(20)

Il giorno delle dimissioni corrispose anche a quello in cui Cora conobbe i suoi veri genitori. In modo indiretto.

Dopo aver superato tutti gli esami di controllo, ed aver mormorato qualche parola di ringraziamento all’infermiera che più di tutte le era stata vicina durante il ricovero, Austin la fece accomodare nella sua macchina sportiva e l’accompagnò al cimitero in cui era sepolta la sua famiglia. Il luogo esatto era indicato in uno dei fogli che il detective Brown le aveva dato e non era così lontano dalla città. In un’ora e mezza ci si arrivava senza alcun problema, e Cora ringraziò il giovane per l’ennesimo gesto altruista che stava facendo senza pretendere nulla in cambio, e dopo essere stato scaricato per due volte a poco tempo di distanza.

Il cimitero era piccolo, ma ben curato.

La ragazza individuò facilmente la tomba che stava cercando, ed avvertì un tuffo al cuore alla vista della stessa foto che il detective Brown aveva mostrato il giorno in cui le aveva raccontato la verità sulla sua famiglia. Allora era troppo sconvolta per farci caso, ma in quel momento notò il completo elegante che indossava il suo vero padre e quello bianco e lungo della madre e realizzò che la fotografia era stata scattata il giorno delle loro nozze. Si chiese come fosse stato quel giorno, com’era avvenuta la fatidica proposta e quanto tempo dopo era arrivata lei. Provò anche una punta d’invidia, insieme a tante altre emozioni contrastanti, perché non sapeva se sarebbe mai arrivato anche per lei il giorno di salire gli scalini dell’altare.

Desiderava un matrimonio da favola come quelli che vedeva nei film, sapeva anche con chi avrebbe voluto salire gli scalini di un altare e proprio per quel motivo si rendeva conto di rincorrere nient’altro che una fantasia irrealizzabile. Se provava soffermarsi sul proprio futuro, non vedeva altro che una nebbia tremolante, figurarsi un matrimonio.

La giovane chiese ad Austin di lasciarla per qualche momento da sola e lui, ovviamente, accontentò subito la sua richiesta. L’aspettò in silenzio, senza alcuna fretta, vicino al cancello del cimitero e lei lo raggiunse qualche minuto più tardi, dopo essere rimasta un po’ coi propri pensieri e dopo aver depositato sopra la tomba un mazzo di fiori che aveva acquistato lungo il tragitto.

“Pronta per tornare indietro?” domandò lui. Cora annuì e basta, troppo provata per rispondere a voce “possiamo tornare qui tutte le volte che vorrai, sai? Quando vuoi basta che me lo chiedi”

“Non è necessario. Non credo che vorrò tornare mai più qui, quello che dovevo dire l’ho detto, il resto non sarebbe altro che prolungare una sofferenza inutile e basta. Portami a casa, per favore” mormorò lei, con un filo di voce, scuotendo la testa, ed il giovane l’accontentò di nuovo. Aprì elegantemente la porta anteriore destra della macchina e la giovane salì senza voltarsi indietro.












Cora lasciò momentaneamente da parte tutto quello che era accaduto negli ultimi giorni e la straziante visita alla tomba dei suoi veri genitori quando lei ed Austin arrivarono a destinazione; sapeva già da tempo che il giovane proveniva da una famiglia agiata e che aveva a propria disposizione molti soldi, ma rimase ugualmente impressionata dalla bellezza della villetta in cui abitava: si distingueva dalle altre perché aveva un recinto con un’alta siepe che la nascondeva dall’esterno, dalla vista dei curiosi, e perché nel giardino frontale aveva una piscina con tanto di zona idromassaggio ed un angolo riservato ai barbeque. Al suo interno, poi, c’erano perfino un angolo bar ben fornito ed un tavolo da biliardo.

Nessuno dei suoi clienti, per quanto alcuni fossero stati facoltosi, aveva una casa del genere. Di simili a quella le aveva sempre e solo viste nelle riviste di arredamenti o nei programmi televisivi che parlavano della vita delle star di Hollywood. Il posto in cui si trovava ora era da sogno e strideva fortemente con l’appartamento in cui aveva vissuto negli ultimi mesi, le due abitazioni non potevano nemmeno essere lontanamente paragonate.

“Allora, che ne pensi?” chiese incuriosito Austin, entrando subito dopo di lei “ti piace?”

“È stupenda” mormorò Cora voltandosi verso di lui, quasi senza parole “potrebbe mai esserci qualcuno a cui non piace una casa simile?”

“Beh, qualcuno c’è, e sono proprio io. Questa era la casa dei miei prima che decidessero di trasferirsi in una più grande. È stato il loro regalo per la laurea, ma se fosse stato per me avrei preferito qualcosa di molto più sobrio”

“Esiste davvero una casa più grande di questa?”

“Sì, esiste” rispose il giovane, ridendo dell’espressione stupefatta di lei “e non hai visto quella delle vacanze”

“Avete anche una casa delle vacanze?”

“In realtà ne abbiamo più di una, in base al periodo dell’anno” disse Austin con un sorriso imbarazzato mentre Cora era sempre più sbalordita dal benessere economico che sembrava non conoscere limiti della famiglia del giovane. Per togliersi dall’imbarazzo, Austin disse a Cora di seguirlo al piano di sopra così le avrebbe mostrato quella che sarebbe diventata la sua nuova camera da letto.

Lei lo seguì, incuriosita, per una vertiginosa scala a chiocciola dai gradini trasparenti e poi lungo un corridoio con porte su entrambi i lati. Mentre camminavano in silenzio, si chiese quali stanze ci fossero dietro tutte quelle porte.

“Eccoci arrivati. La tua nuova camera è questa, ho scelto apposta la migliore”.
Cora capì perché quella camera da letto era la migliore nell’esatto momento in cui Austin aprì la porta con un sorriso: non era la stanza in sé ad avere qualcosa di particolare rispetto a tutte le altre, ma la vista che si ammirava dal balcone. In lontananza si riuscivano a vedere le palme, la spiaggia e l’oceano.

“Allora? Che ne pensi?”

“Ho sempre sognato di avere una camera da cui si potesse vedere l’oceano” mormorò la giovane, impressionata, per poi guardarsi attorno per ammirare il resto. I suoi occhi si posarono quasi in automatico sull’armadio presente nella stanza e si ricordò di non avere nulla con sé. I pochi vestiti che aveva erano rimasti nell’appartamento e non pensava che fosse una buona idea andare a riprenderli.

“Non ti preoccupare, prendi questa” disse Austin, intercettando il suo sguardo insieme ai suoi pensieri, e le porse una carta di credito che tirò fuori dal portafoglio “oggi non posso stare con te perché devo lavorare, ma in compenso ne puoi approfittare per rifarti il guardaroba visto che hai un intero armadio da riempire con quello che vuoi. C’è un centro commerciale poco lontano da qui, puoi raggiungerlo con una delle mie macchine o, se non te la senti di guidare, c’è la fermata del bus appena infondo alla via. Devi scendere alla seconda fermata, e puoi riprenderlo comodamente anche fuori dal centro commerciale per tornare qui”

“Dici davvero?”

“Sì”

“Ma… Ma questi sono i tuoi soldi… Non posso usarli…”

“I soldi non sono un problema per me. Puoi usare tutti quelli che vuoi, li spendo volentieri per te”.

Le labbra della giovane tremarono. Si sedette sul bordo del letto e nascose il viso tra le mani prima di scoppiare a piangere. Austin corse subito al suo fianco; le passò il braccio destro attorno ai fianchi e le chiese, preoccupato, se avesse detto inavvertitamente qualcosa di sbagliato. Cora scosse la testa tra le lacrime.

“No, non hai detto nulla di sbagliato. È solo che… Non sono abituata a questo. Tutte le persone che finora si sono dimostrate gentili nei miei confronti nascondevano sempre un secondo scopo. Volevano sempre qualcosa in cambio”

“Lo so, ma io non voglio niente in cambio”.

Cora singhiozzò più forte.

“Come riesci ad essere così gentile nei miei confronti dopo quello che ti ho fatto? Cazzo, sono stata una vera stronza e tu mi stai aiutando senza pretendere nulla in cambio. Avresti dovuto sbattermi la cornetta in faccia quando ti ho chiamato, non correre subito in mio aiuto. Meritavo questo”

“Perché non eri tu a parlare l’ultima volta che ci siamo visti, ma la droga che avevi in corpo… Ma adesso è tutto passato, tu sei qui con me ed insieme cercheremo il modo migliore per disintossicarti completamente. Non devi avere paura di nessuna ricaduta perché non ci sarà. Farò tutto il necessario per aiutarti a lasciare ogni cosa alle spalle, così inizierai finalmente a vivere”.

Cora passò le braccia attorno al collo di Austin e posò la testa contro la sua spalla destra; si lasciò andare ad un altro pianto liberatore e lui, di rimando, le passò le braccia attorno ai fianchi e la strinse a sé. Una volta sfogatasi, la giovane sollevò di nuovo il viso per ringraziarlo, ed in quel momento si rese conto della poca distanza che c’era tra i loro visi e le passò per la mente il fugace pensiero di baciarlo. Avvicinò piano il viso per cancellare quella poca distanza che c’era, ma lui la bloccò subito.

“No, Cora. Non è una buona idea” mormorò poi, scuotendo la testa “non fraintendere le mie parole, tu mi piaci, mi piaci tantissimo, ma non è questo il momento. Sei confusa e non voglio che fai qualcosa solo perché ti senti in debito nei miei confronti. Adesso devo andare. Sono già abbastanza in ritardo a lavoro senza aver dato una giustificazione e non posso assentarmi ancora. Tu… Cerca di seguire il suggerimento che ti ho detto. Un po’ di sole e aria fresca ti faranno bene, e sono sicuro che il centro commerciale ti piacerà molto. D’accordo?”

“D’accordo”

“Non so a che ora tornerò, quindi non aspettarmi troppo per mangiare. Se hai fame, dentro al frigorifero troverai tutto quello di cui hai bisogno”

“D’accordo” mormorò di nuovo Cora senza aggiungere altro e senza muoversi dal letto mentre Austin usciva dalla camera. Si alzò quando sentì i suoi passi lungo le scale ed uscì in terrazzo per ammirare meglio la vista che si godeva da lì. Si appoggiò con in gomiti alla balaustra e dopo aver ammirato l’oceano con le sue onde, abbassò lo sguardo verso il giardino anteriore e poco dopo vide Austin uscire dalla porta principale della villetta e dirigersi verso il cancelletto perché la macchina l’aveva lasciata parcheggiata all’esterno, affianco al marciapiede. Verso la metà del vialetto il ragazzo si fermò e sollevò il viso, forse perché si sentiva osservato.

Incrociò lo sguardo della ragazza e sollevò la mano destra in segno di saluto, sorridendo. Anche lei rispose con un cenno ed un sorriso, ma tornò subito seria nel momento in cui lui distolse lo sguardo e riprese a camminare. Si domandò perché si era lasciata andare ad un gesto così impulsivo, e se proprio quel gesto così impulsivo aveva già rovinato tutto quanto.










Cora decise di seguire il suggerimento di Austin con la speranza di distrarsi un po’, certa che se fosse rimasta in quella villa così immensa tutta sola a pensare per tutto il giorno avrebbe finito per andare fuori di testa, e temeva ancora di più che la paura di raggiungere il punto di rottura l’avrebbe spinta a commettere una cazzata come quella di procurarsi altra droga. Durante la permanenza in ospedale aveva lottato contro e superato lo scoglio della dipendenza fisica, ma ora era subentrata quella mentale. La più difficile e bastarda da tenere sottocontrollo.

Non usò nessuna delle macchine che il giovane le aveva gentilmente messo a disposizione, preferendo optare per il bus di linea, dato che il centro commerciale si trovava a poca distanza da quella ricca zona residenziale; quando il mezzo di trasporto si fermò davanti a lei, la ragazza cercò ed individuò in fretta il posto più in disparte di tutti e vi prese posto stringendosi nelle spalle. Nessuno degli altri passeggeri la conosceva o conosceva il suo passato, ed era assurdo pensarlo, ma non riusciva a scrollarsi dalle spalle la sensazione di essere stata marchiata col fuoco, e che tutte le persone che le passavano accanto riuscivano a vedere quel marchio, la sua intera storia. Mentre tornavano indietro dalla visita al cimitero, aveva confidato ad Austin il timore che la sua storia potesse diventare di dominio pubblico e di ritrovarsi sbattuta sulle prime pagine dei giornali, e lui l’aveva prontamente tranquillizzata dicendo che la stampa aveva ben altro a cui pensare e su cui scrivere articoli su articoli. Non gli aveva chiesto spiegazioni più approfondite a riguardo, ma sperava che avesse ragione perché non voleva diventare l’attrazione dell’intera città.

Il centro commerciale di cui Austin le aveva parlato era così grande da essere suddiviso in tre piani. Al suo interno c’erano tantissimi negozi di abbigliamento; Cora aveva l’imbarazzo della scelta, e si sentiva proprio in imbarazzo perché la maggior parte portava il nome di marchi costosi, ed anche se il ragazzo le aveva detto di spendere quanto voleva per rifarsi il guardaroba, non voleva comunque approfittare della sua generosità. Si sentiva già abbastanza in colpa per essersi rivolta a lui dopo averlo trattato male per due volte. E continuava a darsi della stupida per aver provato a baciarlo. Forse aveva ragione lui a dire che in quel momento non era del tutto lucida, ma era certa che quello non era l’unico motivo per cui si era tirato indietro. Lo aveva fatto perché, anche se aveva dato tutta la colpa alla cocaina, sicuramente stava ancora soffrendo per i due due di picche che gli aveva rifilato, ed aveva paura di stare male di nuovo. Per giunta, si erano conosciuti perché i suoi amici lo volevano distrarre dal pensiero del tradimento della sua ragazza con il suo migliore amico.

Austin veniva fuori da una situazione sentimentale già incasinata e lei era riuscita nel difficile compito di incasinarla ancora di più. Ma d’altronde Rich le aveva ripetuto spesso che aveva un talento naturale per quel genere di cose.

Cora non acquistò nulla che non fosse strettamente necessario per il suo guardaroba da rifare, e passò davanti a gioielli, scarpe eleganti, vestiti da sera, trucchi, profumi e borse senza degnarli di un solo sguardo; per mitigare il senso di colpa che sentiva nei confronti di Austin comprò un piccolo regalo che gli avrebbe consegnato al suo ritorno a casa dal lavoro, con la speranza che lo avrebbe apprezzato. Stava per uscire dal centro commerciale per tornare alla fermata del bus quando si bloccò nel bel mezzo di uno dei corridoi, con gli occhi spalancati. Poco mancava che mollasse la presa sulle borsette che aveva in mano.

C’era un ragazzo alla fine del corridoio. Era alto, vestiva di nero ed aveva i capelli dello stesso colore. Le stava dando le spalle in quel momento, ma per Cora, nella propria mente, era Rich. Si avvicinò al giovane a passo veloce, con il cuore che batteva in gola, solo per scoprire che non si trattava del suo ex coinquilino. Quando si rese conto di essersi sbagliata, sentì un calore improvviso concentrarsi all’altezza delle guance.

“Scusami, io… Mi sono confusa. Ti ho scambiato per un’altra persona” imbarazzata com’era, la ragazza si allontanò di fretta ed uscì dal centro commerciale per andare verso la fermata del bus. Il tempo era volato lì dentro e rientrò nella villetta mentre stava già calando la sera; quando aprì la porta d’ingresso provò a chiamare Austin, ma non ricevette alcuna risposta. Realizzò, ben presto, con un sospiro che non era ancora tornato da lavoro e che per il momento doveva ancora restare da sola all’interno di quell’abitazione bellissima, ma fin troppo grande per una sola persona. Si chiese perfino come avesse fatto Austin a vivere così a lungo in quel posto così immenso, e poi si ricordò che fino a qualche mese prima aveva avuto una ragazza. Ed in automatico le tornò in mente l’imbarazzante momento in cui aveva provato a baciarlo e lui si era tirato indietro dicendo che non era il caso. E di nuovo, le sembrò di sentire Rich ripetere quanto avesse un talento naturale per complicarsi la vita sempre di più.

Cora sistemò le borsette sopra il bancone a penisola in cucina; Austin le aveva detto di non aspettarlo per cena perché non aveva idea dell’ora in cui sarebbe rientrato, e così subito dopo si diresse verso il frigorifero alla ricerca di qualcosa da mangiare. Austin le aveva anche detto che lì dentro avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta ed era vero: c’era tutto il necessario per preparare una cena dall’antipasto al dolce, ma Cora non aveva alcuna intenzione di cucinare; non aveva neppure così fame, ed alla fine optò per un barattolo di gelato al cioccolato e caramello che trovò nel freezer. Cercò un cucchiaio in cucina e lo trovò dopo aver aperto inutilmente diversi cassetti, ed a quel punto si lasciò cadere sul divano in salotto ed accese la tv alla ricerca di qualcosa d’interessante da vedere.

Trovò un film dopo aver girato numerosi canali su cui, stranamente, c’erano solo edizioni straordinarie di telegiornali, ed iniziò a guardarlo senza un reale interesse, mangiando il gelato senza gustarlo veramente. Aveva acceso la tv per distrarsi e non pensare, invece stava accadendo l’esatto opposto: anche se i suoi occhi erano puntati sullo schermo, la sua mente era rivolta a Rich. L’episodio al centro commerciale l’aveva scossa, e se in ospedale non aveva dato troppo peso alla chiamata senza alcuna risposta, adesso stava riconsiderando l’intera faccenda sotto un altro punto di vista.

La rabbia non se n’era andata, ma adesso, col passare dei giorni e della lontananza, era subentrata la preoccupazione e la voglia di risentire la sua voce, di accertarsi che almeno per il momento fosse ancora vivo ed incolume. E forse attraverso una cornetta sarebbe stato più facile parlare e non avrebbe rischiato di andare incontro alle conseguenze per avergli spaccato un barattolo di ceramica in testa e per aver rubato tutti i soldi che avevano nell’appartamento.

E poi, nonostante tutto, le mancava. E non voleva arrendersi all’idea che le loro strade si erano divise in modo definitivo per sempre. Voleva sentirlo un’ultima volta, e provare ad avere una conversazione seria con lui che non sarebbe degenerata in alcun modo.

Cora si ritrovò suo malgrado a fissare la cornetta del telefono posizionato sopra un tavolino, sempre in salotto, e quasi senza rendersene conto, allo stesso modo, si ritrovò con la cornetta in mano, a digitare di nuovo il numero dell’hotel per poi inoltrare la chiamata alla stanza 1419; attese con trepidazione, con gli occhi spalancati, di ricevere una risposta dall’altra parte. Gli squilli si susseguivano uno dietro l’altro. Le sue mani erano così sudate che temeva di perdere la presa sulla cornetta da un momento all’altro.

Alla fine gli squilli terminarono senza che vi fosse una risposta e sentì di nuovo la voce della donna della reception chiedere che cos’era intenzionata a fare; lei chiese di riprovare ancora, speranzosa che questa volta sarebbe andata in modo diverso, ma di nuovo non ci fu alcuna risposta. Alla richiesta di tentare ancora, la donna della reception sbottò dicendo che non aveva tutta la sera per stare dietro alle sue richieste.

“Sono preoccupata per il mio amico, sono giorni che non riesco a contattarlo. Deve averlo presente per forza, è quel ragazzo alto e magro che veste sempre di nero. Rich. lo avrà visto di sicuro!”

“Qui dentro va e viene così tanta gente che è impossibile memorizzare i nomi e le facce di tutti quanti, ma se è la stessa persona che abita ancora lì dentro, due giorni fa è stato ripreso perché alcuni si sono lamentati del volume troppo alto della musica” rispose seccata la donna, per poi riattaccare la cornetta in faccia alla povera ragazza, che non ebbe il tempo di fermarla per fare altre domande. A Cora non rimase altro da fare che posare la cornetta a sua volta e tornare a sedersi sul divano. La tv era ancora accesa, il film era quasi finito e lei non aveva seguito nulla della trama.

Non era riuscita a parlare con Rich, ma in piccola parte si sentiva meno preoccupata perché fino a due giorni prima era vivo ed era ancora nell’appartamento. Quello che aveva disturbato la quiete pubblica con la musica sparata a tutto volume non poteva che essere lui. Ma la sensazione di sollievò durò poco, e venne sostituita in fretta da una morsa allo stomaco.

Quarantotto ore erano un lasso di tempo infinito in cui poteva accadere qualunque cosa. Due giorni prima era ancora vivo, ma adesso c’era la possibilità che non avesse risposto al telefono perché era successo qualcosa e nessuno ancora lo aveva scoperto. Magari era solo uscito come faceva quasi tutte le sere, ma c’era la vita sregolata che conduceva. E c’era la droga, la cocaina. E l’epilessia di cui soffriva.

Lanciò uno sguardo al barattolino che aveva ripreso in mano. Faceva così caldo che il gelato al suo interno si era già sciolto in parte.











Cora!”.

Cora aprì gli occhi di scatto, con un sussulto, e guardò la figura protesa verso lei, che l’aveva scrollata per una spalla. Quella che nella sua mente, nel sonno, era apparsa come la voce di Rich, si trasformò ben presto in quella di Austin.

“Cora, che cosa ci fai qui?”.

La giovane cercò di mettere a fuoco la stanza attorno a sé, avvolta nelle penombra, e si rese conto di trovarsi in salotto. Doveva essersi addormentata sul divano senza essersene resa conto, la tv era rimasta accesa ed il gelato si era definitivamente sciolto all’interno del barattolo, trasformandosi in una poltiglia marrone con delle striature arancioni.

“Scusami, ho rovinato il tuo gelato” mormorò, mortificata, rendendosi conto di quello che aveva fatto “magari era anche il tuo gusto preferito”

“Lascia perdere il gelato, perché stai dormendo qui?”

“Credo di essermi addormentata guardando la tv. Non me ne sono nemmeno resa conto… Che ore sono? Sei appena tornato?”

“Stavi dormendo con la finestra aperta?”

“Sì” rispose la ragazza con uno sguardo corrucciato, stranita per la domanda “ad un certo punto sono stata costretta ad aprirla perché il caldo qui dentro era diventato insopportabile… Che stai facendo? Perché la chiudi? Vuoi trasformare questo posto in un forno?”

“Perché è quello che da settimane continuano a ripetere in tv”

“In tv?” chiese Cora mentre Austin si assicurava di chiudere la finestra “perché?”

“Perché?” il giovane si voltò, e grazie alla luce proveniente dallo schermo della tv accesa vide l’espressione sinceramente perplessa della ragazza “Cora… Ma tu hai una vaga idea di quello che sta succedendo qui, a Los Angeles, negli ultimi mesi? Hai mai acceso la tv nell’ultimo periodo?”

“No, mai. Nell’appartamento non c’era una tv ed i soldi servivano per altro. Tipo pagare l’affitto e comprare da mangiare”
‘E la droga’ pensò Cora, senza però dirlo ad alta voce. I soldi per quella non mancavano mai.

“Hai mai letto almeno un giornale?”

“No, nemmeno. Avevo altro a cui pensare al posto di accendere una tv o leggere un giornale. Ma perché continui a farmi queste domande? Stai iniziando a farmi paura”

“E dovresti averne perché la faccenda è seria” disse Austin con un sospiro; controllò che la finestra fosse perfettamente chiusa ed andò a sedersi affianco alla giovane, che continuava a fissarlo con gli occhi spalancati in attesa di una risposta “Cora, non voglio spaventarti, ma se non sai nulla di quello che sta succedendo sei stata incredibilmente fortunata se finora non ti è accaduto nulla”

“Puoi dirmi quello che sta succedendo e che dovrei sapere? Perché non riesco a capire”

“Cora” Austin ripetè di nuovo il nome con cui l’aveva conosciuta e con cui continuava ancora ad identificarsi “c’è un serial killer a piede libero in città”.

La ragazza rimase in silenzio, limitandosi a sbattere le palpebre. Non sapeva bene come reagire alle parole di Austin.

“Un serial killer?” ripeté alla fine, per essere sicura di avere capito bene “tipo quelli dei film?”

“No, tipo uno reale, in carne ed ossa, che se lo incontri non hai nemmeno il tempo di rimpiangerlo per il resto della tua vita perché non ne avrai più una”

“Ma… Se c’è una persona così pericolosa in giro, la polizia dov’è? Perché non si muove ad arrestarlo?”

“Perché non è affatto semplice come nei film. Non lo hanno arrestato perché non sono ancora riusciti ad identificarlo e la gente scalpita per avere delle risposte. Ormai sono tutti stanchi di vivere nel terrore, svegliarsi alla mattina e scoprire dove ha colpito ancora. Questa non è vita”

“E cosa fa?”.

Il giovane scosse la testa.

“Non credo che sia il caso che te lo dica. Forse è meglio che tu non abbia sentito niente, così puoi avere la fortuna di conoscere solo lo stretto necessario”

“E tu non puoi prima lanciare il sasso e poi nascondere la mano dietro la schiena. Sei stato il primo a parlare, adesso voglio che mi racconti tutto. Se la situazione è così pericolosa è meglio che io sappia tutto quanto, così saprò che cosa devo fare quando mi lasci sola per andare a lavoro” rispose la giovane, certa che dal giorno successivo quella villetta così grande le avrebbe fatto ancora più impressione.

“Ma non è del giorno che devi avere paura, per questo volevo finire la conversazione. Non mi sembra il caso di continuarla nel cuore della notte, in una stanza quasi completamente al buio”

“Dimmi quello che devo sapere, tanto ormai il sonno l’ho perso”

“Almeno lascia che accenda le luci” sospirò Austin alzandosi, premendo uno degli interruttori a muro. Andò in cucina e prese una lattina dal frigorifero. Il caldo all’interno dell’abitazione aveva già iniziato ad essere opprimente. Il giovane allargò il nodo della cravatta che indossava e mandò giù un sorso di soda prima di proseguire, con Cora che lo fissava attentamente dal divano “alla tv lo hanno soprannominato il Night Stalker. Agisce sempre di notte”

“E cosa fa?”

“Entra nelle case mentre tutti dormono, e quando è dentro…”

“Uccide?” provò a terminare la frase la ragazza “se è questo il problema, non basta chiudere a chiave tutte le porte e finestre?”

“Cora, guarda che non c’è nulla su cui scherzare. La situazione è seria, cazzo. Terribilmente seria” disse il giovane, appoggiando le mani al bancone a penisola “stiamo parlando di un mostro psicopatico che riesce sempre a trovare un modo per entrare anche con tutte le porte e le finestre chiuse, perché gli omicidi stanno continuando nonostante tutte le raccomandazioni della polizia. Un mostro psicopatico che non si limita ad uccidere, ma massacra le sue vittime e fa anche molto di peggio. Cora, sono già morte tredici persone dall’inizio dell’estate. Io quasi non dormo più la notte, ho comprato una pistola, ho rifatto l’intero sistema d’allarme della casa e la polizia ancora non è riuscita a prenderlo. Ahh, e come se non bastasse, colpisce completamente a caso. Se ieri un omicidio è stato poco lontano da qui, tra qualche giorno il successivo può avvenire anche a tre, quattro, ore di distanza”

“Tredici omicidi?” mormorò la giovane, impressionata; finalmente iniziava a realizzare a sua volta la gravità della situazione ed il pericolo che chiunque correva costantemente. Anche loro due “dall’inizio dell’estate? Ma sono tantissimi”

“Sì, così tanti in soli due mesi. Incredibile, vero?”

“Due mesi?” ripeté Cora. Due mesi. Come il tempo che era durata la sua convivenza con Rich. Incredibile come qualunque cosa la facesse pensare a lui.

Aveva una minima idea di quello che stava accadendo o era a sua volta all’oscuro di tutto? Lui e la sua orribile abitudine di uscire di notte, di non tornare mai prima della mattina seguente e di non dire mai dov’era diretto. E se avesse incontrato quell’individuo così pericoloso? E se mentre commetteva un furto fosse stato sorpreso dai padroni di casa e gli avessero sparato, scambiandolo per il mostro che stava terrorizzando l’intera città? E se…

Il flusso di pensieri nella mente della giovane si bloccò all’improvviso, sostituito da un ricordo. Con gli occhi della mente rivide sé stessa e Rich in macchina, in un quartiere di eleganti villette simile a quello in cui abitava Austin; era la notte in cui avevano seppellito fuori città il corpo di una prostituta, e mentre erano in macchina e sulla strada del ritorno gli aveva confessato con un sospiro quanto le sarebbe piaciuto vivere in una bella villetta come quelle. Lui le aveva risposto che se ci teneva così tanto, poteva farle vivere quel sogno per una notte.

Riusciva a vederlo benissimo, con gli occhi della mente, come se fosse reale e davanti a sé: dopo aver scelto l’abitazione giusta, si erano spostati sul retro e Rich aveva forzato la serratura di una finestra senza alcuna fatica; era sparito dall’altra parte e lei lo aveva seguito. Una volta dentro, l’aveva sorpresa alle spalle per scherzo e sempre per scherzo le aveva detto qualcosa del tipo che adorava intrufolarsi nelle case di notte e osservare la gente dormire, ignara che il loro posto sicuro era stato violato. Aveva detto quelle parole e poi era scoppiato a ridere, precisando che si trattava di una battuta.

Poi aveva aggiunto altro, riguardo a come la gente prestasse poca attenzione a chiudere le porte e le finestre di casa, senza preoccuparsi di qualcuno che poteva entrare e rubare. O massacrare tutti nei propri letti.

Quell’episodio risaliva a poco dopo l’inizio della loro convivenza sotto lo stesso tetto. Ed anche a poco dopo l’inizio dell’estate.

“Hai detto che non si limita solo ad uccidere, che altro fa?” chiese la giovane, con lo sguardo fisso nel vuoto. Austin si mosse a disagio dietro il bancone della cucina, sempre più restìo a fornire a Cora i dettagli che continuava a chiedergli.

“Cos’altro vuoi che faccia un individuo del genere se trova una donna nella casa in cui entra? Penso che ci puoi arrivare da sola senza che ci sia il bisogno che te lo descriva”

“Sì… Sì posso immaginarlo. Che altro non mi hai detto?”

“Vuoi davvero che continui a raccontare quando ci sono cose che vorrei non aver mai letto? Ti ho già detto tutto quello che dovevi sapere, il resto sono solo dettagli raccapriccianti che non aggiungono altro. Fidati, te li risparmio volentieri. Quelli della polizia che si stanno occupando del caso hanno trovato dei simboli sui muri di una o due case in cui quello psicopatico ha colpito, quindi forse di mezzo potrebbe esserci anche una setta, come è già successo in passato”

“Che simboli hanno trovato?”.

Austin sospirò di nuovo, profondamente pentito di avere iniziato quella conversazione con Cora. Erano già quasi le tre di notte, il giorno seguente doveva tornare a lavoro presto e già sapeva che non avrebbe chiuso occhio e di conseguenza non aveva idea di come sarebbe riuscito ad affrontare un’altra giornata lavorativa interminabile e snervante. E l’afa estiva non aiutava, nemmeno quando il sole calava.

“Hanno trovato dei… Dei pentacoli”

“Pent…?”

“Pentacoli. Non sai cos’è un pentacolo? È un simbolo che ha a che con il satanismo. L’hai già visto di sicuro, ma forse non sai che si chiama così. È tipo… Come posso descrivertelo? È un cerchio con all’interno una… Una…”

“Una specie di stella a cinque punte disegnata rovescia?” mormorò Cora, terminando la frase al posto di Austin. Era terribilmente caldo dentro casa, con tutte le porte e le finestre chiuse, ma lei aveva improvvisamente freddo. Aveva l’impressione di avere del ghiaccio che scorreva nelle vene al posto del sangue. Quando l’altro giovane annuì in un gesto affermativo, la ragazza si alzò dal divano quasi di scatto perché improvvisamente aveva bisogno di bere qualcosa di fresco a sua volta. Sentiva la gola secca e l’interno della coscia sinistra ardere.

Spalancò lo sportello del frigorifero e prese la prima lattina su cui i suoi occhi si posarono; in quel momento stava dando la schiena ad Austin, e lui non vide quanto le sue mani stavano tremando. Tremevano così tanto che riuscì ad aprire la lattina solo dopo qualche tentativo, rischiando anche di farla cadere a terra.

“Io sono quasi certo che dietro questa storia c’entri una setta o qualcosa di malato di simile. A mio parere questo spiega quello che hanno trovato nell’abitazione in cui c’è stato uno dei primi omicidi”

“Perché?” Cora si voltò di scatto, rischiando di far quasi cadere di nuovo la lattina, gli occhi scuri spalancati “cos’hanno trovato?”

“Ho pensato ad alta voce, scusa. Questo non posso dirtelo”

Che cosa hanno trovato?”

“No, Cora, davvero. Ho parlato senza pensare” sospirò per l’ennesima volta il ragazzo, passando la mano destra sugli occhi, ma era troppo tardi. Cora voleva sapere, ed avrebbe continuato a dargli il tormento fino a quando non avrebbe risposto alla sua domanda. Sentiva quasi il bisogno fisico di conoscere la risposta “se ti dico questo particolare, non dormirai più per il resto della tua vita. Io stesso non riesco quasi più a chiudere occhio dopo che l’ho letto sul giornale. La prima notte non sono proprio riuscito a dormire”

“Che cosa hanno trovato?” domandò per l’ennesima volta la ragazza, senza rendersi conto della forza eccessiva con cui stava stringendo la lattina nella mano destra.

“Che cosa non hanno trovato, vorrai dire” Austin non era un tipo che amava il fumo, ma in quel momento per riuscire a finire il discorso si ritrovò costretto ad accendersi una sigaretta. Anche le sue mani tremavano leggermente “ad una delle due vittime mancava qualcosa”

“E cosa?” mormorò Cora, senza riuscire a reprimere un brivido.

Austin aspirò un’altra boccata di fumo prima di rispondere.

“Gli occhi. Le mancavano gli occhi”.

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