I remember
Quando riaprì gli occhi, Harry fece un enorme sbadiglio, rialzando la testa con il collo intorpidito e le braccia addormentate. Sollevò il capo dal petto di Tamara che ancora dormiva, slacciando le braccia che, durante la notte, avevano legato il suo corpo minuto. Harry si massaggiò gli occhi con due pugni, grattandosi poi un lato della testa e osservandosi intorno. Era in un vicolo cieco, in una macchina che non era la sua e con una ragazza che aveva le sembianze della sua ragazza, ma Harry sentiva non fosse lei. Aveva ben chiari i ricordi della notte precedente, eppure era presente anche un buco nero che non gli permetteva di tornare indietro nella mente, a cosa fosse successo prima che si potesse ritrovare in quella via male illuminata. Ricordava di essere stato vicino ad uno stagno, ma poi niente, il tutto riportava su Tamara che lo trascinava all'interno di quel pub puzzolente. Harry fece uno starnuto e destò la ragazza che sbadigliò rumorosamente, stiracchiando le braccia e strofinandosi il piercing alla base del naso. Sollevò il sedile e guardò Harry, con gli occhi arrossati e anche un po' gonfi. «Buongiorno» disse appoggiando poi la fronte sul manubrio. Harry si aggiustò sul sedile e si soffermò ad osservare la sua ragazza.
«Portami a casa» disse solamente, mentre si alzava sui gomiti la camicia bianca completamente sporca. Si spostò con un gesto seccato della mano il ciuffo dalla fronte, osservando Tamara sbadigliare di nuovo e girando le chiavi per mettere in moto.
«Ieri l'abbiamo scampata» disse con la voce impastata mentre faceva incriccare il collo che produsse dei rumori sordi. Harry strinse le labbra e si allacciò la cintura.
«Sì, e devi anche restituire la macchina che hai rubato. Ti rendi conto di cosa hai fatto? Potresti andare in prigione» disse lui grattandosi la guancia. Non aveva mai dormito in una macchina, era tutto intorpidito, con il collo irrigidito e un senso di spossatezza ad invadergli il corpo.
Tamara sbuffò, portando una mano dietro il suo poggiatesta e spostando il suo sguardo scuro alle spalle della via per fare retromarcia. Il sole illuminava la strada ed Harry controllò l'orario sul display del cruscotto. 12.07 p.m
«Oddio, non posso crederci» disse, chiudendo le mani a coppa davanti alla faccia. «Abbiamo dormito così tanto?!»
«Niente al di fuori del normale» ammise lei, uscendo sulla strada principale e infilandosi nel traffico delle macchine. «E poi, perché dovrei andare in prigione se questa macchina è mia?»
Harry si girò verso di lei, guardandola con gli occhi spalancati. «La tua macchina è bianca.»
Tamara gli lanciò una rapida occhiata per non distogliere lo sguardo dalla strada, poi scosse la testa. «Harry, hai fumato davvero troppo. Un po' di contegno, cazzo. Non era mai capitato che perdessi la memoria.»
«Io non ho perso proprio niente.»
«E allora sapresti che questa macchina l'ho presa l'anno scorso.»
«L'hai rubata, vorrai dire» disse Harry, guardando fuori dal finestrino. Londra era in continuo movimento, il sabato mattina tantissimi giovani ne approfittavano per riposarsi e per andare a fare compere, mentre lui tornava a casa dopo aver passato la notte in una macchina che non conosceva.
«Harry, cazzo, perché avrei le chiavi se l'avessi rubata? Okay che abbiamo preso qualcosa, ogni tanto, ma-»
«Noi non abbiamo mai rubato» disse allora il ragazzo girandosi verso di lei e spalancando le braccia per quanto possibile.
«Smettila, mi stai urtando i nervi. Sono ancora sbronza, non ti ci mettere anche tu. Dopo tutto quello che hai bevuto ieri, non dovresti nemmeno essere in grado di formulare una frase di senso compiuto.» Parcheggiò rapidamente sulla via in cui Harry abitava, e il ragazzo si slacciò la cintura di sicurezza, aprendo la portiera e lasciando subito la vettura dietro di lui. Si avviò verso il cancello e lo vide socchiuso, senza l'allarme attivato. Entrò, spostando le grate di metallo, e si girò verso Tamara che, alla guida, gli suonò il clacson in risposta, «Ci vediamo dopo» disse, riprendendo la marcia e lasciandolo da solo nel suo grande giardino antistante l'abitazione. Harry si avviò verso la porta d'ingresso, lasciando che lo sguardo vagasse tutto intorno. I fiori delle aiuole colorate erano essicati, l'erba troppo alta e il sentiero di brecciolina completamente sporco e sommerso dalla terra. La porta d'ingresso era sporca, con la maniglia graffiata e il campanello incassato nel muro come se qualcuno l'avesse preso a pugni ripetutamente. Harry spinse la porta e la trovò aperta, ma rimase sconcertato dal resto di casa.
La sua abitazione era invecchiata, mobili rotti, le pareti coperte di muffa e le scale in legno decadenti. Il pavimento era sporco, chiazze qua e là che ormai avevano impregnato il parquet di legno chiaro che, in quel momento, era quasi nero. Cumoli di polvere negli angoli delle stanze e una puzza di alcol e bruciato a permeare l'ambiante. Harry aveva gli occhi sgranati, mentre era attento a non calpestare niente.
Si sporse verso la cucina, trovando cumuli di piatti nel lavandino, fotografie dai vetri incrinati riversate a terra, la tovaglia stracciata e i mobili che le anti pendenti. Harry si fermò sotto l'arcata della porta, la bocca schiusa e gli occhi fissi sulla figura che occupava una sedia addossata al muro bianco e a tratti sporco di grigio.
Suo padre aveva in mano una bottiglia di vodka, i capelli lucidi e gli occhi iniettati di sangue. Le occhiaie sotto agli occhi gli conferivano uno sguardo che Jeremy non aveva mai avuto. La mano che stringeva la bottiglia trasparente era sporca, con le unghie nere e i peli a circondare le sue falangi. Harry avrebbe voluto dire qualcosa, perché era sicuro di aver sbagliato casa, ma allora perhé c'era suo padre in quelle condizioni? Come se non avesse visto una doccia da fin troppo tempo, come se la vecchaia gli si fosse gettata addosso in un impeto di follia e lo avesse schiacciato a terra, abbandonandolo a se stesso. Harry bussò alla porta con le nocche, e l'uomo sollevò lo sguardo su di lui. I suoi occhi castani incontrarono quelli verde smeraldo del figlio e il suo volto si aprì in un ghigno. Aveva i denti ingialliti. «Come vedi, non ho ascoltato il tuo ordine» disse con voce strascicata e rauca. Harry allargò le narici e si aggiustò le maniche della camicia, per essere ordinato di fronte al padre.
«Non mi chiedi dove io sia stato?» chiese titubante. Il padre era sempre rimasto chiuso nel suo studio, dedicando anima e corpo ai suoi romanzi e non preoccupandosi più di tanto della sua famiglia, ma allora perché lo guardava in quel modo, come se lo volesse sfidare?
«A me non frega un cazzo di te, nè di quella troia di tua madre. Come vedi, non lascerò mai questa casa, figliolo» disse, sottolineando il nomigliolo con disprezzo, come se volesse improvvisamente rinnegare la paternità di Harry. Il ragazzo spalancò la bocca, cercando di capire l'uomo che gli era seduto quasi davanti. Perché aveva chiamato sua madre in quel modo? Anne lo amava da impazzire, perché era tutto in quello stato degradante? Harry fece un passo indietro, ingoiando a vuoto.
«Non mi prendi a pugni? Solitamente è la prima cosa che fai, quando mi vedi, oltre a sputarmi addosso.»
Il ragazzo scosse la testa, gli occhi immobili su quella figura sbiadita che sarebbe dovuta essere suo padre, indietreggiando e salendo immediatamente le scale che cigolavano ad ogni gradino. Al piano di sopra, vide la porta dello studio del padre scardinata e appoggiata al muro di fronte, libri sparsi a terra e fogli stracciati, formiche che si radunavano attorno a quelli che dovevano essere pezzi di cibo. Harry si tappò il naso e proseguì lungo il corridoio, pensando che tutto fosse uno scherzo malsano della sua mente contorta. Bussò alla porta della camera della madre che era chiusa. «Mamma» chiamò, ma dall'altra parte nessuna risposta.
Aspettò di fronte al legno chiuso, gli occhi che cercavano di non perdersi guardandosi intorno. Bussò un'altra volta. «Mamma sono a casa!» disse alzando la voce, una mano ancora al naso per nascondere la puzza che gli arrivava alle narici, come se qualcuno avesse rinunciato a pulire quella discarica. Perché la loro domestica non faceva più il suo lavoro? Harry bussò ancora, ma dall'altra parte non ottenne alcuna risposta. Appoggiò la fronte al legno. «Mamma, hai preparato qualcosa da mangiare?» chiese, ma sembrava che nella stanza non ci fosse nessuno. Smosse la maniglia ma era bloccata ed Hary improvvisamente si sentì invadere dal panico. Chiamò Anne ancora e ancora, ma la madre non dava segni di averlo sentito, così il ragazzo si sentì gli occhi lucidi e mosse velocemente i piedi, i respiri che acceleravano e la porta dell sua stanza sempre più vicina. La spalancò e vide il disordine straripare da ogni dove. L'armadio era svuotato per terra, robe addossate in ogni angolo, il letto sfatto, un pacco di preservativi che fuoriusciva dal cassetto, la scrivania sommersa da bottiglie e pacchi di sigarette. Dei suoi libri non c'era traccia, c'era puzza di sporco e di aria consumata. Harry si lasciò strisciare lungo la parete e si sedette a terra, il petto chiuso in una morsa che non gli permetteva di respirare. Capì di stare piangendo solo quando sentì una lacrima scivolare sul suo mento e cadere a terra, infiltrandosi tra gli assi consunti del parquet. Quello non era il suo mondo, niente era come l'aveva lasciato.
Sentì un ticchettìo pesante provenire dalla finestra e si alzò, asciugandosi con uno scatto le lacrime che gli bagnavano le guance. Aprì le imposte e si affacciò, vedendo Tamara con dei sassi in mano e Zayn, Louis e Niall Horan fumare nel retro del suo giardino, ridendo tra loro con il sole che catturava la luce nei loro piercing argentei.
Tamara gli sorrise, intimandogli di scendere, poi sollevò un sopracciglio osservando il suo ragazzo dalla guance arrossate e i capelli scomposti. Lanciò un'occhiata al resto dei ragazzi che le alzarono il pollice, prima che sollevassero lo sguardo su di lui. «Dài, Styles, queste canne aspettano solo te.»
Harry vide Tamara lasciare i sassi per terra e poi appoggiare i piedi suoi pioli della scala di emergenza, arrampicandosi fino alla sua finestra. Con uno scatto, sorpassò il piccolo muretto, fermandosi al centro del piccolo balcone su cui la finestra di Harry si affacciava. Aggrottò le sopracciglia nel vedere il suo ragazzo dallo sguardo perso, gli occhi annebbiati e il colorito pallido. «Che cazzo hai?» disse, e in risposta Harry indietreggiò, avviandosi verso il suo letto dal materasso duro e a tratti strappato. Tamara passò prima una gamba, poi un'altra attraverso le imposte, entrando nella sua stanza. Harry si sedette, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e seppellì la testa tra le mani, piangendo con i singhiozzi. Tamara si bloccò ad un passo da lui.
«Porston, muoviti» urlò Zayn dal piano in basso. «Non abbiamo tutto il fottuto tempo che vuoi.»
Ma la ragazza lo ignorò, guardando con fronte corrugata il ragazzo che piangeva disperatamente di fronte a lei. Quando Harry sollevò lo sguardo su Tamara, aveva le lacrime sulle guance, le labbra tremanti e le palpebre arrossate dal pianto.
«Cosa è successo?» chiese in un sussurro, e Tamara andò a chiudere la porta, lasciando la finestra aperta per far entrare un po' d'aria fresca. Gli si sedette accanto, appoggiandogli una mano in mezzo alle scapole e guardandolo in quegli occhi smeralidini che tanto amava, ma che in quel momento erano distanti anni luce.
Ignorò cosa il ragazzo le avesse detto prima, focalizzandosi a vedere quell'Harry che non smetteva di far tremare il suo petto a causa dei singhiozzi.
Quando i loro occhi si guardarono, «Chi sei?» gli chiese Tamara.
Il riccio si strofinò gli occhi, piantando poi lo sguardo su quel parquet rovinato. «Sono Harry» rispose in un sussurro.
Tamara chiuse gli occhi, scuotendo la testa. «Il mio Harry non avrebbe mai lasciato che Zayn, Niall e Louis si fumassero le canne da soli, nè tantomeno avrebbe pianto, lui, che non ho mai visto piangere, nemmeno una volta.»
Harry sollevò lo sguardo su di lei. Guardò il piercing al sopracciglio, al naso, gli occhi dal trucco sbavato e le labbra screpolate, i capelli spettinati e gli occhi scuri che cercavano di scrutare dentro la sua anima. Harry ingoiò a vuoto, poi gli bastò sbattere le palpebre un'unica volta per ricordare cosa il buco nero nella sua mente nascondesse. Fu un attimo, e tutto gli capitombolò addosso come se gli fosse stato sempre davanti agli occhi, ma finalmente fosse scomparsa la foschia che lo teneva nascosto dietro il suo mantello. Quando guardò Tamara, vide lo sguardo di chi aveva capito, di chi aspettava una risposta. Harry aveva le mani tremolanti, e piantò i suoi occhi su quelli della ragazza che aveva la sua mano ancora incastrata tra le scapole del riccio. «Hai ragione» disse in un sussurro, e sebbene fosse tutto talmente surreale da poterci anche solo immaginare sopra, forse sarebbe stata l'unica soluzione possibile alla sua situazione. «Credo di essere un altro Harry Styles.»
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«Harry, amore, ti ho preparato il pranzo.» Anne bussò delicatamente alla porta del figlio, attendendo che il ragazzo le dasse il permesso per entrare nella sua stanza. Quando non sentì giungere nemmeno una parola dall'altra parte, abbassò la maniglia, spiando attraverso lo spiraglio. Harry era a pancia in giù, un braccio che penzolava fuori dal letto, il suo corpo quasi nudo addormentato sopra le coperte e i vestiti della sera precedente addossati per terra. Anne allargò le narici, entrando nella stanza e guardando le persiane ancora abbassate e la luce che ancora non aveva illuminato la stanza. Spostò la tenda bianca e sollevò la serranda, lasciando che i raggi del sole riempissero la stanza di Harry. Il ragazzo dormiva profondamente, la bocca leggermente aperta e i capelli scomposti sulla testa. Anne, nel suo abito elegante, si sedette sul materasso e gli smosse una spalla, «Harry» lo chiamò, ma il ragazzo non dava segni di veglia. Così Anne sbuffò e lo smosse più velocemente.
«Dài, è tardi e devo ancora andare al lavoro» disse, e a quel punto il ragazzo si girò sulla schiena, portandosi una mano a coprirsi gli occhi. Quando appoggiò la testa sul cuscino, ad Anne scappò un urlo che lo fece mettere seduto immediatamente, il respiro rapido e gli occhi socchiusi per abituarsi alla luce.
«Cosa hai fatto al labbro!» urlò la donna, ed Harry sollevò un sopracciglio, sbadigliando, poi ruotò il piercing con la lingua.
«E tu cazzo ci fai qui. E comunque, non vedo cosa ti potrebbe interessare, anzi, piuttosto mi stupisco di te che abbandoni quella cazzo di stanza in cui hai deciso di chiuderti senza degnarmi della tua presenza in questa fottuta casa.»
«Harry, ma che ti prende? Non hai mai parlato in questo modo oltretutto terribile» disse, poi lanciò un'occhiata ai vestiti buttati per terra. «Jamie dovrà anche lavare quegli abiti, a quanto pare. Perché non li hai messi in lavanderia? Ora sbrigati» disse alzandosi e smuovendo le molle del materasso, mentre Harry si girava e poggiava i piedi nudi sul parquet pulito. «Così ti vesti, mangi e poi andiamo a togliere quel coso che hai al labbro.»
«Che c'è, ora ti importa di me, dopo tutto quello che mi hai fatto passare?» disse il ragazzo ironico, mettendosi in piedi e controllando i vestiti piegati alla base del letto. Erano tutti fottutamente nuovi, per questo quando vide la madre uscire dalla stanza, si infilò nuovamente quelli che la sera prima aveva gettato a terra. «Tra te e quel cazzone al piano di sotto, non so dove sbattere la testa» disse, lasciandosi la stanza alle spalle e scendendo al piano di sotto. La sua casa sembrava rivoluzionata, quando diamine avevano fatto i lavori? Okay che non era quasi mai in casa, ma per riportarla a nuovo ci sarebbero voluti almeno due anni. Quando scese di sotto, non trovò nessuno, solo un giornale ripiegato sul tavolo e un piatto fumante. Anne attese che il figlio entrasse in cucina, prima di lasciargli un bacio sulla guancia che, prontamente, il figlio si ripulì, schifato.
«A me importa di te, da morire, non vedo perchè tu abbia potuto pensare il contrario. E poi, mi occupo di questa casa come meglio posso, non è vero che non ti degno della mia presenza perché ti sono e sarò sempre accanto.»
Harry prese il cucchiaio e iniziò a mangiare, rispondendo alla donna solo dopo aver ingoiato. «Sono sempre più convinto che qui vi siete fatti tutti il lavaggio del cervello, o semplicemente sto ancora dormendo» disse, infilandosi nuovamente il cucchiaio in bocca. Anne alzò un sopracciglio, afferrando poi una cartellina dal mobile affianco al lavabo e infilandolo nell'incavo del braccio.
«Questo pomeriggio andiamo a togliere quel piercing terribile, che sia chiaro, e indossa gli abiti che ti ho preparato, quelli devono essere lavati. Ah, e sta arrivando Tamara, mi ha avvisato poco fa, per cui renditi presentabile come sempre.» Detto questo gli lanciò un bacio volante. «Metti il piatto nel lavandino, Jamie verrà dopo a lavarlo. Ci vediamo stasera, amore.» E se ne andò, lasciando Harry basito.
Quando finì di pranzare, lasciò il piatto sul tavolo, facendo strisciare la sedia e guardandosi un po' intorno, dopo essersi lavato i denti nell'imponente bagno al secondo piano.
No, era impossibile credere che quella fosse casa sua. Non aveva mai visto tutti quei certificati appesi alla parete del soggiorno, non aveva mai visto il padre curato come la sera precedente ed in più a casa sua, nè tantomeno la madre che lasciava quella tana in cui si era rinchiusa da tempo immemore. Quasi non la ricordava più, e di certo non si sarebbe mai aspettato che gli preparasse il pranzo, che fosse così elagantemente vestita e che persino lavorasse. No, forse stava sognando. Forse stava solo immaginando la bella vita che avrebbe tanto voluto avere. Sentì il campanello suonare che lo fece destare dai suoi strani pensieri e aprì la porta, facendo scattare la serratura. Tamara aveva un vestitino leggero e i capelli legati in una coda alta, il viso privo di trucco e gli occhi scuri che lo guardavano attentamente. Harry le afferrò il viso con le mani e la baciò con trasporto, rimanendo sotto l'arcata della porta.
Quando Tamara si staccò, gli lasciò una carezza sulla guancia. «Buongiorno.»
Harry la strattonò per il polso, facendo scontrare i loro petti e richiudendo la porta all'ingresso. La fece addossare al muro e prese a muoversi contro di lei, assoporando il suo profumo di pulito e rose. Le baciò il collo ripetutamente, e sebbene le piacesse, Tamara riuscì a frenare le sue mani grandi che si muovevano sul suo corpo. Lo bloccò non appena Harry aveva sollevato la base del suo vestitito, entrando in contatto con le sue mutande. «Harry, ma che ti prende» dissa affannata e allontanando le mani del ragazzo.
Il riccio la guardò con occhi immobili. «Non vuoi scopare?» le chiese imbambolato.
Okay, c'era sicuramente qualcosa che non andasse nel suo mondo.
Tamara scosse la testa. «Cioè, non mi sento pronta, Harry. Ne abbiamo parlato spesso» ammise lei, con le guance arrossate e gli occhi fissi sui suoi piedi.
«Eppure la tua pelle è andata a fuoco sotto il mio tocco, l'ho sentito.»
Tamara si coprì la faccia e scosse la testa, poi afferrò la mano di Harry, aprendo la porta di ingresso.
«Ma noi scopiamo sempre prima di uscire, il che equivale a più volte in un giorno!» disse il ragazzo uscendo di casa e richiudendo la porta alle sue spalle.
Tamara lo prese per mano, incrociando le dita. «No, Harry, ti sbagli.»
Il ragazzo lasciò perdere, perché sicuramente Tamara era ancora annebbiata dalla sera precedente, per questo lasciò correre e la seguì fin quando non giunsero nel parco. C'era parecchia gente, bambini che giocavano sulle altalene e giovani della loro età seduti sulle panchine che ne costeggiavano il perimetro.
Tamara osservò il suo ragazzo di sottecchi che era nel mirino di qualsiasi persona gli fosse vicina, per questo si strinse di più al suo corpo muscoloso.
«Perché hai deciso di cambiare in questo modo ultra rapido?» chiese allora.
Harry inclinò le labbra verso il basso. «Non vedo come tu faccia a vedere cambiamenti in me quando sei tu quella ad essere cambiata di più.»
«Io?! Ma cosa dici? Non sono io che mi ritrovo con piercing e vestita in lutto.»
Harry sollevò le sopracciglia, puntandole il suo sguardo addosso. «Infatti hai tolto i tuoi e ti stai vestendo come la piccola santarellina che non sei» disse, e non fece in tempo a sentire la risposta della ragazza perché nel suo campo visivo apparvero Zayn e Louis, entrambi che fumavano, le sigarette pendenti sulle labbra.
Tamara strinse la presa sulla mano del ragazzo. «Harry, difenditi» disse in un sussurro, e il riccio non capì.
«Cosa?» chiese infatti. Perché si sarebbe dovuto difendere quando erano gli altri ad aver paura di lui?
«Styles, ti è passata la sbronza?» chiese Zayn girando la testa di lato per espirare la sua boccata di fumo di poco prima. Harry sollevò un sopracciglio.
«Non vedo come ti salti in mente di parlarmi in questo modo, non siamo molto in confidenza, Malik.»
Zayn prese con due dita la sigaretta e lanciò uno sguardo a Louis, mentre Harry continuava a far saettare lo sguardo dall'uno all'altro. «Hai visto?» disse il ragazzo dagli occhi blu, «Te l'ho detto che ha deciso di rischiare.»
Zayn annuì compiaciuto, ed Harry indurì la mascella. «Se non la smettete di guardarmi in questo modo, giuro che vi riduco in poltiglia.»
Il moro scoppiò a ridere, piegandosi in due. «Credi che con un piercing in faccia tu sia più un duro, adesso? Non hai capito, Styles, continuerai ad essere il solito fallito nerd che non scopa mai, l'asociale del liceo e che continuerà sempre ad essere preso di mira.» Infilò la sigaretta tra le labbra, ma questa gli cadde di bocca quando Harry gli diede un pugno, facendogli girare di scatto la testa. Zayn indurì la mascella e si avventò su Harry, spingendolo e iniziando a colpirlo ripetutamente. Tamara si allontanò di scatto e una cerchia di ragazzi si raggruppò attorno alla rissa, con Louis Tomlison che riprendeva tutto con il suo cellulare. Tamara gli corse incontrò e gli smosse il braccio. «Fermali immediatamente» urlò, ma Tomlinson scosse la testa.
«Non ci penso nemmeno» disse, mentre Tamara si avvicinava ai due ragazzi cercando di farli allontanare. Zayn per sbaglio la colpì al labbro e non fece in tempo a girarsi per controllarla, che Harry gli si buttò addosso, facendolo finire a terra.
Zayn aveva il labbro spaccato ed Harry un graffio che gli percorreva la guancia. «Io ti uccido.»
Poi Tomlinson si gettò tra i due spingendo Harry e tirandolo via. «Smettila, o chiamo la polizia.»
Harry si fermò ansimante, le mani doloranti mentre Zayn si metteva in piedi e si puliva la bocca con il dorso della mano. Si girò verso Tamara, «Non volevo colpirti, mi dispiace tantissimo» disse rammaricato, prima di lanciare uno sguardo ad Harry e andarsene. La gente intorno continuava a guardare Harry che aveva il respiro rapido, il disprezzo che capitanava i loro volti e la delusione di tale comportamento. Harry vide le occhiate che la gente gli lanciava, vide Tomlinson allontanarsi e Tamara che lo guardava a debita distanza. Si toccò la guancia con un dito, guardando il polpastrello macchiato di sangue, poi riportò gli occhi verdi sulla sua ragazza che aveva la mano appoggiata all'angolo delle labbra.
Le si avvicinò, e lei fece un passo indietro, gli occhi scuri che lo guardavano dall'alto in basso e colmi di lacrime. Harry si girò verso i ragazzi che avevano iniziato a sparlagli attorno e puntò il dito contro di loro. «Avete rotto il cazzo, non c'è più niente da guardare» urlò loro, prima di avvicinarsi nuovamente a Tamara che rimaneva in silenzio, davanti a lui.
«Dov'è finito l'Harry che conosco?» chiese lei in un sussurro, con gli alberi che fusciavano sopra le loro teste e il respiro rapido. Harry si guardò le nocche arrossate e che avevano colpito fin troppi volti, poi, proprio osservando le sue mani rovinate ricordò.
Ricordò il volto di un ragazzo uguale a lui, un ragazzo spaventato e fradicio che non sapeva cosa fosse successo. Ricordò l'impatto dovuto allo scontro dei loro corpi, all'adrenalina che l'aveva spinto ad attaccarlo.
Ricordò tutto quello che la sua mente gli aveva nascosto.
Guardò Tamara, e capì perché fosse diversa, perché quel mondo non coincidesse con il suo. «Lo so io, dov'è finito» disse e le prese la mano, guardandola negli occhi. «Credo proprio di doverti raccontare una cosa.»
N/A
Hello people.
Eccomi qui con un'altra storia. Spero vi piaccia e continuate a votare :)
All the love x
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