(45)
Rich vide Cora voltarsi un’ultima volta verso di lui, in mezzo alla strada deserta in piena notte; vide le sue labbra carnose muoversi appena per formulare due parole, lesse il labiale, e poi lei gli voltò di nuovo le spalle. La vide correre e sparire dentro casa, le mani strette sulla stoffa della gonna per tenerla leggermente sollevata ed i capelli biondi che le ondeggiavano sulla schiena, rimbalzando da una spalla all’altra.
La chioma tinta di biondo ed il vestito rosso furono le ultime cose che vide di lei prima che la porta si chiudesse alle sue spalle e lei venisse risucchiata da lla casa avvolta dal buio totale e da un’atmosfera sinistra; lui non ripartì subito, al contrario di quello che aveva detto.
Si appoggiò allo schienale del sedile e rimase in silenzio ed in ascolto, pronto ad intervenire se avesse sentito qualche rumore strano provenire dall’interno dell’abitazione. Con il silenzio assoluto che circondava l’intero quartiere, e l’intera città, anche la più piccola cosa fuoriposto gli sarebbe subito giunta all’orecchio.
Rimase in quella posizione per alcuni minuti, ma non accadde nulla; dall’interno dell’abitazione avvolta dall’oscurità non sopraggiunse alcun rumore strano od allarmante e, dopo aver aspettato ancora qualche attimo, decise finalmente di rilassarsi e di rimettere in moto la macchina. Si era convinto che, come gli aveva detto Cora, i genitori della ragazza non fossero in casa in quel momento.
Ma non voleva comunque rischiare troppo.
Suo padre non c’era, era fuori per lavoro e vi restava per la maggior parte della settimana, a volte tornava a casa anche dopo settimane di fila; c’era solo sua madre, ma come sempre aveva preso le pillole prima di coricarsi a letto e non avrebbe riaperto occhio prima dell’indomani mattina.
Non ebbe un solo attimo di esitazione mentre riempiva uno zaino in camera sua con il minimo indispensabile ed i contanti che aveva nascosto sotto un’asse disestata del pavimento, nemmeno al pensiero di lei che dormiva nella stanza accanto ed era del tutto ignara di quello che stava per accadere; gliel’ aveva sempre detto che lui non sarebbe rimasto a vivere lì, e sapeva che lei aveva capito che non stava scherzando.
L’avrebbe chiamata una volta arrivati a destinazione e trovato una sistemazione, per rassicurarla, ma ora il suo unico pensiero era allontanarsi il più in fretta possibile da quella città, fare una breve tappa dal fratello e poi procedere dritti fino in California. Dopo aver recuperato Cora da davanti casa sua, sana e salva, pronta ad abbandonare quella città a sua volta per sempre.
Così com’era entrato silenziosamente in casa, altrettanto silenziosamente il ragazzo vi uscì e risalì nella macchina che aveva parcheggiato in strada; lanciò lo zaino sui sedili posteriori ed inserì la chiave nel cruscotto. Quando provò a girarla, però, non accadde niente.
Non se ne preoccupò in un primo momento, però, perché la macchina era vecchia ed aveva qualche piccolo problema; iniziò a capire che la faccenda era ben differente quando nessuno dei tentativi successivi ebbe l’effetto desiderato: il motore non si accese, la macchina non partì e lui per la prima volta si chiese se non avesse sottovalutato fin troppo lo strano rumore che a colpi aveva sentito nei giorni precedenti.
“Andiamo. Non ora” mormorò, tentando per l’ennesima volta, ma il risultato con cambiò. Nemmeno il calcio che assestò subito dopo servì a qualcosa: la macchina aveva deciso di abbandonarlo in modo definitivo, ed ovviamente aveva scelto il momento peggiore per farlo.
Rich lasciò perdere qualunque altro tentativo. Aveva già perso fin troppo tempo, a quell’ora Cora lo stava di sicuro aspettando sul marciapiede, chiedendosi che fine avesse fatto, e lui doveva raggiungerla prima che a farlo fossero i suoi genitori. Recuperò lo zaino nero dai sedili posteriori, lo sistemò su una spalla e si allontanò in fretta, senza preoccuparsi di recuperare le chiavi o di chiudere la portiera della sua vettura ormai inutilizzabile.
Conosceva tutte le strade della città a memoria, tanto vi aveva vagato durante la notte, e conosceva altrettanto bene i punti esatti in cui trovare delle macchine deserte a quell’ora così tarda. Doveva spostarsi verso il quartiere in cui si concentravano le prostitute: lì avrebbe trovato le vetture parcheggiate dei clienti che si appartavano in un vicolo od in un albergo nelle vicinanze, ed una volta individuata quella giusta sarebbe stato un gioco da ragazzi entrarvi e farla partire.
Doveva solo sperare che avesse nel serbatoio abbastanza benzina per guidare almeno alcune ore.
Il quartiere in cui avrebbe trovato di sicuro un mezzo di trasporto alternativo era lo stesso in cui Cora lo aveva visto appartarsi con una prostituta, ma quello non era il momento di formulare pensieri simili e lo eliminò dalla propria mente nell’istante in cui i suoi occhi si posarono sulla macchina che faceva proprio al caso suo; sembrava abbastanza nuova, in buone condizioni e soprattutto al suo interno non c’era nessuno. Un vero colpo di fortuna senza aver perso ancora troppo tempo prezioso.
Il ragazzo si guardò attorno prima di avvicinarsi, per essere sicuro che il marciapiede fosse deserto e che il proprietario della vettura non fosse di ritorno proprio in quei momenti, e poi entrò in azione.
Era stato il fratello maggiore a mostrargli come entrare in una macchina chiusa e come metterla in moto senza le chiavi, e gliel’aveva insegnato proprio nel corso dell’estate che aveva trascorso da lui in California; era molto più facile di quello che poteva sembrare ad una prima occhiata, bastava solo un po’ di allenamento, essere veloci e silenziosi. E lui sapeva essere estremamente veloce e silenzioso.
La serratura scattò all’istante sotto le sue dita, lo zaino che aveva con sé finì di nuovo sopra i sedili posteriori ed anche la vettura stessa si accese subito dopo avere tagliato e collegato i fili giusti; per giunta, la lancetta della benzina segnava che il serbatoio era quasi del tutto pieno: un altro enorme colpo di fortuna.
Il ragazzo diede un’ultima rapida occhiata attorno a sé e poi schiacciò il piede destro sul pedale dell’acceleratore, prima che il proprietario potesse tornare indietro, capire quello che stava accadendo ed aggredirlo.
Nonostante fosse stato veloce, nonostante avesse trovato la vettura ideale senza cercare troppo a lungo, era comunque trascorsa più di mezz’ora da quando aveva visto Cora sparire dietro la porta d’ingresso di casa propria con la speranza di rivedersi lì dopo pochi minuti; immaginava di vederla preoccupata, con gli occhi spalancati ed anche un po’ arrabbiata, in piedi sul marciapiede e con uno zaino simile al suo sulle spalle, e invece quando arrivò non c’era nessuno ad aspettarlo. L’intero quartiere era ancora immerso nel silenzio, la casa era altrettanto immersa nel silenzio e nell’oscurità, ma ad aspettarlo non c’era nessuno. E dopo il lasso di tempo che era intercorso da quando si erano salutati, era impossibile che lei fosse ancora dentro intenta a recuperare quello di cui aveva bisogno per il viaggio di sola andata che dovevano affrontare.
Gliel’aveva detto lui stesso di non preoccuparsi troppo per quello che doveva portare con sé, e comunque entrambi non possedevano molti effetti personali come vestiti.
Magari non vedendolo arrivare si era preoccupata ed era andata a cercarlo verso casa sua, perché non si sentiva abbastanza sicura a rimanere lì, correndo il rischio che i suoi genitori tornassero indietro da un momento l’altro. Magari perfino ubriachi. Quella era una possibilità, ma non ne era affatto convinto. Era certo che se Cora si fosse davvero allontanata, l’avrebbe vista tornando indietro in macchina; era certo che non si sarebbe allontanata da sola in piena notte, anche se in quella cittadina polverosa non succedeva mai niente, ed era altrettanto certo che si trovasse ancora dentro casa.
Rich uscì dalla macchina senza preoccuparsi né di chiudere la portiera né di portare con sé lo zaino che aveva abbandonato dietro; attraversò di fretta il piccolo giardino anteriore, mal curato, e poco lontano dalla porta d’ingresso la sua attenzione venne catturata all’improvviso da qualcosa per terra che luccicò, perché aveva riflesso la luce del lampione.
S’inginocchiò per osservare con più attenzione che cosa fosse l’oggetto e vide che si trattava di un orecchino. Un orecchino terribilmente simile al paio che Cora indossava e che le erano stati prestati dalla sua migliore amica. Lo prese in mano per osservarlo con ancora più attenzione, ma ormai non aveva più alcun dubbio a riguardo: non solo Cora non era ancora uscita dalla casa, ma qualcosa era accaduto al suo interno.
Il ragazzo lasciò andare il piccolo oggetto di bigiotteria che ricadde a terra e rimbalzò, si avvicinò alla porta lasciata socchiusa, vi appoggiò il palmo della mano sinistra e l’aprì piano; per quanto provò a non fare rumore, il legno vecchio e disestato cigolò ugualmente. Dall’altra parte non vide altro che il buio assoluto; era così buio da non riuscire nemmeno a capire che stanza avesse davanti a sé e se era davvero deserta.
Aspettò ancora qualche istante prima di muovere qualche passo e di entrare nell’abitazione, in modo che i suoi occhi iniziassero ad abituarsi a tutta quell’oscurità.
“Cora?”.
Mormorò a bassa voce il nome della ragazza e non sentì altro in risposta se non l’eco della propria voce.
Rich si guardò attorno; adesso riusciva a distinguere le sagome dei diversi mobili e riuscì a capire che davanti a sé aveva un salotto mentre alla sua sinistra c’era una cucina. Più avanti, sempre sulla sinistra, c’erano delle scale che portavano al piano di sopra.
Non c’era nessuno al pianoterra, lo aveva già capito dopo una rapida occhiata, ma dentro una tasca dei pantaloni portava sempre con sé un coltellino per sicurezza. Ed anche se fino a quel momento non lo aveva mai usato, era pronto a non pensarci due volte se si fosse presentata la necessità.
“Cora?”.
Ripetè di nuovo il nome della ragazza, questa volta a voce un po’ più alta, ma di nuovo non ricevette alcuna risposta che non fosse l’eco della propria voce, ed a quel punto avvertì un brivido scendere lungo la schiena, in corrispondenza della spina dorsale. Come una goccia di pioggia gelida che riusciva ad infilarsi nel colletto della maglietta e ti prendeva alla sprovvista, mozzandoti il fiato in gola.
Conosceva benissimo quel tipo di silenzio che regnava dentro la casa. Non era un silenzio normale, era quello che scendeva quando era accaduto qualcosa di brutto, molto brutto. Lo aveva sperimentato per la prima volta a tredici anni, dopo che al culmine di un litigio violento suo cugino aveva preso la sua pistola ed aveva sparato in testa alla moglie, uccidendola all’istante: qualche giorno più tardi, suo padre gli aveva chiesto di accompagnarlo in quella casa per recuperare alcune cose, e lì aveva sentito per la prima volta quel tipo di silenzio sinistro ed angosciante, che ti faceva scattare i sensi in allerta; aveva visto i batuffolini di polvere galeggiare pigramente nell’aria ed aveva visto il pavimento ancora impregnato di sangue, nel punto esatto in cui Jessie era caduta.
Non lo aveva mai detto a nessuno, quel giorno si era limitato ad aiutare suo padre a prendere cose ed a caricarle in macchina, ma quella scena non se ne era mai andata via dalla sua testa. E non aveva mai detto a nessuno di avere visto coi propri occhi l’omicidio in sé, e che diversi schizzi del sangue di Jessie gli avevano colpito il viso e la bocca, tranne che a Cora. Lei era stata la prima a cui aveva confidato quel segreto, e non era scappata via.
Gli occhi scuri, a mandorla, del ragazzo si abbassarono verso il divano e fu allora che trovò conferma a quello che già sapeva: vide delle macchie, una più grossa di tutte, ed anche se l’unica fonte di luce proveniva dai lampioni sul marciapiede, capì subito di che cosa si trattava e quello che era successo lì dentro. Non si preoccupò più della possibilità di non essere solo lì dentro e di non fare rumore: corse al piano di sopra ed aprì la prima porta che vide, ma si trattava del bagno ed era vuoto. Spalancò la seconda, che si rivelò essere della camera da letto dei genitori di Cora ed era altrettanto vuota. Spalancò allo stesso modo la terza, l’ultima rimasta, e questa volta capì subito che si trattava di quella giusta perché vide qualcosa sul pavimento. Una sagoma.
Cercò sulla parete alla propria sinistra l’interruttore della luce, ma quando lo schiacciò, scoprì di non essere pronto allo spettacolo che si presentò davanti ai suoi occhi. Quando in salotto aveva visto le macchie sul divano, aveva capito benissimo quello che doveva essere accaduto, ma non era arrivato nemmeno lontanamente ad immaginare cos’era successo nei dettagli. Fino a che punto si era spinta la furia dei genitori della ragazza.
Quella che giaceva scomposta sul pavimento era Cora, ma di Cora non aveva più niente. Dire che era in una pozza di sangue sarebbe stato riduttivo perché non aveva mai visto così tanto sangue in tutta la propria vita, nemmeno nei film dell’orrore di cui andava matto. Non credeva che fosse possibile per un essere umano contenere così tanto sangue, e di sicuro quello che aveva perso Jessie era stato niente in confronto.
Rich non vedeva altro che rosso su Cora. I suoi vestiti erano quasi completamente rossi, lo era il suo viso dai tratti stravolti ed irriconoscibili ed i suoi capelli tinti di biondo. La testa aveva una forma strana e da sotto essa iniziava la pozza più grande di sangue, segno che tutto quanto era avvenuto da pochissimo. E se non avesse avuto i problemi con la macchina, forse non sarebbe avvenuto affatto.
Vicino alla testa, abbandonato quasi in segno di disprezzo sulle assi del pavimento, anch’esso completamente ricoperto di sangue ancora fresco, c’era un martello; la mente del ragazzo collegò il tutto in un attimo: Cora non aveva trovato la casa vuota come immaginava, e probabilmente era stata aggredita alle spalle mentre stava prendendo lo stretto necessario per il viaggio.
Anche il suo zaino era abbandonato sul pavimento, poco lontano. Anche quello non era stato risparmiato dagli schizzi di sangue.
Si ritrovò a sua volta sul pavimento; aveva le ginocchia e le gambe immerse nel sangue, ma in quel momento non gliene poteva importare di meno.
“Cora” chiamò la ragazza per nome per la terza volta, ancora più consapevole del fatto che non poteva rispondergli e che non avrebbe più potuto farlo perché non c’era più. Era morta. Il suo corpo martoriato giaceva davanti ai suoi occhi, e nulla di tutto ciò sarebbe accaduto se non fos…
Sul viso della giovane erano incollati dei capelli. Gli occhi scuri del ragazzo si concentrarono su una ciocca sottile che si muoveva appena, visibile solo se si guardava con attenzione; in un primo momento pensò ad una suggestione personale, ad un piccolo soffio d’aria che entrava da qualche fessura, ma poi guardando più attentamente da vicino si accorse che il soffio d’aria che smuoveva la ciocca sottile proveniva dalle labbra appena socchiuse di Cora. Le posò una mano sul petto, ma non sentì niente. Le strinse allora un polso e, concentrandosi con gli occhi chiusi, riuscì finalmente a sentire qualcosa: era debole, c’erano delle lunghe pause nel mezzo, ma c’era ancora una traccia di battito.
“Cora?” la chiamò ancora una volta, avvicinando il viso a quello di lei “Cora, riesci a sentirmi?”.
Nel silenzio assoluto che regnava nella stanza gli sembrò di sentire quello che sembrava un flebilissimo lamento uscire dalle labbra appena socchiuse della ragazza, e fu a quel punto che capì che era miracolosamente ed inspiegabilmente ancora viva e che non aveva un solo istante da perdere.
“Torno subito, non me ne vado” il ragazzo si alzò in piedi ed uscì di corsa dalla stanza per cercare un telefono con cui chiamare un’ambulanza, ma non lo trovò. Cercò in tutte le stanze prima di rendersi conto che non c’era un solo telefono in casa e che non poteva nemmeno uscire alla ricerca di uno pubblico o di usare quello di casa propria perché avrebbe perso tempo prezioso. Non c’era altro da fare se non caricare Cora in macchina e portarla lui stesso in ospedale, anche se spostarla equivaleva a correre il serio rischio di assestarle il colpo di grazia.
Ma che altro poteva fare?
Rich tornò in camera in fretta come vi era uscito poco prima e tornò ad inginocchiarsi sul pavimento ricoperto di sangue; con delicatezza sistemò una ciocca di capelli bagnati dietro l’orecchio sinistro della ragazza e le parlò con altrettanta delicatezza, cercando di non badare alla testa fracassata ed a quello che riusciva a vedere tra i capelli.
“Cora… Cora, ascolta se riesci a sentirmi, d’accordo? Adesso devo portarti in ospedale, ma per farlo devo spostarti e sdraiarti in macchina, d’accordo? Cercherò di fare più piano possibile, ma tu, se riesci a sentire quello che ti sto dicendo, cerca di resistere ancora un po’. Solo qualche minuto in più e poi sarai in ospedale e là penseranno a tutto quanto. Loro sapranno cosa fare e ti rimetteranno a nuovo, d’accordo? Vedrai che ce la farai”.
Mentre cercava di prenderla in braccio senza compiere alcun movimento brusco, Rich era conscio del mare di cazzate che aveva appena raccontato alla ragazza in fin di vita. Riusciva a percepire quanta fatica le costasse ogni singolo respiro che si ostinava a prendere, sentiva che il suo corpo mollo era pronto a cedere da un momento all’altro, ed anche se fosse arrivata ancora viva in ospedale, cosa avrebbero mai potuto fare di concreto i medici per lei? Era comunque destinata ad esalare il suo ultimo respiro da lì a breve, ma almeno lo avrebbe fatto in ospedale. Almeno le avrebbero dato qualcosa per non sentire più dolore, per andarsene completamente serenamente.
Sdraiò la giovane sui sedili posteriori, appoggiandole la testa con estrema delicatezza, e poi non perse un solo istante in più a mettersi alla guida per raggiungere l’ospedale. Le strade a quell’ora di notte erano completamente deserte, passò col rosso senza preoccuparsi di causare un possibile incidente ed arrivò a destinazione nel giro di pochissimi minuti. Prima di scendere, si voltò un momento per rassicurare di nuovo Cora, dicendole che erano finalmente arrivati e che adesso tutto sarebbe andato solo per il meglio, e poi corse dentro al pronto soccorso ed urlò per attirare l’attenzione dei presenti. Non ce ne sarebbe stato alcun bisogno comunque, perché attiravano già abbastanza l’attenzione i vestiti insanguinati che indossava. Ed il suo viso.
Si avvicinò una donna con addosso una divisa blu, forse un’infermiera, che gli chiese cosa fosse accaduto, credendo che fosse lui la persona che necessitava di cure immediate, ed il ragazzo scosse la testa, dicendo che stava bene, che non era lui la persona ferita e che non dovevano perdere un solo istante di tempo; la donna lo seguì all’esterno delle porte scorrevoli del pronto soccorso e l’espressione sul suo viso cambiò drasticamente nel momento stesso in cui vide Cora e le condizioni in cui versava.
“Respira ancora?” domandò quando vide la donna chinarsi in avanti per dare una rapida occhiata ai suoi parametri vitali; inevitabilmente anche le sue mani e la sua divisa si sporcarono di sangue “respirava ancora quando l’ho trovata”
“Cosa l’è successo?”
“Non… Non lo so con esattezza. L’ho trovata così e l’ho portata qui il più in fretta possibile”
“Non avresti dovuto spostarla e caricarla in macchina”
“Lo so, ma…” Rich non riuscì a terminare la frase che gli venne ordinato di farsi da parte e venne letteralmente spinto da qualcuno perché era d’intralcio; in un attimo, in un semplice battito di ciglia, vide diverse persone attorno alla macchina. Vide Cora venire adagiata su una barella apposita e qualcuno, forse la stessa donna con cui aveva parlato, le mise una maschera per l’ossigeno. La vide sparire all’interno del pronto soccorso e senza renderse conto si ritrovò in quella che sembrava essere una piccola sala d’attesa, con i vestiti sporchi di sangue ormai raffermo e senza la minima idea di quanto avrebbe dovuto aspettare e se qualcuno lo avrebbe raggiunto per dargli delle informazioni.
Gli era stato dato un foglio da compilare, una penna con cui scrivere e poi lo avevano abbandonato là; lui aveva compilato il foglio come gli era stato richiesto, per un po’ aveva provato a stare seduto, ma dopo qualche minuto si era ritrovato a vagare avanti ed indietro per la saletta, come un animale in gabbia, tracciando un cerchio invisibile sul pavimento. Quelli che passavano spalancavano gli occhi alla vista delle condizioni in cui versavano i suoi vestiti, ma lui non vi faceva caso; non gliene poteva importare di meno. Adesso che si era finalmente fermato, adesso che l’adrenalina stava scendendo e stava iniziando a realizzare tutto quello che era accaduto in pochissimo tempo, non riusciva a togliersi dalla testa che la responsabilità era solo ed esclusivamente sua. Se non avesse avuto il problema con la macchina, forse sarebbe arrivato in tempo. E se avesse insistito per accompagnare Cora dentro casa, nulla del genere sarebbe accaduto e basta.
A quell’ora avrebbero dovuto essere in viaggio da un pezzo. Avrebbero dovuto essersi lasciati alle spalle la sagoma di quella città già da un pezzo, invece vi erano ancora entrambi bloccati. Lui in una sala d’attesa di un pronto soccorso, lei a poca distanza a combattere tra la vita e la morte. E quante speranze poteva mai avere di sopravvivere? Ed anche se fosse accaduto, quali sarebbero state le sue condizioni con i colpi in testa che le erano stati inferti?
Trascorse in quel modo ben cinque ore all’interno della piccola sala d’attesa, ore che passò a camminare avanti ed indietro senza un attimo di sosta ed a pensare a quelle che erano le sue colpe. Quando lanciò un’occhiata ad un orologio e vide che era ormai mattina, il suo primo pensiero fu che a quell’ora avrebbero dovuto essere già a casa del fratello; a quell’ora avrebbero dovuto essere nella sua camera degli ospiti a fingere di riposarsi ed in realtà a fare l’amore. Pensò anche che era trascorso davvero tanto tempo da quando era entrato di corsa nel pronto soccorso e non aveva ricevuto ancora nessuna notizia in merito alle condizioni in cui si trovava Cora.
Cercò di convincersi che fosse un segno positivo e che significasse che la ragazza fosse ancora in vita; in caso contrario, pensò, lo avrebbero già avvertito da diverso tempo che avevano tentato il tutto per tutto per salvarla, ma che il suo corpo non aveva retto a tutto quello che aveva subìto.
Scattarono le sei ore d’attesa quando, finalmente, vide camminare verso di lui l’infermiera con cui aveva parlato diverse ore prima; la riconobbe perché sulla divisa che indossava aveva ancora le macchie di sangue.
“Allora?” le domandò subito, non appena fu abbastanza vicina da sentire la sua voce, senza attendere che fosse lei a parlare per prima “come sta? È viva?”.
La donna emise un sospiro. Ed anche quel gesto si rivelò difficile da interpretare. Di solito, nelle telenovelas che sua madre e sua sorella guardavano alla tv, non era mai un buon segno quando qualcuno in camice reagiva in quel modo prima di parlare.
“Dire che è viva è un’enorme parola” rispose l’infermiera, scuotendo la testa con un altro sospiro “dopo tutti gli anni che faccio questo lavoro non mi era ancora successo di assistere a qualcosa del genere, e speravo che non accadesse mai. Il suo cuore batte ancora, se è questo che intendi con la tua domanda, ma è attaccata ad un macchinario. Praticamente è quello a tenerla in vita. Che cosa è successo a quella povera ragazza?”
“Sono stati i suoi genitori. Suo padre di sicuro, e qualcuno dovrebbe avvisare le autorità se non è già stato fatto”
“Come sei così sicuro di quello che stai dicendo?”
“Perché… Perché è stata lei a dirmi quello che succedeva in casa, quello che i suoi genitori facevano… Suo padre…” il ragazzo emise un verso seccato e si passò la mano sinistra sugli occhi; adesso che l’effetto dell’adrenalina era svanito del tutto, i ricordi di qualche ora prima erano un ammasso confuso di immagini e suoni che non riusciva bene a distinguere le une dagli altri. In più, forse era solo una sua impressione, non gli piaceva né il modo in cui l’infermiera lo stava guardando né le domande che gli stava rivolgendo “senta, l’ho accompagnata a casa e poi sono tornato nella mia. Eravamo d’accordo che dovevo passare a prenderla dopo qualche minuto, sono arrivato in ritardo a causa di un contrattempo e quando non l’ho vista fuori ad aspettarmi, ho capito che qualcosa era successo e sono entrato. Ho trovato i cuscini del divano sporchi di sangue, ma non c’era nessuno né in salotto né in cucina, d’accordo? Sono salito al piano di sopra ed ho trovato lei in quelle condizioni in camera sua. Non c’era nessun altro in quella casa”
“Ed i suoi genitori dove sarebbero?”
“Non lo so, pensa che non gliel’avrei già detto se avessi qualche idea a riguardo? Io non ho mai incontrato quelle persone, so solo quello che Cora mi ha raccontato di loro. E lo ha fatto questa notte per la prima volta… Prima… Prima mi ha sempre detto che erano molto protettivi ed all’antica, non mi ha mai lasciato immaginare che dietro ci potesse essere altro”
“E quando l’hai trovata in quelle condizioni perché l’hai spostata anziché chiamare un’ambulanza? Lo sai che…”
“Lo so” Rich bloccò subito la donna, senza fare nulla per nascondere la propria irritazione verso quello che appariva a tutti gli effetti come un interrogatorio “ma non c’era nessun telefono in casa. Voleva che perdessi tempo prezioso alla ricerca di una cabina telefonica? Lo so che una persona nelle sue condizioni non dovrebbe mai essere spostata e caricata in macchina, ma che altro potevo fare? Se avessi agito nel modo più corretto, a quest’ora avrebbe potuto essere già troppo tardi… E invece, se lei ha detto che il suo cuore batte ancora, vuol dire che non è troppo tardi per Cora… Vero?”
“Ho anche detto che è un macchinario a tenerla in vita. Se in questo momento non fosse in coma farmacologico ed attaccata a dei macchinari, il suo intero sistema crollerebbe nell’arco di pochi minuti. Non le resterebbe nemmeno mezz’ora da vivere”
“Ma se comunque il suo cuore batte ancora, questo vuol dire che c’è qualche piccola possibilità che possa riprendersi ed aprire gli occhi?”.
A quella domanda, Rich vide la donna sollevare le sopracciglia in un’espressione scettica.
“Ragazzo, sei stato tu a trovarla ed a portarla qui, hai visto le condizioni in cui giace quella povera ragazza. Dio solo sa che cosa ha passato quella poveretta. Nessuno di noi è in grado di spiegarsi come possa ancora battere il suo cuore, ma quello che sappiamo per certo è che nelle condizioni in cui si trova ora la cosa migliore che potrebbe capitarle è quella di lasciarsi andare. Sarò franca con te, anche se credo che non sei stupido ed hai già capito tutto quanto da solo: è pressoché impossibile che si riprenda, ed anche se accadesse… Anche se quella remota possibilità si avverasse… Sarebbe comunque un vegetale per il resto della sua vita, alimentata costantemente da macchinari, fino al giorno in cui non verrebbe presa la decisione di staccare la spina. Nessuno può svegliarsi normale dopo aver ricevuto un’aggressione così violenta, così animalesca. Aveva il cranio letteralmente spaccato in due. È stata la prima volta in cui ho visto il primario mettersi letteralmente le mani tra i capelli perché non aveva idea di dove iniziare… Capisci un po’ meglio com’è la situazione ora?”.
Rich annuì con lo sguardo fisso nel vuoto. Capiva fin troppo bene qual’era la situazione attuale di Cora proprio perché non era uno stupido, ma una piccola parte di lui aveva comunque sperato che l’infermiera gli dicesse qualcosa di diverso. Anche solo per risparmiargli una simile mazzata sui denti.
“Quando posso vederla?” domandò dopo un lungo silenzio, tornando a fissare la donna; quest’ultima gli appoggiò la mano destra sulla spalla sinistra.
“Non in questo momento”
“E quando?” insistette lui “quando potrò vederla?”
“Solo i familiari possono entrare in stanza in situazioni come questa. Se la persona fosse cosciente sarebbe completamente diverso, ma in questo caso funziona così. Immagino che tu sia il suo ragazzo”
“E visto che sono stati proprio i suoi familiari a ridurla in queste condizioni, non le sembra il momento di fare un’eccezione alla regola? Sono l’unica persona che ha, al di fuori di quelle che l’hanno fatta finire qui in coma farmacologico”
“Le regole sono le regole… Ma vedrò quello che posso fare, d’accordo?” disse la donna, dopo aver emesso un sospiro, prendendo in mano il foglio che il ragazzo aveva prima compilato e poi posato su una delle sedie di plastica della sala d’attesa “perché non fai un giro nella zona dei distributori automatici e poi non torni qui e provi a riposare un po’? Ti verrò a chiamare quando arriverà il momento di poterla vedere, ma non ti assicuro più di qualche minuto, d’accordo?”
“D’accordo” mormorò lui, per poi osservare la donna allontanarsi. Ed anziché seguire il suo consiglio aspettò qualche istante e poi iniziò a seguirla mantenendo una distanza di sicurezza.
Non era uno stupido, e come aveva già capito che nel caso di Cora ci voleva un miracolo che non sarebbe mai accaduto, aveva altrettanto capito in fretta che c’era qualcosa di strano nell’atteggiamento che l’infermiera aveva mantenuto per tutta la durata della loro conversazione. Per tutto il tempo l’aveva sempre scrutato con fin troppa attenzione, come se fosse alla ricerca di qualcosa, ed anche la conversazione stessa ed il tono delle domande gli aveva dato l’impressione di essere fin troppo simile ad un interrogatorio.
Trovò conferma ai propri sospetti quando, restando nascosto dietro l’angolo di un corridoio, vide la donna fermarsi a parlare con alcuni uomini, e poco più in là c’erano dei ragazzi. Due ragazzi ed una ragazza con i capelli biondi che stava piangendo. Piangeva e singhiozzava così forte che perfino a quella distanza riusciva a capire quello che diceva con voce strozzata.
Imprecò a bassa voce, tra i denti, quando vide la donna smettere di parlare ed allungare un foglio ad uno dei due uomoni, e si trattava dello stesso foglio che ore prima aveva compilato; a quel punto si allontanò in fretta, prima di essere visto, ma senza correre per evitare di attirare l’attenzione. Tornò nei pressi della sala d’attesa in cui era rimasto per più di sei ore e proseguì lungo uno dei tanti corridoi, senza avere la minima idea di dove stesse andando. Uscire dall’entrata principale del pronto soccorso era fuori discussione: se anche avesse aspettato che gli uomini si allontanassero, senza alcuna ombra di dubbio c’era qualcuno appostato vicino alla sua macchina.
Doveva cercare un’uscita secondaria e la trovò finalmente quando ormai era quasi certo di essersi perso e di girare a vuoto nello stesso settore: si ritrovò in un vicolo con una fila intera di cassonetti dell’immondizia per i diversi rifiuti provenienti dall’ospedale, ed a quel punto iniziò a correre, perché le strade erano ancora quasi del tutto deserte. Era sempre stato eccellente in ginnastica quando andava a scuola, ed era il corridore più veloce dell’intero istituto. Per quel motivo era stato scelto come quarterback della squadra di rugby, fino a quando un attacco epilettico non aveva troncato bruscamente la sua carriera.
Di tornare a casa non se ne parlava e non poteva nemmeno abbandonare la città perché non aveva più una macchina, rubarne un’altra adesso che era mattina era rischioso ed in più aveva lasciato lo zaino con tutti i contanti che possedeva davanti al pronto soccorso; non poteva nemmeno rifugiarsi nel suo posto segreto perché le persone avrebbero iniziato ad arrivare anche lì. E poi era l’ultimo posto in cui era stato con Cora prima che venisse massacrata.
La casa della sorella era l’unico luogo in cui potesse trovare un rifugio momentaneo. Sapeva che lei gli avrebbe sempre aperto la porta, anche se andava a bussare di prima mattina come in quel caso. Anche se si presentava con i vestiti sporchi di sangue raffermo. E così fu.
Gli occhi scuri ed a mandorla di lei, gli stessi che aveva anche lui, si spalancarono all’istante alla vista delle condizioni in cui versava, ma non esitò nemmeno un istante a farsi da parte dall’ingresso per farlo entrare. Gli disse solo di parlare a bassa voce perché la figlia al piano di sopra stava ancora dormendo, e subito dopo gli chiese che cosa fosse accaduto.
“Non è sangue mio” la rassicurò subito, perché dal suo sguardo aveva già capito quali erano i peggiori scenari che in quel momento si stava immaginando, per poi appoggiarsi con la schiena contro una parete della cucina e raccontarle tutto quello che era accaduto nell’arco di una sola notte, omettendo ovviamente la parte che riguardava il viaggio di sola andata in California. Sua sorella Rosa era l’unica a sapere della frequentazione con Cora, al di là della loro madre. Ed a differenza di quest’ultima sapeva anche tutto riguardo al breve periodo in cui non si erano più visti.
La giovane rimase sconvolta quando il fratello più piccolo arrivò a raccontarle delle condizioni in cui aveva trovato Cora nella sua camera da letto, e lo pregò di non scendere in dettagli inutili e raccapriccianti, altrimenti non avrebbe più chiuso occhio per le settimane successive.
“Pensano che sia stato io” disse allora lui, saltando alla conclusione del racconto “ho visto l’infermiera con cui ho parlato scambiare delle parole con degli uomini. Erano palesemente dei poliziotti in borghese. Ha dato loro il foglio che mi ha fatto compilare, ed a quel punto me ne sono andato da un’uscita secondaria. Sono venuto qui perché non sapevo dove altro andare”
“Non avresti dovuto farlo. Perché non hai parlato con loro?”
“Perché tutti quanti si sono già fatti la loro idea sbagliata. L’ho visto negli occhi dell’infermiera quando è venuta a parlarmi e mi ha rivolto tutte quelle strane domande, e quando l’ho seguita ho visto quell’amica di Cora che non ha fatto altro che parlarle male di me fin dall’inizio. Pensa che le ha raccontato perfino di quella vecchia storia di quando sono stato licenziato dall’albergo in cui lavoravo”
“Ancora con questa storia?” replicò Rosa, irritata. S’irritava sempre quando qualcuno menzionava quella faccenda che riguardava il fratello “è già stato spiegato com’è andata, e difatti non c’è stata alcuna denuncia contro di te”
“Lo so, ma sono stato licenziato lo stesso e la gente crede a quello che vuole. Quella ragazza ha tentato fin da subito di separarci, e sono certo che non appena si è sparsa la notizia di quello che è successo a Cora, lei non ci ha pensato due volte a dire che la colpa è senza alcuna ombra di dubbio mia. Penseranno tutti che sono stato io a ridurla in quelle condizioni, ed allo stesso modo penseranno che mi sono occupato di far sparire i suoi genitori. Nessuno sa quello che succedeva a casa sua. Cora non ha mai detto nulla per timore di non essere creduta e di pagarne poi le conseguenze a casa. Erano anche furbi a mandarla a scuola senza nessun segno visibile addosso”
“Ma non mi avevi detto che la ragazza con cui passavi il tempo insieme si chiamava Nancy?”
“Sì, perché era quello che credevo anche io, ma questa sera ho scoperto che il suo vero nome è Cora. È stata costretta a mentire a tutti quanti dai suoi genitori”
“A maggior ragione dovresti parlare il prima possibile con la polizia. A quest’ora ti staranno cercando dovunque in ospedale, e quando capiranno che sei scappato, lo interpreteranno come un’ammissione di colpevolezza. Per favore, dai retta ad un mio consiglio almeno per una volta, vai da loro volontariamente e spiega tutto quanto prima di metterti nei guai con le tue stesse mani. Per favore”
“No, non adesso. Magari domani. Magari se verranno a bussare alla porta. Non resterò qui comunque per molto” rispose lui, scuotendo la testa e fissando il vuoto; stava sperimentando la stessa strana sensazione che aveva provato prima in ospedale, quando si era seduto in sala d’attesa ed aveva capito che sarebbe rimasto lì per ore ed ore. La stanchezza si era impossessata di nuovo del suo corpo ed ora non riusciva a pensare ad altro che non fosse un letto su cui sdraiarsi e chiudere gli occhi; non riusciva nemmeno a ripensare a quello che era accaduto ed alle condizioni in cui aveva trovato Cora nella sua camera da letto. Tutto appariva così confuso e lontano da essere quasi un sogno, od un incubo in quel caso, e più provava ad afferrare le immagini ed i ricordi, più scivolavano via.
Rosa sospirò. Non provò nemmeno a fare un tentativo per convincere il fratello a fare quello che era più giusto e gli disse che poteva andare a riposare nella sua camera da letto, perché tanto lei non era più intenzionata a tornare a dormire. Ormai doveva iniziare a prepararsi, a preparare la colazione e poi doveva svegliare la figlia che aveva scuola. Gli chiese se aveva bisogno di mettere qualcosa sotto i denti, ma lui rispose di no. Che aveva solo bisogno di riposare un po’.
Era strano, perché non era mai stanco in generale e non sentiva mai il bisogno di chiudere gli occhi e dormire, ma in quel momento si ritrovò a crollare letteralmente nello stesso momento in cui si lasciò andare contro il materasso ed affondò il viso su un cuscino.
Rich si svegliò di soprassalto alcune ore più tardi, quando si sentì afferrare per una spalla e scuotere. Stava sognando della sera che Cora aveva trascorso a casa sua, del gioco con le gelatine che avevano fatto.
Nella confusione del sonno pensò subito alla polizia che lo aveva trovato e voleva portarlo in caserma con l’accusa di essere lui il responsabile dietro l’aggressione violenta a Cora e la scomparsa dei suoi genitori, invece davanti ai suoi occhi c’era la sorella.
“Scusami. Ti ho spaventato?”
“No” mentì lui, passandosi la mano sinistra sugli occhi “che c’è? quanto ho dormito?”
“Un po’, è quasi il tramonto. Sono venuta a controllare perché temevo che ti fosse successo qualcosa, non ricordo di averti mai visto dormire così a lungo da quand’eri piccolissimo” Rosa non lo disse in modo diretto, ma dalle sue parole e dal sorriso tirato che apparve sulle sue labbra, Rich intuì che era corsa in camera da lui perché temeva che avesse tentato un gesto estremo “comunque sono venuta a dirti che non ti devi più preoccupare della polizia. La notizia è già circolata in città, ormai lo sanno tutti. Sono stati i genitori, li hanno trovati”
“Li hanno arrestati?”
“No, non hanno fatto in tempo. Quando la polizia ha trovato la macchina con loro dentro, erano già tutti e due morti. Questo è ciò che ho sentito”
“Lo immaginavo” rispose il ragazzo, per nulla sorpreso “sul divano in salotto c’erano delle chiazze di sangue, ma non c’era nulla sul pavimento o lungo le scale verso la camera di Cora. Avevo capito che doveva essere per forza di un’altra persona, immagino della madre. Il padre ha ucciso la madre, poi ha aggredito Cora e poi si è ucciso perché ha capito di essere arrivato ad un vicolo cieco. Troppo comodo così. E Cora? Qualcuno ha detto qualcosa su di lei?”
“No, ma almeno adesso nessuno cerca più te perché hanno capito che non hai nessuna responsabilità con quello che è successo a quella povera ragazza. Non è una bella notizia?”.
Rich emise un verso seccato.
“E dove sarebbe la bella notizia quando la colpa di quello che è successo è solo mia? Doveva entrare per cambiarsi ed io non ho insistito abbastanza per accompagnarla. Se non fossi stato così stupido da lasciarmi convincere che non c’era alcun pericolo, a quest’ora sarebbe tutto diverso”
“A quest’ora potresti essere tu su quel letto d’ospedale al posto suo, pensa a questo. Pensa a come avrebbero reagito mamma e papà. Ti ricordi quella volta che avevi quindici anni? Siamo corse subito io e mamma, e lei per poco non ha avuto un mancamento quando ti ha visto in quelle condizioni. Se continui in questo modo li farai morire entrambi di crepacuore, prima o poi”
“Quindi è giusto che sia capitato a lei e non a me?”
“Non sto dicendo questo, ma di sicuro non devi ritenerti responsabile per quello che è successo. Se fossi entrato anche tu, probabilmente quell’uomo avrebbe riservato ad entrambi lo stesso trattamento. È questo ciò che sto cercando di spiegarti. La tua fortuna è stata proprio quella di lasciarti convincere a non entrare, magari lei sapeva il rischio che poteva correre ed ha voluto proteggerti. A questo non hai pensato?”
“E dovrebbe farmi sentire meglio? Intanto lei è là, in ospedale. Ho aspettato sei ore e non me l’hanno fatta vedere. L’infermiera ha detto che sono le macchine a tenerla in vita e che è praticamente in coma irreversibile. È impossibile che accada un miracolo, ed anche se dovesse verificarsi… Anche se dovesse aprire gli occhi, non sarebbe altro che un vegetale. È comunque morta in tutti i sensi… E poco prima che accadesse tutto questo, abbiamo fatto l’amore. Senza sapere che sarebbe stata l’ultima”
“Richie” sul viso di Rosa si delineò un’espressione affranta. La ragazza gli passò le braccia attorno alle spalle e lui nascose il viso contro la spalla sinistra “sfogati, non tenerti tutto dentro. Va bene così”.
Rich ricambiò l’abbraccio della sorella maggiore; strinse, con forza, le mani attorno alla stoffa della maglietta che indossava, ma non versò una sola lacrima. Era da anni che non piangeva più, da quand’era un ragazzino, ed in ogni caso quello che ora sentiva andava al di là di ogni spiegazione. Non era semplicemente dolore, non era qualcosa che poteva momentaneamente andarsene dopo un buon pianto; se qualcuno gli avesse chiesto di spiegargli come si sentisse in quel esatto momento, non sarebbe stato in grado di dare una risposta che non fosse scuotere la testa in silenzio. Forse avrebbe detto che nel momento in cui il padre di Cora l’aveva massacrata, era come se avesse ucciso allo stesso modo una parte di lui: quella era la descrizione che più si avvicinava a ciò che sentiva, ma ancora non era abbastanza. Ancora non era in grado di rendere l’idea vera e propria. Sapeva solo di sentirsi vuoto ed insensibile, come sotto ad una forte anestesia. Non percepiva niente di niente, come il bisogno di piangere.
“Rosa, io non ho mai pensato di andare a vivere con una donna e costruire una famiglia insieme, ma lei era diversa, capisci cosa intendo?” mormorò lui, dopo un lungo silenzio, tenendo il viso nascosto contro la spalla sinistra della sorella perché in quel modo era più semplice parlare. La sentì annuire in silenzio mentre gli accarezzava i capelli “quando l’ho vista per la prima volta ho pensato di morire perché non riuscivo a respirare, ma lei non se ne è accorta. Ho cercato di tenerla lontana da me in tutti i modi perché meritava di meglio, ma non ci sono riuscito. Lei era l’unica. L’unica. Non potrà mai esserci nessun’altra così”
“Mio dio, Richie, non ti ho mai sentito parlare in questo modo prima d’ora. Ti sei innamorato di quella ragazza?”.
Il ragazzo sollevò la testa per guardare la sorella negli occhi con un’espressione particolarmente seria; ma a differenza di come si aspettava lei, quando aprì bocca non lo fece per rispondere alla sua domanda.
“Io me ne vado da qui. Parto questa notte”.
Gli occhi scuri di Rosa si spalancarono all’istante. Non dubitava affatto delle parole del fratello più piccolo. Lei meglio di chiunque altro in famiglia sapeva quanto Rich fosse intenzionato a non rimanere lì per sempre.
“Parti? E dove vai? Per quanto starai via?”
“In California, e non ho alcuna intenzione di tornare indietro. Molto probabilmente questa sarà l’ultima volta che mi vedrai, a meno che non sia tu a venire a trovarmi”
“Ohh, Richie, no, no, non puoi fare una cosa simile. Perché? Pensa a mamma, pensa a papà… La California è lontanissima da qui”
“Lo sai che voglio tornare là fin da quando ci sono stato per la prima volta”
“E cosa faresti? Dove vivresti? Come faresti ad avere tutto il necessario per vivere?”
“Me la caverò come me la sono sempre cavata”
“No, Richie, no. Questo non va affatto bene” rispose Rosa scuotendo la chioma nera e riccia; dalla sua voce e dalla reazione che stava avendo, il ragazzo si era già pentito di essere stato così onesto nei suoi confronti. Ma era l’unica della famiglia con cui poteva confidarsi, lo era sempre stata fin da quando erano piccoli “sei nato e cresciuto qui. La tua famiglia è qui, la tua vita è qui. Sei un ragazzo intelligente e sveglio, il più intelligente e sveglio che conosca, trovati un lavoro ed il resto verrà tutto da sé”
“Ne dubito”
“Vuoi restare qui da me? Lo sai che puoi restare da me per tutto il tempo che vuoi, se hai bisogno di riflettere e di sistemare le idee. Vieni con me e mamma in chiesa alla domenica, Richie. Pregare ti aiuterà. Pregare aiuta sempre quando una persona si sente persa ed in difficoltà… Magari… Magari potrebbe accadere perfino un miracolo. Magari quella ragazza potrebbe svegliarsi”.
Rich distorse le labbra carnose in una smorfia che esprimeva tutto il proprio disappunto per le parole della sorella, dalla prima all’ultima. Soprattutto riguardo la parte dell’andare in chiesa e rimettersi nelle mani di Dio. Era sempre più convinto di essere ben lontano da tutto ciò.
Voleva bene a sua sorella. Sarebbe morto per lei piuttosto che le accadesse qualcosa, ma perfino alla sua confidente più intima non aveva mai fatto cenno dei pensieri che gli affollavano la mente e che non lo lasciavano mai stare.
“Richie… Per favore” mormorò la giovane, stringendogli entrambe le mani, con uno sguardo di supplica negli occhi scuri “ripensaci fiché sei in tempo. Perché nulla di buono può uscire da questa storia”
“No” rispose lui, categorico, senza prendersi un solo istante di tempo per pensarci meglio come gli era stato suggerito “non c’è più niente che mi lega a questo posto, quindi non sono intenzionato a rimanerci ancora di più dello stretto necessario. Ti chiamerò al mio arrivo, chiamerò anche mamma, ma io qui non resto. Avrei bisogno di un po’ di soldi per fare benzina e mangiare qualcosa, quindi volevo chiederti se potessi farmi un piccolo prestito… Ma sappi già in anticipo che a prescindere dalla tua risposta, la mia decisione non cambia. O mi dai tu quei soldi od in qualche modo me li procuro lo stesso, ma la mia scelta l’ho fatta. Entro domani sarò in California”.
Rosa lasciò andare le mani del fratello più piccolo, chiuse gli occhi ed emise un profondo sospiro, sconfitta. Non provò nemmeno a fare un tentativo per persuaderlo, col carattere testardo che aveva sarebbe stato tutto quanto inutile, solo fiato sprecato. Avrebbe ottenuto nient’altro che l’effetto opposto. Si alzò in piedi ed uscì dalla stanza senza dire una sola parola, lasciando Rich solo nel silenzio.
Quando ritornò, aveva nella mano destra diverse banconote. Erano più soldi di quelli che lui si aspettava e più di quelli che lei poteva permettersi di dargli. Quando glielo fece notare, però, Rosa scosse la testa con orgoglio. Entrambi avevano lo stesso carattere, alla fine.
“Prendili. Almeno avrò la certezza che per un po’ non farai nulla di stupido che possa mettere a rischio la tua vita”
“Te li restituirò tutti fino all’ultimo centesimo non appena li riavrò”.
Rosa sorrise, ma fu un sorriso che non arrivò a contagiarle gli occhi. Sapeva che quando il fratello si metteva in testa un’idea nessuno era in grado di fargliela cambiare; sapeva che sarebbe riuscito a darle indietro tutti i soldi che gli aveva appena dato insieme ad altri in più, quello che non la faceva sentire affatto tranquilla era il come sarebbe riuscito a procurarseli.
Aspettò che scendesse la notte prima di partire. La notte era il momento che preferiva in assoluto dell’intera giornata, ed era stato così fin da quando ne aveva memoria. Guidare di notte, poi, tra il silenzio e sull’auostrada deserta, non aveva paragone. Con la musica alla radio che andava a tutto volume. Non c’era nient’altro di meglio.
C’era solo una piccola crepa in quel quadro idilliaco: non avrebbe potuto far sperimentare a Cora quella meravigliosa sensazione come aveva pensato in un primo momento.
Andò in ospedale prima di abbandonare per sempre la città.
Anche se adesso non aveva più nulla da temere, non entrò comunque dall’ingresso principale perché sapeva che non lo avrebbero mai lasciato entrare nella stanza di Cora non essendo un familiare né il marito; entrò dalla porta secondaria da cui era scappato solo il giorno precedente. Sembrava essere già trascorso tanto di quel tempo da quei momenti, invece risalivano a nemmeno ventiquattro ore prima.
Dovette girare per un po’ di corridoi ed aprire un po’ di porte prima di trovare finalmente quella giusta, il tutto senza farsi vedere da qualcuno, ma non aveva alcuna fretta ed alla fine ci riuscì. E di notte i corridoi erano deserti.
La stanza era avvolta dalla penombra, come i corridoi stessi. Il silenzio là dentro appariva ancora più surreale, ed era rotto solo dal costante ‘bip’ del macchinario a cui Cora era collegata, lo stesso che la teneva in vita. Sembrava la scena di un film, con l’unica eccezione che in quel caso era tutto terribilmente reale. Fin troppo reale.
Il ragazzo lasciò andare il pomello della porta e si avvicinò al lettino su cui era sdraiata la ragazza; una volta raggiunto, la guardò inclinando il viso leggermente verso sinistra.
Non c’era bisogno di accendere una luce, quello che vedeva nella penombra era già abbastanza; aveva ancora in mente l’ultima immagine di Cora, appena scesa dalla macchina, che si era voltata per guardarlo un’ultima volta con un sorriso ed aveva mormorato qualcosa muovendo appena le labbra, ora la ragazza che vedeva sdraiata davanti ai propri occhi, perfettamente immobile, non aveva nulla della stessa ragazza con cui aveva trascorso insieme tantissimo tempo dei mesi precedenti: il viso era gonfio, irriconoscibile e pieno di lividi; la testa era fasciata, le braccia non versavano in condizioni migliori e c’erano fili che partivano dappertutto e terminavano nel macchinario che continuava con quel rumore statico ed odioso. Sembrava essersi trasformata in un ibrido tra un umano e quella macchina stessa, come si vedeva nei film di fantascienza.
Rich chinò il viso in avanti, in modo che fosse a poca distanza da quello di lei.
“Cora?” mormorò “Cora, riesci a sentirmi?”.
Niente. Nessuna risposta. E non si aspettava nulla di diverso.
Lo sapeva già nel momento stesso in cui era entrato, ancora prima di vederlo coi propri occhi: in quella stanza aveva percepito lo stesso silenzio di quando era entrato in casa sua, lo stesso di quando era entrato con il padre a casa del cugino. Cora non poteva rispondergli perché non c’era più: quello che giaceva davanti ai suoi occhi non era altro che un corpo vuoto, tenuto in vita in modo meccanico da un macchinario.
Il ragazzo emise un sospiro. Poco importava se sua sorella aveva ripetuto che la colpa non era sua, perché la realtà era diversa ed adesso c’era solo una cosa che ormai poteva fare per rimediare al proprio errore. Quella ragazza ne aveva già passate abbastanza in appena sedici anni di vita per continuare a soffrire inutilmente in quel modo. Il risultato finalmente non sarebbe cambiato in alcun modo, dunque perché attendere che fossero i medici a prendere quella decisione, magari dopo settimane e settimane?
“Cora, non penso che riesci a sentirmi. Non penso che ci riuscissi prima, quindi figuriamoci ora. Comunque, non avere paura per quello che sto per fare, d’accordo? Ti prometto che non sentirai nulla e che resterò fino alla fine. Non… Non so che altro dire. Forse non ha alcun senso aggiungere altro a questo punto. Voglio che tu sappia che non avrebbe dovuto finire in questo modo… Ma immagino che pure questo non ha molto senso, vero? Immagino che l’unica cosa che t’interessa davvero in questo momento, se mai ti è rimasto un briciolo di coscienza da qualche parte, sia di andare subito al dunque perché non vuoi restare un solo istante in più in queste condizioni. Lo capisco, nessuno lo vorrebbe”.
Il ragazzo emise un altro sospiro e poi si voltò a guardare il macchinario che teneva in vita Cora in modo artificiale. Per essere un meccanismo di così vitale importanza, era questione di un attimo attivarlo come, allo stesso modo, disattivarlo. Nel dubbio, Rich schiacciò senza alcun indugio i diversi bottoni che c’erano vicino allo schermo e vide quest’ultimo spegnersi all’istante. In quel momento si voltò a guardare Cora, nella speranza di vedere una reazione.
Se ci fosse stata, se avesse visto un sussulto, uno spasmo, se l’avesse vista reagire ed andare alla ricerca d’aria, allora non avrebbe esitato minimamente a chiamare un’infermiera, rivelare la propria presenza e rischiare anche che venisse scoperto quello che aveva appena fatto. Se avesse visto che c’era ancora una piccola speranza per lei, non avrebbe esitato a fare nulla di tutto ciò. Ma non ottenne nulla di simile. Il corpo non ebbe nessuna reazione, segno che non c’era davvero più nessuno ad abitarlo ancora prima di staccare la spina.
Rich rimase per qualche istante a stringere la mano destra di Cora, per farle sentire in qualche modo di non essere da sola in quelli che erano i suoi ultimi istanti di vita; quando fu sicuro che non c’era più nulla, che quello davanti ai suoi occhi era diventato definitivamente un guscio vuoto a tutti gli effetti, lasciò andare la mano ed uscì dalla stanza.
Non le diede un ultimo bacio, non le mormorò altre parole né si voltò indietro un’ultima volta a guardarla perché niente di tutto ciò sarebbe servito. Niente di tutto ciò avrebbe cambiato qualcosa.
Uscì dall’ospedale senza essere visto, salì alla guida della macchina che aveva rubato quello stesso pomeriggio e la mise in moto. Con sé non aveva altro che i vestiti che indossava in quel momento ed i soldi che la sorella gli aveva dato.
Pochi minuti più tardi era già fuori città ed aveva imboccato l’autostrada.
Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top