5. Pelle e ossa
"Wish on your lucky star, 'cause it's all you got".
Non era mai stato un fan dei film horror, non che gli togliessero il sonno in qualche modo. Non gli piacevano e basta. Tuttavia ne aveva visti abbastanza per sapere come funzionavano gli inseguimenti che comprendevano serial killer o mostri, o fantasmi e vampiri. Di solito qualcuno cadeva, o il male che c'era alle spalle improvvisamente trovava una strada più corta... e proprio quando i protagonisti si sentivano al sicuro spuntavano fuori delle orribili fauci che mangiavano uno dei malcapitati. Tuttavia ciò che stava succedendo nella mente e nel cuore di Corrado non era minimamente simile a quello che volevano far sembrare vero sullo schermo. Prima c'era stato un fiume di adrenalina che si era riversato nelle sue vene facendogli sentire le guance roventi e la nuca fredda, le ginocchia molli e il cuore sul punto di scoppiare. Poi c'era stato il momento di acuta realizzazione razionale dell'improbabilità della situazione in cui si trovava con Sofia: in quel momento le aveva preso la mano e avevano iniziato a correre. Nessun pensiero riusciva a occupare la sua mente in modo corretto, tutti scivolavano via dalla sua comprensione prima ancora che riuscisse a visualizzare cosa fosse. L'unica cosa che riusciva a pensare era che non era fisicamente possibile che non raggiungessero casa sua, ce l'avrebbero sicuramente fatta e sarebbero corsi su dalle scale. Non poteva e non doveva andare diversamente. Ogni passo che facevano bruciava la brevissima distanza che li separava dalla sicurezza del cancelletto del suo giardino, lì ci sarebbe stato qualcuno che li avrebbe sentiti se avessero urlato, se avessero chiamato aiuto.
Stavano zitti e correvano quanto più veloce potevano, non disposti a rallentare anche se alle loro spalle non sembrava comparire nessuno. Poi accadde: sentì un forte strattone al braccio e fu costretto a fermarsi di botto. Il cuore saltò un battito ma, per fortuna, Sofia era solo scivolata e ora cercava di rimettersi in piedi. La luce che c'era nei suoi occhi era febbrile e quasi spiritata. Senza aspettare che la coordinazione rientrasse di nuovo tra possibilità motorie della ragazza, la prese con decisione sotto le braccia e se la tirò addosso. Quanto era leggera. Tremava.
"Quanto manca?".
"Dobbiamo solo arrivare dietro l'angolo, respira, Sof".
Lei emise un breve rantolo isterico e poi, arrotondando le labbra come se dovesse fischiare emise un lungo respiro tremolante. Riiniziarono a camminare e Corrado stava già cercando le chiavi di casa nella tasca quando, dietro l'angolo, comparve una siepe. Una station wagon rossa. Dei sacchi della spazzatura. Casa.
Subito corsero al cancelletto grigio dipinto di fresco, nel silenzio di quella sera che sembrava essere diventata un mondo di vetro appannato, visto attraverso degli occhiali sporchi e vissuto coi tappi nelle orecchie. Un silenzio assordante che non lasciava nemmeno il rumore dei passi a vagare per l'aria, ma lo uccideva nel momento stesso della sua nascita. Le chiavi caddero e furono raccolte dalle mani tremanti di Sofia che le porse al ragazzo.
"Dobbiamo chiamare la polizia".
"Appena siamo dentro".
"Muoviti... per favore. Non ce la faccio più".
"Adesso... davvero... MERDA".
Le chiavi erano di nuovo cadute, dopo il secondo tentativo di aprire il portoncino.
"Dammi le chiavi" sussurrò Sofia strappandogliele di mano e facendole poi passare una per una nella serratura illuminata dalla luce fioca e sfarfallante del neon dei citofoni. Passarono tutte una dopo l'altra ma nemmeno una aprì.
"Corrado, sei sicuro sia casa tua?".
"Vuoi che non riconosca casa mia?".
"Le chiavi non aprono!" rispose lanciando con rabbia il mazzo di chiavi contro il cancelletto. "Suona il campanello. Non mi importa se stanno dormendo".
"Giusto".
I nomi brillavano incerti e verdini sulla piastra metallica, elencando tutti gli inquilini del palazzo. I Greco vivevano al piano terra dell'unica scala presente. E Corrado avrebbe potuto giurare sulla vita di sua madre che il loro nome era sempre stato all'ultimo posto sotto i signori Georghiosoara e sopra l'adesivo della ditta che si occupava degli estintori nei garage.
"Sof, non c'è il mio campanello".
La ragazza si allungò a fissare i citofoni e, dove un tempo c'era di sicuro stato il pulsante "Martini-Greco" ora c'era una coppia di nomi sconosciuti.
"Corrado, non è casa tua!".
"Sì che è casa mia... quella è macchina di mio padre... quello! – disse indicando oltre le sbarre del cancelletto, da cui si intravedeva un balcone con uno stendibiancheria abbandonato al suo triste e umido destino – quello è il balcone della mia camera e quelle sullo stendibiancheria sono le mie magliette del calcio."
Entrambi estrassero il telefono dalle tasche della giacca, componendo uno il numero di casa, l'altra il numero delle emergenze. Gli squilli del telefono non erano mai sembrati così lenti e flemmatici prima d'ora. I secondi si mossero pigri sulle lancette di ogni orologio, ma nessuno rispose.
"Senti, scavalchiamo dai garage".
"Cosa?! Corrado io non ci riesco!".
"Ti spingo di là io".
"E se non è davvero casa tua?".
"Diciamo la verità. Che stavamo scappando da un individuo potenzialmente pericoloso".
Uscire dalla pensilina dei citofoni ebbe lo stesso effetto dell'uscire da un nascondiglio antiatomico appena dopo un bombardamento nemico. Se davvero li aveva seguiti fino a lì avrebbe potuto benissimo averli raggiunti mentre tentavano di aprire il portoncino. Se li avesse aggrediti qualcuno, sarebbe stato in grado di difendersi? Era un ragazzo grande e grosso, era vero, ma non aveva mai seguito un corso di arti marziali. Aveva partecipato a più manifestazioni pacifiste che scazzottate in vita sua. Se fosse stato armato, peggio ancora. Un coltellino svizzero era più che sufficiente a ferire una persona a morte, e da morto sarebbe servito poco per Sofia. Lei era ancora più in pericolo. Spaventata. Un metro e un tappo. Sottopeso. La si poteva sollevare e spostare come un soprammobile. Istintivamente la tenne dietro a sé mentre si sporgeva quel tanto che bastava per osservare oltre il muretto.
Qualcosa si mosse oltre i sacchi della spazzatura, dietro l'ombra della macchina. Si ritrasse come l'avesse morso un serpente velenoso.
"C'è qualcuno?!" sussurrò Sofia stringendosi con i pugnetti alla giacca.
"Qualcosa si è mosso. Potrebbe essere il gatto del vicino" esalò Corrado facendosi coraggio e allungando il collo ancora per vedere se davvero era solo il gatto del vicino. Nulla apparve alla vista e, pur non avendo alcuna fiducia dei suoi occhi in quella nebbia in quel momento, diede il cenno di via libera uscendo piano e andando verso il cancello più basso che permetteva di accedere allo scivolo dei garage. C'era seriamente il rischio di impalarsi sugli spuntoni di ferro vagamente anticheggianti che erano stati piazzati sulla punta, ma poco male. Sarebbe stato più pericoloso rimanere all'esterno.
Cosa successe dopo non l'avrebbe saputo spiegare. In un primo momento sembrò che il gatto fosse davvero un gatto. Un rumore di lattine e plastica vicino a loro li fece sussultare mentre il gatto del vicino schizzava via a tutta velocità con il pelo ritto e gli occhi luminosi, sparendo nella foschia bianca come il suo pelo. Subito dopo venne un altro rumore, sempre proveniente dallo stesso angolo.
"CORRADO!" urlò Sofia tirandolo per un braccio mentre qualcuno usciva da dietro l'auto rossa dei Greco; qualcuno dotato di un luccichio sinistro addosso, probabilmente un coltello o una lama di qualche tipo. Il fetore che li investì instillò subito nel ragazzo l'urgenza di vomitare l'anima e il desiderio non toccare mai più cibo in vita sua. Qualcosa fendette l'aria di fronte a loro e Corrado si spinse indietro quando più possibile tirando con sé anche Sofia che caracollando cercava di mettersi in fuga. Eppure una vocina nel suo cervello gli diceva che sarebbe stato peggio voltare le spalle a chiunque quella persona fosse, li avrebbe uccisi mentre scappavano. Sofia iniziò a urlare, chiedendo aiuto, ma non una delle luci di tutti i pochi palazzi che c'erano in quella via si accese.
Tutto ciò era molto strano pensò mentre ancora una volta indietreggiava, sperando che l'aggressore uscisse dall'ombra. La sua macchina non funzionava, casa sua non era casa sua, la sua via non era la sua via, nessuno rispondeva al suo telefono di casa, il numero delle emergenze risultava non disponibile: in che mondo delle probabilità tutto questo era possibile? In che mondo una persona incensurata, senza alcun legame con niente di pericoloso, poteva essere inseguita e attaccata con un coltello da uno sconosciuto che al massimo avrebbe potuto portare a casa 15€ in moneta?
No. Tutto questo non ha senso si disse, tra sé e sé, decidendo improvvisamente di invertire il suo senso di marcia, per avanzare deciso e governato dalla mera adrenalina verso chiunque fosse lì nell'ombra.
"Corrado? CORRADO COSA STAI FACENDO?!".
La verità era che non lo sapeva neanche lui. Come non sapeva come mai, ora che era pienamente a portata dell'arma di questo individuo, questi non colpisse. Se avesse voluto ucciderlo ora avrebbe potuto. E invece no. E invece non lo fece.
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