2 ~ SOFIA

Non riesco a capire quali siano le sue intenzioni, magari vuole strangolarmi a mani nude. Come posso saperlo? Mi sento la testa vuota, incapace di pensare a qualcosa di sensato, e il cuore pesante, che mi scuote dentro a ogni battito. Sulle spalle sento la responsabilità di essere per la prima volta veramente sola e lo sguardo di quello sconosciuto mi mette agitazione. Cosa può volere da me? Sono stremata. È tutto il giorno che vago senza meta e non ho la più pallida idea di cosa potrò fare, dove potrò andare. La notte è la cosa che più mi mette paura e ormai è vicina. Quasi mi aspetto di veder comparire Katrin all'improvviso con la sua ascia da boia in mano e al solo pensiero della sua apparizione un brivido mi attraversa facendomi accapponare la pelle.

Non sto affatto bene, anche se è quello che ho detto a quel giovane, e non credo che potrò sentirmi così tanto presto, ma lui cosa potrà mai fare per aiutarmi? E soprattutto perché mai dovrebbe volerlo fare? Tuttavia devo avere un aspetto stravolto ed essere una terribile bugiarda perché non mi ha creduto. In effetti, guardandomi meglio, sembro reduce di una feroce aggressione, pare che abbia appena incontrato un maniaco furioso che, balzandomi addosso, mi ha strappato tutti i vestiti. Non può certo immaginare che in realtà sono i segni delle forbiciate che James mi ha inflitto di sorpresa poco prima di essere inseguita da niente di meno che la figlia del re della Corte, pronta a farmi a fette.

Mi sento persa, ma vorrei sembrare forte e coraggiosa. Tuttavia temo che l'unica impressione che gli ho fatto sia quella di essere una pazza appena uscita da un manicomio a giudicare da come mi guarda ogni volta che apro bocca, a meno che la mia faccia non sia diventata tutt'a un tratto blu. Il mio primo giorno nel mondo fuori comincia davvero male. Avrei dovuto essere più previdente e leggermi qualcosa sulle abitudini degli uomini, ma chi si sarebbe mai immaginato di trovarsi nella mia condizione? Mi viene voglia di piangere, ma mi trattengo per non apparire ancora più patetica di quanto già non sembri. Desidero ardentemente che Hunter sia qui a dirmi cosa fare, cosa dire, ma questo non è possibile, non più perlomeno.

La paura mi spinge a ritenere che seguirlo a casa sua forse sia il male minore, in fondo quel tipo mi sembra abbastanza affidabile e confido che la mia sia una giusta intuizione, nonostante non sia così brava a giudicare le persone, dato che l'unico contatto che ho con loro è quando i pochi affezionati alla biblioteca mi tirano fuori dallo scaffale per rileggermi. Una volta mi era capitata una ragazza talmente maldestra da riuscire a farmi venire dieci lividi in una settimana per tutte le botte prese. Comunque non sono una dei preferiti, ma forse è meglio così dopo aver visto quante toppe ha dovuto cucire il mio amico Zac affinché i suoi abiti non sembrino degli scolapasta.

Osservo meglio l'aspetto del ragazzo che cammina davanti a me: non è particolarmente alto, magro, con i capelli castani spettinati e degli occhiali tondi dalla montatura rossa, che continua a tirare su con l'indice della mano sinistra. Indossa una maglietta verde acceso, un colore molto allegro, portata fuori dai pantaloni beige, dal cui orlo spuntano dei calzini a strisce gialle, arancio e blu. Ha una camminata divertente, con i piedi un po' all'infuori come una papera, e che nel complesso lo fa sembrare scombinato e stravagante, ma di certo non minaccioso. Posso fidarmi del mio istinto?

Lo guardo camminare a passo svelto e sicuro per le strade, con quella sua strana andatura, quasi le conosca come le sue tasche. Probabilmente è così, solo che a me pare una capacità formidabile dato che mi sento intrappolata in un grande labirinto, senza riuscire a scorgere la via d'uscita. I suoi capelli catturano i bagliori giallastri dei lampioni in piccole luci simili a pagliuzze dorate.

Io lo seguo cercando di non lasciare troppa distanza tra di noi, un po' camminando e un po' correndo. Non voglio assolutamente perderlo di vista, per poi ritrovarmi di nuovo sola in quelle vie buie e sconosciute. Mi sento un cucciolo che trotterella dietro alla sua mamma e lui, da brava mamma, ogni tanto si gira per vedere se ci sono ancora. A un certo punto rallenta il passo accorgendosi che non riesco a tenergli dietro, tuttavia preferisco stargli alle spalle, in modo da poterlo tenere d'occhio, essendo un estraneo di cui non conosco assolutamente le intenzioni. La mia mente corre come un treno, preoccupata per il mio avvenire, e mi risulta difficile fare attenzione a ciò che mi circonda per memorizzare dei punti di riferimento che mi permetteranno di riconoscere in futuro la strada che stiamo percorrendo.

Non mi accorgo che si è fermato e sto per andargli contro, ma mi blocco un istante prima di fare un'altra pessima figura. Ci troviamo davanti alla porta di un edificio che dà su una piazza con, a lato, un'imponente statua di uno strano tizio. Il ragazzo tira fuori dalla tasca un mazzo di chiavi con il quale fa scattare gli ingranaggi per poter entrare. La porta deve essere piuttosto vecchia perché cigola rumorosamente quando la spinge per aprirla e permetterci di varcare la soglia. Ai miei occhi pare una bocca scura pronta a fagocitarmi non appena metterò un piede al suo interno. Potrebbe essere una trappola, potrebbe esserci qualcuno in agguato lì dentro. Ma quale altra scelta ho?

Lo seguo titubante, non più sicura che sia così innocuo come sembra. Dentro tutto è avvolto dalla penombra, appena rischiarata da una fioca lampadina. Le ombre nascondono forme che si muovono, strisciando sulle pareti tutto intorno a me. Mi stringo più forte per farmi coraggio. Non c'è nessuno lì oltre a noi due. Giusto? Saliamo una rampa di scale traballante, che di certo non dà l'impressione di essere molto solida, anzi, tutto l'edificio sembra avere bisogno di una bella ristrutturazione per quel che riesco a vedere. O forse sono le macchie di buio a far sembrare tutto più vecchio e consumato dal tempo. Ci fermiamo su un pianerottolo e il ragazzo apre una seconda porta di quello che immagino sia il luogo in cui abita.

Mi fa segno di entrare nell'appartamento, per poi richiuderla non appena sono dentro. Quando sento l'uscio serrarsi mi volto di scatto verso di lui, spaventata: mi sta chiudendo dentro per rapirmi e non farmi uscire mai più? Il suo sguardo si addolcisce percependo il mio disagio. Devo cercare di calmarmi. Comincio a guardarmi intorno piena di stupore e timore: è la prima volta che entro dalla porta di una casa e non sono certa che sia un posto sicuro, però immagino lo sia dato che gli uomini vi si rifugiano come in un nido.

«Allora» dice richiamando la mia attenzione verso di lui. «Piacere sono Edoardo, ma puoi chiamarmi Ed. E tu?»

Mi tende una mano, ma, dopo averla squadrata a lungo, decido di non stringerla. Dovrei farlo? Cerca solo di essere gentile e mettermi a mio agio? Non lo so, però sono rassicurata dal poter dare finalmente un nome alla persona che mi sta di fronte. Con l'aria un po' imbarazzata riabbassa la mano e a quel punto sono sicura che avrei dovuto stringerla.

«Across The Universe, piacere.»

Mi guarda allibito. Ho sbagliato a presentarmi? Forse avrei dovuto dirgli il soprannome con cui mi chiamano tutti e non il mio vero nome, come ho fatto a non pensarci? Quando mi parla di nuovo ho l'impressione che si stia sforzando di farlo nel modo più gentile e rassicurante possibile per non spaventarmi, credo.

«No, non voglio sapere il titolo del libro che stai leggendo.» Indica il volume tra le mie mani. «Vorrei sapere il tuo nome.»

«Ah, ehm, sì, certo, l'altro nome» balbetto.

Mi guarda come se fossi stupida o appena scappata da un reparto psichiatrico.

«Sofia, mi chiamo Sofia» dico cercando di non sembrargli totalmente pazza, anche se forse ormai è troppo tardi.

«Ah, okay. Da dove vieni?»

«Dalla biblioteca e non intendo tornarci.»

Indietreggio spaventata dalla possibilità che possa volermi riportare lì nonostante abbia detto che non ha intenzione di farlo, potrebbe sempre cambiare idea.

«Okay, ti va di mangiare qualcosa?» mi chiede spostandosi in un'altra stanza per andare ad aprire l'anta di un armadio da cui esce un'aria gelida, che mi pare si chiami freezer.

«Ehm, no, grazie, io non mangio mai.»

Si gira a guardarmi con ancora in mano la scatola di un cibo che non riconosco, l'anta aperta e l'espressione molto perplessa. Mi sono dimenticata che gli uomini non possono vivere di aria, che per loro è necessario nutrirsi se non vogliono morire, al contrario di quelli come me che non hanno bisogno di cibo e continuano a esistere finché non vengono uccisi. Probabilmente sta iniziando a chiedersi se abbia fatto bene a farmi venire a casa sua, in fondo non sa niente di me e potrebbe pensare che sono pericolosa, anche se non so come io possa sembrarlo, la realtà è che sono molto spaesata. Mi scruta attentamente in cerca di possibili indizi su chi io sia veramente o che possano tradire qualche mio oscuro segreto.

Per rassicurarlo dico: «Ehm, davvero, sei già stato troppo gentile con me, ma ho solo bisogno di un posto dove poter stare a dormire questa notte.»

Sto decisamente peggiorando la mia situazione a giudicare da come mi sta guardando. In realtà più che guardarmi mi sta sviscerando con gli occhi e non è per niente una bella sensazione. Provo a fargli un debole e stiracchiato sorriso affinché capisca che non deve temere che io possa fargli del male o dargli fuoco alla casa, insomma, che sono innocua. Se Hunter fosse qui direbbe la cosa giusta o magari Zac farebbe una battuta per sdrammatizzare la situazione, io invece non so come comportarmi. Cerco di spremere le meningi per trovare qualcosa da dire, ma niente: la mia mente è vuota come un cielo senza nuvole.

Cautamente richiude quell'armadietto che emana freddo. Sembra essersi messo sulla difensiva, quasi potessi avere un'ascia anch'io, come Katrin. Mi stringo nelle spalle e mi abbraccio più forte, cercando di farmi piccola piccola e magari sparire. Dopo aver posato sul tavolo la scatola di cibo congelato Ed mi fa segno di seguirlo, il tutto senza perdermi un attimo di vista. Comincia a farmi venire i brividi con quel suo sguardo indagatore dietro le spesse lenti degli occhiali. Mi conduce fino ad un piccolo salotto e mi indica un divanetto dall'aria scomoda.

«Aspettami qui. Vado a prenderti un cuscino, una coperta e una maglietta pulita.»

Per non spaventarlo ulteriormente decido di non comunicargli che in realtà un cuscino e una coperta non mi servivono affatto e mi limito ad annuire.

«Grazie. Di tutto.»

Prima di scomparire in un'altra stanza mi rivolge un accenno di sorriso e si tira su con l'indice gli occhiali che nel frattempo gli sono scivolati verso la punta del naso. Mi guardo intorno: lungo tutta una parete corre un grande scaffale di legno, laccato di nero. Mi avvicino per guardare i titoli dei libri che vi sono infilati chiedendomi se hanno imparato a personificarsi da piccoli o se sono ancora addormentati tra le proprie pagine. 

Su alcune mensole del mobile sono collocate delle fotografie che ritraggono Ed da piccolo (lo si riconosce dalla bocca a cuore e il naso affilato) insieme ad un'altra bambina dalla chioma bionda e liscia, che sorride verso l'obbiettivo. Ha il volto tondo e solare, con un'aria molto simpatica. Si assomigliano molto, probabilmente sono parenti. Mi soffermo su una immagine in particolare in cui gli sta stampando un bacio su una guancia. Soltanto guardandola si può percepire il profondo affetto che lega i due e ne rimango incantata. Più avanti c'è ne sono altre, sempre di loro due, man mano che crescono. Paiono così uniti e felici, come lo sono stata anch'io fino a pochi giorni prima. Gli occhi mi si riempiono di lacrime come mi capita spesso ultimamente e un'immensa nostalgia mi travolge come un uragano.

«Era mia sorella.»

Sobbalzo, colta di sorpresa. Non lo avevo sentito arrivare, persa com'ero nei miei pensieri, e mi accorgo anche di avere il volto bagnato. Sono così tormentata da piangere davanti a delle foto di persone che nemmeno conosco? Mi passo una mano sul viso per asciugarmi le guance.

«Si chiamava Susanna, ma tutti la conoscevano come Anna.»

Mi giro a guardarlo con espressione confusa e triste. «Era, si chiamava, la conoscevano... perché parli al passato?»

«È morta. L'anno scorso. In un incidente stradale.» Il suo sguardo triste si perde dietro a chissà quali spiacevoli ricordi. Lo capisco benissimo, la morte di un fratello è una delle cose più terribili che ti possa capitare.

«Mi dispiace, non volevo... non potevo sapere» gli dico riportandolo al presente.

«Non fa niente, non è certo colpa tua.»

Nella stanza piomba un silenzio imbarazzato.

«Anche mio fratello è morto non molto tempo fa, ma non mi va di parlarne.»

Solleva lo sguardo dal pavimento e lo rivolge verso di me, mentre tento di nascondermi dietro alla mia massa di capelli indomiti, sentendomi fragile ed esposta dopo la mia confessione. Non se lo aspettava di sicuro, ha uno sguardo sorpreso e sembra non sapere cosa dire. Decido di toglierlo dall'impaccio di darmi una risposta intelligente o quanto meno appropriata, perché so per esperienza che nessuna parola potrà lenire il dolore dato dalla perdita di qualcuno che si ama.

«Grazie, davvero, per tutto. Se non ti spiace vorrei riposarmi.»

«Oh, sì. Buonanotte.»

«Buona cena.»

Prendo la maglia che mi porge, poi va verso la porta per tornare al suo pasto. Appena prima di uscire dalla stanza si volta a guardarmi e per la prima volta sorride in modo aperto e sincero, poi scompare oltre la soglia.Stringo forte la maglietta, grata di quella gentilezza. Quella che indosso è proprio in condizioni pietose. Magari in fin dei conti è solo un bravo ragazzo che mi vuole dare una mano e non devo avere paura.

La maglia è nera, forse un po' troppo grande, e sa di pulito. La porto al viso e inspiro a fondo, lasciando che il profumo di bucato mi penetri nelle narici. Anche mio fratello sa sempre di pulito. Si chiama Shadowhunters, un nome che gli calza a pennello, ma per tutti è soltanto Hunter, cacciatore. La caccia di notizie piccanti è la sua specialità. Con la sua sfrenata curiosità riesce sempre a ficcare il naso dappertutto e carpire dei segreti che, essendo tali, devono rimanere segreti e per questo si "caccia" assai spesso nei guai. È tutto il contrario di me, è sempre allegro e spiritoso, per lui non è difficile farsi degli amici, infatti ne ha molti all'interno della biblioteca, o forse sono presunti tali dato che poi, quando è morto, nessuno è mai venuto da me piangendo per farmi le condoglianze né si sono ribellati alle leggi ingiuste della Corte. 

Per un amico non si dovrebbe essere pronti a tirare fuori il coraggio per difenderlo? E poi se si fossero lamentati in tanti quanti dicevano di volergli bene non avrebbero mica potuto ucciderli tutti, magari sarebbero addirittura riusciti a ottenere qualcosa. Il fatto è che hanno paura e sono abituati a sottostare a gente senza scrupoli che decide della loro vita in modo del tutto arbitrario secondo il proprio umore. Solo Hunter non ne ha avuta e si è spinto troppo in là, la sua intelligenza e la sua furbizia non l'hanno potuto salvare. In realtà è stata solo colpa mia, se non fosse stato per me, per il mio essere impacciata, lui sarebbe ancora vivo, perché lui sa sempre cosa dire, cosa fare e come farlo, è riuscito a mantenere molti segreti senza essere scoperto, ha spiato molte riunioni importanti dei vertici della biblioteca. 

Io invece sono una stupida e non so mai come parlare con gli altri e forse è meglio quando resto zitta, dato che in genere se apro bocca finisco per dire la cosa sbagliata. Infatti Zac è il mio unico amico, perché a lui non dà fastidio se non trovo le parole, anche lui è una persona riservata e possiamo passare un pomeriggio intero senza dirci quasi nulla. La nostra amicizia è basata sul silenzio.

Insomma, vivo un po' nell'ombra di mio fratello, in disparte.

In questo momento mi rendo conto che non potrò più parlare di lui al presente, ma solo al passato, come ha fatto Ed con sua sorella e la consapevolezza è troppo dolorosa per essere sopportata.

La stoffa della maglietta è morbida, tutta un'altra cosa rispetto a quella rigida e consumata che indossavo prima, e mi fa stare un po' meglio. Almeno vista da fuori adesso sembro quasi normale. Per non apparire più strana di quanto già sia sembrata, decido di dormire come tutte le altre persone, per non spaventare Ed in caso passasse per il salotto durante la notte senza trovarmi. Mi infilo sotto la coperta con me al mio fianco e chiudo gli occhi nel tentativo di prendere sonno, ma ogni minimo rumore me li fa spalancare spaventata.

Temo che Katrin compaia all'improvviso scivolando silenziosa fuori dall'oscurità della stanza. Vorrei tanto piangere per sfogare la tensione che ho accumulato durante la giornata, ma ancora non mi sento al sicuro, non voglio farmi cogliere di sorpresa da nessuno in un momento di debolezza, altrimenti capirebbe subito quanto sia facile farmi del male e distruggermi. Devo essere forte. Richiudo gli occhi per l'ennesima volta, ma un rumore di passi mi fa balzare sul divano. Poi però mi ricordo di Ed e mi risdraio. Probabilmente sta soltanto andando a dormire. Infatti sento l'acqua del lavandino scorrere in bagno e poi dei suoni attutiti giungere dalla camera. Devo assolutamente calmarmi o mi farò venire un infarto. Comincio a canticchiarmi nella testa una canzoncina di quando ero piccola, ma nemmeno quella funziona. Alla fine mi addormento per lo sfinimento.

Un crepitio lontano mi fa spalancare gli occhi. Mi guardo intorno. Questo posto mi sembra sconosciuto e familiare allo stesso tempo. Nell'aria c'è un forte odore di legno e carta vecchia, impolverata. Muovo dei timidi passi, cercando di far meno rumore possibile. Sono circondata da file e file di scaffali vuoti, quindi penso di trovarmi in biblioteca, ma diversamente dal solito non c'è nessuno e non mi pare di aver mai visto questi scaffali scuri e massicci. Poi una zaffata calda che sa di bruciato mi investe il volto: qualcosa qui da qualche parte sta andando a fuoco. Comincio a camminare più veloce, cercando di raggiungere il punto di origine dell'incendio, fino a mettermi a correre.

«C'è nessuno qui?»

La mia voce rimbomba in modo inquietante nel vasto spazio disabitato.

Il cuore mi batte fortissimo nel petto, magari c'è qualcuno in pericolo. Mi avvicino sempre di più alla fonte di calore e sto per svoltare l'angolo quando una mano mi afferra saldamente il polso e mi trascina verso di sé facendomi cadere a terra. Sto per mettermi a strillare, ma un'altra mano mi tappa la bocca prima che ne esca un solo suono.

«Shhh, non fiatare, sono io, Hunter.»

Mi rilasso contro il suo corpo: è solo mio fratello, nessuno di pericoloso.

«Dobbiamo stare fermi e zitti o ci scopriranno» mi bisbiglia all'orecchio.

«Cosa sta succedendo qui? Perché tutto va a fuoco?» gli chiedo non appena mi libera la bocca.

«Non è il momento giusto per fare domande, adesso dobbiamo ascoltare.»

«Ascoltare cosa? Io non sento niente oltre al crepitare delle fiamme. Dovremmo andarcene.»

Si posa un dito sulle labbra per farmi cenno di tacere e rimane fermo in attesa. Intanto il ruggito del fuoco si fa sempre più vicino, non potremo rimanere qui ancora a lungo se vogliamo restare vivi.

Mi alzo e lo tiro per un braccio.

«Okay, abbiamo sentito abbastanza, adesso andiamocene» dico spaventata.

«Non fare la bambina, sono cose importanti.»

«Basta, Hunter, qui non c'è nessuno. Ci faremo ammazzare se non c'è ne andiamo via subito.»

«Smettila o tu ci farai ammazzare.»

«Per favore» lo supplico tra le lacrime.

«Bene, bene, guarda un po' chi abbiamo qui.»

Mi si accappona la pelle, quella voce la conosco fin troppo bene e non porta a nulla di buono. Ci giriamo entrambi verso la figura scura che ha parlato. Se ne sta appoggiata a un scaffale proprio accanto a noi con la sua ascia stretta in mano. Con un movimento fluido si volta nella nostra direzione e i suoi occhi luccicano in modo sinistro. Sono verdi e ferini come quelli di un gatto e sembrano quasi brillare di luce propria nel buio della stanza. I capelli paiono una colata lavica scura, e tra le ciocche rimangono incastrati i bagliori rossastri delle fiamme sempre più vicine. Un brivido mi percorre la spina dorsale. Come abbiamo potuto non accorgerci che lei era qui, che ci scrutava col suo sguardo felino?

Mio fratello si alza e si mette davanti a me per farmi scudo con il suo corpo. Sembra forte e sicuro di sè, ma da dietro vedo che deve stringere le mani a pugno per non farle tremare. Ha paura tanto quanto me.

Senza voltarsi mi sussurra: «Scappa».

Io sono pietrificata. Non me ne andrò lasciandolo solo ad affrontare Katrin e la sua ascia affilata.

«Lo sapete cosa succede a chi viene sorpreso a origliare?»

Fa scorrere un dito dalla perfetta unghia nera e lucida lungo il collo con un gesto chiarissimo. A morte i traditori. Comincia ad avanzare stringendo la mano intorno al manico dell'ascia tanto da far sembrare le nocche delle perle bianche e tonde. Alle sue spalle appaiono dei soldati della guardia reale che piano piano diventano sempre di più. Non abbiamo via di scampo.

«Sofia, dannazione, scappa finché sei in tempo» mi dice Hunter con un sibilo arrabbiato e terrorizzato assieme. Poi per creare un diversivo si getta contro Katrin cercando di bloccarle l'ascia.

Io sono ancora immobile, incapace di reagire in alcun modo. Devo fare qualcosa per aiutarlo, altrimenti lo uccideranno. Cerco di pensare lucidamente, ma sono in preda al panico e sento gli occhi riempirmisi di lacrime di fronte alla mia impotenza.

Un grido mi riporta alla realtà.

«Scappa!»

L'esercito ha cominciato ad avanzare, allora mi riscuoto, mi volto e comincio a correre con la vista offuscata dal pianto. Mi giro una volta indietro e vedo Katrin conficcare la lama nel petto di mio fratello. Grida strazianti mi penetrano nel cervello come spari di pistola. Gocce nere esplodono ovunque, macchiando l'immacolata superficie degli scaffali. Mi costringo a continuare a correre, anche se ormai sono circondata dal fumo e dalle fiamme. Sono disperata e non riesco a scorgere una via di fuga. La testa comincia a girarmi e il mondo intorno a me diventa sempre più sfocato. Cado a terra in preda ai colpi di tosse: non c'è più ossigeno. Attorno a me percepisco sagome scure che vorticano chiudendomi in trappola.

«Hunter. Hunter, dove sei?» rantolo con il poco fiato che mi è rimasto.

Sento un rumore di passi avvicinarsi al punto in cui sono riversa al suolo. Tac tac tac tac. Poi si fermano accanto alla mia testa.

«Adesso è il tuo turno. Non avrai di certo pensato di poter scappare per sempre?»

Katrin mi sovrasta: una cariatide imponente e bellissima dalle membra toniche e possenti, come scolpite nel marmo. Le fiamme paiono non sfiorarla minimamente ed è in ordine come al solito, nemmeno un capello fuori posto. Io mi sento un pugno di cenere che esala le ultime volute di fumo del fuoco appena spento. Si china su di me e mi afferra il mento tra le sue dita gelide costringendomi a guardarla negli occhi.

«Tuo fratello è morto ed è solo colpa tua. Sei fuggita e l'hai lasciato solo. Ma adesso avrai quello che meriti.»

Si alza senza fretta e solleva l'ascia pronta a colpire.

Una mano mi scuote la spalla.

Non sono morta dunque? Le fiamme si sono spente e Katrin è scomparsa. Sono avvolta da un nero profondo e impenetrabile. Forse è questo che ci attende, niente paradiso e inferno, ma solo un gigantesco nulla dove non esistono né gioia né dolore.

Vengo scossa di nuovo per la spalla. «Sofia, Sofia, svegliati!»

Finalmente apro gli occhi e vedo davanti a me il viso di un uomo castano, tutto spettinato, che mi guarda con espressione preoccupata.

«Shh, calma, è solo un incubo» dice vedendo che mi sono svegliata.

Con il palmo della mano mi asciuga le guance bagnate. Non mi sono neanche accorta di stare piangendo. Ci metto un po' a ricordare dove mi trovo e chi sia quell'uomo. Quel sogno era così maledettamente reale.

Mi stringo le ginocchia al petto. Ed sembra un po' in imbarazzo, non sapendo bene cosa fare, se far finta di niente e tornare a dormire. Alla fine si siede sul divano di fianco a me per consolarmi.

Mi accarezza la schiena con movimenti lenti e circolari che convincono il mio cuore a battere più piano e a non schizzarmi fuori dalla gabbia toracica. Non dice niente in attesa che si fermino i singhiozzi. Devo aver urlato nel sonno perché dalla finestra posso vedere il cielo ancora scuro. Mi sento spaventata, quasi non fossi ancora del tutto certa che Katrin non sia in questa stanza, che non stia per morire soffocata, bruciata o trafitta da un'ascia affilata. Vorrei tanto scomparire, diventare una nuvola fatta di vento e volare via dalla finestra, così magari smetterei di soffrire e di avere paura. Il contatto caldo della sua mano, che percepisco attraverso la stoffa della maglietta, riesce infine a tranquillizzarmi. Provo un moto di tenerezza per quel ragazzo così premuroso che mi ha accolto senza nemmeno conoscermi, senza chiedermi niente, e a cui potrei sconvolgere la vita.

Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top