Jem
Racconto scritto per il contest "Antichi spiriti" indetto da WattpadBrividoIT per la festa della luce, il Sol Invictus. Io ho scelto il prompt #3 Horror, a cui sono associate una citazione e un'immagine che riporto qui sotto.
"L'uomo nero non è morto, fa paura la sua voce, prendi subito la croce. Apri gli occhi, resta sveglio, non dormire questa notte..."

Non mi sento più le dita dei piedi tanto sono congelate. Avrebbe dovuto essere già tornato da un pezzo, ma di Jem ancora non c'è traccia. Mi ha detto "aspettami qui, torno subito" e io sono rimasta ferma ad attenderlo mentre la neve cominciava a scendere copiosa come una cascata.
Respiro attraverso la sciarpa per non ingoiare l'aria gelida della sera che avanza. Il cielo sta cominciando a scurirsi: il sole va via presto in pieno inverno e, nonostante siano solo le quattro del pomeriggio, la luce è già impallidita, slavata, per lasciare il posto alle dita scure del regno delle ombre.
Jem, dove sei finito?
Pesto i piedi per terra per cercare di riattivare la circolazione e mi stringo forte nel piumino rosa shocking, per il quale mia madre è andata tutte le furie quando sono tornata a casa con il mio nuovo acquisto. Non è volgare, nè eccessivo, io lo trovo stupendo.
Non so se attendere ancora o se tornarmene a casa, ma se poi lui tornasse e non mi trovasse lì ad aspettarlo? No, non lo abbandonerei mai. Cerco di scrutare tra gli alberi nel tentativo di adocchiare una figura muoversi nella mia direzione, ma la neve cade fitta ed è difficile vedere alcunché.
Mi appoggio con la schiena al muro, sperando di trovare un po' di riparo nella sporgenza del tetto della casa del signor Berri. Se non fosse così scontroso, un vero misantropo che vive al limitare del bosco, gli avrei già chiesto ospitalità nell'attesa, ma purtroppo è un vecchio inaridito dalla solitudine, che ancora piange la moglie defunta da vent'anni almeno.
Sono stanca, voglio andare in un posto caldo e bere una bella cioccolata coi biscottini al burro, come quelli che prepara mia nonna per Natale e di cui faccio puntualmente indigestione ogni anno. Però ne vale davvero la pena.
Chissà cos'è questa sorpresa che mi piacerà da morire. Jem è stato molto vago e quando gli ho chiesto ulteriori spiegazioni è rimasto in silenzio e mi ha fissato con i suoi grandi occhi a mandorla stretti in una fessura. Ho colto uno strano luccichio che mi ha fatto venire i brividi e mi ha fatto sentire una stupida: come posso anche solo lontanamente avere paura di Jem? Lo conosco da una vita, da quando sono al mondo. La sua famiglia si è trasferita nella villetta di fianco alla nostra prima che io nascessi. È stato l'amico della mia infanzia e io soffrivo con lui quando gli altri bambini facevano apposta a passargli accanto per urlare "lo sentite anche voi? C'è puzza di cinese" e poi se ne andavano sghignazzando. Una crudeltà: non esiste al mondo una persona più buona di Jem.
Con tutta questa neve forse si è perso, non riesce a trovare la strada per tornare indietro e per questo non è ancora tornato. Forse dovrei chiamare aiuto.
Un urlo agghiacciante squarcia l'aria, subito seguito da un ululato. Mi guardo intorno. Che cosa è stato? Basta, io non ne posso più, me ne torno a casa. Faccio per andarmene quando delle dita si stringono forte contro la mia spalla, troppo forte: sento le unghie di quella mano trapassare la stoffa dei vestiti e affondare nella mia carne infreddolita.
Mi volto di scatto con un grido di dolore: fino a pochi secondi prima non c'era nessuno d fianco a me, come ha fatto, chiunque esso sia, a venirmi vicino così in fretta?
«Ah, Jem, sei tu» dico con un sospiro di sollievo, contenta di vedere che finalmente si è rifatto vivo, ma lui non allenta la presa, come se non mi riconoscesse, come se non gli importasse della sofferenza che mi sta provocando. «Mi stai facendo male, lasciami andare.»
Lo guardo meglio e mi accorgo che non indossa più la giacca, il cappello e la sciarpa come prima, ma che è in maglietta, con le maniche arrotolate fino al gomito. Sembra non sentire il freddo, non ha nemmeno la pelle d'oca...
La pelle! Una mano, quella che mi stringe ancora la spalla, è completamente nera. Quella macchia di tenebre gli avvolge l'avambraccio e gli sale su fino a perdersi sotto la stoffa della manica. Non so dire cosa sia, ma mi fa paura. Il suo sguardo vuoto che pare trapassarmi come se fossi fatta d'aria mi fa paura. E intanto sotto la presa ferrea delle sue dita si allarga una chiazza di sangue che mi macchia il piumino e mi fa venire un giramento di testa.
«Jem? Che succede?»
Quando apre la bocca per parlare mi accorgo che dalle sue labbra non si leva nemmeno una nuvoletta di fiato condensato, quasi non stesse respirando. Com'è possibile? Voglio andarmene, non riconosco questa persona che ho davanti, non assomiglia per niente al mio Jem, quello sempre sorridente, quello con le fossette nelle guance, quello gentile con tutti, quello che senza rendermene conto ho iniziato ad amare.
«Non sai quanto ho atteso questo momento. La maledizione si è quasi compiuta, manca solo l'ultimo ingrediente.»
«Maledizione? Non capisco, di cosa stai parlando?»
«È tutta colpa di quell'uomo, ha detto che non sarei più stato lo stesso, che sarei stato felice e invece... non sai come soffro. Ma grazie a te tutto questo avrà fine.»
«Non sei felice? Che cos'hai?»
«Non hai la più pallida idea di cosa voglia dire sentirsi escluso, disprezzato. La gente non si è mai tappata il naso al tuo passaggio. Ero stufo di tutto questo, stufo di dover subire le loro angherie quando io non avevo fatto loro niente. Poi è comparso quell'uomo e mi ha promesso che tutto sarebbe finito e io gli ho creduto.»
La sua mano ha uno spasmo e affonda di nuovo nella mia spalla facendomi urlare.
I suoi occhi sono pieni di lacrime e intanto la neve gli ha coperto di bianco la chioma corvina. C'è qualcosa che non va, sta farneticando, forse è malato. Ma qualcosa mi dice che non ha semplicemente la febbre che lo porta a delirare, è qualcosa di molto peggio. Sembra lucido mentre dice queste assurdità che non riesco a capire. Decido che la cosa più saggia è continuare a farlo parlare.
«Di che uomo parli?»
«L'ho incontrato alla stazione, era vestito con un completo elegante e mi è venuto incontro a passo lento. Io mi sono vergognato e ho provato a girarmi dall'altra parte per nascondere le lacrime, ma lui mi ha detto che non devo aver paura di mostrarmi, che quelle lacrime che ora stavo versando sarebbero state ripagate. Per ognuna che cadeva dai miei occhi i miei oppressore avrebbero ricevuto un pugno. Sarei stato forte abbastanza da vendicarmi di loro, dovevo soltanto seguirlo e fidarmi di lui. Ha detto che mi capiva, che lui era come me, ma che non ero costretto a subire in silenzio. Capisci?»
No, non capisco, ma lui non sembra aspettarsi davvero da me una risposta, continua a parlare come se fosse solo.
«Mi ha portato in una casa fatiscente e abbiamo aspettato che facesse notte, poi mi ha chiesto se ero pronto. A quel punto ho avuto un po' di paura e ho esitato. Ma non volevo la mia vendetta? Certo che la volevo. Allora ho fatto come mi diceva e mi sono sdraiato sul tavolo a petto nudo. Mi ha ordinato di stare sveglio, qualsiasi cosa accadesse e poi con un ferro arroventato mi ha marchiato la carne. Dopodiché ha cominciato a cantare una litania in una lingua sconosciuta per un tempo che mi parve interminabile. Quando ha finito mi ha detto che il rito era concluso, ma che per diventare invincibile avrei avuto bisogno di un'ultima cosa.»
Tace all'improvviso, senza concludere il racconto.
La spalla intanto mi pulsa e vorrei tanto che mi lasciasse andare. Sarei dovuta tornare a casa molto tempo fa, avrei dovuto intuire che qualcosa non andava: perché mai avrebbe dovuto farmi aspettare un'ora al freddo, sotto la neve?
«Non sai quanto mi spiace che debba essere proprio tu, Sara, ma non ho altra scelta. Lui ha detto che deve essere la persona che amo di più al mondo e quella persona non puoi che essere tu.»
«Cosa? Non ti capisco...»
Il dolore è diventato una fitta continua che mi trapassa il cervello come una freccia e devo stringere i denti per resistere alla voglia di urlare, ma non voglio spaventare Jem, non voglio fare alcunché che possa spingerlo a fare mosse avventate. Non so come comportarmi con questo sconosciuto. Se fosse il mio Jem lo abbraccerei forte e lo terrei contro al cuore per farlo calmare al battito del mio cuore, come ho sempre fatto, ma la sua voce è roca, come se fosse corrotta da un male interiore, e le sue dita sono come gli artigli di un rapace che è calato dall'alto sulla sua preda.
«Sara, Sara, come sei bella» sospira mentre mi passa la mano libera tra i capelli ramati.
Noto che anche quella sta diventando nera: vedo la macchia scura come il peccato avanzare, farsi strada sulla sua pelle, torbida e vischiosa. Quello è il morbo che lo sta facendo impazzire, deve essere legato a quella sostanza che si sta velocemente impossessando della sua carne. Segue le onde delle mie ciocche fino all'altezza del cuore, dove si sofferma un attimo, il palmo allargato sul mio petto. Lo sento esitare, poi ritira la mano e scorgo sul dorso un simbolo: un occhio bianco aperto che spicca contro il morbo nero. Sembra vivo, come se un fluido scorresse lungo la traccia del disegno facendolo vibrare. Mi pare quasi di vederlo sbattere la palpebra pallida.
Scrollo la testa. Forse è solo un'allucinazione dovuta al dolore alla spalla, che mi sta facendo uscire di testa, e a questa situazione paradossale.
Il freddo mi sta penetrando fin dentro le ossa e la neve mi sta inzuppando la giacca. Voglio tornare a casa.
Alzo lo sguardo verso il viso di Jem, anche se faccio fatica a distoglierlo da quell'occhio anemico che pare fissarmi in modo gelido e calcolatore. Ha le guance rigate di lacrime, che in parte si sono congelate in piccoli cristalli sulle ciglia nere. Mi sembra di cogliere una scintilla del mio amico, del Jem che conosco, ma è una flebile luce lontana, celata dietro una coltre di nebbia densa.
Jem, dove sei finito? Dove ti sei perso?
La morsa sulla mia spalla si allenta fino a svanire. Rilascio il respiro che non mi ero accorta di trattenere. Anche se continua a dolermi almeno non ho più i pungoli delle sue dita a ravvivare costantemente la mia sofferenza. Sento il cuore battere forte contro le costole. Sta forse tornando normale?
«Sara, mi dispiace tanto» china la testa sulla mia spalla e io quasi non grido di dolore. Si è appoggiato proprio sopra la ferita da lui inflittami e devo farmi forza per non spingerlo via, allontanarlo da me. Invece mi faccio coraggio e apro le braccia per circondare il suo corpo scosso da silenziosi singhiozzi. Adesso pare così fragile, un bambino che ha bisogno della mamma che gli lecchi le ferite per guarirlo, mentre poco prima aveva lo sguardo di un rapace, cupo, fisso sul proprio obiettivo.
«Mi dispiace» continua a ripetere come una cantilena.
«Shhh, è tutto a posto ora. Su, torniamo a casa.»
Faccio per prenderlo per mano per trascinarmelo dietro verso le case a pochi metri di distanza da noi, ma lui la tira indietro facendomi cadere contro di lui.
«No, non posso.»
«Certo che puoi, forza, andiamo» dico mentre cerco di rimettermi in piedi e dirigermi di nuovo verso le città, verso la gente, anche se dubito che ci sia qualche altro pazzo che vada in giro con questo tempaccio oltre a noi. Jem si impunta e non si muove di un passo, anzi tenta di afferrarmi di nuovo con una mano ad artiglio, ma io mi scanso e il suo pugno si stringe sulla mia giacca. Provo a strattonarlo, tuttavia la sua presa è troppo salda, tenace, e pare proprio non volermi lasciar andare.
Vengo colta dal panico e faccio l'ultima cosa che vorrei fare: slaccio la lampo e mi sfilo in fretta il piumino per cominciare a correre verso il limitare della città. Ma il terreno è scivoloso sotto le suole lisce delle mie scarpe e mi sembra di muovermi al rallentatore. Ora ho davvero paura. Mi sento dentro un incubo di quelli dove corri ma non avanzi mai e alla fine vieni sempre presa dal tuo inseguitore.
La neve mi inzuppa presto anche il maglione. Ho tanto freddo. Sento i passi pesanti di Jem che mi insegue e mi urla di fermarmi. Io tiro dritto per la mia strada, sperando di stare andando nella direzione giusta dato che ormai si è trasformata in una bufera e non vedo ad un palmo dal naso. La croce fredda del ciondolo che porto al collo mi sbatte contro le clavicole provocandomi ulteriori brividi.
Che Dio mi protegga.
Stringo il pendaglio tra le dita quasi insensibili in una preghiera silenziosa, poi una mano mi afferra il polso e mi strattona facendomi ruzzolare a terra. Nella caduta mi si sgancia la catenina a cui mi stavo aggrappando con tutte le mie forze. Mi giro sulla schiena e faccio per poggiarmi sui gomiti quando Jem mi piomba addosso e affonda il denti nella carne debole del braccio che ho sollevato d'istinto per difendermi.
Un grido agghiacciante pervade l'aria. È uscito dalle mie labbra senza che me ne accorgessi. Mi sembra di sentirlo come se fossi fuori da me e stessi assistendo alla scena dall'esterno. Non è un grido umano, sono le strida di una bestia morente.
Non so che fare, mi gira la testa, il cuore con un tonfo si schianta contro lo sterno. Sollevo la mano ancora stretta contro la croce e gli pianto il ciondolo nell'occhio. Molla subito la presa sul mio braccio per ululare di dolore. Il sangue gli imbratta l'occhio ferito, da cui pende la catenina d'oro che poco fa portavo al collo, e gli cola lungo la guancia come un pianto da film dell'orrore.
Sento la bile salirmi in gola, poi avviene tutto così in fretta da non rendermi davvero conto di cosa stia succedendo. Il suo volto prende fuoco e inizia a bruciare di una fiamma azzurra che piano piano gli lambisce la testa, il torace, le gambe. Sembra una torcia umana, nonostante la neve bagnata che ancora cade dal cielo. Nell'aria si sprigiona un odore di carne bruciata e a questo punto non riesco a trattenermi dal piegarmi in due e vomitare.
Intorno a me adesso c'è da un lato un lago di sangue che si allarga sul terreno a partire dal mio braccio e dall'altro una pozza del mio pranzo di oggi rigurgitato. Mi sento debole, il mio corpo è scosso da tremori incontrollabili. Non può essere vero, non sta accadendo sul serio.
Ma le grida e quella puzza sono così reali. Sollevo lo sguardo e vedo Jem che si contorce, il mio Jem. Che cosa ho fatto? Mi protendo verso di lui, ma non riesco nemmeno a toccarlo perché lui mi allontana con uno schiaffo ustionante che mi lascia il segno della bruciatura sulla manica del maglione.
«Jem! Jem! Jem!» urlo straziata nella direzione del mio amico. Ma è tutto inutile, vedo il suo corpo carbonizzarsi davanti ai miei occhi impotenti.
«Jem, torna da me» bisbiglio fiaccata dal troppo urlare e mi lascio cadere a terra senza più forze. Sono stanca, tanto stanca. Lasciatemi qui, sia di me quel che sia. Chiudo gli occhi proprio quando una figura tremolante entra nel mio campo visivo. Chissà chi è. Qualcuno venuto a salvarci?
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