Wicked

Questo racconto ha partecipato al contest di Halloween "Il canto del cigno" organizzato da ciambella198ac_books_ guadagnandosi il secondo posto. Si tratta di una one-shot raccontata dal punto di vista del cattivo e come protagonista ho scelto Katrin, la "cattiva" della mia storia "Fuori da queste pagine" che trovate qui su Wattpad. Per leggerla non è necessario aver letto la storia principale, vi bastano giusto un paio di informazioni: la vicenda si svolge ai giorni nostri in una città realmente esistente, infatti si propone come urban fantasy, ma in questa os l'ambientazione è un monte giusto a fianco ad essa, e i protagonisti sono libri che hanno assunto l'aspetto di esseri umani (per questo nelle loro vene scorre inchiostro al posto del sangue). Spero vi piaccia, buona lettura!

È piena notte. Il terreno è un pantano unico per via della pioggia caduta durante il giorno e il sentiero si inerpica erto sul fianco della montagna. Per quale assurdo motivo Katrin indossa degli stivali in pelle nera dal tacco vertiginoso? Ad ogni passo il piede le sprofonda nel fango e la fatica della salita raddoppia, visto che rischia di continuo di scivolare e di ritrovarsi a rotolare verso valle nella melma. Come se non bastasse non vede quasi un accidente perché la luce della luna è trattenuta dai rami degli alberi che, per quanto spogliati di tutte le loro foglie dall'inverno, sono così fitti da non far passare nemmeno il più piccolo raggio. La pietraluce che ha appesa al collo le fa luce per modo di dire. Insomma, è un miracolo se ancora non si è trovata col culo per terra.

Il freddo umido le penetra attraverso i vestiti facendole venire la pelle d'oca e una dannata voglia di essere da qualsiasi altra parte tranne che lì, magari in una bella stanza calda, sprofondata in una poltrona ad aspettare che passi anche questa notte. Non che ci sia alcunché al mattino per cui valga la pena attendere, forse è solo la soddisfazione di rinfacciare a suo padre che è ancora viva e non si libererà di lei tanto facilmente. Una spina nel fianco, ecco come la considera il suo amabile genitore.

Il peso dell'ascia sulla schiena le è di conforto. Ormai è diventata un'estensione del suo corpo e senza si sente nuda, indifesa. A volte si ritrova a pensare che quello strumento di morte è tutto ciò che resta di lei; se lo dovesse perdere o le venisse portato via non saprebbe più chi è. Senza la sua ascia non è più il boia del re e se non è il boia del re che cosa è? La figlia rinnegata, l'amante disillusa, la donna inacidita dagli eventi del destino che l'hanno condotta fin lì. Tutte queste parole però non dicono cos'è, ma solo cosa non è più: non figlia, non amante, non donna. Sotto rimane solo l'odio. Quindi lei è un grumo di male, di sensazioni negative nei confronti degli altri? Se dovesse dar retta al piacere che prova nel decapitare le persone sembrerebbe proprio di sì.

Ogni volta che una testa si stacca dal collo con un colpo netto e schizzi scuri e vischiosi le macchiano la pelle, il vestito, sente il serpente dentro di lei fremere e agitarsi. "Di più, di più" pare implorarla. "Fagliela pagare. Prenditi la vendetta che ti meriti". Non è mai sazio, non è mai appagato. Così stringe l'impugnatura della sua arma e cala la lama come un'implacabile ghigliottina, gli occhi verdi induriti dal gelo del suo cuore. Quando quel momento è passato però le resta un senso di vuoto. Che cosa ha ottenuto alla fine? Niente, perché è ancora sola e non amata.

Che sciocchi pensieri. Questa salita del cavolo la fa diventare melodrammatica. Da sola ci sta benissimo, non ha bisogno dell'affetto di nessuno. Ha il suo ruolo, il suo scopo, punto. Sta per convincersi ad andare a piedi nudi piuttosto che continuare a salire con quelle maledette scarpe quando ecco spuntare la croce, che svetta alta sopra il bosco, e un forte odore di zolfo le invade le narici. Odore di magia proibita.

Si avvicina al basamento della croce: una figura nera inginocchiata a terra sta salmodiando quello che sembra un incantesimo. Spegne la pietraluce per non annunciare la sua presenza e piomba nel buio. Aspetta che i suoi occhi si siano abituati all'oscurità prima di riprendere l'agguato. Adesso riesce a sentire le parole che l'uomo sta pronunciando, sono in strenico, la lingua aspra delle streghe della notte. Ai libri è severamente proibito immischiarsi con le faccende di quelle megere: liberissime di saltellare in cerchio intorno al fuoco nei giorni di luna piena per invocare chissà quale energia magica, ma guai a chi si intromette nelle loro faccende da fattucchiere. La pena è la morte. E quando si tratta di morte e gente da punire chi se non il boia viene mandato a regolare i conti?

«Fermo, non dire un'altra parola.»

La sua voce crepita nell'aria fredda di fine ottobre, facendo sobbalzare l'uomo, che interrompe la sua nenia per voltarsi in direzione dell'intrusa, gli occhi colmi di terrore per essere stato colto con le mani nel sacco.

Da non crederci, è di nuovo quell'idiota di Wert. Quante volte ancora dovrà essere ripreso per il suo comportamento? Be', a ben pensarci mai più, dato che dovrà ucciderlo questa notte stessa.

«K-Katrin» balbetta il malfortunato e Katrin sa che in realtà significa "Sono spacciato".

Hanno sempre la stessa espressione i condannati quando la vedono arrivare: da animali braccati, già arresi al proprio inevitabile destino. Vorrebbe prenderli per le spalle e scuoterli. Perché non combattono per la loro vita? Perché se ne stanno inermi davanti a lei come se non fosse una semplice emissaria ma la Morte stessa? Quando hanno preso decisioni al posto suo, quando si sono frapposti fra lei e i suoi desideri, Katrin ha lottato, si è ribellata. Ma alla fine non è stato tutto vano? Forse hanno ragione loro, bisogna chinare il capo e sottomettersi con dignità e umiltà al fato che viene imposto, tanto il risultato non cambia. Ci si copre soltanto di ridicolo nel tentativo di contrastare una forza sovrastante, contro cui non si può nulla. Eppure, come si può abbandonare così il mondo senza aver almeno tentato di tenersi stretta questa vita?

Dall'altra parte però non può dire di non sentirsi superiore davanti ai loro sguardi smarriti. Perlomeno le vittime hanno capito a chi devono portare rispetto. Nessuno osa non prenderla sul serio, nessuno ha pietà di lei, perché tutti la temono e sanno che se incontrano Katrin sul loro cammino allora sta per accadere qualcosa e di certo non sarà nulla di buono.

«Wert, cosa diamine stai ancora combinando?» domanda sospirando mentre indica i segni scavati nella terra umida di pioggia. Il miserabile individuo se ne sta accucciato nel centro di un cerchio, il bordo contrassegnato da una serie di scritte in strenico, presumibilmente, anche se lei non sa come si scriva. Studiarlo è proibito tanto quanto evocare incantesimi.

«Io... io» si guarda attorno, come se non fosse del tutto consapevole di dove si trovi e di cosa stia facendo. Poi solleva lo sguardo e gli occhi sono offuscati dalle lacrime. Santo cielo, ci mancava solo che si mettesse a piagnucolare!

«Voi mi avete portato via la mia Dorotea!» le urla contro.

«Ne abbiamo già parlato. Era malata e rischiava di infettare tutti gli altri. Era un pericolo per la comunità. Come puoi non capire che il suo sacrificio ha impedito ad altri di fare la sua stessa fine?»

«Dovevate curarla, non ucciderla» protesta con la voce rotta dal pianto.

«Non avevamo una cura e non potevamo perdere tempo a trovarla col rischio che nel frattempo si ammalasse qualcun altro.»

Menzogne. Katrin lo sa bene e sente l'amaro in bocca mentre rifila a Wert una serie di bugie. Ma non è forse meglio che sentirsi dire: "Stiamo tutti morendo, cretino, la sua uccisione non è servita ad altro se non a nascondere la verità a tutti voi altri"? Quanto tempo passerà prima che qualcun altro presenti gli stessi sintomi? Quanto prima che si accorgano dell'imbroglio? Saranno molto delusi nello scoprire che il re se ne fotte della loro salute, l'unica cosa che gli sta a cuore è salvarsi la proprio pellaccia e basta. Che crepino pure tutti gli altri. Lei per prima.

«Assassini.»

La sua accusa le rimbomba nelle orecchie, risuona nel silenzio della notte.

Si china verso di lui. «Dimmi qualcosa che non so già.»

Wert indietreggia, spaventato dalla totale assenza di emozioni sul suo viso. «Io l'amavo, lei era tutto per me.»

«E a me cosa vuoi che ne freghi dei tuoi patetici sentimenti?»

Una rabbia antica le fa ribollire il sangue nelle vene. È pronta a ucciderlo seduta stante. Le mani le prudono dalla smania di impugnare l'ascia e farla finita subito. Amore, si è messo a pasticciare con la magia proibita per amore! Che misera creatura, ancora combatte per qualcosa di così falso. Ma non vede che il cosiddetto dolce sentimento l'ha portato solo sulla via della follia? Ormai è tardi, ha appena firmato la sua condanna a morte.

Wert ammutolisce davanti alla sua furia.

«Usare la magia oscura è reato, lo sai?»

«Certo, non sono mica uno stupido.»

«E allora che cazzo ci fai in un cerchio in piena notte a recitare formule in strenico?» sbraita estraendo l'ascia dalla custodia fissata sulla schiena.

Wert si alza in piedi, lo sguardo fiero, nonostante stia tremando in tutto il corpo. Almeno questo verme prova a difendere il suo onore piuttosto che morire da pavido.

«Perché io me la riprendo!»

«Cosa? Non starai cercando di resuscitare una morta?»

«Dorotea non si meritava di morire e quindi io la riporterò su questa terra dove è giusto che stia.»

«Wert, di lei non è rimasta che cenere.»

«L'incantesimo dice che non serve un corpo per...»

«Sta zitto! Lascia perdere quel fottuto incantesimo. Lo sai qual è il pegno da pagare per chi turba gli equilibri di vita e morte?» Katrin lascia che la domanda penetri bene nel cervello di quell'idiota innamorato. «La propria anima. E pensi che, se anche riuscissi a riportarla in vita, ti vorrebbe ancora?»

«Sì, certo, perché è vero amore.»

«No, tu non sai nulla. Nessuno può amare una persona che ha ceduto la sua anima al diavolo. Credimi.»

Wert ride: è una risata dura, per nulla divertita. «Cosa vuoi che ne sappia una come te di cosa può o non può l'amore. Sai solo decapitare teste, stronza.»

Questo è troppo. Gli punta la lama dell'ascia alla gola. Wert deglutisce rumorosamente, il pomo d'Adamo gli fa su e giù andando a sfregare contro l'acciaio affilato dell'arma. Una goccia di sangue gli scivola lungo il collo e si accumula nell'incavo tra le clavicole. Adesso non fa più tanto lo spavaldo.

«Attento a quello che dici, chi gioca col fuoco rischia di bruciarsi» gli ringhia addosso.

«Tanto che cambia, non dovrò comunque morire ormai?»

«Oh, sì, raggiungerai Dorotea molto presto. Ma lascia che ti dica una cosa, siamo tutti nella merda e per quanto ci dibattiamo stiamo affondando. Ecco cosa vi nasconde il vostro re, ecco perché la tua amata è morta. L'Apocalisse si avvicina» gli sibila nell'orecchio, le labbra così vicine al suo padiglione auricolare da sentire il brivido che lo attraversa e gli fa venire la pelle d'oca all'udire queste parole.

«Che intendi?»

«La morte di Dorotea non ha avuto nessuno scopo, non salverà nessuno di noi. Stiamo tutti lentamente marcendo.»

Wert ha un singulto. Non può capire di cosa stia parlando, ma la minaccia gli pulsa in ogni cellula del corpo, sente che quello che dice non è altro che la verità. Katrin si sente attraversata da un'ondata di puro piacere per la paura che sente emanare dalla sua vittima. Ha un sapore dolcissimo.

«Shhh, è un segreto. E ora morirà con te.»

Si allontana di scatto e con un movimento fluido gli spicca la testa dal corpo, come un giocatore di baseball che ha appena preso la pallina al volo con la mazza. Il suo cranio rotola ai suoi piedi, l'espressione di puro terrore congelata per sempre sul suo volto. Con un tonfo anche il resto di quello che è stato Wert piomba al suolo.

Katrin ha il respiro affannato per l'eccitazione. Assapora il gusto fetido sprigionato dall'inchiostro che fuoriesce dalle ferite e viene inghiottito dalla terra già imbevuta di pioggia. Ne esce a fiotti, un fiume che non ne vuole sapere di fermarsi. È troppo, ha già saturato il terreno e adesso le si raccoglie attorno agli stivali come un lago. Lei se ne sta ritta, trionfante, un Perseo che sormonta la testa di Medusa.

Non è sempre stata così cattiva, ma in questo momento non riesce nemmeno a ricordare la ragazza che è stata prima che le circostanze la portassero a diventare un'assassina. La soddisfazione che le monta dentro è così grande da non credere possibile essere stata altro che questo. Un atto definitivo, senza riparo né soluzione, e tutto quel potere sta nelle sue mani. Non sarà mai più debole, non sarai mai più una bambina che supplica in ginocchio per essere ascoltata. Sarà la donna con la falce, l'ultima bestemmia sulle labbra del peccatore.

Rinfodera l'ascia, dopo averla pulita sui vestiti di Wert, e tira fuori un fiammifero dalla tasca per appiccare il fuoco al suo cadavere. Arretra e osserva il corpo andare in fiamme. Una sagoma nera nel mezzo di lingue rosse che danzano verso il cielo il ballo dell'eterna dannazione.

Che cosa hai fatto?

«Taci!»

Questa non sei davvero tu.

«Che cosa vuoi saperne di come sono io, mi hai abbandonata. Non mi hai mai capita.»

Ti sei persa, ma so che da qualche parte lì dentro ci sei ancora. Devi solo lasciare cadere la maschera che ti sei costruita.

«Nessuna maschera. Quella che vedi è l'unica Katrin che esiste.»

Guarda quel pover uomo, potrei essere io che mi danno d'amore per te e sbatto i pugni contro le mura che hai eretto intorno al tuo cuore.

«Zitto, tu non ci sei, te ne sei andato via molto tempo fa. Esci dalla mia testa. Vattene!» grida di fronte al falò, le mani strette tra i capelli nel tentativo di fare uscire la sua voce dal cervello. Perché non la lascia stare? Perché non la smette di tormentarla? Crolla in ginocchio, lo sguardo fisso sul quel che rimane di Wert mentre viene via via divorato dalle fiamme. Capelli neri. Katrin sbatte le palpebre per scacciare le lacrime causate dal fumo che le si accumulano negli occhi. Capelli neri. Un singhiozzo le si incastra in gola.

«No!»

Si guarda intorno in cerca di qualcosa per spegnere il fuoco, ma niente. Allunga le mani verso le fiamme.

«Greg» sussurra nella notte.

Un goccia di pioggia le cade su uno zigomo e le scivola lungo la guancia come una lacrima che non riesce più a versare ormai da anni. Viene subito seguita da altre, fino a che non diventa un diluvio che estingue l'incendio. Ai piedi della croce adesso i resti carbonizzati di Wert sono esposti alle intemperie come vittime sacrificali sull'altare delle sue colpe.

«Che cosa ho fatto?» chiede a sé stessa mentre afferra tra le dita il cranio annerito dell'uomo innamorato e lo culla tra le braccia come un neonato.

«Che cosa ho fatto?» si china sul teschio, se lo preme contro al petto e urla la sua solitudine alla notte. È un grido straziante perché lei in fondo non è cattiva, è solo la favola che si è raccontata per nascondere il suo dolore. Perché l'amore è stato per lei come questo fuoco e le ha lasciato sulla pelle una traccia di bruciato una volta che se ne è andato, senza dirle nemmeno addio.

Quando la sua voce è ormai roca per il tanto urlare si alza in piedi e si ricompone. Nessuno dovrà mai venire a sapere di queste sue cadute. Tutti dovranno vedere soltanto l'armatura che indossa e credere che dietro non ci sia nessun'anima da compatire. Katrin è la strega cattiva della fiaba, non c'è altro da dire, nulla da capire. Fa cose cattive perché è nella sua natura e quando compie una brutta azione non si volta indietro per chiedere scusa.

Scava una fossa nel terreno con un ramo spesso che trova nel bosco e seppellisce la salma là dove Wert aveva disegnato il cerchio di evocazione. Poi si volta e ripercorre a ritroso la strada per tornare a casa. Andrà dal re, che la guarderà in attesa di conferma e lei annuirà e dirà come sempre: "L'ho ucciso, padre. È stato fatto il tuo volere".

Ecco lo splendido bollino che la storia si è guadagnata.

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