capitolo sei

«Sicuro di non voler venire con noi?» chiese Steph imbronciato, mentre stava sistemando le ultime cose nello zainetto. Ci aveva messo dentro due costumi e il suo telo mare della Marvel. La sera prima, infatti, si era impuntato e aveva discusso con i nostri genitori insistendo sul fatto che avrebbe fatto il bagno, anche con il freddo.
«Sicuro. Dai, sono solo due giorni, appena tornate andiamo di nuovo in campagna» Mi guardai intorno nella sua stanzetta, e osservai la grande barca dipinta sulla parete sopra il letto.
Mi sistemai le maniche della camicia. Finalmente era arrivato sabato e tra qualche ora avrei raggiunto la casa di Brandon, pronto a fare baldoria.
«Va bene, non vedo l’ora.» Mi sorrise e si sistemò lo zainetto sulle spalle, poi raggiungemmo i nostri genitori al piano di sotto.
Il vestito di mamma svolazzava per tutta casa mentre lei mormorava l’elenco delle cose da mettere in valigia, sperando di non dimenticarne nessuna. Io e Steph ci sedemmo sul divano e accendemmo la tv.
«Mezz’ora fa ti ho detto di togliere il giubbotto!» Mamma poggiò le mani sui fianchi e, severa, guardò mio fratello. «Se non la smetti di vestirti un’ora prima di uscire, ti verrà la febbre…»
In risposta lui alzò le spalle. Quello era uno dei suoi vizi. Per il troppo entusiasmo, si preparava sempre un’ora prima dell’evento, rischiando ogni volta un malanno.
La voce di papà che raccomandava a Steph di recuperare il suo zainetto stracolmo ci fece abbandonare a metà una puntata di A tutto reality.
Era arrivato il momento di partire per Cope Cade.
Gli occhi di mamma scrutarono tutta casa mordicchiando la pellicina del pollice. «Spero di non aver dimenticato nulla» disse indossando il suo giubbottino di pelle nero.
Mi abbassai sulle ginocchia e strinsi al petto Steph che ricambiò portando le mani dietro la mia nuca.
«Divertiti, ometto, e mandatemi tante foto.» Gli lasciai un bacio sulla fronte, alzandomi.
Lui strinse le braccia attorno alla mia vita. «Mi mancherai! Ti porterò un regalino.»
Mi avvicinai ai miei e ci salutammo con un bacio sulla guancia. Papà mi diede una pacca sulla spalla, poi prese la mano di Steph e insieme si avviarono in macchina.
Li guardai allontanarsi cercando di ascoltare le parole di mamma. «Mi raccomando, James, comportati bene: non organizzare feste, torna a casa presto la sera e ricordati di chiudere sempre tutte le finestre e la porta, sia quando esci che quando vai a dormire. Stai attento con il microonde e i fornelli» disse mamma prima di baciarmi nuovamente la guancia. Poi si voltò verso il salotto per l’ultima volta.
«E non mandarla a fuoco!» Sorrise e, dopo aver sentito il clacson, li raggiunse in auto.
La seguii e le aprii lo sportello.
Steph abbassò il finestrino e mi salutò di nuovo con un sorriso, sventolando la mano. Papà mi salutò con il clacson prima di allontanarsi.
Avevamo già cenato, così finii di lavare i piatti e trascorsi le due ore successive seduto davanti alla tv, rispondendo ogni tanto ai messaggi sulla festa di quella sera. Quando si fece ora, mi alzai spostando il pacco di patatine classiche dal petto al divano, facendo attenzione alle briciole. Infilai il giubbotto e guardai oltre la finestra, dove vidi già la macchina di Carl. Spensi tutto e chiusi la porta.

***

Ispirai gli ultimi due tiri dalla canna che stringevo tra le dita e poggiai una mano sulla schiena della ragazza che avevo appena finito di baciare e con cui avevo ballato in pista. Non conoscevo il suo nome, ma sapevo benissimo su quale letto mi sarei sdraiato con lei tra poco.
Mi feci spazio tra la folla e, arrivati davanti al bancone, mi avvicinai al suo orecchio per farmi sentire.
«Cosa bevi?»
«Una birra, grazie.»
Mi allungai e feci segno al barista. Ordinai la sua birra e, per me, il terzo cocktail della serata. Abbandonai la canna sul posacenere e la osservai mentre si sistemava meglio sullo sgabello. Il suo vestitino, nero e striminzito, si sollevava leggermente sui fianchi, rivelando quasi le mutandine.
Sorrisi soddisfatto e, quando arrivò il mio drink, sorseggiai dalla cannuccia.
La musica assordante quasi mi fece ignorare il telefono che squillava, ma la vibrazione diversa, appena percepibile sulla gamba, mi spinse a infilare la mano nella tasca dei jeans.
Numero sconosciuto.
Era quasi mezzanotte ed ero indeciso se rifiutare la chiamata; immaginai Richard attaccato al suo telefono pronto a farmi uno scherzo. Ma il mio sesto senso mi disse di allontanarmi dalla ragazza e dalla calca per uscire.
«Sì, pronto?»
«James Miller?» Una voce roca e maschile mi attraversò il timpano.
«Sì?»
«La chiamo dall’ospedale Healthcare Space. Purtroppo le devo dare una notizia terribile…»
Aggrottai le sopracciglia e con disattenzione abbandonai il cocktail su un muretto prima di allontanarmi ancora di più dalla casa.
«Cosa è successo? M-mi dica.» Cercai di asciugare il viso sudato con il dorso della mano. Nel mentre, il vento gelido di novembre mi colpì la schiena coperta solo dalla camicia leggera, che mi si appiccicò sulla pelle.
«C’è stato un grave incidente. La macchina della sua famiglia… è stata colpita violentemente da un camion.»
Dal caldo sentii freddo e poi ancora caldo.
Lo sbalzo di temperatura mi fece quasi perdere l’equilibrio. Iniziai a boccheggiare, con la speranza di recuperare un po’ di aria, ma con dolore, poiché la gola mi raschiava prepotente
«Non c’è stato nulla da fare. Abbiamo fatto il possibile, mi dispiace.»

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