Capitolo 18
Era Lunedì sera e un'altra interminabile cena con il nuovo geometra era giunta al termine. Forse l'ultima, prima della visita al nuovo locale che lo zingaro aveva acquistato. Era grande, ampio e con dei camerini che erano il doppio di quelli del The Mistress. Questa era la breve descrizione che aveva, raccontatale dallo stesso geometra tra un boccone di carne e un altro.
La metà delle ballerine di Madame sarebbe venuta con loro, l'altra sarebbe rimasta lì. Il nuovo locale era nel centro di Parigi e toglieva ogni possibile concorrenza a quello dell'amica. L'unica nota malinconica, per Edith, era non potersi più alzare, ogni mattina, con il pianto del piccolo Sébatien e non potergli più raccontare delle storie per farlo addormentare. Come a leggerle nel pensiero, una sera, Madame le sorrise in modo rassicurante e con la sua voce autoritaria manifestò la sua volontà nel volerla lì al The Mistress almeno due volte alla settimana, così da stare vicina al piccolo e aiutare anche lei nella gestione serale del locale in quei due giorni. Felice, non aveva replicato e non aveva neanche guardato nella direzione di Lavdor per un possibile "permesso". Anche se aveva sentito costantemente, per tutta la durata del discorso, le sue iridi chiare fissarla, lei non si era mai girata. Non voleva dargli la soddisfazione di sapere che aveva ancora qualche potere su di lei.
Benché lo zingaro avesse manifestato il suo dispiacere per il suo comportamento, non era cambiato poi tanto. Usciva verso le sei del mattino e rientrava al locale che era mezzanotte. Dalla sua stanza, Modesty lo sentiva chiaramente entrare in quella degli ospiti, situata in fondo al corridoio, e chiudere pesantemente la porta. Una sera aveva persino sentito delle risate femminili provenire dalla stanza. La stava umiliando, l'aveva capito. E per quanto Edith riuscisse ad ignorarlo, Modesty ribolliva d'ira. Avrebbe voluto schiaffeggiarlo, urlargli quanto l'odiava, ma puntualmente rimaneva ferma e avvolta nelle coperte, a piangere.
Ma quella sera aveva preso una decisione. Quella di ribaltare la situazione. Benché, nella mente, continuava a rimbombarle la voce di Nadia ed Edith le intimava di restare al suo posto, Modesty non voleva sentire ragioni. Aveva ancora addosso l'abito verde petrolio della cena, con una profonda scollatura alla schiena e due veli fini che partivano dalle spalline e arrivavano fino ai fianchi. I capelli sistemati in un classico chignon e sul viso un trucco sfumato tra il nero e il verde, mentre le labbra erano color cremisi.
Girò la maniglia della porta, uscendo nel corridoio deserto. Le porte delle altre stanze erano chiuse e ad illuminare cammino della ragazza vi erano le luci attaccate alla parete. Candelabri di vetro color oro. Pochi passi dividevano la sua stanza da quella degli ospiti e in quei pochi passi, la mente di Modesty iniziò a creare progetti negativi della sua visita notturna allo zingaro. C'era la possibilità che potesse abusare ancora di lei? Non lo sapeva, ma via via che si avvicinava sentiva che c'era un piccolo dubbio che rischiava di diventare certezza. Voleva solo chiedergli scusa, anche se le scuse doveva fargliele lui per tutte le amiche che si portava in camera, ogni notte.
Bussò ma non ricevette alcuna risposta. Bussò una seconda volta, ma anche stavolta non sentì la voce dell'uomo. Quando aprì la porta vide che il letto era disfatto e vuoto, solo da una parte, probabilmente quella occupata da lui. La porta del bagno era socchiusa e da essa penetrava una luce. Sospirò mentalmente. C'era. L'avrebbe atteso lì.
Camminò lentamente verso il letto, dalla parte disfatta, e si sedette, guardando davanti a se. C'era una scrivania di legno chiaro e alcuni libri poggiati sopra. La stanza degli ospiti era molto più "pratica" rispetto a quella che Madame gli aveva preparato quando erano arrivati a Parigi. Non c'era stile antico lì, sembrava la stanza da letto di una normale casa di campagna.
Mentre attendeva lo zingaro si alzò, curiosando un po' tra la sua lettura. C'erano saggi, classici e libri che parlavano dell'economia. Tra uno di quest'ultimi, c'era qualcosa tra le pagine. Un pezzo di carta che fungeva da segnalibro. Lo aprì alla pagina segnata. Non fu tanto l'argomento trattato ad attrarla ma il segnalibro stesso. Un foglio piegato in due dove all'interno si intravvedeva una calligrafia elegante ma impacciata. Modesty la prese e, curiosa, l'aprì. I suoi occhi vagavano tra le righe, rileggendo una parola più volte per capirla.
"Figlio mio, volevo ringraziarti per tutto ciò che fai per me. I tuoi doni mi riempiono di una gioia immensa, così come le tue visite. Ma sono fortemente preoccupata per te e di ciò che potrebbe capitarti. Vienimi a trovare, appena puoi. Le visite di Keler non sono le tue. Riabbracciarti e prepararti dei dolci mi riempirebbe di felicità. Ma, ti prego, se hai intenzione di partire... vieni e dimmelo. Almeno potrò abbracciarti più forte prima di lasciarti andare. Ti voglio bene, Lavdor.
-Yvonne."
La madre di Lavdor abitava lì in Francia?
Solo ora Modesty realizzò di essere stata una sciocca, una stupida. Ecco dove si recava quando si assentava troppo dal locale. Nella mente della ballerina, però, rimaneva un dubbio fisso: perché non glielo aveva detto?
Il cigolio di una porta, la riportò alla realtà e, senza farsi vedere, rimise la lettera lì dove l'aveva trovata. Appena in tempo per sentire la voce di Lavdor, dietro di se.
<< Modesty. >> A metà tra lo stupore e l'incredulità, la ragazza si girò verso di lui, mettendo sulle labbra un sorriso rilassato. Almeno era ciò che voleva far sembrare. Lavdor tamponava i capelli con un piccolo asciugamano. Doveva aver finito il suo bagno, giacché se ne stava lì a torso nudo e con un altro asciugamano, più grande, che lo copriva dalla vita in giù. In alte circostanze, quello spettacolo, gli avrebbe provocato un rossore sulle guance e avrebbe distolto lo sguardo in modo imbarazzato. Ora, invece, non sentiva nulla di tutto ciò. Era come se ci aveva fatto l'abitudine alla vista del suo fisico scolpito e scuro di carnagione. << Che ci fai qui? >> Non c'era astio nella voce, solo curiosità.
<< Volevo parlarti. Scusarmi, per l'or più. >> Disse, prendendo a torturarsi le mani per il nervoso.
Lui sembrò sorpreso di tale dichiarazione, tanto quanto della sua visita. << E di cosa? >>
<< Di come ti ho trattato in questi giorni. So che tu sei terribilmente stressato, ultimamente, ed io non ho fatto altro che peggiorare la situazione. >> Rispose, avvicinandosi di qualche passo. Ma si fermò, quando vide che Lavdor le stava venendo vicino. Buttò l'asciugamano –con la quale si stava tamponando i capelli- sul letto e si fermò a pochi centimetri da lei. Abbastanza da poter osservare quel viso contratto da un senso di colpa inesistente, almeno per lei.
<< Non hai nulla per cui scusarti. Sono io che dovevo cercare di farmi perdonare da te, in ogni modo possibile. E non ci sono riuscito. >> Aveva voglia di accarezzarla, toccare quella pelle vellutata di quel bianco così immacolato e profumato. Benché vivevano insieme da anni, ogni volta che la guardava sembrava una sorpresa. Sembrava di tornare a molto tempo fa, nelle gelide sere passate alla rosa negra. Modesty non era cambiata da allora, non nel modo in cui lui pensava almeno. Il modo di vestire poteva mutare, così come un vestito o un acconciatura, ma sapeva che dentro di lei c'era ancora l'anima di una bambina spaesata. La stessa che aveva conosciuto.
<< Invece sì. >> Ribatté lei, risvegliandolo dal suo tepore provvisorio. Modesty posò una sua mano su quella dell'uomo, ancora umida. La prese, la strinse. E mentre lo guardava negli occhi, trasmise allo zingaro ciò che non sarebbe mai stata in grado di dirgli. Qualsiasi cosa succeda, resterà sempre un po' di te in me. Il motivo per la quale quelle parole morirono in gola era ormai scontato a se stessa.
Modesty si alzò in punta di piedi e sfiorò le sue labbra scure, senza ottenere nessun bacio. Strabuzzò gli occhi, inchiodando il suo sguardo a quello glaciale dello zingaro.
<< Non posso. Non dopo quella sera, non adesso almeno. >> Le spiegò lui, come a leggerle nella mente una domanda inesistente.
Era sorpresa.
Non avrebbe immaginato una risposta del genere da parte sua. Questo l'aveva spiazzata di certo. Non voleva baciarla e ne toccarla, per paura che potesse risvegliare in lei qualche brutto ricordo.
Impassibile, Modesty alzò una mano e accarezzò la guancia di Lavdor, lasciando che il calore l'avvolse. Come a godersi quella pura e innocente carezza, lo zingaro chiuse gli occhi, incapace di cacciarla. Incapace di muovere qualsiasi muscolo. Solo quando non sentì più il calore della sua mano, riaprì gli occhi. Giusto in tempo per osservare il vestito di lei cadere a terra, rimanendo nuda davanti ai suoi occhi. Neanche il tempo di contemplarla, che Modesty tornò a sfiorare le labbra di lui con più insistenza. << Sono io a volerlo. >> Disse, decisa, aggrappandosi alle sue spalle, ricercando la sua bocca con la propria.
Lavdor accolse finalmente le labbra della ragazza, ricambiando quel bacio con passione. Da troppe notti desiderava di averla ancora nel suo letto e, finalmente, quella sera il suo desiderio sarebbe stato esaudito, liberato.
Era ancora lì, di nuovo. Stesa sotto di lui, in quel letto cigolante, alla sua completa mercé. Temeva di aver dimenticato il sapore della sua pelle, il piacere di torturare con le labbra quei piccoli seni sodi da i capezzoli rosei come due ciliegine. Temeva che non avrebbe sentito più un gemito da quelle labbra carnose. I suoi timori si erano dissolti in una nuvola di fumo immaginaria. Quella era la sua Modesty. Dispettosa, maliziosa e sensuale nei gesti. Furono le sue mani, infatti, a liberarlo dall'asciugamano che nascondeva l'evidenza del suo desiderio, che aspettava solo di essere liberato.
Si accarezzavano a vicenda con bisogno, urgenza. Bisogno di sentirsi vivi, urgenza di appartenersi ancora. Gemiti soavi si liberarono nella stanza, graffi che bruciavano apparivano sulla pelle di entrambi. La lingua di Lavdor si insinuava nel caldo fiore di lei, provocandole vertigini di piacere. La testa pesante, i denti che affondavano nel labbro inferiore per trattenere un gemito che moriva nella gola, simile ad un singhiozzo.
<< Apri di più le gambe. >> Le sussurrò lui. La sua voce gli arrivò ovattata alle orecchie, come se fosse distante, lontano da quella stanza. Ubbidì, senza controllo, osservando la sua testa sprofondare tra le sue cosce. Le sue mani scure stringevano i fianchi così forte che dolore e piacere si stavano mischiando in un turbine di emozioni senza tempo.
Quando rivide il suo volto, ricatturò le sue labbra. In esse vi era ancora il suo sapore, che mischiò alla sua saliva nella bocca. Ma il ruolo della sottomessa finiva lì, Modesty fece affiorare sulle sue labbra un sorriso accattivante, ribaltando le posizioni con estrema facilità, giacché l'uomo non si aspettava di ritrovarsela sopra di se. Sotto il suo sguardo sorpreso, appunto, le spostò i capelli che alla giovane erano ricaduti sul viso. Lavdor provava un piacere perverso solo a tuffare la sua mano scura nei corti ricci bruni della sua ballerina. La sua concubina. La sua donna. Sua e di nessun altro. Non aveva avuto quella certezza in quel momento, l'aveva sempre covata. Dalla prima volta che aveva posato gli occhi sulla ragazzina timorata di Dio e delle rigide regole della società. Lui l'aveva trasformata in ciò che era adesso. Aveva bruciato il suo saio da monaca e l'aveva vestita di soli petali di rosa. Le aveva fatto scoprire il piacere poco a poco. La sua bellezza era scoppiata come un mare in tempesta. Ed ora eccola lì.
Entrò dentro di lei con una spinta, osservando le labbra di lei aprirsi per incamerare aria. Impostò un proprio ritmo, con le spalle che bruciavano per i graffi che stava ricevendo. Modesty buttò la testa all'indietro, sentendo i colpi diventare sempre più forti e ravvicinati. Tremante e sudata, si lasciò abbracciare dalle forti braccia dello zingaro. Quest'ultimo avvertì un emozione intensa di calore, talmente intensa da mozzargli il fiato. Quando si riversò in lei, ormai al culmine del piacere, si sentì appagato, beato.
Modesty deglutì e appoggiò la guancia contro quella dell'uomo. Chiuse gli occhi, assaporando il calore del suo corpo, che da sempre gli infondeva sicurezza. La paura era svanita, così come i timori di essere di nuovo picchiata. Era stato un momento. Un istante. Non sarebbe successo una seconda volta.
Si stese accanto a lui, lasciando che la sua mano gli accarezzasse la schiena. Il suo tocco gentile, più che pulita, la faceva sentire sporca di un senso di colpa che non se ne sarebbe andato facilmente.
Lo zingaro le baciò una tempia. << Non dubitare più di me. >>
<< Mai più, te lo giuro. >> Rispose, rialzando lentamente il viso verso il suo. Suggellò quella promessa con un casto bacio a fior di labbra. Tornò con la testa sul suo petto, lasciandosi cullare da i battiti del suo cuore.
<< Ti piacerà il nuovo locale. I piani superiori sono accessibili solo al proprietario e ci sono quattro stanze. Sarà come avere una casa sul lavoro. E tu sarai la mia ballerina di punta. >> Le disse, osservando la sua reazione felice ma non sorpresa.
<< Però mi mancherà il The Mistress e Madame, il piccolo Sébatien, e tutte le ballerine che non ci seguiranno. >> Rivelò, creando dei cerchi immaginari con il dito sul petto dell'uomo.
<< Ti sei affezionata al piccolo Seba. >>
Modesty sorrise, pensando al figlio di Madame. << Sì. E' così dolce e tenero. Ogni volta che lo tengo in braccio sorride e agita le manine. Brigitte dice che mi ha preso in simpatia. >> Rispose, osservando lo sguardo pensieroso di Lavdor che guardava davanti a se, in un punto indefinito per la stanza. << Che cos'hai? >>
Lo zingaro tornò a guardarla. << Vorresti avere un bambino, vero? >>
Un figlio, una vita che cresceva dentro di lei. Era una delle idee più belle che una donna potesse provare. Ma non lei. Madame era una donna libera, dei pregiudizi della gente non se ne curava. Era una donna diversa da lei, in ogni senso.
<< Non posso. Non con il lavoro che faccio. Madame è una donna forte, una roccia. Io non sono come lei. Non penso riuscirei a reggere i pregiudizi della gente. Una spogliarellista che mette al mondo un figlio. >> Rispose, non celando affatto dell'ironia nell'ultima frase. Non abbassò gli occhi, li piantò in quelli di lui per osservare la sua reazione.
Lavdor tornò a guardare davanti a se, gonfiando il petto. << Lo trovo molto egoista. >>
<< No. E' la ragione che sta parlando. >> Con una mano accarezzò il petto dell'uomo, tenendo la testa su di esso. << Tu lo vorresti? >> Chiese poi, all'improvviso. Un pensiero era affiorato nella sua mente.
<< Non conta ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu. E se il tuo desiderio è questo, lo rispetto. >> Le lasciò un bacio sul capo, come per concludere quella conversazione.
Modesty non parlò più dell'argomento, restò in silenzio. Era meglio non indagare oltre, voleva starsene lì al sicuro tra le sue braccia. Senza fantasmi, senza litigi, senza niente di niente.
Perché forse momenti del genere non sarebbero più tornati. E faceva bene a pensarlo. Perchè dal nuovo giorno niente sarebbe stato più come prima.
Modesty piangeva, in un angolino remoto del suo cuore. Edith poteva sperare di tornare a vivere, di recuperare il tempo perduto della sua giovinezza.
*****
Poche ore prima...
Il numero 28 del boulevard des Capucines era illuminato di rosso. Anche in pieno giorno si potevano distinguere le luci del neon sullo sfondo color panna dell'abitazione. Posto poco più sopra le scritte illuminate, c'era un nome. Bianco con sfondo bordeaux: Olympia.
Edith se ne restò ferma lì per due secondi, dopo aver pagato ed essere scesa dal taxi che ormai si era già dileguato tra il traffico parigino.
Mentre raggiungeva l'entrata, si chiedeva se stava facendo la cosa giusta. A suggerirle la risposta, ciò che Nadia le aveva detto neanche una settimana prima. Doveva essere in orario, perché quando attraversò il corridoio ed entrò nel teatro trovò solo sedie e palco vuoti.
Poi una voce, femminile, si fece sentire.
<< Sono felice che tu sia qui, Edith. >>
Illuminato c'era solo il palco centrale e Nadia apparì proprio lì. Modesty la raggiunse, senza troppe cerimonie. Era sempre molto elegante, in qualsiasi veste, quella bionda russa. Una persona venuta a stravolgere la sua vita ma che, forse, gli avrebbe ridonato la libertà che Edith tanto sospirava.
Al centro vide che c'era un tavolo con delle sedie di legno, in perfetto stile di scena.
<< Diciamo che non mi hai lasciato scelta. >>
<< L'avevi invece. E hai scelto di venire, di essere di nuovo libera. Ciò ti fa onore, credimi. >> Rispose lei, sorridendole in modo rassicurante.
Come se fosse veramente uno spettacolo appena iniziato, dal dietro le quinte arrivò un'altra persona. Un uomo. Non poteva superare i quarantadue. Portava un vestito di alta sartoria parigina e aveva i capelli neri tirati a lucido, all'indietro. Aveva un viso che difficilmente si dimenticava, se lo si vedeva almeno una volta nella vita. Magnetico, avrebbe osato dire Modesty.
<< Edith, voglio presentarti Serge de Lancrè. Collaboratore di giustizia ed ex criminale. Ci aiuterà a prendere Lavdor. >>
De Lancrè fece un saluto con un gesto del capo in avanti. Modesty sfoggiò un timido sorriso, non proprio da lei. << E' un piacere. >> Mormorò.
Serge si guardò attorno, posando lo sguardo su Nadia. << Non è ancora arrivato? >>
<< Sarà qui a breve. >> Rispose la bionda, sistemando alcune carte sul tavolo.
<< Credevo fossimo solo noi tre. >> Aggiunse Modesty, osservando lo sguardo della russa per capirci meglio.
Da essi non traspariva alcunché. << In verità no. Si aggiungerà anche un mio collega. >>
Prima ancora che Modesty potesse fare qualche domanda, un rumore di passi interruppe il flusso dei pensieri e una voce maschile, terribilmente familiare, arrivò fino alle sue orecchie per farle morire la voce in gola.
<< Scusate il ritardo. C'era un traffico assurdo. >>
La figura di Peter Wright venne alla luce del palco. Osservò tutti e si soffermò sulla figura di Edith Colvin. Quest'ultima era incredula. Nadia avrebbe dovuto dirle... già, dirle cosa? Che a quella riunione avrebbe preso parte colui che un tempo ci aveva provato con lei? Che a sua volta era diventato un amico di famiglia? Quale famiglia, poi... Modesty se lo chiedeva di continuo.
Non era cambiato. L'ultima volta che l'aveva visto non aveva neanche un filo di barba, oggi osservava quel mento ruvido da un breve cenno non curato. Poteva vederlo, in quello sguardo, che lui la stava giudicando. Che, come tutti, era rimasto decisamente spiazzato dalla sua improvvisa scomparsa.
Edith avrebbe voluto fargli mille domande, sorridergli, abbracciarlo, chiedergli come stava sua sorella, suo marito e soprattutto... se suo padre aveva sofferto quando era venuto a mancare. Un infarto, questa era la causa che gli aveva detto Nadia nel loro ultimo incontro. E lei non era stata lì per salutarlo.
<< Tranquillo. Visto che sei qui... possiamo iniziare. >>
Peter distolse lo sguardo da Edith e prese a guardare Nadia.
<< Noi della polizia abbiamo un piano, Edith. >> Stavolta, l'attenzione di tutti, era concentrata sulla giovane. << L'unico modo che abbiamo per arrestare Lavdor. Non sarà semplice. Ci vorrà una forte organizzazione e un tempo per preparare il tutto. Nulla di impossibile, però. >>
Edith concentrò il suo sguardo sulla figura della bionda. << Dimmi. >>
<< Tutto si svolgerà a Maggio. Proprio qui. >> Nadia prese un lungo respiro. << Il padrone dell'Olympia ha esteso un invito allo zingaro, per uno spettacolo teatrale. Solo alla fine, giungeremo in scena noi. Capitanati da Serge, davanti a tutti i presenti, dichiareremo Lavdor in arresto ed elencheremo i fatti contro di lui: omicidio e corruzione. E probabile che ci siano delle sparatorie o che lui tenti di fuggire. In quel caso, gli risponderemo con la stessa moneta. >>
Edith lanciò uno sguardo alle sedie rosse del teatro, completamente vuote. La sera del 4 Maggio, però, sarebbero state occupate. I francesi avrebbero assistito ad uno spettacolo nello spettacolo che non avrebbero di certo dimenticato. E lei neanche. Sapendolo, però, avrebbe potuto declinare l'invito e restare al The Mistress con una scusa, magari un improvviso mal di testa. Modesty non avrebbe mai voluto vedere l'uomo che amava in balia dei poliziotti e con le manette ai polsi. Ed Edith, tuttavia, non voleva regalarle un ulteriore dispiacere. Convivere con il suo pianto silenzioso era già una dura punizione.
<< Ma se non ci fossero sparatorie? >> Provò a chiedere. Con la coda dell'occhio, vide che Peter aveva concentrato lo sguardo altrove, con una smorfia divertita sul volto e amareggiata. Serge aveva una maschera enigmatica e Nadia la osservava come fosse un paziente appena uscito dal coma.
<< In quel caso, ti do la mia parola che non saremo noi ad aprire il fuoco per primi. >> Il tono amorevole –come si fa con i bambini- e amichevole allo stesso tempo della russa, spinsero Edith a fidarsi completamente della squadra di polizia.
Stava tradendo l'uomo che Modesty amava, lei però stava tradendo solo il suo carceriere. Nella sua mente riaffioravano solo le parole di Lavdor. Le sue minacce, mentre la prendeva con violenza. Ad Edith non era difficile credere che lo zingaro fosse stato capace di uccidere un uomo. Il perché, poi, rimaneva un mistero. Ma diventava quasi superfluo.
<< Mi basta. >>
Nadia sorrise. << Bene. Attendi una mia chiamata e se non ci facciamo sentire, non preoccuparti. E' tutto sotto controllo. Stiamo solo organizzando il tutto. >>
<< Va bene. >> Rispose la giovane, dando poi un'occhiata all'orologio al polso. << Devo andare. Madame mi aspetta tra un'ora per aiutarla col bambino e sono lontana dal locale. >>
Nadia annuì. << Sono contenta che tu abbia fatto la scelta giusta. >>
Uscendo dall'Olympia, Modesty si interrogò a tal proposito. Era stata veramente una scelta? Era tardi per darsi una risposta. La posta in gioco era troppo alta.
Wolf's note:
Finalmente riesco a pubblicare, dopo una vita, il nuovo capitolo della storia! Inanzi tutto mi dispiace di essere stata assente per così tanto tempo ma, come avevo scritto su Wattpad qualche giorno fa, sono stata impegnata e ho avuto diversi problemi, anche lavorativi e testa per scrivere il nuovo capitolo non l'ho avuta. Volevo dirvi, però, che da oggi gli aggiornamenti per Modesty torneranno ad essere "puntuali". Anche perché, alla conclusione, manca davvero poco. Tre capitoli, contando anche l'Epilogo. Quindi... tutto si concluderà questo mese!
Volevo inoltre ringraziarvi per i messaggi pubblici e privati che mi avete mandato. Tranquilli, non sono sparita! Non potevo non dare un finale a questa storia. E spero che quello che ho in mente di regalarvi, sia di vostro gradimento.
Altra piccola nota importante: Nel messaggio di Wattpad vi avevo detto che c'era anche una novità. Inanzi tutto, dopo la conclusione di "Modesty" (nelle note dell'ultimo capitolo) vi lascerò un link che mi condurrà ad un'altra storia parallela a questa. Mentre scrivevo i capitoli inerenti all'arrivo di Modesty a Parigi, ho pensato che la figura di Madame passa in secondo piano, come è giusto che sia giacché è un personaggio secondario. Ma ho anche pensato che al pubblico apprezzerebbe un piccolo spin-off che riguarda una raccolta di piccoli paragrafi che ci narrano come, da ragazza timorata di Dio, è diventata la proprietaria di uno dei locali notturni più in vista della capitale francese. Potrebbe interessarvi perché la storia di Brigitte è molto diversa da quella di Edith e poi dura veramente poco. Un capitolo che sarà una raccolta di piccoli paragrafi. Attualmente è ancora in lavorazione ma presto, sicuramente nelle note del prossimo capitolo, vi darò degli aggiornamenti a riguardo. Dico già da adesso che lo spin-off non lo troverete su Wattpad.
Prima di lasciarvi alla data di rilascio del prossimo capitolo, volevo informarvi che sto lavorando anche alla prossima storia, che verrà pubblicata subito dopo Modesty, dal titolo "La finestra sul viale delle rose". Contesti ed anni molto diversi ma ugualmente intrigante, piena di colpi di scena e sopratutto piena di sentimento e amore.
Detto ciò... il nuovo capitolo sarà online il 13 o 14 Luglio, ovvero.. Giovedì o Venerdì. <3
Vi ringrazio, come sempre, di seguire la storia e sono contenta che continui a piacervi!Un bacio,
Wolfqueens Roarlion.
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