando l'ultima flessione, fatta quasi al rallentatore solo per attenderlo.

Non si alzò subito; restò lì in posizione, le braccia che tremavano per aver alternato flessioni e plani solo per aspettare Deku, il respiro pesante. Poi crollò sul tappetino, rotolando sulla schiena, il petto che si alzava e abbassava in grandi ondate.

«Caaazzo...» ansimò al soffitto.

Per un lungo momento nessuno dei due si mosse. Solo respirarono, due piccole figure esauste separate da metri di pavimento.

Poi Katsuki si tirò su con un gemito e si trascinò verso Izuku,

Con uno sforzo si alzò e attraversò la stanza, si inginocchiò accanto all'altro. «L'hai fatto, piccolo nerd bastardo!» disse, e c'era qualcosa che poteva essere stato orgoglio nella voce. «Cazzo, Deku, l'hai fatto davvero!»

Izuku riuscì solo a gemere in risposta.

«Okay...» Katsuki lo sollevò con delicatezza, tenendolo nel palmo. «Acqua e doccia. Adesso. Prima che i muscoli si irrigidiscano troppo.»

«Non... posso... muovermi...»

«Non devi... Ti porto io.». Lo raccolse con mani che tremavano leggermente, e lo portò alla panca vicino alla finestra, dove aveva la borraccia.

Izuku pensò, attraverso la nebbia della fatica, che forse quei giorni non erano stati poi così terribili.

Non quando significavano momenti come questo.

Katsuki che credeva in lui, che lo spronava. Che lo sentiva davvero orgoglioso di lui, anche quando era grande quanto una bambola.

Forse specialmente quando era grande quanto una bambola...

Lo posò sul legno con delicatezza, poi crollò seduto accanto a lui, le gambe larghe, la schiena curva, le mani sulle ginocchia. Il sudore gli gocciolava dai capelli, macchiando la maglietta.

«Acqua...» disse, la voce roca.

Prese la borraccia dal pavimento, la aprì, e bevve direttamente. Grandi sorsi che gli fecero colare acqua dagli angoli della bocca. Poi guardò Izuku, ancora disteso sulla panca come uno straccio bagnato.

«Merda... dimenticavo...»

Svitò completamente il tappo della borraccia e lo riempì d'acqua, lo portò vicino alla testa di Izuku. «Bevi.»

Izuku sollevò appena la testa, quanto bastava per far scorrere un po' d'acqua nella bocca. Era fresca e perfetta. Deglutì, poi lasciò ricadere la testa sul legno con un piccolo tonfo.

«Ancora... dai.» disse Katsuki, riempiendo di nuovo il tappo.

Ripeterono il processo tre volte prima che Izuku alzasse una mano in segno di resa.

Katsuki richiuse la borraccia e la posò per terra. Poi si lasciò cadere all'indietro contro il muro, le gambe ancora larghe, il respiro ancora pesante.

Si guardarono.

Katsuki era un disastro: i capelli biondi appiccicati alla fronte dal sudore, la maglietta scura di umidità, le braccia che ancora tremavano leggermente. Ma gli occhi gli brillavano di soddisfazione.

Izuku probabilmente sembrava messo molto peggio: disteso sulla panca come un cadavere molto piccolo e molto sudato, aveva i vestiti completamente zuppi di sudore, i capelli che gli stavano in ogni direzione e non riusciva a muovere un singolo muscolo.

«Sei un sadico...» fece alla fine, la voce appena un sussurro.

Katsuki sbuffò, una emissione d'aria che divenne una risata secca. «Tu mi hai sfidato.»

«Non ho sfidato un cazzo. Tu hai detto "vediamo chi finisce prima" e io...»

«Hai accettato... Come sempre.» Katsuki si passò una mano sul viso, spingendo via il sudore. «Idiota competitivo.»

«Senti chi parla...»

«Beh, io ho fatto cento flessioni intervallate a plank perché qualcuno era troppo lento...»

Izuku sollevò la testa abbastanza da guardarlo. «Plank? Hai fatto plank mentre aspettavi?»

«Sessanta secondi dopo ogni venti flessioni. Altrimenti finivo troppo presto e tu eri ancora tipo al terzo giro...»

«Oh mio Dio!» Izuku lasciò ricadere la testa. «Sei davvero un sadico! Con te stesso, soprattutto...»

«Disciplina.»

«Masochismo...»

«Dice quello che ha appena fatto dieci giri di un percorso ad ostacoli grande quanto lui.»

«Perché TU mi hai sfidato!»

«E TU hai accettato!» Katsuki sorrise, stanco ma genuino. «Come. Sempre.»

Il silenzio tornò, più confortevole stavolta. Solo il suono dei loro respiri che lentamente, molto lentamente, tornavano normali.

«Non riesco a muovermi...» disse Izuku dopo un po'. «Tipo, letteralmente. Penso che le mie gambe abbiano smesso di funzionare...»

«Le mie braccia sono gelatina...»

«I miei polpacci sono di fuoco...»

«La mia schiena è un nodo unico gigante...»

«Penso di avere un crampo al crampo...»

Katsuki rise di nuovo, il suono basso e stanco. «Siamo un disastro, mh?»

«Il peggior disastro...»

«E sei pure coperto di sudore.»

«TU sei coperto di sudore. E fai schifo.»

«Sì ma io posso andare a lavarmi da solo. Tu...», Katsuki guardò Izuku, ancora disteso sulla panca come una stella marina molto piccola e molto esausta. «Tu devi essere lavato se non riesci a muoverti.»

«Ugh!» Izuku chiuse gli occhi. «Non ce la faccio... Lasciami qui. Lasciami a morire sulla panca. È un buon posto per morire... scomodo, ma meglio di tanti altri.»

«Idiota...» Katsuki si sforzò di alzarsi, il movimento accompagnato da un gemito involontario. «Se ti lascio qui ti seccherai come uvetta passa.»

«Suona tanto come un problema futuro.»

«È un problema anche adesso.» Katsuki si avvicinò, si chinò, sollevò Izuku dalla panca. «E puzzi...»

«ANCHE TU puzzi!»

«Sì, per questo ci laviamo.» Katsuki lo tenne nel palmo, l'altra mano che si appoggiava al muro per sostenersi. «Entrambi. Insieme.»

Qualcosa nel modo in cui lo disse fece aprire gli occhi a Izuku. Guardò su.

Katsuki lo stava già guardando.

«Cosa?»

«Nella doccia. Sei più al sicuro. Non devi preoccuparti di scivolare o annegare o cadere. Posso tenerti. Assicurarmi che non ti succeda niente.»

Il cuore di Izuku fece qualcosa di strano nel petto.

«Kacchan, mi stai chiedendo di fare la doccia con te?»

«Sto dicendo che è più pratico.» si rimise velocemente sulla difensiva. «È solo... logico. Così non devo preoccuparmi di lasciarti solo nel lavandino. E tu non devi arrancare per lavarti con mani troppo piccole.»

«Kacchan...»

Gli occhi di Katsuki non si distolsero. «Io ti lavo. Tu... ti lasci lavare. L'ho detto: è pratico.»

«Pratico...»

Izuku guardò Katsuki e vide il modo in cui la sua mascella era serrata. Il modo in cui le sue mani si chiudevano e aprivano nervosamente. Il modo in cui non riusciva più a guardarlo.

«Okay...» disse piano.

Katsuki si girò di scatto. «Okay?»

«Okay. È... hai ragione. È pratico.»

«Giusto. Bene. Perfetto.» Katsuki si alzò troppo velocemente. «Allora andiamo. Perché se resto coperto di sudore un minuto di più, mi viene un'eruzione cutanea.»

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