Capitolo 14

24 Dicembre 1970, Chicago.

Kara,

per anni sono stata un fantasma che camminava senza una meta precisa. Ai tuoi occhi e a quelli di nostro padre ero sempre stata la figlia per bene, la classica signorina di buona famiglia, priva di scandali, che si presentava in chiesa ogni domenica e che ascoltava interessata la messa, che pregava. Un giorno è successo che la preghiera era diventata inutile e che non potevo affidare le mie speranze e il mio dolore ad un essere invisibile come Dio. Perché continuare a pregarlo e lodarlo quando silenzioso, senza far rumore, ci aveva strappato l'unica donna che avevamo amato? L'unica donna che avrebbe potuto salvarmi da tutto ciò. Non ci sono giustificazioni per aver trascinato te e nostro padre nella vergogna. E lo scopo di questa lettera è proprio questo, forse. Non voglio elemosinare il tuo perdono, ma vorrei che provassi a vestire, solo per un istante, i panni di una ragazza che anche se aveva una famiglia, si è sentita terribilmente sola. Dì a nostro padre che mi dispiace ma non potevo fare altrimenti. Qualunque scelta avrei preso non mi sarei salvata da i pregiudizi della gente. Ho sempre visto il mare da lontano, lo sai. Eppure, guardandolo ora, mi sento più vicina alla vita, alla libertà. Oggi il cielo è così chiaro che tra le nuvole mi sembra di scorgere un sorriso gentile e, come ben sai, in paradiso ho solo un angelo che ha il volto perennemente giovane. Non ho dubbi sul fatto che sarai una moglie fantastica e una madre amorevole, come lo è stata la nostra. Il mio mondo, ormai, è crollato per sempre. Perdonami, se puoi, e stai sempre accanto a nostro padre. Digli che gli voglio bene e che un giorno, se mi vorrete ancora, tornerò a trovarvi. Per adesso, io, porto con me solo un bagaglio in questo mare che mi sembra immenso: il futuro. Vi voglio bene,

Edith.

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Sorvolando il mare, Edith si chiese quante gocce risiedevano in esso. Immense, forse infinite, un numero troppo grande anche solo per dirlo. E il solo pensiero le faceva girare la testa.

Non aveva mai osservato il mare da vicino ed ora lo vedeva passare sotto i suoi occhi, sotto il suo naso. Le nuvole erano così bianche e il tempo così clemente, benché fosse Inverno inoltrato. Era stata una fortuna che il loro volo non era stato cancellato. Edith voltò la testa verso sinistra e vide il volto rilassato e addormentato di Lavdor. Si era offerto di viaggiare con lei fino a Parigi. La Francia, ecco la loro destinazione. Lì avrebbe fatto la conoscenza di una donna il quale nome aveva già sentito: Madame Pussy. Definita così per via degli occhi da gattina che aveva, grandi e profondi.

Madame gestiva un locale nella zona nord di Parigi: The Mistress. Lì avrebbero lavorato le ballerine della rosa negra e quindi anche lei. Lavdor era diventato il co-proprietario, aprendo così una collaborazione con la padrona del locale. Edith aveva provato a chiedere allo zingaro qualcosa di più su questa Madame Pussy, ma lui aveva preferito lasciarsi andare in modo vago sulla descrizione, sia fisica che caratteriale. Aveva aggiunto più volte, invece, solo la frase: << Andrete molto d'accordo. >> Con una sicurezza che poteva avere solo lui.

La notte incombeva fuori dall'aeroporto di Orly, quando scesero insieme agli altri passeggeri. Per anni Edith aveva immaginato una vita fuori dalla monotona Chicago ed ora che era giunta nella capitale francese non le sembrava poi così diverso da casa sua. Un accento diverso si espandeva nell'aria, certo, ma non sentiva alcun calore particolare. Aveva sempre immaginato una magia che potesse rapirla ed ora scopriva che non era così. Almeno apparentemente. Nel vedere una Parigi notturna, però, il cuore prese a batterle tra l'emozione e la paura. Era lontano da casa per una sua scelta, non avrebbe rivisto più la sua Chicago, probabilmente, eppure non sentiva alcuna mancanza, nessuna nostalgia particolare.

Quando il taxi si fermò vicino ad un hotel, Edith si voltò verso Lavdor che aveva viaggiato con lei per ore sull'aereo e anche sulla vettura.

<< Credevo che saremo andati al locale. >>

<< E infatti è il luogo dove devo andare. Da solo. >> Sottolineò l'ultima parola con finta cattiveria, poco dopo le rifilò un sorriso e un bacio casto all'angolo della bocca. << Tornerò presto. Tu entra pure e mettiti comoda, riposati se vuoi. Sarai stanca. Il tempo di parlare con Madame di alcune faccende e parlarle di te. >>

Edith fu tentata di chiedergli di quali faccende si trattava ma si limitò ad annuire e a posare una mano sullo sportello del taxi per aprirlo e scendere. Anche se non c'erano parole, sul suo viso era chiaramente leggibile a lettere cubitali quanto fosse dispiaciuta del fatto che non la portasse con lui. Lavdor, come a leggerle nella mente, le sorrise ancora e protendendosi verso di lei, le disse: << Domani la conoscerai anche tu. >> Non fece neanche in tempo a rispondere o ad immagazzinare del tutto l'informazione che lo sportello venne richiuso dall'interno e l'autista partì nuovamente davanti a se.

Stretta nel suo cappotto nero, che aveva trovato in qualche scatola della rosa negra, si apprestò a salire gli scalini dell'hotel e ad entrare. Vestita in quel modo stentava a riconoscersi, con quel bizzarro cappellino alla moda che aveva in testa e che lasciava alcune ciocche dei capelli corti libere sulle guance bianche. La hall era piccola e deserta. In quel posto così silenzioso, c'era solo un uomo sulla sessantina d'anni che stava dietro il bancone della reception.

<< Bonsoir, demoiselle. Posso fare qualcosa per lei? >> Le chiese gentilmente, snudando due file di denti bianchissimi e luminosi.

<< Oui. Avrei bisogno della chiave della stanza numero 26. Sono con... >>

<< Je comprenais. >> La interruppe, sfogliando il registro che aveva davanti. Edith si zittì e lo guardò scrivere qualcosa per poi passarle una penna e il quaderno, con annotati i nomi delle persone che alloggiavano lì. << Scriva qui il suo nome. >> E le mostrò una riga, sotto al nome di Iacob Romero. Annotò mentalmente quel nome e firmò come Modesty. Ma quando pensò ad un cognome adeguato, non le venne in mente nulla. E sicuramente l'uomo si sarebbe insospettito se non avrebbe messo nient'altro. Poi un rumore di vetri rotti attirò la sua attenzione e istintivamente si voltò. Sull'uscio della porta che dava su una saletta piccola, c'era un cameriere che era intento a rimettere su un vassoio d'argento dei cocci di vetro. E mentre il receptionist sgridava il povero ragazzo -che non superava i venticinque anni- in uno stretto francese, lo sguardo di Edith andò a cadere su una rivista poggiata accanto ai vetri rotti. Un fumetto, a dire la verità, che mostrava il volto di una donna da i capelli neri e lo sguardo tagliente come la lama di un coltello. Un sorriso si dipinse sul suo volto leggendo il nome e mentre il povero cameriere e il receptionist si lanciavano un botta e risposta in uno stretto dialetto locale, Edith andò a completare la sua registrazione. Ora aveva una nuova identità, completa. Modesty Blaize. Ecco quale sarebbe stato il suo nome.

<< Bien. >> Disse l'uomo, con un largo sorriso, riportando il registro nella sua direzione e consegnando alla giovane delle chiavi. << Si goda la permanenza, demoiselle Blaize. >>

<< Merci beaucoup. >> Rispose in un impacciato francese. Avrebbe dovuto rispolverare un po' della sua pronuncia, sembrava una turista lì per caso che un nuovo abitante della delicata e sofisticata Parigi. Salì i pochi gradini che portavano al secondo piano e girò la chiave nella toppa della sua stanza. Il primo aggettivo che le saltò in mente, nel vedere l'arredamento e i mobili, non di lusso ma neanche miseri, era modesto. Modesto e accogliente. Rise soave, chiudendo la porta e gettandosi sul letto, vestita, e poggiando poi la testa sul cuscino, promettendosi che avrebbe aspettato sveglia Lavdor. Ma andò ad infrangersi molto presto quando si addormentò poco dopo.

Le sembrò di non aver dormito affatto quando sentì dei passi accanto al letto e, successivamente, una presenza distendersi accanto alla sua dormiente. Il casto bacio delle labbra sulla sua guancia fredda, un poco di calore umano, le fece aprire gli occhi del tutto. Voltandosi incontrò il volto dello zingaro che la stava osservando. Volse poi gli occhi al comodino della sua parte, una sveglia segnava le 6 meno venti del mattino. Le tapparelle della finestra erano state chiuse, ecco perché non filtrava ancora nessuna luce dell'alba.

<< Sei tornato adesso. Dove sei stato? >> Chiese, chiudendo nuovamente gli occhi per godersi ancora il suo sonno interrotto.

<< Te l'ho detto. Dovevo incontrare Madame Pussy. >>

<< Un incontro durato parecchie ore. >>

Anche se aveva gli occhi chiusi, Edith giurò che lo zingaro stava sorridendo in quel momento.

<< Non dirmi che sei gelosa. Detesto la gelosia in una bella donna. >> E così dicendo cinse la schiena della ballerina con le braccia, accoccolandosi accanto a lei.

Era la prima volta che la reputava come una donna. E fu proprio quel pensiero a farla sorridere, all'ombra di un giorno che si apprestava a nascere su Parigi. Non replicò, si limitò solo a posare una mano su quella scura dello zingaro e si riaddormentò poco dopo. Potevano concedersi ancora qualche ora prima di alzarsi e scoprire cosa gli avrebbe attesi quella mattina.

La prima volta che vide Madame Pussy pensò di aver di fronte una gattina. Si rese conto che il suo nome era del tutto azzeccato. Madame fece qualcosa che non si aspettava, dopo essersi presentata come una delle ballerine dello zingaro, le sorrise. Un sorriso sincero e non un ghigno o un'alzata di mento, che era quello che si aspettava. La donna, dall'aspetto elegante e raffinato, mosse la sua bocca colorata di rosso e disse al suo socio e agli altri presenti nella sala del locale di lasciarle sole, che voleva parlare con la sua nuova ballerina in privato. Prima di lasciare la stanza, Lavdor lanciò un'occhiata ad Edith e le strizzò l'occhio. Quel gesto la rassicurò parecchio.

<< E così tu saresti la mia nuova ballerina. >> Iniziò a parlare Madame, sorseggiando del martini da un calice di vetro ampio, con qualche oliva come decoro.

<< Sì. >>

La donna continuò a sorriderle e Modesty era tentata di chiedergli se lo faceva per prenderla in giro, o se lo faceva per gentilezza. Qualsiasi fosse il motivo, non toglieva il fatto che le infondeva sicurezza quella donna. Quest'ultima finì il liquido nel calice e si alzò. Portava un vestito nero, in contrasto con la pelle bianca, ma in sintonia con la chioma corvino ondulata.

<< Non è cattivo. Lo si odia o lo si ama. >>

Modesty alzò un sopracciglio, chiedendosi a chi si riferisse. << Chi, mi scusi? >>

<< Lo zingaro. E' lui che ti ha portata qui e mi ha raccontato cosa hai dovuto lasciare. Lo trovo ammirevole e posso dirti che ti comprendo. Capisco cosa si prova. >>

Lei? Come poteva capirlo e vestire i suoi panni? A meno che...

<< Anche voi avete lasciato la vostra famiglia per essere libera? >> Le parole uscirono dalla sua bocca prima ancora di controllarle. Era stata avventata, lo riconosceva, ma ormai il danno era fatto.

Non lo poteva sapere, ma quella semplice domanda aveva fatto tremare appena il cuore di Madame. << Sì. >> Il suo sorriso era sparito dalle labbra e queste tornarono ad assumere una posizione dritta, lineare. << Ed era per questo che ho accettato di prenderti qui. Sei molto importante per lui e lui lo è per me. >>

Cosa voleva dire con quella frase? In che forma di importanza poteva esserlo? Ma ancor prima di aprire bocca, Madame prese nuovamente la parola e si avvicinò a lei.

<< No, non ci sono mai andata a letto. >> Rivelò, come a leggerle nel pensiero. Come faceva, restava un mistero. Ma sembrava una donna che aveva vissuto abbastanza per vedere e sentire ogni cosa esistente sulla terra, anche cose a lei sconosciute. << E' più come un fratello per me. Ora vieni, voglio farti vedere gli alloggi. >> Disse poi, iniziando a camminare verso la porta della grande sala vuota, dove ogni sera c'era un pubblico diverso.

Modesty la seguì e quando le due donne uscirono fuori trovarono Lavdor, Keler e altre due ballerine che parlavano con loro. Lo zingaro continuò a guardare Madame, come a leggerle qualcosa in viso.

<< Sì, è assunta. >> Confermò dopo, con una scherzosa esasperazione e una teatrale espressione. Poi si voltò nuovamente verso la sua nuova ballerina. << Ho dimenticato il tuo nome. Com'è che ti chiami? >>

<< Modesty. >> Rispose prontamente Edith, lanciando un'occhiata a Lavdor. << Modesty Blaize. >> Lo zingaro le sorrise, evidentemente fu sorpreso del suo nome d'arte, ora finalmente completo.

<< Nome molto particolare ma grazioso, proprio come te. >> Madame le porse la mano dalle unghie leccate di rosso, come il rossetto che portava. << Io sono Brigitte Mureau, ma chiamami solo Brigitte. >>

Mureau. Edith la osservò in viso. Una lampadina immaginaria le si accese nella mente. La figlia dei Mureau che era data per scomparsa era diventata la proprietaria di un famoso locale notturno lì a Parigi. Ecco del perché delle parole di poco prima.

Un lento sorriso curvò all'insù le sue labbra e le strinse la mano bianca come le nuvole. << Piacere. >> Ricambiato il sorriso, Madame le fece cenno di seguirla al piano superiore.

Il secondo piano non era nascosto come quello della rosa negra, era ben visibile al pubblico. Vi era un lungo corridoio stretto, dalle pareti rosse con dei disegni in oro che formavano varie composizioni floreali e un tappeto del medesimo motivo era posto sul pavimento di legno scuro, talmente lucido che ci si poteva specchiare. A destra e sinistra c'erano delle porte chiuse e ognuna di questa aveva un numero da cento fino a centoundici. Madame si fermò davanti quello che sembrava, apparentemente, un normale arazzo che occupava una intera parete ma, spostandolo, mostrava una porta nascosta. Quando l'aprì, le due donne entrarono per esaminare l'ambiente.

<< Questa sarà la tua stanza. Tua e di Lavdor. >>

Mobili eleganti in stile ottocentesco occupavano gli angoli e quadri di paesaggi, e ritratti nobili, occupavano le pareti. C'era un cassettone in legno color panna e liscio, un grande specchio posto sul soffitto, un letto a baldacchino con le tende a fiori rosa e sfondo bianco non appena si apriva la porta. Poi c'era una scrivania vicino ad una finestra che aveva un piccolo balcone da dove si poteva vedere la Torre Eiffel e i tetti delle altre case.

<< Spero sia di tuo gradimento. Poi, in quella porta lì giù, c'è un piccolo bagno. Forse meno grazioso della camera. >>

L'avrebbe visto in seguito. Ora voleva godersi l'aria parigina fuori da quella finestra. Edith si voltò quindi verso Madame e le sorrise.

<< Ti ringrazio, Brigitte. Andrà più che bene. >>

<< Perfetto. Ti lascio riposare. A più tardi. >> E detto ciò, uscì richiudendo la porta dietro di se.

Si ritrovava nuovamente da sola, in una stanza elegante. Ma stavolta non si trattava di un albergo, ma di una nuova casa, la sua. Quante volte avrebbe dormito in quel letto regale? Quante volte avrebbe usato il bagno comunicante? Quante mattine si sarebbe svegliata e si sarebbe affacciata in quel piccolo balcone dalla vista incantevole? Ne ebbe un piccolo assaggio in quel momento. Con un vento birichino a scompigliarle i capelli sotto il cappellino, Modesty sorrideva a quella che era l'inizio della sua vita.

Quel vento le dava il benvenuto in un nuovo mondo e si insinuò fin dentro le ossa, fin dentro la camera da letto. Lo immaginò sfogliare il calendario posto sulla parete, sopra la scrivania, fino ad arrivare a quattro anni più tardi. Era il 1974.




Wolf's note:

E dopo mille avvisi, finalmente sono qui ad aggiornare al nuovo capitolo! Perdonatemi, perdonatemi e perdonatemi ancora per avervi fatto attendere così a lungo. Ma non è facile far coincidere lavoro e hobby, specialmente quando la connessione ti abbandona. Ma fortunatamente ho trovato un modo per cercare di essere più puntuale con gli aggiornamenti.

Vi informo, infatti, che il prossimo aggiornamento, del capitolo 15, sarà Sabato 4 Marzo! Questo perché ho ripreso ad aggiornare anche una mia vecchia storia, che avevo "abbandonato" per un pò ma tornerò ad aggiornarla... "La dama" che potete trovare sempre qui su Wattpad. Dal prossimo capitolo si entra maggiormente nel vivo della trama della storia. Quindi appuntamento a Sabato prossimo col nuovo aggiornamento.

Intanto vi invito a seguire la mia pagina su facebook, dedicata alle mie storie... che trovate al seguente indirizzo: https://www.facebook.com/lememoriediwolfqueenroarlion/ 

Dove posterò aggiornamenti, eventuali avvisi, foto e molto altro.

Ci tengo a ringraziare tutti voi per i messaggi di complimenti, anche privati. E spero che la storia continuerà a piacervi. <3

Alla prossima,

Wolfqueens Roarlion.

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