Capitulum VI
Cleopatra Filopàtore, regina d'Egitto, apparteneva ad una categoria completamente diversa delle donne alla quale il lottatore romano era abituato. Aveva sentito parlare della sua bellezza esotica, dai classici pettegolezzi di paese da quando Cesare l'aveva presa in moglie. Eppure, ritrovandosela seduta davanti, si ritrovò a pensare di essere un uomo fortunato a costatare con i suoi occhi tali voci. La regina tolemaica appariva elegante, con un'aria costosa sul volto truccato, secondo le usanze egiziane. Usanze che si estendevano anche all'altro sesso, giacché anche i servitori di sua maestà avevano il rigo nero sugli occhi. Come facevano a non avere senza irritazioni, rimaneva un mistero.
Cleopatra aveva fatto vagare il suo sguardo intenso da Marco Antonio, che occupava una sedia davanti a lei, e quello che aveva immaginato fosse il suo servitore. Non aveva mai visto un romano agghindato in un modo così selvaggio e la cosa la incuriosì. Tanto da portarla, per un breve attimo, lontana dai pensieri che le avevano fatto compagnia durante la traversata in mare. Per metà, però, coincidevano nell'obbiettivo che si era prefissata di raggiungere. Ma fu solo la voce autoritaria e seduttiva di Marco Antonio a ricordarglielo.
"Ebbene, regina, a cosa dobbiamo la vostra visita?"
La regina tolemaica abbassò lo sguardo sul volto sorridente del console, esibendo il suo ghigno più astuto. "Pensavo fosse sottointeso. Cesare è morto e suo figlio pretende ciò che gli spetta di diritto."
"Lui o la sua adorabile madre?" Ribatté il console, posando la schiena allo schienale della sedia e osservando la regina. Per lui le donne non avevano misteri, che fossero sgualdrine, popolane o avessero una corona sulla testa.
"Fa differenza? Io non penso."
"Beh, arrivate tardi, mia cara." Rispose l'uomo, divertito più dalla reazione che avrebbe avuto la regina alle sue parole, che per la situazione. "Cesare ha stabilito che il suo unico erede sia Ottaviano."
Come aveva sospettato, gli occhi scuri di Cleopatra si ridussero a due fessure minacciose. Una di quelle dove era pericoloso anche sbirciare da esse. Sapeva che la stava punzecchiando, tastando un terreno che poteva crollargli sotto i piedi, ma era proprio questo il divertimento di Marco Antonio. Lui agiva sempre dietro le quinte, risultando spesso e volentieri come un mercenario, piuttosto che un rispettabile politico di Roma.
"È inammissibile!" Esclamò rabbiosa la regina, scattando in piedi come un fulmine. Persino il suo servitore, che tentava di rinfrescare la sua padrona facendole aria, sobbalzò e rischiò di far cadere a terra il ventaglio. "E' un oltraggio! Preferisce lasciare la sua eredità ad un ragazzino viziato piuttosto che a suo figlio?!"
"Avete perfettamente ragione, mia regina. Ma corrono voci ben poco belle su vostro figlio." Continuò Marco Antonio, con nonchalance dinanzi alla rabbia della tolemaica.
"Del tipo?" Volle sapere la donna, posando entrambi i palmi delle mani sulla scrivania che divideva lei dal senatore.
"Che non gli somiglia affatto. Non fraintendetemi, io non gli do peso. Ma il mio figliastro sì." Ottaviano non aveva, infatti, alcun interesse nello stringere un rapporto amichevole con il figlio legittimo di Giulio Cesare. Anzi, se ben lo conosceva, non aveva in mente un benvenuto caloroso. Non si era mai interessato a creare un rapporto neanche con Bruto, figuriamoci con uno che viveva dall'altra parte del mare.
"Menzogne! Menzogne!" Sibilò come un serpente avvelenato la regina, nel mentre sospirava e cercava di far ricorso ad un mantra mentale per ricomporsi. Si ricordò che era pur sempre una regina e non poteva permettere determinate scenate. "Ma se Ottaviano non ci crederà, glielo mostrerò di persona."
Marco Antonio alzò un sopracciglio e Cassius, rimasto per tutto il tempo in silenzio, poté vedere una leggera maschera di sorpresa sul suo volto. "Cesarione è qui?"
Cleopatra alzò un angolo della bocca all'insù, ben sapendo di averlo spiazzato. "Non me ne separo mai." Ma, ancora una volta, doveva ammettere che il console aveva una seconda carta da giocare. Una di quelle che, però, si aspettava.
Marco Antonio allargò le braccia al cielo, sorridente. "Una bella notizia! Fatelo venire alla festa che si terrà a casa di Lucio Galeria. Sarete i nostri ospiti d'onore. E, in questo modo, potete far conoscere a Cesarione il nostro Ottaviano. Sarà... felice." Sottolineò l'ultima parola con ironia voluta. Sapeva che la regina si aspettava tutt'altro che sorrisi e cortesie, ma sapeva anche che non si tirava indietro dinanzi ad un invito del genere.
"Ne saremo deliziati." Concordò con il medesimo tono, mentre il suo sguardo andò a posarsi nuovamente su Cassius. "A patto che ci sia anche il vostro silenzioso servitore."
Marco Antonio si voltò verso il lottatore, ridendo. "Oh, no. Lui non è il mio servitore. È la guardia personale di Ottaviano e suo mentore, nonché valido combattente."
Cleopatra soppesò le parole del senatore, visibilmente soddisfatta. Forse aveva trovato un modo per aggraziarsi il ragazzino viziato che giocava a fare l'adulto. Fece scoccare la lingua sul palato, sistemandosi il lungo abito dorato che fasciava il suo corpo bronzeo. "Vorrà dire che ci delizierà del suo talento." Concluse la regina egizia. Un tono che non ammetteva repliche o rifiuti, e ciò lo capirono anche i due uomini, che restarono fissi ad osservare la porta dove uscì da lì a poco.
Marco Antonio si voltò verso Cassius, dandogli un'altra sonora e amichevole pacca sulla spalla. "Amico mio, temo che ti sei appena cacciato in un guaio."
"Non mi preoccupo del combattimento."
"Non alludevo a quello, infatti." Lo contestò il console, versando del vino in due coppe e porgendone una al suo interlocutore. "Cleopatra è una donna astuta, Cassius. Se ti ha puntato è per una ragione. Benché non posso negare che sia bellissima e desiderabile, ti pregherei di tenere a freno l'amico che hai nelle braghe se vuoi ritrovarti ancora vivo." Non era una minaccia. Sebbene potesse sembrare strano, lo diceva per il suo bene. Era risaputo quanto fosse pericolosa la regina d'Egitto e che avesse un modo molto originale per sbarazzarsi dei propri amanti. Un rischio che magari poteva correre lui, console, ma poteva dire lo stesso del suo amico lottatore?
No, penso di no.
Cassius tracannò il vino tutto in un fiato, prendendo in considerazione il consiglio del console. "Non sono interessato alla regina e non intendo cadere nella sua rete. Potete starne certo."
"Bene." Commentò Marco Antonio, visibilmente sollevato dalle parole dell'uomo. "Ma ora ti lascio allenarti in pace. Stasera hai un combattimento alla quale non puoi esimerti. Ti aspetto all'imbrunire davanti casa mia. Non fare tardi." Lo raccomandò lui, uscendo gongolante dalla stanza del senato, riservata agli incontri diplomatici. Il futuro era incerto, specialmente quello di Roma e più che mai ora con la venuta della regina d'Egitto. Voleva qualcosa e non se ne sarebbe tornata a casa a mani vuote. E neppure Cassius poteva sapere che, dopo quella sera, la sua vita sarebbe drasticamente cambiata.

Isis rimase chiusa nella sua camera da letto per tutta la giornata. Si era sdraiata sul giaciglio che, la sera precedente, aveva visto lei e Aurelius unirsi nella danza lussuriosa dei corpi. Di quella passione, della quale si era pentita quasi subito, non rimaneva che le briciole dei ricordi che si affacciavano alla sua mente. Faticava a prendere sonno, dopo l'incubo, o visione, che aveva avuto quella mattina. Continuava a chiedersi cosa significasse, se sua sorella era davvero in pericolo di vita o semplicemente una metafora.
Quando avvertì la porta principale richiudersi pesantemente, capì che suo marito doveva essere uscito per andare alla cena nella casa di suo padre, non lontano da lì. Era certa che Lucio Galeria non si sarebbe preoccupato troppo della sua assenza. Anzi, avrebbe tirato anche un sospiro di sollievo, giacché Isis aveva notato come poco era tollerata dal suocero.
Si ritrovò a dover concludere con sé stessa che le mancava la sua casa, la sua famiglia, benché di quest'ultima potesse contare pochissimi membri che davvero tenevano a lei. I suoi genitori erano da escludere, visto che l'avevano venduta al miglior offerente. A lei cari restavano Isaura e Lupina.
Sospirò, cercando di sopprimere la voglia che aveva di piangere. Non sarebbe servito a restituirle la vita di prima, ma forse poteva riaffacciarcisi senza destare sospetti.
L'idea la stuzzicò al punto tale da farla destare dal letto. Del resto, cosa poteva capitarle di tanto brutto visto che conosceva Roma come le sue tasche? Sarebbe stato facile ritrovare la via di casa e, senza farsi vedere, avrebbe cercato di contattare sua sorella e di farla uscire. Voleva almeno riabbracciare lei e rassicurarla. E dire che non mancava poi molto da casa, eppure, la nostalgia stava già bussando alla porta del suo cuore. Suo marito sarebbe stato in collera con lei, se l'avesse scoperta, ma anche adesso non sbocciavano certamente rose e fiori tra loro. Tanto valeva, quindi, tentare.
Chiamò la schiava di quella mattina, che aveva scoperto chiamarsi Eirene, e le chiese di prenderle un mantello logoro e spesso.
La schiava d'origini greche spalancò gli occhi. "E cosa dovete farci, domina?"
"Tu non chiedere. Dammelo e basta." Le ordinò con voce dura. Odiava fare la parte della padrona cattiva, cosa che non era, ma non le andava di dire subito i piani che aveva in mente.
Eirene le prese dal baule un mantello nero, strappato ai bordi in più punti, e glielo porse. "Volete uscire di notte, da sola?" Insistette la donna. Che più che donna, Isis riconobbe in lei una ragazzina. Non doveva avere più di sedici anni.
Anche per quello, decise di rilassare i muscoli del viso, facendo passare il mantello sulle spalle e legandolo sotto il collo. "Sì. Ma non ci metterò tanto, non preoccuparti."
"Ma se il padrone dovesse rincasare prima che voi..."
"In quel caso, mi inventerò qualcosa." La interruppe, facendole poi un cenno di sorriso per tranquillizzarla. Doveva essere una cosa che le avevano visto fare pochissime volte da quando era lì. "Sta tranquilla! Non verrai frustata per aver ubbidito alla tua padrona." Le disse, ricordandole che non correva alcun timore. Era una schiava al suo servizio. Neanche suo marito poteva prendersi la briga di frustarla senza conoscere i dettagli. "Tornerò presto." Le disse poi, prima di uscire dalla stanza da letto e guardarsi intorno. Non c'era nessuno di guardia alla porta. La principale era aperta e fu abbastanza facile uscire e confondersi nel buio della notte.
Quando prese a camminare nel cuore della notte, pensò a come fosse strano che non c'era neanche uno schiavo di guardia posto all'entrata. Il pensiero venne ben presto sostituito dall'eccitazione che aveva nel rivedere sua sorella. Isaura sarebbe rimasta sorpresa della sua venuta lì. Le dolevano i piedi e le gambe per gli scatti che faceva nei vicoli, cercando di evitare le taverne che verso quell'ora erano piene di gente ubriaca, e prese la strada che più conosceva, ricordando mentalmente il percorso per poter tornare indietro. Perdersi di notte era l'ultima cosa che voleva e poi aveva promesso ad Eirene che non sarebbe stata frustata, quindi contò di tornare entrò un'ora nella sua domus.
Riprese a respirare lentamente, per la velocità con la quale aveva attraversato i vicoli e le strade, mentre vedeva in lontananza le alte mura che circondavano casa sua. Come se la sorte volesse favorirla in qualche modo, Lupina, tra le braccia una brocca vuota, uscì in quel momento dall'ingresso posteriore che ridava sulle cucine.
Accovacciandosi per non farsi vedere, Isis strisciò nella vegetazione florida che costeggiava il giardino della casa che l'aveva vista crescere, alzandosi il cappuccio del mantello e cercando di richiamare l'attenzione della schiava con un verso. Lupina non fu spaventata, perché in quel suono riconobbe all'istante la sua padrona, ricordando che l'aveva usato spesso quando era bambina, nei giochi che facevano nel cortile.
"Domina! Voi qui?" Le chiese, stupita dal fatto che fosse sola e che non c'era né suo marito e né tanto meno una guardia come scorta. "Ma siete sola!" Esclamò in seguito, visibilmente angosciata che potesse avventurarsi nei vicoli notturni di Roma, senza protezione.
Isis le riservò un mezzo sorriso affettuoso. "Conosco queste strade come le mie tasche, Lupina. Dov'è Isaura? Desidero vederla."
La schiava mutò la sua espressione in una titubante e, forse, anche spaventata. Cosa che fece alzare un sopracciglio alla giovane padrona, che se ne stava lì in attesa della sua risposta. Ma più passavano i secondi, i minuti, con il sottofondo delle cicale, e più il cuore aumentava il battito a dismisura.
"Domina, non vi arrabbiate. E non ditelo neanche alla padrona vostra madre."
Cercando di mantenere la calma e non farsi prendere dall'angoscia o la paura, Isis annuì. "Non sono qui per farmi scoprire dai miei genitori, Lupina. Ma dimmi dov'è Isaura. Che le hanno fatto? Dove l'hanno mandata?" Chiese, temendo che il suo sacrifico nello sposare Aurelius sia stato vano e che, potenti della nuova alleanza, i suoi genitori organizzassero delle nozze anche ad Isaura. Sebbene era ancora giovane, nulla impediva ai Romilia di trovare un pretendente, nel frattempo. E non voleva un destino come il suo, per la sua sorellina.
Lupina guardò negli occhi la giovane padrona, facendosi coraggio nel fatto che era diversa dalla domina che serviva. L'odiosa Drusa. "Sta ancora giocando con i suoi amici, con le noci, vicino al posto dove andavate insieme. Lo so che è tardi, domina, ma ci teneva così tanto!"
Sentendo tali parole, Isis poté tirare un sospiro di sollievo, almeno in parte. "La andrò a recuperare io, Lupina. Non preoccuparti. Non dirò nulla né a mia madre e né, tantomeno, a mio padre." Le strizzò l'occhio destro con fare amichevole e, dopo essersi coperta bene il volto con il velo del vestito, uscì dal giardino per riversarsi in strada, ignorando le raccomandazioni della schiava circa la sua sicurezza.
Il posto dove andavano insieme, prima che si sposasse, era vicino la zona del mercato. A mezz'ora dall'Arena di Velia e a circa venti minuti dalle terme locali. Un cerchio di pietre che ospitava un laghetto, delle alte siepi in fiore dove poter nascondersi, e alti alberi. Quando entrambe volevano un po' di pace dalla realtà, andavano lì e si mettevano a giocare come due bambine. Una delle tante cose che le mancava. La trovò intenta a tirare l'ultima noce, accanto ad una più piccola, insieme agli altri bambini, come le aveva detto Lupina. Per non disturbare il suo gioco, Isis si nascose dietro un albero, decidendo che sarebbe uscita quando avrebbero concluso. Con un sorriso triste, guardò i piccoli giocare, chi rimase deluso dall'ultimo tiro eseguito da Isaura e chi, invece, come lei esultavano per la sua vittoria.
Isis era triste per non poter gioire della sua presenza tutti i giorni, ma sapeva che era felice, che era serena. Prova gliene dava il modo in cui abbracciò le altre bambine, fiera di aver vinto. La vide raccogliere le sue noci, dando appuntamento agli altri l'indomani per la rivincita e quando tutti se ne furono andati, nel mentre Isaura si chinava a raccogliere gli ultimi gusci, Isis avanzò lentamente verso di lei.
"Un gran bel tiro!" Esordì la maggiore, manifestando così la sua presenza. Il suo sorriso andò via via aumentando nel vedere l'espressione stupita e felice di sua sorella.
"Isis!" La chiamò, precipitandosi ad abbracciarla. "Non ti aspettavo così presto." Aggiunse poi, staccandosi appena un po' dalle sue braccia per guardarla negli occhi.
"Ero in pensiero per te, piccola." Le spiegò, mantenendo un'espressione serena, benché la sua mente si stava nuovamente riaffacciando sul sogno che aveva avuto quella mattina. "Stai bene?"
Piena di convinzione come non l'aveva mai vista, Isaura annuì. "Sto bene, sorella. Non devi preoccuparti. Io sono grande!" Esclamò con il mento alto, assumendo uno sguardo fiero che, sul suo viso da bambina, le trasmise solo tenerezza.
Le sorrise, attirandola nuovamente a sé sul suo petto per abbracciarla ancora. Il sogno che aveva avuto l'aveva quasi angosciata, credendo di averla persa. Perché gli Dei si prendevano gioco di lei in quel modo così crudele?
"Mamma e papà non sanno che sono qui, vero?"
Isis scosse la testa. "No. E anche il nostro incontro deve rimanere segreto. Promettimelo, Isaura."
"Te lo prometto." Disse la bambina, portandosi poi una mano sul cuore con fare solenne. "Mi accompagni a casa?"
"Certamente. Prendi le tue noci e andiamo." Le rispose, alzandosi nuovamente in forma eretta e rassettando il velo sulla testa.
Isaura saettò nuovamente verso il campo d'erba davanti a loro, raccogliendo i gusci che rimanevano. Avrebbe dovuto regalarle delle biglie vere e proprie. Di quel passo, l'avrebbe riaccompagnata a casa, le avrebbe raccomandato di ubbidire ai genitori e di fare la brava e sarebbe tornata nella sua domus prima del ritorno di suo marito. Si sentiva un po' in colpa ad avergli disubbidito, ma era certa che, se glielo avesse chiesto, non avrebbe ricevuto il permesso di andare.
Si ritrovò a chiedersi se si stesse divertendo, senza di lei, dopo aver passato la dormire in un'altra stanza e non in quella che avrebbero dovuto condividere. Non seppe perché domandarsi adesso di una domanda alla quale non voleva saperne la risposta. Avrebbe dovuto lasciare un messaggio, sotto il sasso più grande del giardino vicino al mercato, a Cassius. Quello era luogo dove si lasciavano scritte le cose, i posti d'incontro, gli orari. Aveva bisogno di rivederlo per mettere a tacere la sua coscienza.
Il verso di un'aquila, che voleva nel cielo, la portò istintivamente a guardare in alto. Sembrava una figura nera, nel cielo stellato, e prese a seguirla con lo sguardo come se potesse così estraniare i suoi pensieri. Ma quando vide che si posava su una colonna, il cuore le mancò un battito. Sotto di essa, Isaura stava finendo di raccogliere i suoi gusci.
Isis deglutì. "Isaura? Hai finito?" Le chiese a voce alta, nel mentre sentiva gli occhi dell'aquila puntati su di sé.
"Un secondo." Le rispose la sorella, allungando il braccio verso i piedi della colonna per prendere l'ultimo guscio rimasto. L'ultimo.
Isis boccheggiò, avanzando in modo lento in direzione di Isaura. Quando vide i capelli scuri di lei tingersi di polvere, scattò verso di lei con fare istintivo, facendo rumore con i sandali che aveva ai piedi e abbassando il cappuccio del mantello che le copriva il capo. "Isaura, sposati da lì!" Urlò la ragazza, avvertendo il cuore salirle in gola.
"Cosa?" Le chiese la sorella, fermandosi a raccogliere l'ultimo guscio per voltarsi a guardarla. La vedeva correre verso di lei, con il fiato corto, senza capire davvero cosa stava succedendo. Lo capì in ritardo, quando avvertì sulla sua spalla qualcosa caderle. La polvere di qualcosa che si sgretolava. Fece appena in tempo a guardare in alto e l'aquila volare via, prima di essere spinta con violenza lontano da lì, di qualche passo, abbastanza da non essere colpita dalla colonna che si stava sgretolando.
Quando la polvere si alzò, tossendo, Isaura cercò di realizzare cos'era successo. Sgranò gli occhi nel vedere la colonna, in mille pezzi, ma iniziò ad avere paura quando vide sua sorella, Isis, sdraiata per terra e con una ferita alla testa. Un pezzo di colonna l'aveva colpita in pieno, riversandola su un fianco, priva di sensi.
E la ragazza, che giaceva a terra, non poté sentire l'urlo che emetteva sua sorella, c'era solo il buio.
Wolf's note:
Doppio aggiornamento serale! E finalmente abbiamo fatto la conoscenza di Cleopatra, che ci riserverà un bel pò di sorprese nel corso della storia... ma staremo a vedere. Ma chiediamoci una cosa importante: Isis sarà ancora viva? Per saperlo occorre attendere il prossimo capitolo... online Sabato 30 Gennaio!
Piccola premessa: Ieri sera, come ho detto nelle stories di Instagram, sarebbe dovuto uscire il nuovo capitolo di "La svastica nel sangue", ma ho deciso di pubblicarlo nella giornata del 27 Gennaio, in onore della giornata della memoria.
Come sempre, ringrazio chiunque sia giunto fino a qui.
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A Sabato!
Un abbraccio,
Wolfqueens Roarlion.
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