Capitolo 10
Lo sguardo di un bambino mostra, agli adulti, un mondo in cui vivevano anche loro.
-Wolfqueens Roarlion.-
Il vento soffiava in modo gentile e pacato, quella Domenica pomeriggio. Giorno dove avrebbe potuto riposare serenamente prima del lavoro che l'aspettava l'indomani sera alla rosa negra. La clientela era decisamente aumentata dopo le sue performance da ballerina. Anche se le coreografie erano sempre le stesse, i clienti sembravano sempre più soddisfatti. E veniva da chiedersi se fossero contenti delle sue esibizioni o del fatto che indossasse abitini sempre più striminziti.
Si strinse nelle spalle e nel suo cardigan celeste di maglina, mentre sentiva una presenza alle sue spalle che, gentilmente, lo manifestò posandovi sopra una mano.
Edith si voltò, facendo attenzione a non scivolare all'indietro sull'altalena dov'era seduta, portata via a dei bambini che giocavano poco più in la e che le lanciavano occhiate furtive per vedere quando si sarebbe alzata da lì. In verità aveva raggiunto il piccolo parco, vicino alla sua scuola, quando era ancora deserto e ora che riapriva gli occhi sulla sua realtà lo vedeva completamente invaso da bambini urlanti, madri ansiose e nonni che discutevano sulle ultime notizie della politica americana.
<< Ti ho fatta aspettare? >> La voce gentile di Peter era come il canto di un angelo, sceso dal paradiso per allietare le sue pene.
<< Ma no, figurati. >> Si alzò dall'altalena e, in men che non si dica, tre bambini le furono attorno. Uno montò sopra, l'altro era di fianco in una posa di sicurezza e un altro lo spingeva da dietro, ridendo.
Edith lanciò loro uno sguardo sorridente, prima di allontanarsi con l'agente Wright diretta al bar. Ultimamente non aveva avuto molto tempo per parlargli e quando aveva ricevuto una sua chiamata, due giorni prima, aveva accettato di buon grado di incontrarlo. A distanza di qualche settimana lo ritrovava con il volto decisamente stanco, provato dal lavoro, e un pallore sul viso che non le piaceva affatto.
Il bar dove si accomodarono era nuovo, almeno per lei che lì non ci aveva mai messo piede. Da come, invece, Peter si relazionò con il cameriere, capì che doveva venire lì abitualmente. Ordinarono due caffè e qualche dolce per allietare sia la fame che il freddo.
Peter sembrava un'agente sotto copertura per come era vestito. Lunga giacca beige, un cappello dello stesso colore e sul mento un cenno di barba non curata. Il resto del suo abbigliamento rimaneva un segreto, visto che teneva abbottonato il giaccone.
<< Pensavo di chiedere a tuo padre di venire a farti visita, ogni tanto. >> Propose lui, dopo interminabili conversazioni di lavoro, studio e scuola.
Edith lo guardò dall'altra parte del suo bicchiere da caffè, non ancora toccato. << Perché? >>
<< Beh, vorrei conoscerti e poi così potrò anche portarti fuori a cena, qualche volta, o a vedere un film. >> Spiegò meglio, prima di addentare un muffin al cioccolato. << I tuoi sono meglio. >> Commentò, anche per smorzare la proposta appena fatta.
La ragazza sorrise al suo complimento, ma poi la sua mente tornò a ciò che aveva detto poco prima. << Credo non ci siano problemi. Puoi anche riaccompagnarmi a casa e dirglielo direttamente. >> Rispose, forse senza pensarci veramente.
<< Bene. >>
Il sorriso che Peter le sfoderò era gioioso, felice. Non era il classico sorriso di circostanza, era qualcosa di più confidenziale e tenero. Solo quando realizzò questo, Edith si sentì quasi precipitare da un ponte alto e cadere nel vuoto immaginario della sua colpa. Non disse nient'altro inerente a ciò.
Quando un ragazzo chiedeva alla famiglia di una ragazza di conoscerla, valeva a dire che era interessato a lei, a corteggiarla e frequentarla. Beh, doveva essere così. Anche dopo i tanti caffè presi dopo la conoscenza alla cena di beneficenza indetta da Don Long, dove avevano ballato e lei era stata benissimo. Era stata così bene che avrebbe potuto fermare il tempo e riavvolgerlo solo per riprovare le stesse emozioni, perfettamente innocenti.
Peter Wright non era come lo zingaro. Erano l'opposto l'uno dell'altra, in ogni campo. I sorrisi del poliziotto erano gentili, senza secondi fini. Mentre quelli dello zingaro erano maligni, tenebrosi e sembravano gelare l'aria solo con il proprio respiro. Perché allora, quando era in compagnia di Peter, non provava quella scossa che aveva quando il suo principale la guardava? La sua entità avrebbe risposto che era il pericolo. Il pericolo di essere scoperta, di rompere le rigidi regole di casa, il pericolo delle sue occhiate maliziose e fugaci e anche di quella labbra peccaminose, che nascondevano fantasie indecenti. Edith mise a tacere quella dannata ed insistente entità che la induceva a pensare allo zingaro in modi del tutto sconci e poco cattolici. Sentiva il necessario bisogno di una preghiera, ma non era quella la sede giusta.
<< A tal proposito, mi chiedevo se ti andava di cenare con me, Martedì sera. >>
Mentalmente tirò un sospiro di sollievo. Peter non sapeva del suo lavoro dagli Hamilton, che aveva ripreso a lavorare lì come domestica, ed era meglio così. Poche persone lo sapevano, e meglio era. Che poi era la copertura sorretta da Corine, in modo che potesse lavorare alla rosa negra senza orecchie e occhi indiscreti.
<< Per me non ci sono problemi. >> Finì il suo caffè, posando il bicchiere sul tavolo.
<< Ottimo. Ti porterò in un posto che ti piacerà, vedrai. >>
La tensione del momento venne smorzata solo quando salì nella sua auto, diretta verso la sua abitazione, nel quartiere vicino.
Durante il tragitto, non proprio breve, parlarono poco. Edith stava intrattenendo una conversazione abbastanza complicata con se stessa, in modo silenzioso. Stava per scavarsi una fossa con le sue mani. Se Peter era intenzionato a corteggiarla, sarebbe stato intenzionato a continuare se avesse saputo del suo lavoro?
Ovviamente no.
Ma se le voleva bene... avrebbe accettato qualsiasi cosa.
Sì, certo. Sogna pure, tesoro.
Avrebbe dovuto dirglielo? Era questo il dubbio che l'assillava.
No. Modesty è indipendente, senza regole e agisce d'istinto. E' sensuale e non le serve il permesso di niente e di nessuno. E' Edith quella che vive secondo le regole della chiesa, di sua sorella e dei suoi famigliari.
Erano due personalità differenti, ma racchiuse in un unico corpo. E non sapeva quale delle due le faceva più paura. Se la casta e pura Edith che si confessava, omettendo particolari che avrebbero fatto venire i capelli bianchi anche a sua sorella, o la pericolosa Modesty che ciò che voleva, prendeva. Avrebbe dovuto trovare un punto d'incontro, con entrambe.
Arrivando a casa, Edith vide che suo padre era già davanti alla televisione ed esortò Peter ad entrare. Ciò che ne susseguì fu una conversazione tranquilla tra due uomini. Quando l'agente Wright espose la sua proposta a Mr. Colvin, quest'ultimo parve sorridere. Invece di rispondere al suo interlocutore, si limitò a voltarsi verso la figlia e chiederle: << Per te va bene, figlia mia? >>
Edith osservò dapprima Peter, che rassicurò con un sorriso, e poi nuovamente il genitore: << Sì, padre. >>
Kara era entusiasta della conoscenza e dell'interesse che l'agente Wright aveva per la sua sorella minore. Almeno non si sarebbe più preoccupata nel cercarle un marito. Se le cose andavano secondo i piani, ci sarebbe stata una cerimonia da lì a qualche anno. Fu proprio lei a chiedere a Peter di unirsi a loro per la cena e il poliziotto non rifiutò. Per tutta la serata fu assalito dalle domande della stessa Kara circa il suo lavoro, i criminali che arrestava e la prigione dove venivano tenuti. Il discorso si concentrò poi sul quartiere dove c'era la rosa negra, ed Edith dovette trattenersi nello strozzarsi con un pezzo di carne. Sorseggiò del vino rosso, per mandarla giù facilmente.
<< Ci sono stati alcuni arresti in quella zona, sì. L'or più erano piromani ma niente a che vedere con i malavitosi di nessuna mafia americana, fortunatamente. Sono solo dei bambini adolescenti che giocano col fuoco. >>
A quelle parole, Kara si fece il segno della croce. << Che Dio protegga quelle anime corrotte. >>
Edith la guardò con la coda dell'occhio con un sopracciglio alzato, scuotendo poi la testa e continuando a mangiare.
<< L'attività della rosa negra ha tutto nella norma. E' un locale notturno dove gli uomini vanno per divertirsi e bere, sbagliando magari, ma quello è a loro indiscrezione. >>
<< E' una fortuna che voi, agente Wright, non abbiate questi vizi. E non come altre persone. >> Rispose Kara, guardando poi la sorella. Quest'ultima venne colta da un'ondata di calore improvviso, seguito a sbiancamento del viso per la tensione. Deglutì.
<< Cosa vuoi dire? >>
<< Dico che conosci gente poco raccomandata, ecco cosa. Non mi spiego come Mrs. Hamilton abbia permesso alla figlia di mandarla in un locale del genere. >>
Mentre Edith sospirò silenziosamente, Kara si faceva un altro segno della croce. Era una fortuna che alludesse all'episodio di qualche mese prima, quando aveva mentito ai suoi famigliari e, in compagnia di Corine, Tessa e Tony, aveva raggiunto il locale. Era la stata la sua prima volta che aveva messo piede in un posto del genere. E c'era un motivo se si era sentita subito attratta.
La serata continuò con conversazioni più piacevoli, come il lavoro che avrebbe svolto Edith una volta uscita dall'Università. Era ancora parecchio indecisa su ciò che voleva fare. Peter le consigliò un posto come segretaria in un ufficio e a Kara balzò l'idea che poteva chiedere a Garrett se serviva una segretaria in più al suo socio Geometra. Ovviamente tutto finì nel vago e la stessa Edith disse che ci avrebbe pensato.
Il profumo della crostata ai lamponi di Kara, fu capace di far fiorire il sorriso sulle labbra di tutti, persino su quelle di Mr. Colvin. Fu servito prima lui, poi il loro ospite e infine le due sorelle. Dopo un liquore per digerire la cena, Peter controllò l'ora e costatò che fosse giunto il momento di andare a casa. Aveva ancora delle pratiche da sbrigare. Edith l'accompagnò alla porta, sotto lo sguardo di sua sorella e suo padre. Prese dall'appendiabiti il giaccone da detective del poliziotto e glielo passò, assieme al cappello.
<< Grazie per la cena. >>
<< Figurati. Piaci molto a mia sorella e anche a mio padre, altrimenti non mi avrebbero proposto di accompagnarti alla porta. >> Rispose lei, con un sorriso un poco imbarazzato.
<< Faccio un po' a tutti questo effetto. >> Scherzò, mettendosi sopra la testa il cappello. << Allora passo a prenderti alle otto, Martedì sera? >>
Edith ebbe un momento di smarrimento ma poi si ricordò dell'invito a cena. << Sì, certo. Va benissimo. >> Non era proprio sicura di fare la cosa giusta, ma ormai c'era dentro e non poteva tirarsi indietro.
<< Perfetto. Buona notte, Edith. >> Le lasciò un bacio sulla guancia, chinandosi all'altezza del suo viso. Osservò come le sue gote si colorarono di rosso e con un piccolo sorriso di soddisfazione sulle labbra, abbandonò il viale per recarsi alla sua vettura.
<< Buona notte, Peter. >> Ricambiò, osservandolo mettere in moto e sparire oltre le strade del quartiere.
Chiudendo la porta dietro di se, sfiorò con due dita la guancia che Peter le aveva baciato. Un innocente e casto bacio, niente a che vedere con quello violento e possessivo dello zingaro. Si morse un labbro, impedendosi di fare altri inutili paragoni. Erano due linee differenti, due modi di fare completamente diversi. Ma da chi era più presa, non lo sapeva ancora. A modo loro, tutti e due, avevano qualcosa che attirava sia la pura e casta Edith, che la maliziosa Modesty. Un eterno conflitto tra bene e male.
Quando arrivò Lunedì sera, Edith aveva la mente occupata da ciò che era successo la sera prima. Non si era aspettata una proposta di conoscenza, non da parte di Peter Wright almeno. Ormai aveva accettato e non poteva tirarsi indietro. Anche se, secondo Corine, avrebbe dovuto. In quel modo non faceva che ingannare lui e se stessa. L'agente Wright era il perfetto partito per ogni brava ragazza della città. Non era per lei, però. Perché quando si truccava e vestiva con della lingerie di pizzo e merletti, era Modesty. Così era stata ribattezzata dal suo principale e così iniziarono a chiamarla quando si presentava lì, anche le ballerine che le davano istruzioni sulle prossime coreografie da eseguire.
Stava indossando le autoreggenti, quando sentì la porta del camerino, ormai vuoto, aprirsi. Riuscì a capire che erano passi maschili e riuscì a captare chi fosse ancora prima di alzare lo sguardo sullo specchio e osservare il suo riflesso.
<< Modesty, potresti passare dalla tua amica, tornando a casa? >>
I suoi sospetti si ridussero al nulla. Non era lo zingaro che le stava parlando, ma Keler. Si voltò ad osservare il barista con un sopracciglio alzato. << Perché? >> Non c'era simpatia reciproca tra i due, fin dal primo giorno in cui aveva messo piede lì dentro. L'unica cosa su cui erano d'accordo, infatti, era che mai avrebbero potuto stringere un legame amichevole.
<< Ha qualcosa da darti e un messaggio da parte del capo. >>
Senza degnarlo più di uno sguardo, Edith tornò a specchiarsi sul grande specchio dinanzi a lei e a passare, delicatamente, il pennello intriso di cipria sulle guance bianche.
<< Non poteva dirmelo lui direttamente? Come una persona normale? >>
Keler ghignò, guardandosi intorno per un momento. << Lavdor è un tipo particolare. Faresti bene a stargli alla larga e a... cercare un altro tipo di svago, prima che sia troppo tardi. >>
Anche Edith mise sulle labbra una sorta di ghigno, decisamente divertita. << Cos'è? Un consiglio? >> E dallo specchio poté vedere che aveva già la mano sulla maniglia della porta, pronto per andarsene.
<< Prendilo come vuoi. E comunque è fuori per sbrigare alcune faccende lavorative. Tornerà Martedì. >> Ed uscì, lasciandola sola.
Proprio il giorno che non lavoro.
Edith ne era piacevolmente sollevata, ma Modesty era indignata dal comportamento del suo principale. Se per una, Martedì, sarebbe stato fantastico con una bella cena ad attenderla, per l'altra sarebbe stato disastroso.
<< Spero che tu ne sia felice, sgualdrina! >> Urlò da sola, a se stessa, a quel riflesso maledettamente sbagliato di lei. Nell'ira prese un vestito smesso e lo lanciò allo specchio, senza romperlo. L'indumento, però, si limitò a far scivolare a terra alcuni cosmetici. Dopo il suo spettacolo avrebbe dovuto mettere anche a posto. Ma ci avrebbe pensato dopo, aveva dei clienti da soddisfare con la sua performance adesso.
Anche il suo nome mette i brividi. Lavdor.
Edith tornò a casa quasi subito dopo lo spettacolo, senza degnare di uno sguardo le altre, ne il barista e ne i clienti che uscivano dal locale. Questi ultimi le lanciavano qualche occhiata furtiva, con un'espressione che lasciava un dubbio: E' lei o non è lei? In ogni caso, si allontanò prima che qualcuno potesse fermarla e chiederglielo personalmente.
Passò il parco dove, il pomeriggio del giorno prima, aveva incontrato Peter. Dava i brividi, ora che era buio pesto e non si vedeva nulla. Un'altalena traballante, spinta dal vento poi, faceva sembrare il tutto un perfetto set di film dell'orrore. Mancava solo la nebbia e una musica spaventosa di sottofondo, ma l'unica cosa che c'era a far rumore erano i suoi passi sul marciapiede. Il percorso era sempre lo stesso: Parco, università, appartamento di Tessa, casa Hamilton e il quartiere dove viveva lei. E passando proprio davanti la residenza della sua amica, pensò nuovamente alle parole di Keler. Non voleva che Corine fosse coinvolta in quella sua folle corsa contro l'entità che, senza volerlo, le stava facendo fare cose che andavano contro la sua morale. Eppure poteva benissimo chiedere lo sfratto dal suo corpo, perché era solo il suo. Ma Modesty si rifiutava categoricamente e la induceva, così, ad assecondarla.
Vide che la luce della stanza di Corine era ancora accesa. Dubitava che stesse studiando, ma non voleva neanche far svegliare la servitù e i signori Hamilton in piena notte. Poco lontano da lei trovò un sasso e prendendolo, costatò la giusta mira, e lo lanciò alla finestra dell'amica. La prese in pieno, senza romperla fortunatamente. Delle ombre proiettate sulle pareti, le fecero capire che l'aveva sentito. Quando la vide, infatti, sorrise e corse giù per aprirle.
<< Non credevo saresti venuta adesso. >>
Anche in tenuta da notte, Corine Hamilton, sfoggiava una bellezza quasi proibita. Pelle colorata di una tintarella olivastra, capelli corti biondi lasciati sulle spalle e quegli occhi chiari che sembravano leggere fin dentro l'anima di una persona. Senza contare che indossava una camicia da notte che lasciava ben poco all'immaginazione. Non se lo sarebbe mai aspettata da una donna tutta casa e chiesa. Ma, del resto, più volte gli aveva dato prova che, pur essendo religiosa, poteva avere i suoi vizi non concessi dalla chiesa.
Ma perché, improvvisamente, si trovava così in imbarazzo a parlare con la sua migliore amica? Doveva ancora abituarsi ad un contesto del genere.
<< Keler mi ha detto che, lo zingaro, ti ha dato qualcosa per me. E ha detto qualcosa anche a proposito di un messaggio. >> Disse, a bassa voce, come se in quel momento avesse confessato un segreto che doveva essere costudito con cautela.
Corine annuì, facendole cenno di seguirla su nella sua stanza e di non far rumore. Così fece, togliendosi anche le scarpe. Un passo falso avrebbe potuto tradirla benissimo.
La sua stanza era ordinata e sempre elegante. Sembrava una delle stanze di un palazzo reale. I mobili di un bianco antico, il letto a baldacchino, un enorme armadio incastrato in un muro con delle rientranze. C'era un divanetto senza schienale e braccioli, vicino alla finestra, e vi era un giornale posato sopra. Edith dedusse che la sua amica stava ancora leggendo. Si avvicinò, quasi senza farsi vedere da Corine, che stava prendendo qualcosa dall'armadio. Il giornale in questione era un quotidiano: London Evening Standard. Curiosa, la ragazza si sedette sul divanetto e, prendendo il giornale, iniziò a sfogliarlo. Lo aveva già visto in casa sua, sua sorella lo leggeva spesso.
Edith fu catturata da delle pagine diverse, ad un certo punto del giornale. Erano più ruvide e, aprendolo bene, vide dei disegni. In particolare, il suo fermo immagine era una donna. Una bellissima donna dalla chioma corvina, raccolta in uno di quei eleganti chignon che era impossibile riprodurre a casa, se non si aveva una mano esperta. Sembravano quelli indossate dalle dive di Hollywood. Il trucco tenue e forte, allo stesso tempo, dava maggiore volume ai suoi lineamenti femminili. Dal busto poté costatare che indossava un abito da sera, di colore champagne, e dei guanti gialli. L'attenzione volò al polso, dove legato vi era un bracciale che doveva valere di più dell'abito che indossava. Un calice colmo di qualche liquido pregiato, poi, chiudeva quel pittoresco ritratto di una donna. Sotto vi era una scritta: Modesty Blaise.
Edith strabuzzò gli occhi. Aveva letto bene? Quella donna aveva il suo stesso nome. Nome d'arte, a dire il vero. Sfogliando ancora la rivista, vide che la donna assumeva pose anche sensuali. In perfetto stile delle donne che posavano per la rivista Playboy.
<< Finalmente! >> Esclamò Corine, posando con un tonfo una scatola bianca, e piatta, sul letto. Poi si voltò verso la sua amica. << Vieni, avanti. Muoio di curiosità nel sapere cosa c'è dentro. >>
Riportata alla realtà, Edith richiuse la rivista e la posò sul divanetto, alzandosi poi per raggiungere la bionda Hamilton. << Non l'hai visto? >>
<< Non mi sarei mai permessa. Aspettavo te. >> Rispose, con un sorriso di chi la sapeva lunga.
<< Sì, certo, come no. >>
E ridendo insieme, a tono basso, sciolsero il fiocco bianco che decorava la scatola. Il primo passo per aprirla. Fece quasi tutto Edith, mentre Corine aveva già afferrato il suo bocchino e ne respirava una boccata di fumo, dissolvendo i residui nell'aria.
Più levava la carta, più i battiti del cuore della bruna acceleravano. E quando davanti ai suoi occhi si parò un meraviglioso abito rosso, le mancò il fiato per quasi due minuti buoni. Aveva la bocca semiaperta per far entrare l'aria ed era completamente intenta a studiarne attentamente i particolari.
Era un abito semplice, rosso, con quel qualcosa che dava l'impressione di antico. Aveva due spalline spesse e corte che coprivano le spalle e un poco del avambraccio. C'era un'ampia scollatura a U sul davanti e faceva sì che si mostrasse un cenno il prosperoso seno di chi l'avrebbe indossato. La gonna aveva delle pieghe che si aprivano a ventaglio, era di una giusta lunghezza, fin sotto il ginocchio e lasciava scoperte le caviglie e una proporzione di gambe. Il che era un bene, nel suo caso, che non aveva delle gambe proprio da modella ed era anche di statura bassa. Un momento... perché aveva subito pensato a lei? Magari non era un regalo destinato ad Edith ma alla sua ballerina preferita, quella che li piaceva toccare ripetutamente.
<< C'è un biglietto. >> La voce di Corine la riportò alla realtà, ma prima ancora di poter collegare mentalmente ciò che stava dicendo, aveva preso un biglietto di carta duro, che era nella scatola e iniziò a leggerlo: << Sarai senz'altro seducente con questo addosso, Modesty, e aspetto di vedertelo indossare, Martedì sera. >>
<< Martedì io non lavoro. >> O forse, in qualche modo a lei sconosciuto, Lavdor era stato informato del suo appuntamento con Peter Wright. Ma come diamine faceva quell'uomo ad essere ovunque?
<< Non credo si tratti di un appuntamento di lavoro, ma di un invito a cena. Guarda. >> Corine le mostrò il retro del messaggio. Era il biglietto da visita di un rinominato ristorante di Chicago, forse il più famoso ed anche il più costoso.
<< Ed ora che faccio? >> Chiese, forse più a quell'entità in se stessa che alla sua amica. Ma fu comunque quest'ultima a risponderle.
<< Semplice: Indossalo e vai. Ho delle scarpe che potrebbero sposarsi benissimo con questo colore, vedrai. >> E dal modo in cui lo diceva, sembrava eccitata all'idea, neanche avrebbe dovuto presentarsi lei a quell'appuntamento.
Edith fu colta di nuovo da quella improvvisa voglia di violazione delle regole, della morale e di tutto ciò dalla quale la ragazza casa e chiesa era circondata. Sapeva benissimo che quell'invito non era rivolto a lei ma a Modesty. Ma non poteva presentarsi in due posti differenti, la stessa sera. Era impossibile sdoppiarsi.
Unisci l'utile al dilettevole e lì troverai la risposta.
Strabuzzò gli occhi e guardò per un istante Corine, che la guardava in attesa di una risposta. In nome dell'amicizia che le legava, avrebbe dovuto chiederle un ultimo favore. Era l'unico modo per accontentare entrambe.
Wolf's note:
Ed ecco a voi il decimo capitolo di "Modesty".
Ammetto che diventa sempre più divertente scrivere di Edith e di come si evolverà la sua vicenda. Vi garantisco che presto ci saranno molti colpi di scena e non solo.
Ringrazio i lettori per i messaggi, i commenti e i voti. <3 Se il capitolo vi è piaciuto lasciate un commentino o una stellina!!
Inoltre vi invito a mettere "mi piace" e seguire la pagina facebook dedicata alle mie storie, al seguente link: https://www.facebook.com/lememoriediwolfqueenroarlion/?fref=ts così da poter seguire gli aggiornamenti delle mie storie ed eventuali avvisi, nonché foto di prestavolti e book's trailer vari.
Appuntamento, come sempre, sabato prossimo (22 Ottobre) massimo, per il capitolo 11!
Un abbraccio a voi e a presto,
Wolfqueens Roarlion.
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