8. Corsa

"Royals di Lorde".

***

Durante i giorni restanti della settimana i miei pensieri si sono mantenuti costanti sulle parole di Mark, riflettendo in continuazione sulle indicazioni che, almeno all'apparenza, sembra avermi dato: solstizio d'estate, Mertoun's pub, lotta. Ho considerato ogni piano che intercetti contemporaneamente entrambe le tre informazioni, ma invano. L'unica cosa che mi è venuta in mente – e che è logica – è che in quella data e in quel posto avverrà un incontro clandestino. Il pezzo del puzzle che mi manca, però, è il motivo per cui si sia comportato così.

Insomma, i miei pensieri non hanno lasciato spazio ad altro. Venerdì, mentre i membri effettivi si sottoponevano alla selezione del capo, ero nella stanza propedeutica con i sacchi da boxe, ma la mia attenzione non ha fatto altro che vacillare per tutto il tempo a causa di questo enigma. 

Perlomeno, non mi sono concentrata troppo sull'ambiente circostante e sono riuscita, seppur con la testa altrove, ad allenarmi.

Per quanto riguarda le due serate al casinò, nonostante siano state molto impegnative a causa della forte affluenza del weekend, sono trascorse tranquillamente. Non ho avuto la compagnia di Luke e degli altri, perché sono stati tutto il tempo dal capo, a detta di quest'ultimo. Ammetto che mi è mancato accompagnarlo nel gioco, ma mi sono divertita ugualmente.

In questo momento sono le undici di mattina e mi stupisco di trovarmi già sveglia a quest'ora. Preferisco dormire di giorno e vivere di notte, perché sento come se la presenza delle altre persone fosse estremamente fastidiosa e irritante. Proprio per questo motivo, quando è buio mi sento a casa: se tendo le orecchie, posso sentire i respiri di una notte che, ferita dal sole, cerca di soffiare sui frammenti del proprio corpo per rimettersi in piedi. E non c'è cosa più meravigliosa, per me.

Mi guardo allo specchio, sistemandomi per l'imminente arrivo di Luke: egli, infatti, ha recuperato da qualche parte il mio numero di telefono e ha avuto la geniale idea di auto invitarsi a casa mia senza che io lo abbia davvero voluto qua. Non che mi dispiaccia, naturalmente, ma avrei voluto utilizzare il mio tempo per riflettere in solitudine su ciò che ora mi tormenta.

Luke è un ragazzo affascinante e provocante, capace di cogliere un mio innocuo movimento e trasformarlo in un ballo. È questo che mi piace, è questo che mi attrae. Ma no, non c'è niente più del rapporto fisico da cui mi sento legata a lui: è ormai da quando ero all'orfanotrofio che non mi sento coinvolta mentalmente da qualcuno.

L'ultima volta non è finita bene, perché Nicholas, il ragazzo di cui ero innamorata, trovò una famiglia dopo circa cinque mesi che stavamo insieme. All'epoca ero piccola e ingenua: mi ripromisi che non avrei più provato niente per nessuno, sbagliando. Adesso penso che se arriverà, sarò pronta a coglierlo. Voglio solo godermi i piaceri della vita.

Dopo essermi messa sul viso un velo di trucco per coprire le occhiaie e aver raccolto i capelli neri in una treccia laterale, apro il piccolo mobile bianco della mia stanza e indosso una maglietta bianca con lo scollo a "V" e un paio di jeans neri. Purtroppo non possiedo molte cose, infatti spero di entrare nella società per guadagnare e poter soddisfare i miei vizi. Non mi interessa se Alexander sostiene che tutte le cose comprate con quei soldi siano sporche di sangue.

Il tempo di rifare il letto e il campanello dell'appartamento suona, spingendomi ad andare alla porta per aprire.

Davanti a me si eleva la figura di Luke, con la statura slanciata e le spalle larghe. I capelli neri non sono spettinati come al solito, ma sono comunque lasciati a se stessi, donandogli un'aria sbarazzina.

«Ehi, piccola» esordisce, rivolgendomi un sorriso smagliante. Indossa una maglietta bianca a maniche corte, abbinata a dei pantaloni felpati grigi. Siamo tutti molto originali, per quanto riguarda i colori.

«Luke, ciao!» lo saluto di mia volta, sporgendomi per dargli un bacio sulla guancia. Profuma di menta, ma non è invadente.

Lui mi afferra il fianco, facendo partire da quella porzione di pelle coperta dei brividi di freddo. Mi attrae davvero tanto, perché è un ragazzo molto bello. Non mi dispiacerebbe andare più a fondo, con lui: quella sera, al casinò, quando con la mano sfiorava la mia pelle e mi osservava con quegli occhi, mi ha fatto provare sensazioni a tratti paradisiache.

Gli sguardi non si staccano dalle nostre figure e lui, mantenendo la mano sul mio fianco, chiude la porta con la schiena.

«Sei venuto qui per qualcosa in particolare, Luke?» gli domando, con la mano che accarezza la sua spalla.

In risposta, fa scivolare la sua sulla coscia, percorrendo lentamente tutto il perimetro. Va bene, momento bellissimo, ma io soffro terribilmente il solletico.

Scoppio a ridere, dimenandomi dal suo tocco intrigante, per scappare nella stanza dove è presente un divano e, subito davanti, la cucina.

Lo osservo e noto che mi sta guardando con un sorriso che trattiene una risata. Beh, io fossi in lui sarei già scappato.

Dopo essermi fatta passare la ridarella, mi butto sul divano e accendo la piccola televisione che posso permettermi, facendogli segno di sedersi accanto a me.

«Guarda che non ti mordo» affermo, cominciando a fare zapping col telecomando. In questo momento, mi sento tutto fuorché Margot Heaton. Sono semplicemente una Baldwin che passa il suo giorno libero da lavoro a rilassarsi sul divano col proprio ragazzo. I punti, però, sono due: sono immischiata in affari brutti e Luke non è il mio fidanzato, anche se in fondo potrei volerlo. E, dall'altra faccia della medaglia, lui mi vuole terribilmente. Glielo leggo nello sguardo.

«No, tu no, ma io sì» risponde, stampandosi sul volto un ghigno malizioso che mi fa ridacchiare.

Pochi secondi dopo, è seduto proprio vicino a me, e il suo profumo mi invade le narici. Cerco di mantenere un minimo di controllo, ma non appena la sua mano si posa sulla mia coscia, la mia mente barcolla. Sono pur sempre una diciannovenne che vuole recuperare le esperienze perse, eh.

Mi volto verso di lui, scontrando le iridi con le sue. Le facce sono vicine, così tanto da poter sentire il suo respiro sulla pelle. La sua mano sale, fino a intrufolarsi sotto la mia maglietta e posarsi sulla pancia. D'istinto la spingo in dentro a causa del contatto freddo, ma poi mi rilasso.

«Lo faccio» mi informa, riferendosi al bacio, ma io lo precedo, annullando le distanze tra noi due.

Chiudo gli occhi per bearmi di questa sensazione, mentre le labbra si scontrano, unendosi in un ritmo prima lento e incerto, ma poi veloce e incalzante. Sento la testa in frantumi, con il fuoco che mi solletica la pelle, scottandomi.

Il bacio si intensifica e ci alziamo dal divano, perché lui mi afferra la mano e mi fa scontrare con il suo petto. Successivamente, afferra il retro delle mie cosce e mi aggrappo a lui, che si sta avvicinando al tavolo della cucina qui vicino per farmi sedere sopra di esso.

Accarezzo i suoi capelli in risposta alle sue mani sui miei fianchi e sulla mia schiena, mentre lui si spinge un po' di più verso la mia persona.

«Non stiamo correndo troppo?» chiede lui tra un bacio e un altro, ma io non voglio rispondergli.

Sento davvero andare tutto a fuoco, perché è la prima vera volta che mi succede qualcosa del genere: quando ho avuto quella storia all'orfanotrofio con Nicholas, non ero molto grande, quindi non mi sono spinta oltre a un bacio. Ora, però, tutto sembra oltre il limite. E questa cosa mi fa impazzire con tutto il cuore.

Il campanello suona. Il campanello suona, accidenti, e blocca questo momento.

Mi stacco da Luke, poggiando la mia fronte sulla sua, mentre con gli occhi osservo le sue labbra gonfie dal bacio.

«Chi potrebbe essere?» mi chiede, con ancora il respiro affannato.

Ci penso, ma non saprei. Non molte persone conoscono il mio indirizzo, se non gli agenti dei servizi segreti che, però, non metteranno mai piede qua dentro, e la società.

«Qualcuno della società, sicuramente» gli rispondo. Lui, di sua volta, si stacca da me.

«Vado io, allora» dice. Mi rivolge un occhiolino e si allontana, lasciandomi a sedere sul tavolo mentre osservo la sua figura avvicinarsi alla porta qua davanti.

Il campanello suona una medesima volta, quindi Luke si affretta ad aprire. Davanti a lui, c'è una persona che, effettivamente, sa il mio indirizzo: Alexander.

Cosa ci fa qui, a casa mia?

I suoi occhi saettano da Luke a me dietro di lui, seduta sul tavolo.

«Ehi, Alex» lo saluta Luke, dandogli il pugno per salutarlo. Alexander ricambia apaticamente, come suo solito, e poi apre bocca.

«Desolato di avervi interrotto. Margot, devi venire con me» dice solamente, per poi rigirare nella mano le chiavi dell'auto. Ora che mi soffermo sulla sua persona, mi accorgo di essere vestita quasi come lui: maglia bianca, jeans neri. L'originalità in persona, di nuovo.

«Non vedi che abbiamo da fare?» rispondo, scendendo dal tavolo e ricomponendomi un po'.

Luke mi rivolge un sorrisetto furbo, che in questo momento non riesco a ricambiare. Non capisco il motivo, ma ho la nausea a causa di tutto ciò che ho fatto e che sto facendo. Non solo per quanto riguarda il bacio approfondito che ho appena dato, ma anche per il contorno: mio padre, mia zia, la società, Las Vegas, il casinò, Mark, Luke. Tutto, assolutamente tutto.

In meno di una settimana sono quasi finita a letto con un ragazzo che è mio nemico e la cosa preoccupante è che ciò non mi scalfisce. Ho un groppo in gola, come se tutta la mia intraprendenza sia uscita dalla porta nel momento in cui questa è stata aperta.

Distolgo lo sguardo, afferrando un bicchiere e riempiendolo d'acqua. Non mi preoccupo di offrirlo, ché tanto, se lo vogliono anche loro, non faranno problemi a prenderselo.

«Devi venire con me, Margot» aggiunge Alexander, sempre fermo sull'uscio della porta.

«E perché mai?» domanda, questa volta, Luke. Capisco che sia frustrante per lui essere stato interrotto, visto che stava per ottenere ciò che da quando mi ha vista ha bramato.

E al pensiero, nuovamente, la sensazione di nausea si impossessa di me e delle mie facoltà di ragionare.

«Ordini di James. Devo insegnarle a sparare, visto che a breve ci accompagnerà in una missione» afferma. I miei occhi scattano su di lui, terrorizzata da queste parole.

«Dev'esserci un errore: ho appena iniziato il mese, la missione finale è lontana!» sgrano gli occhi, balenata dal pensiero di dover affrontare qualcosa più grande di me già da ora.

Non che non fossi preparata al pensiero, comunque. Prima di buttarmi in questo mondo ho avuto tutti gli avvertimenti che, di buon grado, ho deciso di ignorare.

«Il capo vuole così, punto» dice, portandosi una mano tra i capelli castani.

Rassegnata, sorpasso i due ragazzi e mi dirigo in camera mia, così da poter mettere le scarpe e prendere il telefono.

«Mi spiace, Luke» dico al ragazzo una volta tornata nell'ingresso.

«Non preoccuparti, piccola» risponde, facendomi l'occhiolino. Tutti e tre usciamo dal mio appartamento e ci dirigiamo fuori, ma una volta nel parcheggio prendiamo due strade diverse.

Luke a sinistra, mentre io e Alexander a destra.

Fuori non fa troppo caldo, anche se percepisco i raggi del sole baciarmi la pelle.

Come il primo giorno alla società, seguo i movimenti di Alexander ed entro in macchina, allacciando subito la cintura e beandomi dell'aroma di ginepro.

Osservo la strada di fronte a me, rilasciando un sospiro. Non so perché, ma sento di aver corso troppi chilometri per la mia sanità.

«Comunque, se c'hai ancora la nausea, lì c'è un sacchetto».

E io mi chiedo, ancora una volta, come faccia Alexander a saperne sempre una più del Diavolo.

***

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