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Data: 08-03-2019

Caro diario,

sono trascorse due settimane dall'ultima volta in cui ti ho scritto per aggiornarti sul rapporto tra me e Ghali.

Devi perdonarmi, ma è stato un periodo pienissimo: lavoro, incontri, programmazioni, telefonate infinite. Ho rimandato impegni personali già sette / otto volte e non sono nemmeno riuscita a vedere Francesco e Vittoria. Mi sento in colpa, ma le giornate mi sono scivolate tra le dita senza che me ne accorgessi.

Ma tornando a noi.

Ho una bellissima notizia.

Me bambina, ti ricordi quel giorno all'asilo, quando hai detto con assoluta convinzione che saresti andata in Tunisia insieme a Ghali?
Ti ricordi la promessa fatta con il mignolino intrecciato al suo?

Ecco.
A distanza di vent'anni, quella promessa è stata mantenuta.

In questo momento mi trovo nella vasca da bagno del resort che Ghali ha prenotato a Tunisi. La finestra è spalancata e davanti a me c'è il mare. Il sole sta scivolando lento verso l'orizzonte, tingendo tutto di arancio e oro. Tra poco il caldo torrido lascerà spazio alla frescura serale, quella che ti avvolge senza chiedere il permesso e ti ricorda che sei in un luogo dove il deserto respira vicino all'acqua.

Siamo arrivati stamattina, verso le dieci e mezza, forse le undici.
Il viaggio è stato sorprendentemente rilassante. Abbiamo dormito quasi tutto il tempo, le mani intrecciate tra i sedili come due ragazzini.
L'arrivo al resort, invece, un po' meno.
Non per qualcosa di grave. Solo...intenso.
Ghali si è irrigidito appena abbiamo messo piede nella hall. Credo che tornare qui - anche se non è esattamente la città della sua infanzia - abbia smosso qualcosa.
Gli occhi si sono fatti più scuri, più attenti. Sembrava stesse cercando di riconoscere un luogo che gli appartiene e allo stesso tempo lo mette alla prova.
Ha sorriso, ovviamente. Con me è sempre dolce.
Ma c'è stato un momento, mentre parlava con il receptionist in arabo, in cui mi sono sentita un passo indietro. Non esclusa, solo spettatrice.

E mi sono chiesta se anche questo viaggio, oltre ad essere una promessa mantenuta, non sia anche un ritorno per lui.
La Tunisia, dopotutto, è casa sua. Se i suoi genitori non fossero emigrati in Italia, lui sarebbe cresciuto qui, tra le abitazioni in pietra scaldate dal sole e il mercato della kasba che profuma di spezie e pane caldo. Forse sarebbe diventato comunque lui - con la stessa determinazione negli occhi, la stessa ostinazione nel difendere ciò che ama.
Magari avrebbe parlato arabo con più naturalezza e italiano con un accento diverso.
Magari avrebbe camminato per queste strade senza sentirsi diviso a metà.

Mi domando se una parte di lui, quella che a volte si chiude e sparisce per qualche ora, appartenga a questo posto. Se ci sia qualcosa qui che lo richiama, che lo rimette in discussione.

Io lo guardo muoversi tra la gente con una sicurezza nuova. O forse antica.
E vorrei sapere se sto conoscendo un altro lato di lui o se, semplicemente, sto vedendo la sua radice.

Sai, caro diario, è strano amare qualcuno che ha più di una casa nel cuore.
Ed è ancora più strano rendersi conto che forse tu sei una di quelle case.

In caso te lo stessi chiedendo, Tunisi profuma di sale e gelsomino. Di spezie e coriandolo pestato. Di pane rotondo appena sfornato e the alla menta.

Oggi abbiamo camminato per ore!

Il centro della città è labirinto vivo: vicoli stretti, porte azzurre consumate dal tempo, tappeti che penzolano dalle finestre e botteghe che sembrano minuscole caverne piene di luce.
Ghali mi teneva la mano, più per condividere ogni antro con me piuttosto che guidarmi.
Ogni tanto si fermava a parlare in arabo con qualcuno per chiedere indicazioni o rispondere ai complimenti diretti a me.
Io sono rimasta sempre in silenzio, osservando il modo in cui il suo viso si trasformava. Più aperto, più rapido nei sorrisi.
C'è qualcosa di profondamente naturale in lui, qui. Il suo corpo sembra riconoscesse il ritmo di questa città.

Abbiamo mangiato in un ristorantino nascosto dietro una porta verde scrostata. Pesce alla griglia, couscous speziato e il mio amato tajine.
Ho mangiato con gusto, assaporando ogni piatto come se fosse la prima volta. Un sorriso ampio ad incoronarmi il viso e le dita che sfioravano quelle di Ghali sul tavolo senza nemmeno farci caso.
Qualcuno l'ha persino riconosciuto e si stava offrendo per pagarci il pranzo, ma lui si è opposto con vigore, preferendo fare il contrario. Alla fine si è risolto tutto con una foto, un autografo e una stretta di mano accompagnata da una benedizione, credo.

Me bambina, ti ricordi quando Ghali parlava in arabo all'asilo, con quei pochi bambini stranieri che c'erano?
Ti ricordi cosa ci diceva sempre? Che si vergognava della sua lingua, del suo accento, della sua origine?
Ti ricordi quando lo ascoltavi in silenzio, mentre lui si sfogava perché "diverso"?

Adesso non è più così.
Adesso lui è orgoglioso di tutto ciò che è. Delle sue radici, della sua cultura.
Non si nasconde più dietro una finta maschera di menefreghismo. Non ha più paura di mostrarsi.
E io, che ho assistito ad ogni passaggio di questa presa di coscienza, sono orgogliosa di lui.
Fiera, di aver visto sbocciare quel bambino timido e impacciato, che all'inizio non voleva nemmeno rivolgermi la parola.

Nel pomeriggio siamo scesi fino al mare, percorrendo una stradina stretta collegata al nostro resort. Il sole era alto, violento, ma il vento ha reso tutto sopportabile - insieme al mio cappello a falda larga, acquistato per sicurezza prima di partire.
Ci siamo tolti le scarpe e abbiamo camminato sulla battigia, con l'acqua che ci arrivava alle caviglie e le onde che si increspavano ai nostri piedi.
Per un attimo mi è sembrato di vederci.
Noi due, bambini. Con la promessa stretta nel mignolo.

Non so cosa ci riserveranno i prossimi giorni. Non so se questo viaggio stia guarendo qualcosa o semplicemente mettendo in luce ciò che già c'era.
Non so nulla e tanto meno riesco ad ipotizzare qualcosa.
So solo che oggi, mentre il sole brillava nel cielo e lui mi ha abbracciata da dietro senza dire nulla, stringendomi a lui, mi sono sentita al posto giusto.
Non perfetta, non senza paura: vera.

Adesso ti lascio, caro diario. Sono nella vasca da bagno da un'ora e mezza e Ghali è in camera ad aspettarmi. Dobbiamo decidere dove cenare e cosa mangiare, i luoghi da visitare domani e nei prossimi giorni.

Promessa ufficialmente mantenuta, me bambina. Adesso vediamo cos'altro saremo capaci di mantenere.


Ci sentiamo presto!

firmata, Anna


Chiudo il diario con un sorriso che mi rimane addosso simile ad una carezza. Le dita umide e il cuore stranamente leggero.
La schiuma della vasca è ancora densa, una nuvola compatta di bollicine che si raccoglie ai bordi. Passo una mano sulla superficie dell'acqua, creando piccoli vortici silenziosi che si richiudono subito.
Rimango ferma osservare quei cerchi concentrici per qualche secondo, solo per sentire il suono della quiete.

Avevamo quattro anni quando abbiamo promesso che saremmo venuti qui insieme. Che ci siamo stretti il mignolo in segno di giuramento ufficiale.
All'epoca non avevo capito quanto lui si sentisse a disagio nel parlare di Tunisi, della città di sua mamma, delle tradizioni così tanto diverse dalle nostre. Il mondo mi appariva ancora troppo colorato e spensierato, per potermi accorgere nell'immediato del suo reale stato d'animo.
Ma adesso, invece, ogni cosa è andata al suo posto, ha trovato il suo spazio. Adesso siamo qui, insieme, nel suo paese originario, a progettare cosa fare durante questa lunga settimana.

Appoggio il diario sul mobile in legno chiaro accanto alla vasca, e mi alzo lentamente. L'acqua scivola lungo le gambe, accarezzandomi delicatamente la pelle prima di cadere sul marmo a piccole gocce irregolari. Con una mano afferro l'asciugamano, ripiegato correttamente sul lavandino prima di immergermi nel tepore del sapone all'olio di oliva.
Tuttavia, preferisco attendere qualche secondo e gustarmi la sensazione dell'aria sulla pelle ancora fresca.
Il vento entra leggero dalla finestra, portando con sé l'odore del mare e il lontano rumore di voci e vita quotidiana.
Lascio scivolare lo sguardo sullo specchio liscio, osservando la mia figura perfetta nella sua imperfezione. Le gambe lunghe, sottili, con i quadricipiti evidenziati dalle ore trascorse in palestra - alcune cicatrici bianche spiccano sulla pelle, coperta da un sottile strato di cellulite. Le braccia magre, snelle; la cicatrice verticale sul polso sinistro. L'addome piatto, con un lieve cenno di tartaruga, i seni piccoli e rotondi. I capelli mogano, lisci, lunghi oltre le spalle, che gocciolano sulla schiena.
Sorrido, spontanea. Un sorriso largo, felice come non sono mai stata. Uno di quelli che nasce dal cuore.
Da quando ho iniziato ad allenarmi con i pesi, ho iniziato a guardarmi il fisico con occhi diversi - più maturi, forse. Guariti. Ripenso sporadicamente al periodo in cui lo odiavo, in cui lo maltrattavo come se fosse il mio peggior incubo, in cui non gli davo il giusto nutrimento per evitare di rovinarlo più di quanto non fosse già.
Ora penso a mangiare il giusto, a seguire una dieta che non contenga troppi eccessi. Penso a concedermi gli sgarri che mi merito, quelli di cui mi sono privata per tanti anni.
Il sorriso si amplia, arrivandomi agli occhi.
Mi sento bene, a mio agio nella pelle e nel posto giusto.
È una sensazione nuova, o forse dimenticata. Sembra che il mio corpo non sia più qualcosa da correggere o da nascondere, ma una casa abitata con cura. Ogni cicatrice, ogni curva, ogni linea racconta una versione di me che ha resistito, che è cresciuta.
Qui non mi sento fuori misura. Non mi sento troppo, in difetto.
La luce tiepida che entra dalla finestra accarezza la pelle senza mettermi a disagio. Il vento che attraversa la stanza non mi fa venire voglia di coprirmi, ma di restare così, scoperta e tranquilla.
Forse è questo che significa maturare: non dover chiedere il permesso per occupare spazio. Non dover stringere le spalle per sembrare più piccola.
Respiro a fondo. Per la prima volta da tanto tempo, non sto cercando di diventare qualcun'altra. Sto bene, sono io.

Quando mi decido a scaricare la vasca ed uscire dal bagno, avvolgendomi nell'asciugamano morbido, il vapore tenue mi segue come una seconda pelle. Il pavimento è ancora tiepido sotto i piedi nudi, l'aria più fresca mi accarezza le spalle scoperte.
Apro la porta lentamente.
La luce della stanza è soffusa, color miele, irradiata dalla lampada in ottone dai motivi floreali.
Ghali è sdraiato di sbieco sul grande letto matrimoniale, a torso nudo. Una gamba piegata, un libro dalla copertina blu con l'illustrazione di due uomini su un tappeto volante e il titolo scritto in caratteri arabi. Le pagine scorrono sotto i suoi occhi concentrati, immerso nella lettura.
Ma ha sentito ogni tuo movimento. Lo sai anche tu, Anna.
Faccio un passo appena accennato, poi un altro e un altro ancora. L'asciugamano annodato sopra il seno segue i miei movimenti, accarezzandomi dolcemente le curve nude; i capelli bloccati mollemente da una pinza.
Sembra in un altro mondo, lontano, assorto nei suoi pensieri. I dreadlocks scuri sparsi sulle lenzuola, il profilo acquilino fermo, le labbra socchiuse mentre gli occhi scorrono sulle righe della pagina.

Bellissimo.
Mio.
C'è qualcosa di disarmante nel modo in cui occupa lo spazio senza sforzo. Non sta facendo nulla, eppure riempie la stanza. La luce calda dell'abat-jour gli accarezza la pelle, disegnando ombre morbide lungo il collo, sulle clavicole, sul bicipite flesso a leggere il libro e il petto che si alza e si abbassa lentamente - un po' più marcato da quando ha iniziato ad allenarsi in sala pesi insieme a me.
Sembra irraggiungibile e invece è a mezzo metro di distanza.

Lo osservo come se lo vedessi per la prima volta. Come se volessi imprimermi addosso ogni dettaglio: la piega concentrata tra le sopracciglia, il modo in cui la lingua sfiora il labbro inferiore quando è immerso nella lettura.
Mi chiedo cosa stia pensando.
Se sta tornando indietro nel tempo, se sta leggendo per non sentire o se, semplicemente, sta bene.
Un impulso improvviso mi attraversa lo stomaco, diffondendosi per tutto il basso ventre. L'intimità che inizia a pulsare, provocandomi un calore improvviso nei punti nevralgici.
Non voglio che sia lontano.
Non può.
Ho bisogno di lui.
Lo voglio.
Ora.

Poggio entrambe le ginocchia sulle lenzuola, gattonando verso di lui. Il materasso affonda sotto il mio peso, la stoffa che si arriccia al mio passaggio. Il nodo dell'asciugamano si allenta un poco, ma rimane chiuso, continuando a nascondermi il corpo.

Ghali rimane impassibile, senza alterarsi. I suoi occhi non si scollano dal libro, rimanendoci ancorati come se stesse leggendo la cosa più interessante del mondo. Come se io non esistessi.
Stronzo.

Allungo una mano, sfiorandogli distrattamente un dreadlock, intrecciandolo intorno al dito.

Lui volta pagina. «Sto leggendo» mormora, la voce leggermente bassa.
«È così interessante?».
«Mhmh...». Un suono quasi distratto. «Abbastanza».
Stronzo.
Un ghigno malizioso mi si dipinge sul volto. Se è la guerra quella che vuole, la otterrà.
L'indice della mano destra si muove per primo, tracciandogli una linea lenta lungo l'addome, scendendo e risalendo lentamente nei punti più evidenti, segnati dagli allenamenti in palestra.
Con l'altra mano sciolgo i capelli, lasciandoli cadere in maniera disordinata sulla schiena.
L'asciugamano scivola all'altezza dei capezzoli, senza sciogliersi.
«'Iinah kitab muhimun...» afferma, appena mi sporgo sopra di lui per incatenare i nostri sguardi. Le sue pupille scure mi guardano con finta indifferenza per una frazione di secondo, abbastanza da tradire la sua espressione compiaciuta e al tempo stesso soddisfatta.
«Che hai detto?». La domanda mi esce di getto. Non ho mai avuto l'opportunità di imparare bene l'arabo, se non le parole basiche come "ciao", "grazie mille", "per favore" e "prego".
«Ho detto...». Ghali volta ancora pagina. «Che è un libro importante».
Fingo un atteggiamento stupito, mentre l'orgoglio ferito cerca di nascondersi cercando di non farsi vedere. Per un attimo, uno solo, ho sperato che mi avesse detto qualcosa di sporco, di rude. Qualcosa che mi avrebbe eccitata e torturata insieme. Il solo pensiero di sentirlo nel mio orecchio, mentre mi sussurra in arabo quanto mi vuole, mi manda in estasi. Le gambe iniziano a tremare come se fossi un'adolescente alle prese con la sua prima cotta.

E che ironia della sorte: è lui la mia cotta.
Stronzo.

Mi sciolgo il nodo dell'asciugamano, lasciandolo scorrere lungo le mie curve fino a fermarsi sul sedere.
«Ed è più importante di me?». La domanda rimbalza per la stanza, provocatoria.
Ghali non si scompone. «È una cosa che richiede concentrazione» - non solleva gli occhi dal libro - «E tu sei una distrazione molto pericolosa».
Incasso il colpo senza arretrare, studiandolo in silenzio alla ricerca di una crepa, un punto scoperto. Un dettaglio che tradisca la sua finta indifferenza.
Ma lui è preparato. Lo capisco dal modo in cui tiene lo sguardo fermo, troppo fermo. Dal respiro leggermente più profondo, controllato.
Non sta difendendosi. Sta aspettando che sia io a cedere.
Sta giocando.
E vuole che sia io a perdere la pazienza per prima.
E guerra sia, Ghali.
Provo a chiudergli il libro, a sfilarglielo. La sua presa si rafforza. «Non giocare con il fuoco, Anna».
«Altrimenti?» controbatto, il labbro inferiore già vittima dei miei incisivi. Mi sistemo a cavalcioni sulle sue gambe, premendo la mia intimità nuda contro la sua, coperta dai pantaloni leggermente svasati e dai boxer.
Ghali abbassa il libro di qualche centimetro, sollevando finalmente lo sguardo su di me. Mi guarda per intero, scendendo senza vergogna lì. Lo vedo stringere la mano a pugno, una scintilla che gli brilla negli occhi.
Il suo respiro cambia ritmo, la cassa toracica inizia ad alzarsi e ad abbassarsi sempre più velocemente.
«Allora?» lo punzecchio.
«Non ti scopo, se mi stressi».

Mi lascio scappare una risatina audace.
«Chi detto che voglio essere gentile?».
Inclino la schiena in avanti, senza separarmi dal suo cazzo che inizia a tendersi. Alcune ciocche di capelli umidi gli solleticano il petto, i seni schiacciati contro di lui. La mia bocca si focalizza sulla sua spalla, mordicchiandogliela apposta. È uno dei punti che soffre maggiormente, dopo la mandibola.
«Majnouna» ansima, una mano che percorre la linea della schiena per a fermarsi sulle mie natiche. «Pazza».
«Solo per te» sussurro.
L'aria cambia drasticamente. Si addensa tra noi, più calda, più carica.
Ghali si porta a sedere con una rapidità sorprendente, cogliendomi completamente alla sprovvista. Le sue mani mi afferrano i fianchi prima che possa cadere del tutto.
Il petto si alza e si abbassa più veloce, adesso. Gli occhi non fingono più indifferenza.
E sotto il tessuto dei pantaloni, l'erezione è ormai evidente.
«Sei soddisfatta?» domanda a bassa voce. Non è una rimprovero, è una sfida.
È la mia occasione.
«Molto». Provo a baciarlo, a intrappolargli le labbra nelle mie per sentire di nuovo il suo sapore, senza girarci intorno.
Voglio sentire la sua lingua intrecciarsi con la mia, la sua bocca esplorare la mia come se fosse la prima volta.

Lui, però, si scansa di un soffio. Le sue dita stringono di più, trattenendomi come se stesse ancora decidendo chi dei due ha davvero il potere: la risposta è scritta nel modo in cui mi guarda.
Non è più lui a controllarsi, è solo il momento prima che smetta di farlo.
«Ṣabr, Habibi». La sua voce è più bassa, più roca. «Pazienza».

In un attimo mi ribalta sotto di lui, schiacciandomi fino a togliermi il respiro con il peso del corpo. Il letto cigola, le molle del materasso stridono.

Le sue mani non si spostano dalla mia vita, obbligandomi ad attorgliargli le gambe sui fianchi per permettergli di avere tutto lo spazio che necessita.

Non c'è aggressività, solo decisione.
«Ghali...» mugolo, il viso premuto contro il suo petto.
Si china fino al mio orecchio, mordendo e baciando la pelle sensibile. «Inti bitjanninī...» sussurra la voce bassa, roca. «Mi fai impazzire...».

Un brivido mi percorre la schiena, la pelle d'oca che si accende sulle braccia, lungo la schiena. È come se qualcuno avesse abbassato la temperatura della stanza, ma non è freddo. È il modo in cui mi sta guardando che sprigiona il calore che mi attraversa la pelle, insinuandosi sotto di essa, sciogliendomi lentamente le fibre dei muscoli.
Il mio respiro si fa più corto, meno regolare.
Deglutisco senza abbassare lo sguardo.
Lui inclina appena la testa, osservando ogni micro-reazione: il battito alla base del collo, le dita che si aggrappano alle sue spalle, il petto che si solleva più velocemente.
«E adesso?» azzardo, quasi senza fiato.
Una mano di Ghali abbandona il mio fianco per andare a stringermi il collo. Un avvertimento che mi costringe ad inarcare la schiena, premendogli contro la mia parte più morbida, bagnata.

«Adesso?» ripete. Il tono più basso, ruvido.
Il pantalone inizia a dargli fastidio, ma finge indifferenza.
Il pensiero, in questo momento, è uno solo. Nitido, vivo: che mi faccia sua mentre mi sussurra in arabo quanto mi ama, quanto mi brama. Voglio che mi domini come non ha mai fatto, che mi pianti a letto e mi faccia tremare le gambe per ore.
Voglio sentire tutto di lui, ogni centimetro di pelle, ogni sospiro. Voglio che mormori il mio nome infinite volte, che mi faccia urlare imprecazioni di piacere, che faccia scivolare calde lacrime sulle mie guance mentre mi porta al culmine.

«Ghali...». La mia voce è impaziente, vogliosa.
Le sue labbra sfiorano le mie, studiandone la pienezza senza fretta. Come quando eravamo adolescenti, e per prendere tempo - per permettermi di abituarmi alla sua presenza - mi mordicchiava il labbro inferiore, trattenendosi un secondo di troppo solo per farmi impazzire.

E lo fa di nuovo. Un tocco leggero, un assaggio.
Il suo respiro si mescola al mio, caldo, irregolare. Le dita risalgono lente lungo la sua schiena, tracciando una linea invisibile che lo fa piegare ancora verso di me.
«Dimmelo» mormora, tremante di desiderio. «Dillo, Habibi».
Incastro i nostri occhi. I miei già lucidi, attraversati da un piacere che non ha più voglia di nascondersi. I suoi più scuri, più profondi. Ardono, ma dentro c'è anche una tenerezza che mi disarma.
Non voglio giocare, adesso. Non voglio sfide, né ironia: solo lui.

«Toccami» gli dico, senza sorridere. La voce bassa e sicura.
Un battito. Un'idea che si fa viva nella mia mente.
Serro le dita intorno al suo polso, ancora stretto saldamente intorno al collo; un ghigno scaltro dipinto sul viso. «Min...faḍlak».

Un battito di ciglia, un sospiro trattenuto.
L'atmosfera intorno a noi si modifica, diventando più lenta, più densa. Come se anche l'aria avesse deciso di mettersi da parte e aspettare.
È questione di pochi istanti: la sua mano risale lungo il fianco per arrivare al seno, i polpastrelli che mi accarezzano dolcemente la pelle. Appena lo stringe, capisco che questa volta non c'è fretta. Che il suo tocco non cerca subito, non pretende.
Esplora il mio corpo come se fosse la prima volta, osservandomi per memorizzare ogni reazione.
E quando capisce di avermi sorride - il respiro si spezza sotto il suo.
«Shufti?» mormora piano. «Kunti musta'jila...».
Dio...
Sento il calore salirmi al viso, ma non distolgo lo sguardo dal suo. La mente si svuota e si accende insieme, libera da qualsiasi pensiero razionale. La sua voce roca mi vibra ancora nelle orecchie, scivola sotto la pelle, si deposita nello stomaco.
Quando parla in arabo è diverso.
È più vicino, più profondo, più...suo.
Questa lingua, che non mi appartiene del tutto, mi fa sentire scelta ogni volta che la usa per me.
Si avvicina di nuovo al mio orecchio. «Bas ana ba'raf keef akhallīk titraggī».
Cazzo...
«Ti prego» lo supplico, attorcigliando le gambe intorno ai suoi fianchi. «Non ce la faccio più».

Il campanello d'allarme che Ghali aspettava.
Con un gesto fulmineo si priva dei pantaloni e dei boxer, unici indumenti che ancora ci separavano.
Mi mordo il labbro inferiore, senza limitare i pensieri impuri che in questo momento mi stanno attraversando la mente. Le sue mani che mi accarezzano, le sue labbra che esplorano i punti più sensibili. Le mie pareti che si stringono intorno a lui, reclamandolo, esigendolo in tutta la sua dimensione.
«Tbaan!» esclama, un braccio allungato sul comodino. La sensazione di freddo dovuta all'assenza della sua mano, precedentemente sul mio seno, mi provoca un brivido lungo la schiena.
«Che c'è?».
«

Non ho preso i preservativi».
La mia espressione rimane impassibile, senza alterazioni. Le sopracciglia non si increspano, lo sguardo non si incupisce.
Gli prendo il viso a coppa tra le mani, sorridendo melliflua. «Ti voglio, Ghali...» sussurro. «E ti voglio adesso».
Il bacio che gli do è esigente, passionale. Non chiede, pretende.
Le mie labbra si muovono sulle sue con una fame che non fingo più di controllare. Le dita si intrecciano nei suoi dreadlocks. Lo avvicinano, lo trattengono.
Ghali risponde con la stessa urgenza, ma senza perdere quella lentezza che mi fa cedere ogni volta.
Quando finalmente si unisce a me, il mondo sembra spostarsi di asse.
Non è uno scatto, né un assalto.
È un incontro, un respiro che si fonde, un ritmo che si trova. La sua pelle si scontra contro la mia, prima dolcemente. Lenta. Come se stesse ancora testando il ritmo, cercando il respiro per accordarsi al mio.
Ogni movimento è misurato, profondo, studiato per farmi sentire presente. Per non perdermi.
Poi qualcosa cambia.
Non è brusco, è deciso. Il ritmo si fa più veloce, più sicuro. La sua mano si stringe sul mio collo per guidarmi, per tenermi con sé mentre il letto scricchiola piano sotto di noi.

«Anna...». Il mio nome gli sfugge dalle labbra in un tono che non gli avevo mai sentito prima - più basso, più viscerale.
Il mio corpo risponde senza filtri, senza vergogna. Non c'è più esitazione, c'è solo il battito che accelera, il respiro che si spezza, il modo in cui mi tiene salda mentre il mondo intorno si dissolve.
E in quel ritmo che cresce, che si fa più deciso, capisco che non sto più supplicando.
Sto scegliendo di lasciarmi andare, di liberare versi sconnessi dalla bocca per esternare la piacevole sensazione del suo membro dentro di me.
E lui sta scegliendo di prendermi senza farmi cadere.
Chiudo gli occhi e per un istante ho davvero l'impressione di fluttuare su una nuvola. Le sue mani mi tengono salda, una sul collo e l'altra sul fianco, ma dentro mi sento sospesa, senza peso, leggera.
Il suo nome mi vibra nella gola, ma ancora non trova lo spazio giusto per uscire e prendere forma.
«Ya rūḥi...» sussurra contro la mia pelle.
Mi lascio andare. Non c'è provocazione, non c'è sfida.
«Oh, Ghali...». Inarco la schiena, abbassando il bacino per premere maggiormente contro di lui. Il mio centro pulsa, freme. Ne vuole - ne voglio - ancora.
Ancora. Ancora. Ancora.

«D-di più...» supplico, la voce impastata, strozzata dalla mia stessa saliva.
Lui non si ferma, continuando a muoversi dentro di me con la stessa sicurezza di sempre.
«Rischio di farti male, lo sai».
«Mhh...». Un gemito roco.
Mi aggrappo ai suoi dreadlocks, intrecciandovi le dita, continuando a spingermi contro di lui con un bisogno che non riesco a modulare.
Fin dall'adolescenza, Ghali è sempre stato così. Attento. Troppo, a volte.
All'inizio mi sfiorava con la paura che frantumarmi sotto le sue mani. Quando il mio corpo era fragile, quando le ossa sporgevano più del dovuto e l'ansia di rompermi sembrava reale persino per me. Mi guardava nello stesso modo in cui si guarda qualcosa di prezioso e vulnerabile insieme.
A questo si aggiungeva la differenza tra noi.
Trenta centimetri più di me, spalle larghe, mani grandi capaci di coprirmi quasi per intero i fianchi. Ogni volta sembrava trattenere una parte della sua forza, della sua potenza.
Il suo primo pensiero è sempre stato quello di proteggermi, dopotutto, mai sovrastarmi.
«Anna-».
«Per favore!». Le mie dita gli tracciano una linea invisibile lungo il busto, partendo dal collo, scendendo lentamente verso l'addome, indugiando sui pettorali come se stessi cercando di convincerlo con il tatto, non solo con la voce.
Non l'ho mai implorato così. Non con questa urgenza, non con questa fame che mi vibra sotto la pelle.
C'è qualcosa di diverso stasera.
Non è solo desiderio, bensì la consapevolezza di poter chiedere. Di non dover essere quella fragile, di non dovermi trattenere per paura di essere “troppo”.
Entrambe le sue mani scendono sulle mie cosce e le stringono con decisione. Mi piega una gamba, accarezzandomi con la punta dei polpastrelli i segni sottili lasciati dal passaggio delle lamette, continuando a spingersi dentro di me. Il contrasto tra la sua forza e il mio corpo mi fa trattenere il respiro. Non c'è brutalità nel gesto, solo controllo.
Sempre quel controllo...

Mi guarda un secondo di troppo, in cerca dell'ultima conferma nei miei occhi.
Io non abbasso lo sguardo.
«Per favore...» ripeto, più piano, più vero. «Habibi».
Qualcosa scatta. Un interruttore viene premuto, azionando l'intero meccanismo.
Si stacca da me all'improvviso, con una rapidità che mi strappa un gemito frustrato e mi lascia un senso di vuoto, di incompletezza.
«Ghali-».
Non mi lascia finire.
Mi afferra con decisione e mi gira a pancia in giù sul letto. Il materasso affonda sotto il mio peso, le doghe del letto scricchiolano. Il cuore mi martella nelle orecchie, aumentando la mia libido.
Per un istante troppo lungo rimane fermo dietro di me, in silenzio. Il suo respiro sulla nuca.
Poi, di punto in bianco, uno schiaffo secco, piazzato, sul sedere. A seguirne un altro e un altro ancora. Stringo le mani a pugno sul copriletto, soffocando i gemiti contro il braccio.
«Non mi implori così...» dice piano, la voce più scura di prima. «Non senza sapere cosa chiedi».
Un brivido mi attraversa la schiena, facendomi contorcere.
Non ho paura. Ho solo la sensazione vertiginosa di essermi consegnata a lui in un modo nuovo. Solo che questa volta non sta più trattenendo la sua forza per timore di spezzarmi, la sta dosando per farmi sentire esattamente quanto mi vuole.
Mi stuzzica la pelle bagnata con due dita, obbligandomi a rimanere piegata sotto di lui senza potermi poggiare sui gomiti. «Ant mubalalatan tmamaan...» - ruota il medio e l'anulare con un gesto rapido, ricevendo un mugolio in risposta - «Ya Habibi».

Faccio per voltarmi a guardarlo, per cercare di incastrare i nostri sguardi, per capire le sue intenzioni. Ma lui mi precede, più rapido.
Si china su di me, allungando il braccio per avvicinare uno dei cuscini dalle federe in seta color sabbia. Riesco a sentirla, la sua erezione, schiacciarsi contro le mie natiche.
Mi mordo il labbro inferiore, tremando come un'adolescente in piena crisi di ormoni.
Mi da un ulteriore schiaffo a palmo aperto.
«Mettilo sotto il bacino».
Non rispondo. Annuisco appena, obbedendo in silenzio al suo ordine travestito da richiesta.
Le mani afferrano il cuscino tra le lenzuola spiegazzate. I movimenti sono un po' goffi, traditi dal respiro ancora irregolare. Lo sistemo sotto di me, sollevando leggermente il bacino come mi ha chiesto.
La posizione mi espone di più, facendomi sentire vulnerabile e desiderata.
Sento il suo sguardo addosso mentre mi assesto, mentre apro le gambe lentamente, piegandole ad angolo retto - non per provocarlo questa volta ma perché mi fido.
Le sue mani si sitemano sui miei fianchi per aiutarmi a trovare l'angolazione giusta, con quella premura che non lo abbandona mai, nemmeno quando il desiderio gli scurisce la voce.
«Così...» mormora, più vicino. Il tono non è autoritario. È concentrato, è cura dentro al controllo. E il modo in cui mi sistema, in cui si assicura che io stia bene prima di riprendere, mi fa capire che non è solo intensità quella che cerca: è connessione.

La punta inizia a premere contro la mia entrata, costringendomi a trattenere il respiro, il diaframma contratto. Le sue dita che mi accarezzano la pelle sono l'unica fonte di calore che riesco a percepire, prima che mi penetri con un movimento lento e graduale, permettendo a tutta la sua lunghezza di introdursi senza farmi male.
Mi chiudo intorno alla sua presenza, stringendomi a causa del contatto puro, privo di protezioni che possono creare una barriera.
In pochi secondi è completamente dentro di me, riempiendomi tutti centimetri che ho a disposizione.
«Mh...». Sollevo di poco la testa, la visuale oscurata da alcune ciocche ribelli di capelli. «Ghali...».
«Shh...». Abbassa la testa sulla mia spalla, baciandola con delicatezza. I suoi dreadlocks mi pizzicano la pelle, sfiorandomi il collo con un solletico ruvido che mi fa rabbrividire. «Respira...».
«S-sì...» balbetto.
«Se ti faccio male, dimmelo...» sussurra, «E mi fermo subito».
Non voglio che si fermi.
«Me lo prometti?». La sua domanda suona fin troppo premurosa, un enorme contrasto con ciò che stiamo facendo.
Annuisco debolmente, sforzandomi di adeguarmi del tutto alla sua presenza all'interno delle mie pareti, che senza preservativo sento maggiormente.
«Anna?» mi chiama. La voce che tradisce una punta di preoccupazione.
«S-sì!».
Faccio un altro cenno con la testa, debole.
Non posso promettertelo, Habibi. Scusa.
Mi accarezza il punto vita, risalendo lentamente verso l'alto. I polpastrelli seguono le curve del corpo con una calma studiata, come se volesse impararle di nuovo, centimetro dopo centimetro.
Il clitoride si accende sotto quel tocco paziente. I capezzoli diventano turgidi, indurendosi nel momento in cui li sfiora, stringendo i seni fra le mani grandi, sinuose.

I suoi gesti sono misurati appositamente per stimolarmi, per far crescere quella sensazione familiare nel basso ventre.
Il suono della nostra pelle che si scontra riempie la stanza, mescolandosi ai respiri spezzati e al fruscio delle lenzuola. Un ritmo sommesso, che mi fa tremare le gambe ogni istante in cui il suo cazzo affonda dentro di me, aumentando gradualmente la velocità e l'intensità delle spinte.
Lo sento. Il modo in cui si muove, producendo un'eco lieve. Il modo in cui mi stringe a sé, in cui geme con me.
«Ghali...oh...». Mi lascio andare, abbandonandomi contro il materasso; il cigolio del letto mi rimbomba nelle orecchie.
«Ghali...».
«Eahirati» ringhia, lasciando scivolare entrambe le mani nell'interno coscia. La pelle stretta possessivamente fra le dita sembra bruciare, come se il suo tocco stesse incendiando ogni cosa. E forse è così: lui il fuoco, io la benzina che lo alimenta.
Sto bruciando senza che me ne accorga davvero, senza dolore. Solo calore che parte dal centro e si espande, lento ma inesorabile, fino alla punta delle mani e dei piedi.

«Ghali...Ghali...». Piagnucolo il suo nome, come se fossi una ragazzina alle prese con la sua prima confessione. La testa non è in grado di formulare una frase completa, una parola sensata che non sia un verso.
L'unica cosa su cui riesco a focalizzarmi sono i suoi movimenti sempre più determinati e il mio corpo che lo asseconda.
Il bacino si piega contro di lui, spinto da una forza invisibile, permettendo alle gambe di sollevarsi sulle ginocchia. In questa posizione riesco a sentirlo meglio, il tepore provocato dal suo membro che continua ad uscire e entrare, schiaffeggiandomi la pelle ad ogni pressione.
Si china nuovamente, aggrappandosi ai miei seni come se fossero il suo unico appiglio, strizzandoli bruscamente tra le mani. I capezzoli duri contro i suoi polpastrelli subiscono la lenta tortura delle sue dita. «Khudhha kuluha» sussurra, il tono rauco che mi vibra nell'orecchio. Un affondo più deciso, intenso, che mi fa vibrare le viscere. Il fiato sembra morirmi in gola.
«Eahirati».
«...oh...».
Provo a seguirlo, a prendere per un attimo il controllo e muovermi con lui, ma non riesco.
È troppo.
Il corpo mi tradisce, le forze si sciolgono in qualcosa di troppo grande da governare. Ogni volta che tento di imporre un ritmo mio, finisco per perdermi nel suo.
Lui se ne accorge.
Le sue mani risalgono sulle mie spalle, non per bloccarmi ma per sostenermi. Per riportarmi dentro al suo tempo.
«Shwayya...».
«Non...fermarti...» - riesco a rispondere, tra i gemiti - «Non adesso...è...troppo bello...».

Un secondo affondo, simile al precedente. La mia entrata trema per la forza utilizzata, strappandomi l'ennesimo gemito acuto che tento di soffocare contro le lenzuola.
«Dio, Ghali!» esclamo. La voce più alta di quanto mi aspettassi.
Le sue mani si spostano ancora, bussole sulla mappa del mio corpo.
Va ad afferrarmi entrambi i polsi in un gesto unico, bloccandomeli saldamente dietro la schiena.
Il respiro si fa ancora più irregolare di prima, costringendomi a girare la testa di lato.
«Cazzo...» geme, la voce roca.
Mentre mi tiene i polsi bloccati con una mano sola, l'altra si sposta sulla mia spalla per tirarmi verso di lui, quanto basta per farmi cambiare prospettiva sia dal punto di vista visivo che sensoriale.
«Cazzo, Anna...».
«Ghali...sto-».
Non riesco a terminare la frase. Lui mi afferra per il mento con una possessività nuova, che mai aveva mostrato prima.
Il bacio è simile ad una collisione, un punto di non ritorno che anticipa ciò che sta per succedere. La sua lingua si incrocia con la mia, annodandola, esplorando la mia bocca come se fosse la prima volta.

L'apice è lì, lo sento già più vicino di prima. L'onda di uno tsunami che non si può controllare. Cresce rapidamente, ad ogni spinta di Ghali e ai secondi che impiego per realizzare quanto effettivamente sta accadendo.
«Ghali!» lo chiamo ancora, una preghiera infinita. La testa che si appoggia alla sua spalla, in cerca di un appoggio a cui rimanere aggrappata.
«Lo so, Habibi...» mormora, «Lo so».
Il suo tono comprensivo mi fa quasi sorridere. Mi conosce così tanto bene, che riconosce quel punto prima ancora che io trovi le parole per dirlo.
Le sue braccia mi stringono più forte, tenendomi ancora i polsi e avvolgendomi le spalle; il suo petto che aderisce completamente alla mia schiena.
Non vuole spingermi oltre, vuole tenermi vicina a lui fino alla fine.
«Ana ma'ak...»: è questa frase a spezzarmi definitivamente. Non il ritmo, non l'intensità, non il calore che mi attraversa. Ma il fatto che lui sia qui. Presente, lucido, con me.
Il suo membro affonda nuovamente, determinato e prepotente contro la mia pelle delicata, ormai segnata dal suo passaggio.
«Oh...». Un mugolio gutturale mi sfugge dalle labbra, musica per le orecchie di Ghali.
La schiena si inarca, simile ad un arco pronto a scoccare la freccia.
Al quarto affondo volto la testa nella sua direzione, cercando di intercettare il suo sguardo.
Lo trovo subito, fortunatamente. Qui, fisso su di me, attento. I miei occhi bruciano ma non per dolore, per troppo. Troppa intensità. Troppo sentire. Troppo lui.
Le lacrime mi si accumulano lungo le ciglia prima ancora che me ne renda conto. Una scivola giù, lenta, lungo la guancia.
«Oh...» - un altro gemito, accompagnato da un urletto strozzato. «Oh...».
Ghali intravede le lacrime. Senza fermarsi, si china per baciarmi l'angolo dell'occhio, raccogliendo quella lacrima con le labbra.
«Ghali...». Lo chiamo. La voce flebile, spezzata dal piacere.
Le nostre fronti si scontrano, accarezzandosi piano, rimanendo unite per non spezzare il filo che ci sta unendo - forse per paura che allontanarci di mezzo millimetro possa rompere tutto.
«Habibi».
«Ya Hayati».

L'orgasmo arriva senza chiedere permesso, al quinto e definitivo affondo. Mi travolge, mi solleva, mi toglie l'aria per un istante infinito. Le dita si chiudono contro i miei palmi, il suo nome si confonde col mio in un unico respiro spezzato. Le assi del letto cigolano, pronte a spezzarsi sotto il nostro peso da un momento all'altro
Non c'è controllo. Non c'è più nulla da trattenere, non c'è più bisogno di parole.
C'è solo questo nostro contatto semplice, primordiale, che dice molto più di qualsiasi frase, di qualsiasi gesto.
Cado a peso morto contro di lui, cercando rifugio nelle sue braccia, nelle sue carezze, nel suo modo di trattarmi da principessa ogni volta che terminiamo un rapporto.
Ghali - al contrario delle aspettative - si stacca completamente dal mio corpo, provocandomi un brivido gelido, che mi attraversa simile ad una secchiata d'acqua.
Mossa dalla stanchezza, dovuta al rilascio dell'ossitocina, dal tremore che mi pervade le gambe e dalla mano gentile di Ghali, mi lascio scivolare sul materasso. La testa girata di lato, il bacino di nuovo sollevato dal cuscino. Le dita si aggrappano alle lenzuola del letto, chiudendosi intorno ad esse.
Ghali rimane ancora alle mie spalle, il cazzo umido dei miei succhi poggiato sui muscoli lombari. Pochi istanti dopo, qualcosa di caldo e appiccicoso mi si deposita sulla schiena, seguendo la linea della spina dorsale.
Gemendo, si accascia al mio fianco.

«Ghali...».
La vista è offuscata dal velo di lacrime e dai capelli castano chiaro.
Allunga una mano, spostandomi una ciocca dal volto per potermi guardare di nuovo negli occhi. Mi accarezza lo zigomo col dorso della mano. La mia pelle brucia ancora, bollente sotto il suo tocco premuroso.
Un contrasto netto con l'intensità di poco prima.
«Sono qui...» mormora.
«Lo so...».
Il respiro inizia a rallentare, riassestandosi con calma. L'adrenalina comincia a svanire, lasciando posto al senso di appagamento pieno, diluito, e ad una stanchezza dolce che mi pesa sulle palpebre.
Un brivido mi percorre la spina dorsale.
La pelle, marchiata da Ghali col suo liquido, è ancora sensibile, calda, traccia di un momento appena vissuto.
«Mi ero appena fatta il bagno...» continuo, con un filo d'ironia nella voce. «E adesso dovrò rifarlo. Grazie mille».
Un angolo della bocca gli si piega in un sorriso complice, mentre mi accarezza il fianco con la punta delle dita - distratto ma presenre, per assicurarsi che sia ancora qui.
«Possiamo farlo insieme» ribatte, assecondandomi. «Facciamo prima».
Sbuffo, soffocando una risata contro le sue labbra - quando si è avvicinato così tanto? «Certo. Come no».
La sua mano si sposta dietro la mia nuca, tenendomi vicina a lui. Il suo petto caldo è un rifugio per me, che inizio ad avere la pelle d'oca per il freddo; l'indice che disegna dei cerchi invisibili sulla sua spalla.
«Anna?» mi chiama.
«Mh?».
«'Uhibuk».
La parola rimane tra noi, appesa sopra le nostre teste, più calda dell'aria nella stanza.
Il mio cuore inciampa, facendo le capriole indietro, rotolando fra le costole, battendo all'impazzata come se stessi correndo la maratona.
Sollevo lo sguardo, incontrando il suo. Davvero. Senza ironia, senza schermarmi.
«Ti amo anche io» rispondo, le labbra piegate in un sorriso morbido, vero.
I suoi occhi si addolciscono all'istante.
Quando ci baciamo di nuovo, non c'è più urgenza, né fretta.
Ci siamo solo noi, insieme alle nostre versioni bambine e i mignoli intrecciati tra loro.







Angolo autrice:

Boh, che cosa ho scritto?!?!?!

Aiuto?!?!?!?!

Questa parte è stata decisamente la più complicata, nonché quella che mi ha fatta esaurire per tutta la settimana.

Ho dovuto rispolverare i dark romance abbandonati negli angoli della libreria e trovare le scene più inerenti a loro due per cercare di scriverla nella maniera più corretta di tutte.
Sono uscita un pochino dalla comfort zone, ma sono comunque fiera del mio lavoro.

Ho paura di essere stata troppo? Assolutamente sì.

Rileggerò per correggere i refusi? Assolutamente no.

Ma va bene lo stesso!!!!!!!!

Sono solo una ragazza chill che sta perdendo anni di vita dietro alla sua fan fiction, dopotutto.

Che poi, questa è solo l'assaggio. Ci sarà un'altra scena durante il periodo Sanremese, simile ma non completamente uguale. Perciò preparatevi.

Parlando di Sanremo, ho iniziato a scrivere una storia su Sayf e FINALMENTE posso giocare facile perché vivo nella sua stessa città e non dovrò fare i tripli salti carpiati per le ambientazioni. Questa parte della vita voglio chiamarla felicità.
Sarà una one - shot di uno/due capitoli e basta, perché comunque ho troppe storie in mente da scrivere, revisionare e ripubblicare. Tipo le mie bozze del 2017 che avevano del potenziale.

Prima di sparire, voglio ringraziarvi tutte per le tremila letture ❤️ la me di due anni fa che ha iniziato a scrivere i primi capitoli per forza d'inerzia non ci crederebbe mai.
Grazie mille ❤️

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