Sei

Camminavano da più di due ore senza rivolgersi parola. Lui non era un tipo loquace e lei era persa in una miriade di pensieri e congetture. La situazione era talmente surreale che Tadiel di tanto in tanto si dava qualche pizzico pensando fosse solo un sogno, ma tutti quei profumi e quei colori non potevano essere una mera illusione, nemmeno la sua fantasia poteva creare un mondo così bello. Gli alberi erano alti, la tenue luce filtrava tra le foglie facendo chiazze di luci e d'ombre sul terreno, l'aria fresca smuoveva i suoi lunghi capelli castani e gli occhi insaziabili catturavano ogni dettaglio di quel posto meraviglioso.
Sìron intanto camminava davanti a lei con passo spedito. Sembrava non avesse nemmeno il tempo di guardarsi attorno, era concentrato sul solo obiettivo di recuperare il piccolo Marsh.
Si arrestò, mancò poco che Tadiel gli sbattesse contro. Sìron si girò verso di lei e le fece segno di stare in silenzio. Rimase così qualche secondo, poi le prese un braccio e si spostò di lato dove la vegetazione era più fitta.
Tadiel tese l'orecchio e pose maggiore attenzione quando riuscì finalmente a udire dei leggeri passi. Qualcuno li stava forse pedinando?
I ragazzi si abbassarono dietro un arbusto di medie dimensioni, riuscendo a intravedere qualcosa attraverso i rami della pianta.
Dopo qualche minuto due figure umane comparvero al centro del selciato, dove Sìron e Tadiel si trovavano fino a poco prima. «Erano qui» disse una all'altra «Pensi ci abbiano sentiti?»
«Non credo, non si erano accorti di noi.»
Tadiel guardò per un attimo Sìron e lo trovò intento a studiare i due nuovi arrivati. A prima vista sembravano comuni esseri umani, ma soffermandosi meglio sulle loro figure si potevano scorgere disegni intricati ricoprirgli la parte inferiore del viso, quella che sbucava da sotto il mantello, e i dorsi delle mani.
La pelle era, invece, chiarissima come la luna e i disegni brillavano sul corpo. Indossavano dei mantelli verde scuro, fatti come di muschio, in modo da potersi confondere più facilmente con la vegetazione circostante. Tadiel inoltre notò anche un particolare sfuggito a Sìron. Gli sconosciuti indossavano due pendenti simili a quello che la ragazza stringeva fra le sue mani, le pietre sembravano aver vita propria e la luce animava anche i loro medaglioni. Avevano forme diverse dal suo, ma il cuore era luminoso. Uno indossava una specie di otto di colore verde chiaro con sopra una piccola sagoma alata, l'altro invece una forma a goccia di diverse sfumature blu e azzurre su cui svettava un simbolo a spirale.
I due sconosciuti si guardarono intorno alla ricerca dei ragazzi, per poi proseguire lungo il sentiero principale.
Sìron sussurrò a Tadiel: «Già sanno di noi!»
«Che facciamo?» chiese lei di rimando.
«Possiamo provare a confonderci tra le vegetazione, esattamente come han fatto loro» affermò Sìron.
«Se sono dei guardiani però potrebbero aiutarci.»
«Ma non ne siamo certi, potrebbero al contrario intralciarci, o peggio... La fata...» Sìron storse il naso all'ultima parola, come a non volerlo ammettere nemmeno a se stesso, «ha detto che non tutti sono amichevoli. E i due lì ci stavano seguendo, tra l'altro senza farsi vedere: secondo te da che parte stanno?»
«Forse hai ragione» ammise la ragazza «Meglio non rischiare.»
Sìron e Tadiel si guardarono attorno, in cerca di un possibile e momentaneo nascondiglio, ma non c'erano tracce di abitazioni o resti di case. Avevano anche bisogno di far provviste, come suggerito da Tarassaco, ma la mancanza di civiltà e comodità moderne non li aiutava.
Decisero di proseguire ancora verso nord, questa volta lontani dal sentiero principale. L'avanzata era lenta, Sìron cercava di tagliare la vegetazione, creandosi varchi che manteneva poi aperti, così da agevolare Tadiel nel passaggio.
Il tempo iniziò a cambiare. Nel cielo, nubi plumbee coprirono i raggi del sole che filtravano dalle fronde dei grossi alberi. Il vento si fece più prepotente e uno strano silenzio avvolse la foresta. Anche il piccolo popolo che l'abitava cercava riparo prima che il temporale riversasse la sua ira. Le piccole fate svolazzavano raso suolo, animali e insetti giravano frenetici intorno ai grandi arbusti.
I ragazzi affrettarono la corsa ma la pioggia fu più veloce di loro. Picchiettava sulle foglie e sugli alberi circostanti, all'inizio lieve e poi sempre più forte. I due, zuppi e stanchi dalla lunga camminata, si spostarono di nuovo verso il sentiero battuto. In lontananza scorsero una piccola abitazione. Non avevano molte scelte, quella catapecchia avrebbe fatto al caso loro. Non vi erano luci provenienti dall'interno ed era ricoperta da grossi arbusti rampicanti. Con un ultimo sforzo arrancarono fino ad essa.
Sìron ruppe i rami che impedivano l'entrata. Era un buon segno: ancora nessuno vi era entrato, quindi nemmeno i due estranei di poco prima vi si erano fermati.
Spostò la vecchia porta in legno con un leggero cigolio. L'interno era mal ridotto e l'acqua entrava dal soffitto malandato, ma era comunque in grado di offrire loro un tetto e un riparo. La casa aveva tutta l'aria di essere stata abbandonata diversi secoli addietro. Mancava di ogni comodità. Vi era un piccolo camino nero di fumo, un tavolo, qualche sedia e dei mobili con le ante sbilenche.
Tadiel controllò subito nei ripiani della cucina, ma nulla sembrava più commestibile, oltre poi, qualche posata e due tazze per di più sbeccate. Tadiel, per sicurezza, mise un coltello nella borsa: sarebbe potuto tornar utile, in cuor suo sperò non per difendersi.
Sìron, intanto, nella piccola stanza sul fondo trovò qualche vecchio abito. Non vi erano mantelli di muschio, o vestiti simili a quelli degli inseguitori, vi erano solo vecchi abiti sdruciti rattoppati e pieni di polvere, ma per lo meno erano asciutti. Sìron si diresse verso la minuscola stanza antistante la casa, sembrava essere stato utilizzato come bagno. La luce entrava leggera da un'angusta finestrella, vi era poi una vecchia tinozza in terra cotta appoggiata lateralemte vicino a un buco coperto da qualche asse di legno marcia.
Si tolse la tuta da lavoro grigia, indossando al suo posto dei semplici pantaloni scuri e una maglietta verde acido. Tornò nella cucina e la ragazza gli diede il cambio, dirigendosi verso la stanza. Frugò nell'armadio, ma non vi era nulla di adatto. In compenso trovò un copriletto verde scuro dentro una cassapanca, si arrangiò con ago e filo scuro, trovati in un cassetto, creando dei mantelli come quelli visti indosso alle due creature. Poi strizzò la sua camicia e la rindossò.
Il ragazzo si lamentò: «Tadiel quanto ti ci vuole per cambiart--.» non finì nemmeno la frase che la vide affacciarsi sulla soglia della porta.
Aveva raccolto i capelli castano scuro con una treccia fermata in basso alla nuca, come uno chignon, e qualche ciocca più corta le ricadeva sul viso, lasciandole un'aria sbarazzina. I grandi occhi verdi e le lentiggini sugli zigomi risaltavano incredibilmente in contrasto con il mantello scuro, lungo quasi fino a terra, e il particolare ciondolo di sua nonna le illuminava l'incarnato, regalandole un'aria regale.
Sìron rimase senza parole. Schiarì la voce distogliendo lo sguardo. «Dove hai trovato il mantello?»
«L'ho fatto io con un copriletto» affermò Tadiel estraendone un secondo da sotto il suo. «Ne ho fatto anche un altro. Ho pensato che, forse, avrebbe aiutato entrambi a confonderci nella foresta.»
«Grazie» rispose lui in imbarazzo.
Il tempo, intanto, non accennava a migliorare e, nonostante la temperatura fosse scesa di qualche grado i due ragazzi decisero di non accedere il fuoco, non volevano rendere visibile la posizione, qualcuno li stava ancora cercando.
Quando il tempo parve diventare più clemente, Sìron decise di ritornare nel bosco lì vicino. Il ragazzo schiuse la porta controllando non ci fosse nessuno e si avviò. La pioggia scendeva sottile, ma il mantello fatto da Tadiel riusciva a dargli riparo. Avevano bisogno di mangiare, per cui afferrò qualcuno degli stessi frutti assaggiati la sera prima, sicuro fossero commestibili, e li raccolse facendo un cestino con un lembo del mantello. Strappava via i piccoli frutti tondi e rossastri con forza, e qualcuno gli esplose letteralmente tra le mani. Ritornò, poi, nella gracile dimora con un bottino piuttosto ricco.
Rientrando offrì metà del raccolto alla ragazza. Tadiel lo guardò ridendo.
«Cos'hai da ridere?» domandò lui scontroso.
«Hai il viso macchiato di rosso, qui e qui» affermò la ragazza indicandosi il naso e parte della guancia.
Sìron arrossì leggermente e con parte del mantello provò a ripulirsi.
Entrambi si rigirarono quei frutti tra le mani, li toccarono, lisci e lucenti, i colori sfavillanti, e con ingordigia ne buttarono nello stomaco una gran quantità. Non riuscivano ad abituarsi a quel gusto così ricco e variegato, gli sembrava di non aver mai realmente mangiato in vita loro. La poltiglia della cupola non era minimamente paragonabile alla consistenza, al gusto, ai colori di quei piccoli frutti. La zuppa che avevano mangiato per un'intera vita era un mix di proteine, vitamine, calcio, ferro e tutto ciò che fosse indispensabile all'organismo, un miscuglio buttato giù come una medicina. Mangiare era un obbligo, non veniva naturale. Lì invece sembrava qualcosa di paradisiaco. Tadiel e Sìron non vedevano l'ora di addentare e assaporare nuove piante, frutti e tutto ciò che il bosco poteva offrire.
Finito di pranzare Tadiel si mise a fissare la radura, il viso schiacciato contro il vetro gelido e opaco, mentre Sìron, seduto su di una vecchia poltrona sdrucita, era tornato sul suo vecchio libro. Pioveva di nuovo troppo forte e non sembrava una buona idea ritornare nel bosco con quel tempo.
Tadiel si godeva lo spettacolo, le gocce d'acqua che cadevano sulle foglie circostanti creando una specie di danza antica, il rumore melodioso che le dava una tranquillità mai provata prima. Cosa poteva mai essere successo lì? Perché tutti quei resti di edifici e case disabitate? L'ammonimento della fata le risuonava ancora nelle orecchie: "non tutti gli essere che vivono qui sono amichevoli".
Aveva paura, ma sentiva anche uno strano senso di appartenenza a quelle terre.
Era ancora persa tra i suoi pensieri quando notò due figure scure provenire dal bosco. I lunghi mantelli toccavano terra e il loro sguardo era nascosto dei cappucci, mentre le collane luminose facevano da faro nella nebbia causata dalla fitta pioggia.

Nota_ Autrice
Questo capitolo è stato un parto! Non sembra ma ci sono state parecchie cose da aggiungere e rivedere per bene, piantare nuove basi per il capitolo successivo e soprattutto combattere la mia immane insicurezza.
Ringrazio di vero cuore la mia dolce fata madrina NinaBlueStar, che armata di tanta pazienza e con la sua penna/bacchetta ha provato a riordinare le mie idee confuse! Senza di lei non so dove mi sarei andata a perdere...
Vostra Wisey
Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top