Capitolo 23
L'illusione è una cosa che si crea con semplicità, con tranquillità, senza che te ne accorga davvero: inizi a pensare che le cose vadano per il verso giusto, che in qualche maniera assurda sembri tutto senza problemi.
Ma appunto, è un'illusione, e prima o poi va in frantumi: quella sera lo capii bene quando, ancora seduti al tavolo, guardandoci negli occhi, dissi con tranquillità «Sono felice che le cose ti vadano bene» mentre sorseggiavo il calice di vino che avevo ordinato. «Voglio dire... sono passati tanti anni, ed è bello vedere che alla fine tutto si è sistemato, per entrambi.»
Che errore, che inciampo su quella traversa sulla fune: la troppa sicurezza mi aveva fatta cadere a pochi metri dal traguardo.
Il tuo sorriso scomparve all'istante.
«Sistemato» ripetesti, la voce improvvisamente diversa, più dura. «È questo che pensi sia successo? Che le cose si siano semplicemente... sistemate?»
Vidi i tuoi occhi farsi lucidi, e poi una scintilla accendersi con ferocia. Rimasi senza parole, instabile sotto il tuo sguardo, mentre tutto di te stava per straripare come un pentolone di olio bollente a contatto con l'acqua. Mi irrigidii, consapevole della piega che la serata stava prendendo, e che non ero più pronta ad affrontare.
«Per tutto il tragitto in taxi mi sono chiesto se venire fosse la cosa giusta da fare. Sono rimasto titubante fino all'ultimo, ma alla fine sono venuto perché per anni mi sono chiesto cosa avessi sbagliato. Per sei maledettissimi anni, Haneul.» Pronunciasti il mio nome con una tale rabbia e dispiacere che fu come ricevere uno schiaffo in pieno volto. «E tu pensi che tutto si sia "sistemato"?» sussurrasti, avvicinandoti a me.
Feci per parlare, dire qualcosa, ma le parole semplicemente non vennero. Rimasi in silenzio, lasciando che quella cascata mi travolgesse.
«Ti ho cercata per mesi dopo quella sera al luna park, sono stato centinaia di volte in quel supermercato sperando di incontrarti di nuovo. Ti ho scritto messaggi infiniti, sono venuto a casa tua decine di volte e nessuno ha mai aperto. Alla fine ho iniziato a pensare che non esistessi.»
Ti fermasti un istante, e quando riprendesti la voce era diversa, più bassa, più intima, come se stessi condividendo qualcosa che non avevi mai detto ad alta voce prima.
«Ma il mio cervello non avrebbe mai potuto inventarsi qualcosa del genere. Quella notte da Seokjin, Haneul, quella sensazione di essere finalmente nel posto giusto, con la persona giusta, non era qualcosa che mi ero costruito nella testa. Era reale. Eri reale.»
Sentii il mio cuore fermarsi, e poi ricominciare a battere in modo strano, come se avesse perso il ritmo e non riuscisse più a trovarlo. Il sangue mi salì alle orecchie, un rumore sordo e costante che iniziò a coprire tutto il resto: le voci del locale, il tintinnio dei bicchieri, persino la tua.
«Quando sei entrata in aula, il primo giorno, e ti sei presentata come se non mi avessi mai visto in vita tua, per un secondo ho pensato di essermi sbagliato. Ma poi ho visto il modo in cui evitavi il mio sguardo, il modo in cui ti irrigidivi ogni volta che mi avvicinavo. E ho capito. Ho capito che eri tu, e che per qualche motivo non volevi che lo sapessi.»
Ti vedevo parlare, vedevo la tua bocca muoversi, ma le parole arrivavano ovattate, rallentate, come se tra noi ci fosse improvvisamente uno spessore d'acqua che nessuno dei due poteva attraversare. Cercai di aggrapparmi al bordo del tavolo, al calice davanti a me, a qualsiasi cosa che mi ricordasse che stavo ancora seduta lì, in quel locale, e che non stavo annegando.
Ma stavo annegando.
«Così ho deciso di starci al gioco.» Scrollasti le spalle, un gesto che avrebbe dovuto sembrare leggero ma che invece sembrava costarti uno sforzo immenso. «Ho pensato: forse si vergogna, forse si è pentita. E va bene, mi sono detto, se questo è quello che vuoi, te lo concedo. Non ti metterò in imbarazzo. Fingerò anche io che non sia mai successo niente.»
La tua voce si incrinò su quell'ultima frase, e per un istante, nonostante tutto, vidi il ragazzo che avevo conosciuto sei anni prima: quello che si era seduto accanto a me al primo giorno di lezione, che mi aveva teso la mano con un sorriso timido, che aveva scritto un bigliettino su un quaderno per chiedermi di lavorare insieme.
«Ho provato, sai. Dopo di te ho provato a costruire qualcosa con qualcun'altra, a smettere di aspettare qualcosa che non capivo nemmeno cosa fosse. Ma ogni volta era come se mancasse qualcosa, un pezzo che non riuscivo a trovare da nessuna parte.» Ti fermasti un istante, gli occhi fissi nel vuoto. «E persino adesso, mentre ti guardo, so che quel pezzo è ancora con te.»
Abbassai lo sguardo, incapace di reggere il peso di quelle parole.
Se ogni parola che avevi pronunciato era stata un'onda che mi trascinava più in fondo, lontana dalla superficie, lontana dall'aria, quelle furono le parole definitive che mi fecero affondare.
«E sai la cosa più stupida?» La tua voce si fece di nuovo dura, la vulnerabilità di poco prima che si richiudeva come una ferita. «Quel "rispetto" che ho deciso di darti... a cosa è servito, alla fine? Sei andata via lo stesso. Come se io non fossi mai esistito.»
«Mi dispiace» riuscii a dire, poi la mia voce si ruppe sotto i singhiozzi che avevo cercato di trattenere. «Mi dispiace, Taehyung, non... non potevo—» mi portai una mano alla bocca nel disperato tentativo di attutirne il suono, mentre le persone ai tavoli vicini iniziavano a voltarsi verso di noi.
Mi alzai di scatto, facendo cadere la sedia dietro di me con un rumore secco che sembrò riecheggiare in tutto il locale, e senza guardarti, senza guardare nessuno, corsi verso l'uscita, lasciandomi dietro le tue parole, il tuo sguardo, e sei anni di un equivoco che nessuno dei due, fino a quel momento, aveva mai osato affrontare.
Fuori, la pioggia aveva iniziato a cadere, fredda e insistente, ma non mi importò. Continuai a correre, le lacrime che si mischiavano alle gocce sul mio viso, mentre dietro di me, in lontananza, sentii la tua voce gridare il mio nome.
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