Samahin
Hermione
È giunto il tempo del semestre scuro. La notte cala sull'orizzonte, rapida come un predatore, e allunga le sue ricurve dita d'ombra, invadendo ogni spazio. Io non sono preda, però, e guardo il buio dritto in faccia. Sono stata preda una volta, braccata e in fuga e ho giurato a me stessa che non lo sarei stata mai più.
È giunto il semestre scuro ed è tempo di fuochi. Fuochi che scaccino le ombre dagli angoli della mente, che brucino dolori e lutti e purifichino.
Non amavo questa notte, da bambina; quest'anno la accolgo a braccia aperte. Respiro a pieni polmoni l'aria frizzante, col sorriso che si fa strada piano sul mio viso, percorro a piedi nudi la strada che porta nel ventre della madre. Le foglie secche scricchiolano sotto i miei passi, fragili e impalpabili. Sono quasi giunta nel cuore della foresta, affiderò al fuoco i miei messaggi per chi non è più. Attorno a me ci sono babbani, maghi e streghe; ognuno di loro è qui per celebrare Samhain, a suo modo. Li sento ridere, scambiarsi bevande alcoliche e buon cibo.
Stanotte i morti cammineranno in mezzo ai vivi e non c'è mondo più bello che li possa accogliere di questa mescolanza variopinta e ignara. Ho una veste da strega addosso e sono in una città babbana, ma stanotte avrei potuto indossare qualsiasi cosa senza destare curiosità. È Samhain, dopo tutto, e queste sono le terre dei Druidi.
La collina digrada dolcemente, il tappeto di foglie rossastre mi sta guidando verso una grande radura. Una bimba babbana mi corre incontro.
«Ciao, signora! Vuoi unirti al nostro focolare? Abbiamo fatto le corone di foglia di vite per i capelli!»
Si indica la testolina bionda, tra i capelli occhieggiano foglie leggermente stropicciate: è molto bella.
«Non so, tesoro, devo andare a un altro focolare... la tua coroncina è davvero bellissima!»
«L'ho fatta io, quasi da sola!» Mi risponde la piccina, raddrizzandosi con aria di importanza. Sto per posare le dita sui suoi capelli in una carezza quando, tra gli alberi a un paio di metri da me, un fuoco si riflette in una maschera argentea. Un uomo, alto e snello, avanza tra i rami. È fuori dal sentiero, seminascosto, il capo coperto da un cappuccio, ma non mi posso sbagliare: è una maschera da Mangiamorte.
Mi allontano velocemente dalla bambina, seguendo con gli occhi l'uomo; i miei passi sono più lenti dello sguardo, devo essere cauta e farlo allontanare più possibile dalla folla. Sento il cuore in gola. Appena sono coperta dagli arbusti, estraggo la bacchetta e la stringo forte. Una luce, improvvisa e forte, mostra l'accensione di un fuoco magico. La luce delle fiamme guizza sulla maschera, creando onde di luce rossastra. L'uomo si lascia cadere in ginocchio, si china in avanti, appoggiando le mani sulla terra nuda, a capo chino.
Lo studio, mentre continuo ad avvicinarmi, sempre più cauta, cercando di fare in modo che lo scricchiolio delle foglie e dei rami sotto i miei piedi nudi non sovrasti il crepitio dei rami che bruciano. Sono a un passo appena dalla radura, mi accovaccio, mormorando un incantesimo di disillusione, quando sento un grido, il lamento disperato di un animale ferito. La mano dell'uomo ha afferrato la bacchetta, la punta contro la sua stessa tempia. Scatto in piedi, d'istinto.
«Avada Ke...»
«Stupeficium!»
Draco
Apro gli occhi e li richiudo di scatto, accecato dalla luce. La testa pulsa in maniera dolorosa, mi fa male ogni muscolo del corpo. È così morire? Pensavo non si sentisse più nulla. O Mirtilla mi ha riempito di cazzate, o sono andato oltre e non sono un fantasma. Sarebbe bello sperarlo, ma di faccende in sospeso ne ho così tante che non è credibile. Provo a tirarmi a sedere, puntellandomi; sotto le dita, sento ancora le foglie secche e la terra.
Okay, Mirtilla mi ha detto cazzate, sono morto e sento lo stesso un dolore maledetto ovunque. Probabilmente infesterò questo bosco di querce nei prossimi secoli. Meglio che girare a vuoto le stanze del Maniero, in ogni caso!
«Come ti senti?»
Sussulto. Non è per il suono di una voce, ma per il suono della sua voce. Mi giro e la vedo.
«Mi vedi».
«Direi di sì».
No. No, no, no no. Non può essere, non è vero. Tiro un pugno al suolo e poi un grido. Una scheggia, sicuro! Da fantasmi non si dovrebbe sentire il dolore. Porca miseria, infesterò il bagno di Mirtilla, appena avrò capito come allontanarmi da qui, solo per il gusto di vendicarmi di tutte le cazzate che mi ha propinato.
«Che ti prende? Sei impazzito?»
«Quando... quando è successo? Quando sei morta?»
Sembra prendermi per matto. Beh, è famosa, dovrei sapere quando è morta, dovrei avere avuto notizie. Ma non leggo la Gazzetta da secoli, mi deprimeva troppo.
«Quando sono morta? Malfoy, sei ammattito?»
Ecco, appunto, la conferma.
«Mi dispiace di non averlo saputo, sarei venuto al tuo funerale, credimi. Magari di nascosto, ma sarei venuto. Non avresti dovuto morire, però, non tu! Non sono già abbastanza brutte le cose, senza che muoia proprio tu? Però, grazie di essere venuta, sei stata l'unica».
«L'unica?»
Questa versione defunta della Granger è meno sveglia della Granger viva, non fa che ripetere le mie domande. Forse è morta da troppo poco ed è confusa.
«L'unico defunto che è venuto a parlare al mio fuoco di Samhain».
«Oh! Per quello eri qua?»
Chino il capo. Non ha senso imbarazzarmi da morto, dovrei poter dire qualsiasi cosa, ma è così che mi sento, imbarazzato.
«Avevo così tanta gente a cui chiedere perdono! Speravo che qualcuno venisse, che potesse credere che mi dispiace, mi dispiace davvero. Pensavo che non fosse venuto nessuno, invece ci sei tu. Peccato che hai fatto tardi, mi sarebbe piaciuto chiederti scusa da vivo, forse sarebbe sembrato meno...»
«Sincero?»
«Beh... non lo so. Magari meno patetico. Non voglio farmi compatire solo perché sono morto, volevo solo chiedere scusa».
La sua risatina mi spiazza.
«Perché ai morti?»
«In che senso?»
«Perché chiedere scusa ai morti e non cominciare da quelli che sono vivi? Ce n'è di gente a cui hai fatto danni, no?»
Come non detto, la Granger è sempre esattamente la Granger dalla logica stringente che ho conosciuto a scuola.
«Beh, perché avrebbero saputo che sono sincero. I morti sanno più cose, no? In teoria, almeno. Mi sa che Mirtilla deve avermi detto parecchie cazzate. Non mi pare di sapere più cose di prima, in effetti».
Ride di nuovo. È proprio bella quando ride e glielo dico, tanto siamo morti. Sgrana un po' gli occhi, poi ride di nuovo, sembra esilarata.
«Non l'hai presa male, però!»
«Cosa?»
«Essere morta! Diamine, Granger, eri giovane, bella e con un futuro aperto davanti a te. Famosa, ammirata, amata. Io sarei furioso di essere morto, se fossi stato così».
«Sei più piccolo di me».
«Vero, ma...»
«Non mi è mai parso che tu ti reputassi brutto».
«No, no, certo. Ma...».
«Il futuro te lo scrivi tu».
Taccio. Scuoto il capo, senza guardarla. La maschera di mangiamorte è a terra, sembra un guscio rotto. Io sono un guscio rotto.
Le dico anche quello, scuote lei il capo, stavolta. Allungo le dita. La Granger me le mozzerebbe con un incantesimo non verbale, se fosse viva; questa Granger si limita a osservare la mia mano come un fenomeno mai visto prima. Le sfioro la guancia, piano. È morbidissima. Chissà come sarebbe stata la sensazione della sua pelle, se fossimo stati vivi!
«Tu saresti stata comunque la prima dei vivi da cui sarei andato, se i morti mi avessero perdonato».
«Perché io?»
«Lo sai... avrei avuto anni di... di me da rimediare».
«Sai usare un telefono?»
Il cambio di discorso mi spiazza.
«Quell'aggeggio babbano per parlare?»
«Sì».
«Più o meno sì, credo. Non ne ho uno ma credo di saperlo fare. Perché? I fantasmi possono usare i telefoni?»
Ride ancora, poi rovista in una borsa, prende un foglio e scrive dei numeri.
«I fantasmi no. Noi sì. Sei vivo, furetto idiota. Compra un telefono e chiamami».
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