Sospiri
Sospiri.
Quelli che facciamo quando ci innamoriamo e la sensazione di sentirsi completi ci riempie il cuore.
Quelli che facciamo dopo aver fatto l'amore.
Quelli che fai tu quando ti bacio sul collo.
Quelli che faccio io quando mi baci sulla schiena, sul seno, tra le dita delle mani.
Sospiri.
Come quelli che facciamo per sopravvivere, perché gli errori che commettiamo ci fanno del male.
Gli errori che commetti tu, quelli che commetto io.
Che poi io voglio sempre avere ragione e tu invece non vuoi mai darmene.
Sospiri.
Quelli che fai quando mi guardi, la mattina presto, all'alba. Io appoggiata sul tuo petto, senza veli, perché ormai, dopo anni non servono più. Conosci ogni mia singola sfumatura, ogni mia piccola sfaccettatura e non ti sei mai fatto problemi ad amarmi, a volermi, a tenermi con te, giorno per giorno. E non ho più vergogna a mostrarti i miei difetti, che poi tu non li consideri mai tali; non ho più vergogna a mostrarmi nuda, sotto qualsiasi aspetto e punto di vista.
Perché sono i sospiri, quelli che rilascio quando tu mi guardi, sempre con gli stessi occhi e con lo stesso sguardo. Non hai mai smesso di guardarmi per dirmi che mi ami.
Ricordo ancora la prima volta che ti vidi, il modo in cui mi lasciasti senza fiato soltanto con uno sguardo. E non è cambiato, gli anni sono passati, noi siamo cresciuti e maturati, ma tu continui a guardarmi ancora con gli occhi follemente innamorati. Anche quando litighiamo e sei arrabbiato, anche quando ti deludo, anche quando ho sbagliato, nei tuoi occhi c'è sempre quell'amore incondizionato che tutti i giorni vuoi dimostrarmi.
E allora, la mattina appena sveglio, io lo so che mi guardi, che ti svegli sempre presto mentre io amo dormire abbracciata a te; per cui continui ad accarezzarmi con gli occhi e con le mani, fin quando non mi sveglio e non ti chiedo perché non mi hai chiamata prima. Forse non te l'ho mai detto, ma quando capita, piace anche a me guardarti dormire, mi è sempre piaciuto farlo.
Sospiri.
Quelli che facciamo seduti sul divano, tu con un braccio avvolto attorno alle mie spalle, io con le gambe sulle tue. In tv fanno un bel film, un giorno d'amore, l'altro di guerra, ma a noi non importa. Sei più importante tu che hai gli occhi di un angelo e sorridi perché io non sono mai stata brava a tenermele le cose nello stomaco e quindi te lo dico; così come ti dico le cose brutte, ti so dire anche quelle belle.
Sono più importante io, che continuo a parlare, e a parlare e tu mi ascolti, come hai sempre fatto.
È più importante Nathan, nostro figlio, che corre e salta sulle nostre gambe, gioca con i tuoi capelli, te li tira e poi ride perché tu fai una faccia buffa, fingendo che ti abbia fatto male, quando in realtà moriresti per lui.
Sospiri.
Come quelli che abbiamo fatto il giorno in cui sei tornato a casa, dopo sei mesi dalla nascita di nostro figlio, dopo esserci detti l'ennesimo addio, dopo essere stati lontani e con una parte mancante del cuore.
Il cuore mi batteva a mille, sapere che presto lui sarebbe tornato. Continuavo a fare avanti ed indietro dentro quel piccolo appartamento che un tempo condividevamo, aspettavo ansiosamente che tornasse a viverci con me, ancora. E nonostante il tempo sembrasse scorrere tanto lento, arrivò il momento in cui una chiave nella toppa fu inserita, la porta d'ingresso aperta e lui rivelato ai miei occhi. Il suo aspetto diverso: più magro, con le spalle un po' più strette e le ossa più evidenti, il viso liscio e senza barba. Ma gli occhi, i suoi occhi, quelli erano gli stessi.
Bastarono soltanto pochi secondi, quelli necessari per realizzare che fosse tutto vero e non soltanto un sogno come tutti quelli che mi avevano torturato la mente per mesi interi, illudendomi e straziandomi. Bastarono soltanto quei pochi secondi, prima che lui buttasse senza attenzione la borsa, che portava sulla spalla, a terra, ed io corressi veloce verso di lui, per abbracciarlo e stringerlo a me quasi non avessi bisogno di altro per respirare. Che poi, era vero: mi era mancato come l'aria.
«Amore mio, amore mio, amore, amore, amore» ripetevo in continuazione, stringendolo forte.
E lui non ci scherzava neanche con gli abbracci, vista la forza con cui mi tratteneva al suo petto. Le sue mani erano incastrate nella mia pelle e le mie dita tra i suoi vestiti. La promessa che ci stavamo scambiando era che non ci saremo mai più lasciati.
«Non ci credo che sei qui», piansi.
«Mi sei mancata da morire» sussurrò al mio orecchio.
Rivedersi per la nascita di Nathan e poi doversi lasciare andare ancora non era stato abbastanza sano per noi. Avevamo toccato la bellezza dello stare insieme e poi eravamo stati costretti ad allontanarci ancora. Eppure ci eravamo promessi che ci saremo aspettati, io gli avevo giurato che ci sarei sempre stata, lì ad aspettare che tornasse giorno dopo giorno.
Per poi arrivare a questo: stringersi consapevoli che da quel momento in poi niente più ci avrebbe divisi. Erano state troppe le volte che avevamo rischiato di perderci, entrambi adesso eravamo pronti a fare in modo che questo non accadesse ancora.
Mi baciò sulle labbra, con prepotenza, lasciando che il sapore delle mie lacrime si mischiasse al sapore dei nostri baci e dei nostri "ti amo" sussurrati.
«Mai più, mai più» ripeté, «Io non ci so vivere senza di te, per niente»
E le sue labbra stavano ancora baciando le mie.
Sospiri.
Che neanche io ci so vivere senza di te.
Non ho mai saputo farlo, perché tu mi hai realmente fatto toccare la vita con le dita, con la pelle, con i baci e con il cuore.
Sospiri.
Come quelli che faccio io sulle tue labbra e come quelli che fai tu sulla mia bocca.
Uno, due, tre, dieci e cento baci, che non sono mai abbastanza, che non sono mai abbastanza.
Ma tu sei più che abbastanza per me.
Il nostro sapore è il mio preferito, il tuo profumo è l'odore della mia vita, le tue braccia sono la mia casa.
Sospiri.
Come quelli che abbiamo fatto questa sera, dopo aver litigato, dopo che tu sei fuggito ancora una volta senza affrontare il problema.
Harry era in piedi in salotto, con le mani tra i capelli e gli occhi fiammeggianti di rabbia, mentre io non facevo altro che fare avanti ed indietro, da una stanza all'altra, spostando oggetti da destra a sinistra, senza che realmente ce ne fosse bisogno, ma semplicemente per nervosismo e perché se fossi rimasta ferma avrei dato di matto ancor di più.
«Scordatelo», sentenziò Harry, deciso.
Lo guardai storto, fermandomi nei miei passi, con uno dei giocattoli di Nathan tra le mani, mentre mettevo a posto tutto il pasticcio che metteva in giro mentre giocava.
«Non guardarmi così, dico davvero».
«Peccato che non ti stavo chiedendo il permesso», dissi arrabbiata.
Posai l'ennesimo peluche di Nathan dentro la sua cesta dei giocattoli, mentre Harry mi seguì a ruota, assumendo uno sguardo misto tra lo sconvolto e l'arrabbiato. Io sapevo bene quanto lui odiasse non essere ascoltato o considerato e lui invece sapeva bene quando io odiassi aver imposto qualcosa. Entrambi avevamo i nostri motivi per essere furiosi ed i nostri motivi per pretendere la vittoria in quella battaglia che si accingeva allo scoppio.
Nessuno dei due si sarebbe arreso facilmente, come d'altronde succedeva da tutta la settimana, ogni volta che litigavamo.
Ultimamente, sembrava esserci qualcosa ad infiammarci tanto facilmente, bastavano due parole di troppo per farci scoppiare. Eravamo costantemente due bombe all'ultimo secondo.
«E questo che cosa significa?» domandò.
«Harry, non iniziare» lo avvertii, stanca.
Afferrai un panno per pulire il tavolo, ma Harry me lo strappò dalle mani.
«Sta ferma per un cazzo di secondo ed ascoltami bene», ringhiò, stringendo i denti.
Incrociai le braccia al petto, sostenendo il suo sguardo, sfidandolo con gli occhi.
«Se ti aspettavi che non avrei fatto storie sapendo che devi andare a cena con quel cazzone di George, ti sbagliavi di grosso».
«Ancora, Harry? Sul serio?» alzai le mani in modo drammatico.
George non era altro che un collega di lavoro per il quale Harry aveva sviluppato una sorta di gelosia smoderata dal momento in cui aveva notato il fatto che quel povero ragazzo continuasse ad avere una cotta per la sottoscritta, nonostante io continuassi a parlargli del mio fidanzato e presto marito, di nostro figlio, o del fatto che avessi bisogno di un aumento per poter portare a termine più in fretta le ristrutturazioni della casa dove sarei andata a vivere con Harry.
«Sul serio, Scarlett!» alzò la voce, gesticolando con le mani.
Lanciò il panno, che mi aveva precedentemente strappato dalle mani, sul tappeto, imprecando ad alta voce.
«Non urlare che svegli il bambino», lo rimproverai.
Nathan dormiva sul divano in salotto, ignaro dei nostri litigi. Harry gli rivolse un'occhiata, prima di portarsi una mano sul fianco e l'altra sul viso. Chiuse gli occhi e si massaggiò le tempie, rilasciando un profondo respiro, cercando probabilmente di calmarsi.
Alla fine, senza guardarmi neanche, raccolse le sue cose, il portafogli, il cellulare e le chiavi, ed indossando il giubbotto uscì di casa, sbattendo la porta.
Quel rumore fece eco nel silenzio di quella stanza e pochi secondi dopo Nathan stava chiamando "mamma".
Sospiri.
Come quelli che ho fatto io dopo averti chiamato per chiederti dove fossi andato; da quando è successo tutto quello che è successo, da quando sei tornato, ho sempre così paura di perderti ancora e vado nel panico quando scappi via così, senza dirmi nulla. Questi tuoi silenzi mi hanno sempre fatto paura.
«Quindi avete litigato perché lui non vuole che vai a cena con i tuoi colleghi?»
Amanda era seduta a tavola in cucina, mentre parlavamo di quello che era accaduto quel pomeriggio con Harry. Io ero seduta difronte a lei, con Nathan tra le braccia che giocava con le costruzioni che qualche giorno prima i miei genitori gli avevano regalato. Lo aiutai ad inserire un pezzo sull'altro e lui sorridendo batté le mani contento; gli sorrisi, carezzandogli il capo.
«No, lui non vuole che vado a cena con George», risposi ad Amanda.
«Ma non sarete solo tu e lui», aggiunse la bionda.
«Beh, fallo capire a Harry», borbottai.
Quest'ultimo era andato via da un paio d'ore ormai e nonostante io fossi abbastanza arrabbiata con lui, nemmeno pochi minuti dopo che lui fosse uscito di casa, gli avevo mandato un messaggio chiedendogli dove stesse andando. Non mi piaceva quando andava via così, senza dire nulla; questo suo fuggire non aveva mai portato e nulla di buono tra di noi, ma fortunatamente mi aveva subito risposto, dicendomi ch'era andato a consegnare due dipinti.
Aveva ripreso la sua attività da pittore e molto spesso era quindi costretto a fare qualche viaggio avanti ed indietro per poter consegnare i quadri ch'era riuscito a vendere. Eppure lui era felice di farlo, semplicemente perché aveva finalmente ripreso la sua quotidianità, aveva finalmente ripreso a fare ciò che più amava.
«Mamma, quando torna papà?» mi domandò Nathan.
«Presto, piccolo»
Senza rispondere, scese dalle mie gambe per correre in salotto a riprendere qualche suo giocattolo e quindi a rimettere ancora una volta tutto quel pasticcio in giro per casa.
«Non l'hai sentito da quando è andato via?»
«Sì, gli ho-», lo squillo del mio cellulare interruppe le mie parole.
Guardai lo schermo illuminarsi ed una foto di Harry segnare ch'era lui a star chiamando.
Guardai Amanda, che con un cenno della mano mi spinse a rispondere e a sottovoce mi sussurrò di mettere il viva voce. Quella bionda era sempre stata una tale curiosa ma, ad ogni modo, l'assecondai.
«Harry», risposi.
«Pronto, amo-», si interruppe, tossendo per camuffare il fatto che stesse per chiamarmi con quel soprannome affettuoso che spesso e volentieri amava usare.
Fissai la foto sullo schermo del cellulare, che continuava ad illuminare i miei occhi, e per un attimo il mio cuore batté più forte. Non lo vedevo solo da ore, avevamo litigato, ma mi mancava già da morire ed avrei tanto voluto mi chiamasse davvero amore.
«Scarlett, sto tornando a casa, devo passare a comprare qualcosa?»
«Mh, solo il pane»
«Va bene. Nathan che fa?»
Allungai il collo per guardare dalla porta Nathan seduto a terra, sul tappeto del salotto, con il suo aereoplanino, a giocare e sorridere. Era un bambino tanto tranquillo da giocare da solo anche senza dare fastidio a nessuno. Da quel punto di vista somigliava così tanto al padre; ad esempio, adorava guardare Harry dipingere, seduto sulla poltrona, meravigliato di come suo padre riuscisse a mescolare i colori su quella tavoletta magica, così come a lui piaceva chiamarla.
«Gioca in salotto», gli risposi, «Ma tu ci metti tanto per tornare?»
«No, l'ultima consegna era nei paraggi, giusto un quarto d'ora e sono a casa»
Annuii, concedendogli un ultimo saluto prima di abbandonare la chiamata.
Mi scambiai uno sguardo con Amanda e lei sorrise a trentadue denti.
«Certo che voi due siete strani», sentenziò.
Scoppiammo entrambe a ridere l'esatto istante dopo.
Non eravamo strani, ma soltanto perdutamente innamorati.
Sospiri.
Come quelli di questa notte, come quelli che facciamo perché abbiamo fatto l'amore, perché ci siamo detti ti amo, perché dopo che abbiamo litigato ci siamo confessati mille paure che dobbiamo trovare il coraggio di superare.
«Nathan accompagna zia Amanda alla porta e poi metti a posto i giocattoli che fra poco si cena», dissi al bambino che ancora si nascondeva dietro le mie gambe.
Annuì, saltellando verso la bionda e prendendola per mano; lei rise, lasciandosi accompagnare e salutandoci ancora una volta prima di uscire dalla cucina.
A quel punto eravamo rimasti soltanto io e Harry in quella stanza, immersi in un silenzio che soltanto lui trovò il coraggio di interrompere.
«Cosa c'è per cena?»
Si grattò la nuca, avvicinandosi alle padelle poggiate sui fornelli, alzando il coperchio di una di queste per guardare con i suoi stessi occhi cosa avessi preparato.
«Pollo fritto», gli risposi comunque.
L'accenno di un sorriso abbellì il suo viso.
«Il mio preferito, eh?»
Annuii, nascondendo un sorriso, cercando di restare arrabbiata. Faceva sempre così: mi faceva arrabbiare, litigavamo, poi lui voleva fare pace e allora cercava di farmi sorridere, mi prendeva per il verso giusto, mi coccolava, si complimentava, ed io come una stupida ci cascavo ogni volta.
«Non provarci neanche, oggi non funziona», lo avvertii.
Incrociai le braccia al petto, appoggiandomi al bancone in cucina. Riuscivamo a sentire Nathan mettere a posto, o meglio dire buttare a casaccio, i giocattoli dentro il baule accanto al divano. A quel punto Harry mi si avvicinò, giocando con gli anelli tra le sue dita.
«Sei ancora arrabbiata?» domandò, insicuro.
Abbassai gli occhi sulle punte delle mie scarpe. Ero in bilico tra il cedere a quella voce dolce e a quegli occhi verdi e grandi, e il restare arrabbiata con lui ancora per un po'.
Con le dita sfiorò il mio braccio fino ad arrivare alle clavicole esposte dal maglione rosa che stavo indossando; le accarezzò, mentre con gli occhi cercò i miei.
Nathan entrò in cucina correndo e venendo verso di noi, tirò il bordo del mio maglione, guardandomi con quegli occhioni grandi.
«Mamma, ho fame!» esclamò.
«Nath, piccolo, ti va di guardare un po' i cartoni animati? La cena è pronta fra un po'» gli chiese Harry.
Al bambino brillarono gli occhi e senza se e senza ma, corse in salotto, saltò sul divano e da solo si accese il televisore con il telecomando per cercare i cartoni che più preferiva, mentre la fame sembrava essergli passata del tutto.
«Allora? Hai intenzione di tenermi il broncio per molto?»
Lo guardai, sciogliendo le braccia e appoggiando le mani sul bancone.
«Se magari ti scusassi...»
Le sue ginocchia si piegarono, così che il suo viso potesse essere alla mia altezza. Baciò prima la mia guancia e poi il mio naso, io combattei in ogni modo per non cascare alle sue tenere attenzioni.
«Scusa, amore» sussurrò.
Con le mani percorse le mie spalle e le poggiò sul mio collo, mentre si chinava per baciarmi sulla bocca. Ma quella sera non bastava ancora.
«Scar?» la sua voce confusa quando spostai il viso tanto che le sue labbra si poggiassero sul mio mento e non sulla mia bocca.
«Dimmi cosa c'è che non va, Harry»
Mi guardò dapprima con uno sguardo confuso, poi capì. Allora si allontanò, tirando un passo indietro, mettendo una distanza tra i nostri corpi, ma prima che potesse tirare su i tutti i suoi muri, mi allungai per prenderlo: le dita della mia mano strinsero il suo avambraccio mentre con gli occhi lo pregavo di restare con me e dirmi la verità.
«Io lo vedo che ultimamente sei nervoso, c'è qualcosa che ti turba e che non ti fa stare tranquillo. Dimmi cos'è, per favore».
Lo pregai con gli occhi, con le mani, con il cuore fuori dal petto solo per lui.
«Lo sai, che se non mi dici cosa c'è che non va, non posso aiutarti. Lo sai, che se le cose me le racconti, insieme possiamo superarle. E lo sai, che tenere tutto per te, non ci ha mai portato da nessuna parte».
«I-io non lo faccio più, lo sai, sono pulito», si difese, pensando che io mi riferissi al fatto che un tempo tenere i suoi sentimenti nascosti li avevano portato a drogarsi.
«Non parlavo di quello, Harry», sospirai, «C'è qualcosa che non va e lo vedo da come ti comporti in questi ultimi giorni. Litighiamo per ogni singola cosa, litighiamo per colpa tua, per colpa mia, o per colpa di entrambi»
Lasciai andare il suo braccio, allontanandomi da lui e tirandomi i capelli dietro le spalle. Ripreso a sistemare il tavolo da pranzo, per distrarmi, per non impazzire, proprio come facevo sempre quando stavamo per litigare: mettere a posto le cose mi distraeva.
«Scarlett-»
«No, niente Scarlett. Dimmi la verità, Harry!»
Si portò le mani tra i capelli, sospirando. Si arrotolò le maniche della camicia fino al gomito e con le dita tremanti sbottonò i primi bottoni sul petto, lasciando che i suoi tatuaggi si mostrassero ai miei occhi.
«Non sei più sicuro di noi?»
«Cosa? No!»
Mi si avvicinò in fretta, comprendo la distanza che ci separava con soltanto un paio di passi e ricoprendo poi il mio viso con le sue mani; i suoi occhi mi stavano urlando che no, assolutamente no, non aveva dubbi: lui era certo di amarmi.
Ma amarsi forse non era abbastanza?
«Abbiamo un figlio, una casa da ristrutturare, un matrimonio, il nostro matrimonio, da organizzare. E ti vedo lavorare così dannatamente tanto, i miei quadri che non sono abbastanza, tu che la sera sei distrutta. Mi sento come se non riuscissi a renderti felice», confessò di getto.
Si leccò le labbra, io deglutii, assorbendo per bene le sue parole che mi sembravano così assurde.
Appoggiai le mani sulle sue e accarezzai la sua pelle con le mie dita, il mio sguardo che a mano a mano si addolciva ed il cuore nel mio petto che lentamente si riscaldava sotto i suoi occhi.
«Ma tu mi rendi felice, più di ogni altra cosa al mondo» sussurrai.
«A volte sembra non essere così».
Le nostre mani si intrecciano e com'era mio solito fare quando dovevo consolare i suoi timori, baciai il dorso di ciascuna di queste. Harry era sempre stata una persona estremamente fragile, soprattutto dopo la morte del fratello, che così tanto l'aveva spiazzato. Ed era vero, io ero stanca, lavoravo tutta la mattina, poi Nathan che non andava da nessuna parte, o faceva qualsiasi cosa, senza di me; Harry che cercava di aiutare, ma molte volte era costretto a stare fuori, o chiuso dentro il suo studio per dipingere; o comunque lui faceva avanti ed indietro per riuscire a portare a termine i lavori dentro la nostra nuova casa in ristrutturazione.
Eppure non importava. Quando poi la sera andavo a letto, di fianco ad Harry, abbracciati, nel silenzio e con il nostro odore nell'aria, non potevo desiderare altro.
Sul fatto ch'ero felice, che lui mi rendeva felice, non c'erano dubbi.
«Ascolta», lasciai le sue mani per prendere il suo viso, «tu e Nathan siete la cosa più bella che mi sia mai capitata. Tu e Nathan», affermai.
Sospiri.
Quelli che abbiamo fatto questa notte dopo averti confessato che tu e nostro figlio mi rendete felice. Quelli che facciamo mentre ci abbracciamo e poi ci baciamo.
Sospiri.
Che tu non devi più avere paura, né questa notte, né mai.
Senza paura, senza timori, tu non tremare, che se vuoi ti stringo io, oggi e tutta la vita.
Baciamoci e facciamo l'amore, che i sospiri che stiamo facendo sulle nostre labbra, sono vita.
_____
Ho scritto questa oneshot per due motivi:
Uno, perché mi è stata richiesta da qualcuno;
due, perché volevo farvi capire un po' il mio punto di vista riguardo la loro storia d'amore.
Da premettere che nell'idea originale Harry la combinava più grossa di quanto poi in realtà ho scritto. Harry tradiva a tutti gli effetti Scarlett, ma poiché è qualcosa che io personalmente non perdonerei mai, non potevo scrivere il contrario, di conseguenza ho cambiato tutto all'ultimo momento per poter concedere loro un lieto fine. Ma non voglio che si pensi che Scarlett abbia abbandonato sé stessa per Harry; lei avrebbe abbandonato la sua famiglia, tutto quello che la circondava, ma non sé stessa. Per questo vi sto dicendo che ho scelto di non scrivere di Harry che la tradiva perché poi un possibile perdono da parte di Scarlett equivaleva esattamente alla perdita di sé stessa, della sua dignità come donna e questo per me è inaccettabile. Ma amare qualcuno ed essere disposti ad abbandonare ogni cosa per quella persona, anche se questa ha determinate condizioni di salute e stabilità mentale, o quali dipendenze, non significa perdere sé stessi.
Ad esempio, non avrebbe mai rinunciato a quel bambino, che lei considerava parte di sé, neanche se a chiederle di farlo fosse stato Harry.
Ho una condizione dell'amore esageratamente estrema e potente e per me è tutto questo: superare gli ostacoli, farlo insieme pur di essere felici alla fine. Scarlett ha sempre fatto tutto per fare stare bene lui, perché se stava bene lui, stava bene anche lei. Viceversa Harry ha scelto di curarsi non per sé stesso, ma per lei, per farla stare bene, perché anche lui era consapevole che poteva tornare ad essere felice solo se lo fosse stata anche lei nuovamente. Purtroppo questa è una condizione che nell'amore non si può cambiare.
Ad ogni modo, spero vi abbia fatto piacere leggere questa Oneshot su di loro, ci vediamo presto in Il Rumore Del Silenzio.
Endless love! xx
Ps. Mi farebbe fa molto piacere vedervi in tanti tra i commenti! :)
Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top