Capitolo 3

La rosa negra era il locale più famoso di Chicago. Modesto, elegante, raffinato. E ciò si poteva capire benissimo dall'interno dell'edificio. Un misto di odore di vaniglia e sigari si impossessava dei viandanti, come l'aria circondata dal fumo. La clientela, poi, vantava solamente uomini. Grandi, grossi, grassi, esili, muscolosi e alcuni snelli. Ma tutti sembravano avere un particolare in comune, oltre ai vestiti, perennemente in smoking: la tenebrosa occhiata con la quale scrutavano le persone attorno a loro. Occhiata che potevano sentire su di se anche le uniche tre donne del locale.

Corine e Tessa sembravano a proprio agio, nei loro vestiti che nascondeva alla perfezione la loro vera età. La bionda Hamilton indossava un lungo abito blu scuro rivestito di paillettes, la schiena nuda e due bretelle sulle spalle nascoste dalla stola di pelliccia bianca. Le labbra erano colorate di rosso fuoco, come aveva promesso quella mattina, e la pettinatura era acconciata in un elegante chignon sbarazzino che, in entrambi i lati, lasciava due ciocche mosse libere sulle guance. Quest'ultime erano colorate di rosa cipria.

Tessa, invece, era decisamente affascinante in quel suo dark sobrio. Anch'essa aveva un lungo abito, ma soltanto rosso fuoco, e due guanti neri che arrivavano sino al gomito. I capelli corvini erano lasciati sulle spalle e l'unico trucco che possedeva il suo viso era la cipria sulle guance, nessun rossetto sulle labbra.

Edith poteva dire di essere l'unica che provava vergogna nel presentarsi lì, nel locale frequentato maggiormente da gangster e gente poco raccomandabile. Non per questo le era categoricamente proibito abbandonare il tranquillo quartiere dove c'era la sua casa e la sua scuola. Senza successo, cercava con le mani di abbassare quella gonna abbastanza corta. Ogni qual volta ci provava, le frange del vestito, le si alzavano e abbassavano, provocando risatine da parte dei vicini di tavolo che le stavano osservando da quando avevano messo piede lì dentro. Oltre che in imbarazzo, si sentiva ridicola. Legato alla testa aveva un cinturino nero alla quale era attaccata una piuma dello stesso colore al lato destro. Per la prima volta da che se ne ricordava, portava i capelli sciolti in sinuosi boccoli castani. I tacchi erano decisamente alti e le calze a rete che indossava le provocavano un prurito per tutta la gamba. Si sentiva nuda con quella gonna dell'abito che non le arrivava neanche alle caviglie.

Quando notavano il suo imbarazzo, Corine non faceva che rassicurarla: << Rilassati. Non ci conosce nessuno. >>

Sembrava troppo facile per una ragazza che fino a quella sera non aveva fatto altri tragitti che quello casa, chiesa e scuola. A darle coraggio, però, era se stessa. Si diceva che se sarebbe stata calma e tranquilla, la serata sarebbe passata in un batter d'occhio. Ma quando posava gli occhi sul grande orologio posto sopra il palco scenico, sembrava sempre la solita ora. Quelle lancette non ne volevano proprio sapere di muoversi.

Per far calmare le acque turbolenti che si insidiavano nell'ansia che Edith provava, Tessa suggerì di prendere qualcosa da bere e fece un cenno al cameriere che, servito un tavolo in fondo, in prima fila, a passo leggero e sicuro venne verso di loro.

<< Un assenzio per me e la mia amica, grazie. >> Ordinò la mora con disinvoltura, voltandosi poi verso la brunetta dall'aria innocente, nonostante fosse truccata al massimo dei limiti. << Cosa gradisci, Edith? >>

In quell'istante, la giovane si voltò verso l'amica e poi prese a guardare il cameriere. L'unica cosa in grado di placarla era una sola. << Dell'acqua. >>

Ci furono diversi secondi di silenzio e più Edith guardava il cameriere scrutarla con un sopracciglio alzato e più si chiedeva se veramente avesse ordinato la cosa giusta. Evidentemente no, dato che Corine spezzò il ghiaccio che si era creato facendo una lieve risata divertita. Decisamente acuta, visto che i Signori seduti ai tavoli vicini si voltarono a guardarle.

<< Sta scherzando. Ci porti un assenzio a tutte e tre. >> Ordinò poi. Il cameriere, stavolta, sorrise soddisfatto e andò verso il bar per dare al barista le ordinazioni.

<< Che ho detto di male? >> Chiese la giovane, sgranando i grandi occhi marroni.

Corine e Tessa si scambiarono un'occhiata. Una sembrava guardarla come per dire: "Senza speranze!" L'altra sembrò solo divertita dalla cosa.

<< Chiedere l'acqua in un posto del genere è come chiedere ad una prostituta di servire il cliente gratis. >> Paragonò Tessa, trovando nuovamente della seriosità nel volto.

<< Cos'è una prostituta? >> Onestamente non lo sapeva. Si vedeva lontano un miglio che fosse una ragazza che per la prima volta aveva il permesso –se così si può chiamare- di uscire dopo il tramonto.

<< Te lo spiegherò dopo. Sta iniziando! >> Esultò contenta Corine, battendo le mani in modo teatrale.

Un po' delusa per la risposta, Edith si voltò ad osservare il palco scenico le quali tende rosse erano ancora chiuse ma le luci che lo illuminavano già accese. Le dava fastidio quando Corine la trattava come una stupida. Non era certamente colpa sua se non sapeva cosa fosse una prostituta. Non credeva di averne mai vista veramente una dal vivo.

<< Le vostre ordinazioni. >> La voce maschile era diversa questa volta e questo lo notò anche Edith che si voltò verso l'uomo. Aveva un'aria minacciosa ma forse era un biglietto da visita, visto che era qualcosa che avevano tutti addosso, quasi fosse una maschera. Quell'aria sparì poco dopo aver posato i bicchieri dinanzi a loro. << Mi dispiace per non aver potuto soddisfare la vostra richiesta ma raramente si chiede dell'acqua qui. >> Proseguì poco dopo, concentrando il suo sguardo su Edith.

Dall'accento e dall'aspetto non doveva essere americano. Non ne capiva molto non avendo mai viaggiato ma supponeva che l'uomo fosse di un'età compresa tra i trenta e i trentacinque anni. A parte gli occhi piccoli e celesti da topo e il naso lungo e perfetto non aveva altre particolarità, se non quella del portare i capelli lunghi sulle spalle con solo due ciocche legate dietro, mostrando così l'ampia fronte scura che possedeva.

Osò pensare che la stesse prendendo in giro e questo la fece sentire ancora più a disagio, tanto da abbassare la testa e chiedersi cosa le fosse balenato nel cervello nel presenziare ad un posto del genere quella sera.

<< La mia amica stava scherzando. La ringrazio. >> Rispose per lei Corine, prendendo il suo bicchiere e salutando con un sorriso l'uomo, sbattendo anche le lunga ciglia nere. Sapeva anche civettare con un perfetto sconosciuto? Corine Hamilton la stava stupendo da ogni punto di vista, tanto da rendersi conto che non l'aveva mai conosciuta a fondo forse.

Edith seguì la figura dell'uomo perdersi tra i tavoli e tornare al suo lavoro: il bar. Ora comprendeva, doveva essere il barista. Tanto educato da non presentarsi neppure.

Giuro su qualunque cosa che non metterò più piede in un posto simile!

Con questa promessa, il sipario del palco scenico si aprì, mostrando il suo amico Tony seduto su una sedia e la chitarra nelle braccia. Ci fu un iniziale scroscio di applausi, prima che iniziasse a suonare. Solo quando lo fece, Edith poté dire che finalmente poteva sentirsi a suo agio in quel posto. Sulle note di I get round, dei Beach Boys, decisamente modificata nel ritmo dal suo amico stesso, Edith dimenticò di trovarsi lì. Concentrando la sua attenzione su Tony, poteva dimenticare l'imbarazzo nel portare un vestito con una gonna così corta, una ridicola piuma in testa che la faceva sembrare la protagonista di uno show come quelli che vedeva in televisione, gli sguardi dei curiosi che si concentravano sulle sue, non troppo lunghe, gambe. Tony sapeva come intrattenere un pubblico, anche dal vivo, non c'erano dubbi e il proprietario di quel locale ci aveva visto bene quando glielo aveva proposto. In cuor suo, Edith, ne fu pienamente felice per lui. Si meritava un po' di felicità e sperò che fosse soltanto la prima di una lunga serie di serate, che l'avrebbero inevitabilmente spinto verso il mondo dello spettacolo e della musica rock.

Neanche il tempo di terminare la sua performance che gli applausi delle tre ragazze furono coperti da quelli degli altri Signori in sala. Era un delirio totale e in quel contesto ad Edith sembrò di sorridere ma le bastò un attimo per tornare nuovamente seria, coperta da vergogna e imbarazzo. Quando il sipario si richiuse le sembrava che tutti gli occhi fossero puntati su di lei e questo contribuì a far arrossare le sue gote.

Traballante su i tacchi neri, si alzò.

<< Dove vai? >> Chiese Corine, sorseggiando il suo assenzio. Dal canto suo, Edith, non l'aveva neanche sfiorato ma aveva l'impressione che non sarebbe andato buttato.

<< Alla toilette. Vuoi accompagnarmi? >>

Un sorriso accattivante, un altro, si dipinse sulle sue labbra rosse. << No. E' ora che cominci a spiccare il volo, mia piccola colombella. Avanti, vai. Puoi cavartela. >>

Quando il suo sguardo si spostò su Tessa non ottenne risposta diversa e quindi dedusse che o si faceva coraggio e camminava da sola oppure poteva anche farsela addosso e rischiare di affogare ancora di più nella propria vergogna. Onestamente, non sapeva proprio quale delle due fosse peggio.

Con l'aiuto della mano iniziò a muovere i primi passi, cercando sempre con la mano di abbassare quanto possibile quella maledetta gonna alla quale stava mandando più maledizioni che altro. Passò per il bar, poggiando una mano al bancone per proseguire verso un corridoio dove sperava di trovare una toilette. In lontananza leggeva un cartello che sembrava molto simile. Ignorò l'occhiata divertita del barista ironico di poco prima e, prima di andarsene, giurò di aver visto guardarle le gambe. Era capitata in un girone dell'inferno, come quelli descritti nella bibbia, ne era sicura.

Avanzò nel corridoio deserto –per fortuna- e poco illuminato. Intravvide degli scatoloni vuoti vicino alla porta della toilette, dove ci avrebbe passato minimo trenta minuti prima di tornare in sala e caricarsi addosso altri sguardi. Odiava quella sensazione di disagio. Perché non poteva camminare disinvolta come Corine e Tessa? Cosa aveva di diverso da loro? Perché era così tremendamente sbagliata? In poche cose era brava e camminare su i tacchi non era certamente nel suo archivio. Portava sempre e solo i sandali, era logico che non ci fosse abituata. Invidiò, per un istante, le sue amiche e invidiò le donne che aveva visto sulla rivista di Playboy solo la sera precedente. Avevano una sensualità che lei non avrebbe potuto avere neanche in una prossima vita ed era quel senso di vuoto a farla sentire incompleta e, involontariamente, a rallentare la sua andatura rapida lungo quel corridoio.

Delle risatine provenienti da una porta che aveva appena superato, però, la riportarono alla realtà. Fece due passi indietro e sbirciò nella stanza. La porta semiaperta mostrava qualcosa degli interni, in particolare l'aiutarono molto gli specchi posizionati davanti ad una toeletta incorniciata di luci. Specchiata vi era una bellissima donna. Molto simile a quella che aveva visto sulla rivista. Bionda, alta, da i piccoli ma graziosi occhi celesti pesantemente truccati di bianco sfumato nell'oro. Un tulle bianco incastonato tra le ciocche e in alcuni fiori, dei gigli per la precisione. Il suo abito di scena, poi, non lasciava molto all'immaginazione. Era rivestito completamente di perle, sia il reggiseno che le mutande. Sembravano intrappolarla tra loro, legandole anche il collo. Era un diamante splendente. Edith ne restò terribilmente affascinata, tanto da invidiare anche lei. Perché lei era un insieme di cose che non sarebbe stata mai. Una linea differente, una tipologia diversa. Quella donna era la perfezione e per un attimo Edith si immaginò lei con indosso la lingerie che indossava la bionda in quel momento. Sarebbe sembrata un tappo con dei decori, visto che non aveva ne il portamento e ne tantomeno l'altezza adatta. Senza contare che si vergognava di indossare un abito dalla gonna corta, figuriamoci una lingerie in pubblico, anche se decorata e quasi impercettibile da lontano.

Dalla destra della stanza, che Edith non poteva vedere per la mancanza di uno specchio, uscì un uomo. Era anche lui alto, le spalle larghe un profilo affascinante, quasi misterioso. Non era tenebroso come la maggior parte degli uomini della sala. No, lui aveva una maschera differente. Non era serioso, lui rideva, snudava le due file di denti bianchissimi riflessi nello specchio. Sorrideva alla bionda, mentre le passava una mano su un fianco e si chinava sul suo collo, posandovi sopra le labbra, provocandole dei brividi e risate. Dei brividi li procurò anche all'unica spettatrice di quella scena, ma erano decisamente diversi da quelli che stava provando l'altra. Edith provava dei brividi quasi di paura, timore di essere scoperta. Sapeva benissimo che avrebbe dovuto fare un passo indietro e dimenticare quella scena, specialmente quando la mano dell'uomo si insinuò nelle mutande della sua lingerie, provocandole un gemito stavolta. Con l'altra mano, invece, tirò una fila di perle, stringendole alla gola della ballerina così forte che per un istante Edith aveva temuto che potesse strangolarla.

E poi fu come trovarsi al centro della scena. Quando gli occhi di lui si aprirono nel riflesso dello specchio e la videro, dietro la porta e con la bocca spalancata, quasi scandalizzata da ciò che aveva visto. In quelle iridi il ghiaccio, in quelle di lei, invece, l'innocenza e l'ingenuità dell'adolescenza. Un'adolescenza che l'uomo vedeva ormai lontano dalla sua vita, dall'alto della sua età. Quello sguardo fu quasi capace di ipnotizzarla e respirando dell'aria nuova nei polmoni, Edith respirò con essa anche una fragranza che aveva già sentito. Quel misto di lavanda e gelsomino tornò ad insinuarsi nelle sue narici come la mano dell'uomo nell'intimo della donna che si abbondonava al piacere di carezze di proibite. Edith tornò ad immaginare di nuovo quei cavalli e stavolta vide quello bianco correre lontano, quasi a voler farsi inseguire da quello nero. Improvvisamente aveva la gola talmente secca che avrebbe bevuto qualsiasi cosa. Anche lo sconosciuto sapore dell'assenzio sarebbe stato in grado di placare la sua sete.

Graffiata ancora da quegli occhi sconosciuti, con uno scatto fece due passi indietro, chiudendo del tutto la porta troppo forte, perché provocò un rumore per tutto il corridoio. Si portò una mano alla bocca, consapevole che adesso la sua presenza era stata manifestata ai due amanti. Doveva tornare in sala, subito. Non doveva più andare alla toilette.

Dimenticò la vergogna, il fatto di barcollare come se fosse ubriaca su quei tacchi, gli occhi dei Signori sulle proprie gambe quando si bloccò di colpo notando degli agenti di polizia al suo tavolo. Corine e Tessa erano già in piedi e venivano scortate all'uscita. Come diamine avevano fatto a trovarle?

<< Scusi, signorina? >> Dietro di lei sbucò un altro agente in divisa. Da dove era saltato fuori? << Le dispiacerebbe mostrarmi i suoi documenti? >>

Edith sbiancò. E adesso? Non aveva con se neanche quelli veri, dove c'era chiaramente scritta la sua vera età. Niente panico. La scena di poco fa le procurò un poco di audacia. Non sapeva cosa fare dinanzi allo sguardo dell'agente, che attendeva una sua risposta e la sua espressione era chiaramente di chi non ammetteva repliche. Chiaro entusiasmo pari a quello di Mr. Colvin a messa la Domenica. L'unica cosa pressoché intelligente che poté fare fu quella di sorridere. Un largo sorriso a trentadue denti si disegnò sul suo volto. Chiaro segno di panico nascosto e in qualche modo l'aiutava a tenere in piedi l'autocontrollo. Quel poco che le restava.

Fece vagare il suo sguardo alla ricerca di un'idea fino a quando non lesse il nome dell'agente sulla divisa.

<< Scott. Posso chiamarla Scott, vero? >> Usò un tono confidenziale, mantenendo sempre vivo il suo sorriso sornione.

<< Agente Scott. >> La corresse lui, estraendo le manette da una tasca.

<< Se potrei spiegarle come sono arrivata qui, forse non ci sarebbe bisogno di usare le maniere forti. Non crede? >> Il suo sorriso gioioso iniziava a vacillare fortemente e sparì del tutto quando l'agente aggiunse altra vergogna a quella già accumulata quella sera.

<< Ne discutiamo al distretto. >>

Telefoni che squillavano, gente che rispondeva, che annotava su delle cartelline i particolari delle persone che sentivano, come se fossero clienti entrati in un caffè.

Tutto ciò era un misto di confusione nella sua testa e se si voltava verso sinistra le cose non miglioravano di certo. Corine e Tessa avevano un'aria abbastanza assente. Evidentemente si chiedevano ciò che si chiedeva Edith stessa: chi aveva chiamato la polizia? Chi aveva fatto la spia del fatto che erano lì?

Ma più di questo, Edith stava elaborando una sorta di scuse plausibili da rifilare alla sorella e al padre quando sarebbero entrati da quella porta. Immaginava già lo sguardo furente di Kara, un suo ennesimo schiaffo magari, e la ramanzina in pubblico di Mr. Colvin. Avrebbe voluto sprofondare in quell'istante o mandare avanti il tempo fino al giorno dopo.

<< Edith Colvin. >> Venne chiamata da un agente di polizia che era sulla soglia del suo ufficio.

Un poco traballante, Edith si alzò dalla panca della sala d'attesa e si avvicinò all'agente che le fece cenno di entrare. Eseguì ogni suo ordine e non si fece prendere dal panico neanche quando richiuse la porta e costatò che lo spazio attorno a se era troppo stretto.

<< Dunque, signorina Colvin. Prima che chiami i suoi famigliari, vuole aggiungere qualcosa alla dichiarazione che ha lasciato alla mia collega? >> Tono fermo, professionale, pacato.

Con ogni probabilità quel giovane agente di polizia non avrebbe immaginato che, chiamando i suoi famigliari, gli avrebbe rovinato la vita per sempre. Non si erano messe d'accordo su una versione dei fatti. Davanti l'evidenza, tutte e tre, avevano deciso di raccontare la verità.

Edith si sentiva una stupida, nonché sciocca a pensare che per una sera avrebbe potuto ingannare se stessa per essere una che non era lei. Non era diversa, era una ragazza casa e chiesa e non avrebbe potuto fare nulla per migliorare tale cosa. Non era una donna che finiva sulla rivista di Playboy o che ballava in un locale notturno in uno dei quartieri criminali di Chicago. Era semplicemente Edith Colvin, che sarebbe stata punita severamente dalla sorella maggiore e dal padre non appena avrebbero varcato la soglia del distretto di polizia.

<< No. >> Rispose, osservando l'agente e facendo cadere, successivamente, lo sguardo sulla targhetta dorata sulla scrivania. In nero vi era scritto: P. Wright.

L'agente colse lo sguardo della giovane sulla propria targhetta e sorrise appena, come a voler rassicurare quella giovane fuggitiva. << Peter Wright. >> Si presentò come a leggerle nella mente che continuava a chiedersi cosa stava per P.

Edith fece un flebile sorriso. << Edith Colvin. >>

<< Ma non mi dica. >> Fece ironico l'agente, sventolando poi una pila di fogli, nella quale in uno, vi era il suo nome e cognome. << Senta, signorina Colvin, non voglio rovinarle la vita famigliare. Come non voglio rovinare quella delle altre ragazze. Anche io sono stato giovane e posso capire il ribellione, che vada di moda scappare di casa, di questi tempi. Ciò nonostante avete infranto una regola della legge e ciò poteva gravare alla vostra incolumità. Ve ne rendete conto? >>

<< Onestamente, agente Wright, mi sento già pentita. >>

Peter allargò di poco il suo sorriso. << Perfetto. >>

Ora che lo guardava bene, Edith poteva studiare il viso del giovane poliziotto. Poteva essere più grande di lei di pochi anni. Il viso un poco tondo e magro, con un cenno di barba sul mento. Gli occhi piccoli e celesti e aveva uno sguardo differente. Sembrava si circondasse solo di cose buone. Non seppe spiegarlo ma Edith pensò che avesse proprio la faccia da poliziotto. Forse quell'espressione che non riusciva ad essere seria più di qualche minuto o per la capigliatura bruna un poco scapigliata per via del lavoro. Fatto sta che le era sembrato gentile e lo era stato.

Quando la porta dell'ufficio si aprì di colpo, il sogno svanì.

Edith guardò con la coda dell'occhio lo sguardo furioso di Kara, tanto da tremare. Non riusciva a scorgere quello di suo padre e forse era meglio così. Ma non seppe quanto meglio, visto che tanto avrebbe dovuto affrontare la loro ira prima del nuovo giorno.






Wolf's note:

Come promesso, eccovi il terzo capitolo della storia. Se ci sono errori di battitura vi pregherei di segnalarmeli così che posso correggere.

Qui introduciamo nuovi personaggi e tra questi: Lavdor, anche se non lo conosciamo ancora personalmente, il barista affascinante: Keler, e l'agente di polizia: Peter Wright. Tutti e tre sono personaggi che nel corso della storia si faranno valere, chi bene e chi male... 

Come sempre, se il capitolo vi è piaciuto potete lasciare un voto e un commento, mi farebbe piacere. <3

Vi do appuntamento a Giovedì per l'aggiornamento. Per qualsiasi info o altro sulla storia potete visitare la pagina facebook dedicata alle mie storie che trovate sulla mia pagina d'autore qui su Wattpad.

Un bacio, alla prossima!

Wolfqueens Roarlion.

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