»Freddo«
La pioggia non lava lo sporco nei meandri dell'alveare.
Neppure l'acqua, con la sua viscida perseveranza, riesce a penetrare fra i cunicoli muffiti che si accalcano disperati nel vuoto di una città ormai insonne.
Il suo suono quasi sparisce, inghiottito dal ronzare dei condizionatori ostinatamente accesi, dal battere cadenzato delle coperture sfibrate sulla plastica annerita, dallo sventolare di panni stantii.
Non c'è armonia nella coltre d'umido che si appiccica alle vetrate sghembe, che si rincorre sulle mura intristite dall'aria asfissiante.
Se lo sguardo si alza, non trova sollievo in un fazzoletto di cielo, ci sono solo muffa, cemento, vernice scrostata.
A volte, oltre i vetri luridi, si riesce a scorgere un volto, niente più che uno spettro, la sagoma sfumata di uno sguardo insonne. Ci riconosciamo, ma guardiamo altrove. Siamo tutti in trappola, qui. Sepolti nel tepore familiare e puzzolente di un microcosmo da incubo, eppure non potremmo mai farne a meno.
Lasciare un rifugio sicuro, per quanto squallido e asfissiante, per andare dove? Forse non ricordiamo nemmeno più se ci sia ancora un mondo fuori di qui, magari è solo più conveniente far finta che non sia mai esistito.
Spesso, nella notte, qualcuno grida.
L'alveare è un imbuto, non c'è nulla che possa sfuggire all'orecchio quando riverbera sul cemento, quando si rincorre sul plexiglass incrinato. Sono gli spazzini, difficile sbagliare. Li sento anche io, anche attraverso le mani premute sul cranio quasi a volerlo spaccare, persino attraverso il lenzuolo madido di sudore.
Sono diventati parte di questa natura contorta e malata, gli spazzini. Esistono come è necessario che esistano l'acqua e i venti, chiudono il cerchio perverso di questa vita. A volte, però, si dimenticano di essere avvoltoi, cacciano con la fame di un branco di iene, strappano parti che potrebbero ancora servire.
Chi è fortunato riesce a sopravvivere. Senza un occhio, senza una mano o un piede, puoi ancora essere utile. Puoi ancora funzionare.
Un innesto cerebrale, invece, bé quella è tutta un'altra storia. In quel caso chi non è abbastanza furbo da rimanere alla larga dall'alveare, diventa parte del ventre di cemento di questo mostro insaziabile. Tutti veniamo dal mercato nero in un modo o nell'altro e tutti, prima o poi, ci torneremo. Per questo non ci guardiamo in faccia, per questo lo spettro oltre il vetro rimane incorporeo. Meglio non dare forma alle parti che, anche di notte, riflettono la luce schizofrenica di neon lontani.
Anche io sono come loro, anche io sono un invisibile. Un fantasma che scruta attraverso vetri sudici nella speranza che qualcosa cambi, senza mai trovare la forza di andarmene davvero. Proprio come uno spirito infesto le pareti muffite di questa stanza, vago fra cemento e purtridume in una routine senza fine.
Da quando la tecnologia ci ha reso quelli che siamo, da quando ci ha reso più che umani, l'ombra degli esseri che eravamo una volta, c'è solo una cosa che vogliamo davvero. E non ci sono limiti alla fantasia, né morali abbastanza solide da impedirci di trascendere la carne verso qualcosa di più perfetto, di meno doloroso.
Ed è allora che tutti, prima o poi, commettono un errore. Nel disperato tentativo di rimediare alla crudeltà della natura usciamo allo scoperto, ci esponiamo come scarafaggi in cerca di cibo. C'è un momento, credo, in cui la logica viene meno, surclassata da un moto d'orgoglio, da una liberatoria incoscienza.
Non succederebbe mai a me. Conosco l'alveare. L'ho visto fare troppe volte per caderci. Io sarò molto più prudente. Io so come farlo nel modo giusto.
A me è andata bene. Fino a un certo punto, almeno. C'ero così vicino. Con quell'innesto retinico sarei stato perfetto, avrei di certo trovato un lavoro. Sarei diventato un buttafuori, magari o perché no, un broker assicurativo. Avrei dovuto saperlo che non si può fuggire all'artiglio degli spazzini. Mi credevo più furbo di così.
Piove stanotte e l'acqua non lava via lo sporco dal cortile centrale, sembra pece densa mentre s'infiltra fra i cavi scoperti dove una volta c'erano quei meravigliosi arti scintillanti che avevo comprato di seconda mano al mercato nero.
Non avevo mai capito davvero perché lo chiamassero l'alveare prima di vederlo da questa prospettiva. Non è per l'architettura. Da quaggiù sembra quasi che parli, un'unica voce, come un ronzio d'api al lavoro.
La vista si appanna, potrebbe essere la pioggia, forse è qualcos'altro. Sento freddo.
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