1.2 Scars from Death

"Sophyer! Non muoverti dalla tua camera!" Urla mia mamma, aprendo la porta di casa per papà.
Ha iniziato quando io ero più piccola, all'incirca sui dieci o undici anni. Ricordo che ero curiosa e ho tentato di uscire, ma le urla di mia madre mi avevano pietrificato sul posto.
Da quel giorno, ogni volta che diceva questa frase, infilavo delle cuffie nelle orecchie, come mi suggerì mia madre quando glielo dissi, e rimanevo sulla finestra della mia camera finché non vedevo papà uscire ancora.
Poco dopo, mamma veniva ad aprirmi la porta e mi abbracciava stretta. Ho sempre sentito le sue lacrime sui miei capelli rosa.
Sbuffo, ma non prendo le cuffie.
Tutto questo sta diventando troppo frequente e io inizio a non sopportarlo più.
Bauglir, mio padre, inizia a sbiasciare qualcosa, deve aver bevuto fin troppo succo di fragole e mia madre subito dopo gli risponde.
Non riesco a capire che cosa, stare nella mia camera al piano superiore, mi impedisce di sentire quel che vorrei.
Un rumore sordo e poi una specie di ringhio.
Apro la porta, stufa di non sentire tutto e scendo i primi gradini delle lunghe scale che separano i due piani.
Un suono di uno schiaffo mi fa fermare sul posto e aguzzo le mie lunghe orecchie a punta.
"Muoviti, smettila di piagnucolare!" Sento la cintura slacciarsi e allungo il collo per sbirciare e non farmi scoprire.
Mio padre si sta spogliando, con ancora una bottiglia in mano dalla quale tracanna lunghi e generosi sorsi di tanto in tanto, mentre mia madre si tiene una mano sulla guancia e piange, chiedendo pietà.
Ma lui non l'ascolta e, dopo essersi assicurato che il contenitore fosse vuoto, lancia fin troppo vicino al corpo a terra di mia madre, quell'oggetto di vetro che gli ha fatto da bicchiere fino a ora.
Sento il rumore dei vetri che si infrangono e il singulto di paura di mia madre.
Un altro colpo arriva sul dolce viso dell'elfa che mi ha donato la vita e mio padre le distrugge la leggera gonna nera che portava addosso.
"Ora mi darai quello per cui sono qui. O me lo prenderò dalla tua piccola." Dice mentre si libera dei pantaloni e senza grazia, penetra mia madre, la quale caccia un urlo di dolore.
Come ho fatto a non accorgermi di tutto questo per più di quattromila giorni?
L'elfo che sta violentando mia madre si mette a grugnire contro la sua pelle, mentre le lascia i segni del suo passaggio.
E lei piange e chiede pietà.
E io scoppio in maniera silenziosa.
Il mio cuore è colmo di rabbia e ora l'unico colore che riesco a vedere è il nero, nero che si concentra su colui che dovrebbe essere mio padre e dovrebbe adorare e amare Colinde, l'elfa che ha sposato quasi diecimila giorni fa.
Sento una nuova energia dentro di me, una che contrasta l'energia vitale che mi permette di essere utile alla mia comunità.
Scendo uno scalino.
Allungo le mie braccia, ponendole di fronte agli occhi, in direzione di Bauglir.
Gli scalini si susseguono sotto i miei piccoli piedi e, nel tempo che il mio cuore ha compiuto un battito, ho terminato le scale.
Ora sono dietro di loro, non possono vedermi.
E io posso vedere solo la schiena di questo mostro.
Le mie mani si muovono, quasi inconsciamente quando il pensiero di quello che vorrei fargli mi sfiora la mente.
Penso a come vorrei che quell'aggeggio in mezzo alle gambe gli venga strappato via, facendolo ululare di dolore.
Penso a come vorrei che gli venga rotto ogni singolo osso del corpo e sentirlo rantolare di dolore.
Penso a come vorrei vedere i suoi polmoni riempirsi d'acqua e sentirlo affogare pian piano.
Penso a come vorrei vederlo morire.
E smetto di pensarci solo quando l'urlo di mia madre squarcia il silenzio che non mi ero accorta era sceso sulla casa.
I colori tornano a essere presenti nella mia vista e mi sembra di essermi risvegliata da un brutto sogno.
Noto di essere dentro a questo sogno quando vedo mio padre riverso a terra in una pozza di sangue e con le ossa rotte.
<<Non posso essere stata io.>> Penso mentre abbasso lo sguardo sulle mie mani. Pulite come sempre.
"Sophyer." Soffia mia madre, con le mani davanti al volto.
I suoi occhi sono spalancati e pieni di paura, cosa che mi convince a voltarmi.
"I tuoi capelli." Esala mentre i miei occhi rosa si scontrano con quelli del mio riflesso.
I miei capelli non sono più solo rosa.
Ora ci sono delle ciocche nere.
E in questo preciso istante capisco che cosa ho appena fatto.
Solo ora capisco i miei veri poteri.
Luce, come le ferite che posso curare e la vita che posso donare.
Buio, come il dolore che posso infliggere e la morte che posso procurare.
Dovrei sentirmi sporca, terrorizzata, da me stessa e quello che potrebbe farmi il villaggio.
Sono consapevole di aver rubato una vita e non spetterebbe a me decidere chi vive e chi no, ma mi sento potente.
Mi sento finalmente viva e completa.
D'un tratto, qualcosa dentro di me pare chiedere di uscire.
E cerco di studiare questa nuova sensazione.
Nei miei studi di potere curativo, mi è sempre stato insegnato "una vita per una vita", intendendo che non avrei mai potuto salvare una vita senza sacrificarne un'altra.
<<E se...?>>
Corro fuori dalla mia abitazione, correndo come se ne andasse della mia stessa vita.
Ma si tratta di Firion. Il figlio del capovillaggio che è morto poche ore dopo la nascita.
Gli hanno dato il nome mentre esalava il suo ultimo respiro.
È morto solo ieri.
Forse faccio ancora in tempo.
Irrompo nella casa delle persone più importanti dietro la barriera vegetale, senza curarmi delle buone maniere o del lutto che stanno vivendo e apro tutte le porte.
Ho bisogno di trovare il corpo.
"Sophyer, ma che cosa ci fai qui?"
Una voce penetra nel mio cervello, ma non mi interessa. Corro e osservo con lo sguardo.
Mi fermo solo quando davanti a me si staglia la culla nera del piccolo, circondata dalla famiglia.
"Fatemi passare." Dico incolore, inflessibile e con un ordine intriso nella voce.
Sento la loro incertezza, ma i miei capelli devono suggerirgli di non disobbedirmi.
Faccio un passo avanti e allungo le braccia.
Il solito e caloroso vapore bianco fuoriesce dai pori della mia pelle e si allarga sopra il corpo di Firion.
<<Fa' che funzioni.>> Penso, recitando preghiere e frasi sconnesse.
"Ferma!" Il capovillaggio cerca di fermarmi, ma ormai la vita che ho sottratto a mio padre entra nel corpo del piccolo e io mi accascio, esausta contro la culla.
"Ti prego, funziona." Mormoro, cercando di racimolare le ultime forze che mi sono rimaste per vedere il piccolo aprire gli occhi.
Un vagito rompe il silenzio che si era creato e la felicità nel volto della madre ripaga ogni mio sforzo.
"Sophyer, dovrai subire un processo."
Sono le ultime parole che sento, prima di perdere i sensi con il sorriso sulle labbra.
E torna il nero.

Ultimo capitolo già scritto, se un giorno riuscirò a riprendere in mano questa storia sarà da questo punto che riprenderò.
Che ve ne pare fino a ora?
Pensate che sia una storia che possa funzionare?
Che cosa pensate potrebbe succedere nel futuro?
Ps. Il capitolo successivo ha già una trama pronta, ma il blocco dello scrittore sistematico mi ha fermata su questa storia.
Un giorno lo vincerò io, però!
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