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Ero stata sfiorata dagli Dei, o così mi avevano detto quando ero ancora troppo piccola per capire cosa quelle parole significassero. Ma adesso lo sapevo. Sapevo cosa volessero dire e il perché, da quel giorno, la mia vita era cambiata in maniera irreversibile.
Ormai avevo compreso chi ero e cosa ero destinata ad essere, quanto preziosa fosse la mia vita per tutta la comunità. Io ero un'Eterea, una creatura pura, fragile, perfetta e... rara. Sì, era questo ciò che ero: rara. Nel mio mondo, gli Eterei erano coloro che possedevano il sangue degli Dei ed ereditavano la maggior parte di tutti i loro fantastici poteri.
Ma c'era un ma. C'era sempre.
Essendo potenti e temuti in egual misura in cui eravamo protetti e venerati, le divinità originali che ci avevano creato non permettevano che ne nascessero più di tre in ogni generazione. Il motivo di tale decisione non ci era dato saperlo e nel corso della mia vita, avevo iniziato ad elaborare delle teorie al riguardo. Una di queste prevedeva la paura da parte degli Dei - o dei Puri - di mettere al mondo decine e decine di creature come me. Del resto, ci era sempre stato insegnato che eravamo ad un passo dai nostri creatori e che l'unica differenza sostanziale tra gli Eterei e gli Dei era l'immortalità che a noi non era stata concessa. Ma questa, ovviamente, era solo una delle mille spiegazioni che mi ero data da quando ero giunta a Mithra.
L'unica cosa che ci era stata inculcata, sin dal primo momento in cui si era scoperto che in noi scorreva l'etere degli Dei, era che la nostra vita sarebbe stata piena di regole da rispettare. E quando affermavo che ce ne fossero molte, non scherzavo affatto.
La regola principale, tuttavia, era una: non potevamo toccare nessuno, né essere toccati a nostra volta. Il contatto fisico, qualsiasi esso fosse, era assolutamente vietato. Forse perché credevano che questo bastasse a farci perdere la purezza con cui eravamo stati benedetti dagli Dei, a seguito della nostra nascita.
Il ché non mi preoccupava granché, ad essere onesta. Nonostante avessi sempre fantasticato di sperimentare sulla mia pelle quello che tutti chiamavano comunemente "calore umano", non mi ero mai ribellata a chi mi aveva sempre detto che fosse sbagliato. Infrangere le regole non rientrava tra le mie priorità, né rientrava nei miei progetti infrangere le altre regole che vorticavano intorno alla mia esistenza.
A volte, capitava che Elix - la migliore amica che avessi mai potuto desiderare - mi chiedeva come potessi accettare tutto questo. Per lei non era minimamente concepibile che qualcuno potesse decidere cosa potevo o meno fare nella mia vita. Tuttavia, seppur a volte mi porgevo delle domande, ero certa che ci fosse un motivo per il quale a noi Eterei veniva riservato un simile trattamento. Dunque, chi ero io per oppormi al volere dei nostri Dei?
Il Fato aveva in serbo un piano per me ed io lo accettavo, qualsiasi esso fosse.
«Hanae?»
Sentire pronunciare il mio nome, da quella voce femminile che avrei potuto riconoscere ovunque, mi fece ridestare dai miei pensieri.
Alzai lo sguardo, tenuto basso fino a quel momento, ed intercettai un paio di occhi color nocciola che mi scrutavano con fare attento e silenzioso. Elix, perfetta nella sua solita divisa da sentinella, stava prestando più attenzione alla sottoscritta che al sentiero che stavamo percorrendo a cavallo. Un meraviglioso sorriso incurvava le sue labbra carnose e lucide a causa di uno strato di trucco color pesca ed i suoi capelli, raccolti in una stretta coda alta, pendevano nel vuoto per via del viso inclinato. Il rosso vivo ed acceso di quella chioma spiccava sulla sua carnagione leggermente abbronzata e baciata dal sole, e risaltava gli occhi vivaci ed estremamente espressivi.
Se non avessi saputo cosa lei era e cosa rappresentava nel nostro mondo, avrei potuto credere che fosse di origini pure, che nel suo sangue scorresse molto più etere divino di quanto in realtà vi fosse. Aveva una grazia innata e vantava di una bellezza disarmante. Peccato solo che le armi che portava su di se - la spada sulla schiena ed i pugnali appesi alla cinta dei suoi pantaloni di pelle scuri - non lasciavano alcun dubbio sul fatto che lei fosse un'Impura. Non che questo fosse un... peccato. Almeno non ai miei occhi.
Sapevo con certezza che i Puri, coloro che alle origini del mondo vennero creati dall'unione di Dei e mortali, non erano del mio stesso avviso. Il motivo? Be', era abbastanza ovvio: gli Impuri erano stati generati dalla categoria precedente, ma, nonostante fossero stati il frutto delle loro relazioni clandestine, i Puri detestavano apertamente gli Impuri per via del loro sangue misto. Essendo per metà mortali, questi ultimi non avevano poteri speciali che li sopraelevassero dal genere umano. Per tale ragione, erano trattati con ben poco riguardo.
Se non fossero stati utili alla società in cui vivevo, a seguito di un rigido addestramento volto a proteggere le loro - le nostre vite, dovevo ricordare a me stessa - con molta probabilità sarebbero stati tutti uccisi. Ai Puri, i loro figli ripudiati servivano - e servono - per sconfiggere una minaccia assai più grande che dal tempo dei primi uomini minaccia la nostra esistenza: i Risvegliati.
Solo pronunciare il loro nome nella mia mente mi faceva rabbrividire.
Queste... creature? Credo che non possano essere definite diversamente oltre che con l'appellativo di "mostri", erano demoni. Si vociferava che un essere umano - ai tempi in cui gli Dei camminavano tra i comuni mortali - osò bere il sangue di uno di loro. Come maledizione per aver oltraggiato i Signori del nostro mondo, questo individuo venne trasformato in una creatura mostruosa, condannata in eterno a doversi nutrire sempre e solo di sangue. Era per tale ragione che era attratto dall'etere che scorreva nelle vene dei discendenti delle divinità. Un morso di questa creatura o una qualsiasi ferita provocata dai loro artigli affilati era in grado di avvelenare Puri ed Impuri, trasformandoli in esseri come loro. In ogni caso, era il sangue degli Eterei quello che i Risvegliati preferivano, in quanto eravamo individui creati direttamente dagli Dei originali. Per questo motivo agli Eterei venivano assegnate quante più guardie possibili. Sarebbe bastata una sola goccia del sangue di uno di noi, a seguito della Metamorfosi, per rendere la loro vita immortale e per fargli acquisire un potere spaventoso.
Erano dei demoni e la cosa più assurda era che, secondo un'altra versione della storia, questi erano stati generati da un Dio rinnegato: troppo spietato per essere venerato e troppo vendicativo per essere dimenticato.
A quale delle due spiegazioni credere?
In tutta onestà, facevo una gran fatica a credere che fosse stato personalmente un Dio a creare esseri umani dipendenti dal sangue delle creature divine. E il perché era semplice: come si poteva creare un'intera stirpe e poi generare dei mostri che potrebbero portarla all'estinzione? Era assurdo e... inconcepibile.
Ecco.
«Sei pensierosa e alquanto taciturna stamattina» disse Elix, strappandomi ancora una volta dai miei pensieri.
Sollevai il capo e la guardai, concentrandomi sul modo in cui le sue mani stringevano le briglie del suo cavallo dal manto color cioccolato. Le sue dita erano affusolate e gentili, ma anche letali.
Non avevo mai visto nessuno maneggiare spade o pugnali con tanta maestria ed eleganza come faceva Elix ed io mi chiedevo se lei avrebbe scelto quell'esistenza fatta di brutalità e sangue, se solo qualcuno avesse provato a chiederle cosa davvero volesse.
Gli Impuri non avevano mai grandi scelte: o diventavano soldati addestrati o servi dei Puri come gli esseri umani. Elix non aveva solo scelto il male minore. Lei aveva scelto di essere una guardia solo per difendermi, per proteggermi. O, almeno, questo era quello che mi aveva sempre detto. Io le credevo, ma una parte di me non poteva fare a meno di pensare che lo facesse per dovere, per pagare un debito che credeva di avere con la sottoscritta sin da quando eravamo bambine. Sin da quando l'avevo trovata in quel vicolo coperta di sangue e lividi violacei.
Abbassai per un istante il capo nel ricordare quel momento e guardai il sentiero tra gli alberi dinanzi a noi, chiedendomi se la mia amica avrebbe mai smesso di sacrificarsi per me a causa della sua testardaggine.
Come se fosse in grado di capire quali fossero i pensieri che mi stavano tormentando, mi chiese con dolcezza: «Cosa ti turba?»
Strinsi la presa sulle briglie e mi sforzai di mostrarle un sorriso mentre tornavo a guardarla. «Nulla di importante.»
Elix spostò lo sguardo e fissò i suoi occhi nei miei. Non c'era traccia di giocosità. In quel momento sembrava una guardia a tutti gli effetti: spietata e vigile, attenta a percepire qualsiasi impercettibile movimento che mi avrebbe tratta in inganno. «Sai che non devi mentirmi.»
Il suo rimprovero era dolce, tuttavia non potei fare a meno di avvertire una nota di disappunto nella sua voce.
Mi morsi il labbro inferiore e quasi faticai a reggere il peso di quello sguardo indagatore.
Avrei voluto dirle cosa realmente mi assillava, ma sapevo che tornare sull'argomento era del tutto inutile. Lei non avrebbe mai accettato una vita diversa da quella che aveva, anche se io avessi potuto offrirgliela. Così decisi di mentire.
«Sono solo in ansia.»
Lei inclinò il capo e aggrottò la fronte, accigliata. «Per oggi?»
Annuii e sul suo viso tornò l'ombra di un sorriso.
«È solo una stupida celebrazione a cui partecipi ogni anno» constatò, tornando a concentrarsi sul luogo in cui eravamo. «Non dev'essere più una novità per te prendere parte al Giorno della Creazione.»
Già... il Giorno della Creazione. Una ricorrenza annuale che serviva per festeggiare il momento in cui tutto ebbe inizio, il momento esatto in cui gli Dei avevano iniziato a dominare il mondo. Impuri, Puri ed Eterei si sarebbero riuniti ed avrebbero unito le loro preghiere e le loro anime per ringraziare coloro che ci avevano concesso d'esistere.
Era un giorno importante ed esso coincideva con l'inizio della primavera, il periodo in cui il mondo si risvegliava e la vita tornava a regnare.
Sin da quando avevo memoria, non ricordavo un solo Giorno della Creazione a cui non avessi partecipato e speravo con tutta me stessa di averne molti, molti altri da vedere.
«Questo è vero» mi limitai semplicemente a replicare.
«Allora non c'è nulla di cui tu ti debba preoccupare, Hanae. E, se mai dovessero sorgere dei problemi, sai che io sarò sempre al tuo fianco, pronta a difenderti.»
Anche questo corrispondeva a verità.
Non mi avrebbe mai lasciata sola e avrebbe volentieri dato la sua vita per proteggere la mia, come se la sua non avesse alcun valore.
Sorrisi dolcemente. «Grazie, Elix.»
Lei mi fece l'occhiolino e tra noi calò nuovamente il silenzio.
Non appena ebbi modo di concentrarmi solo ed esclusivamente sul luogo in cui eravamo, mi sentii improvvisamente più leggera e... libera.
Il contatto con la natura generava sempre in me quest'effetto meraviglioso, ma immaginavo che il mio cambio d'umore fosse dovuto nel vedere i piccoli boccioli rosa e rossi sbocciare sugli alberi che ci proteggevano dal sole del terzo mese dell'anno, con le loro folte chiome verdi. Il sentiero che stavamo percorrendo con i nostri cavalli era coperto di sassolini che, di tanto in tanto, venivano spostati dagli zoccoli dei cavalli, al nostro passaggio. Una leggera brezza, fresca e frizzante, scompigliava i lunghi capelli alle mie spalle e mi portava alle narici il profumo dei fiori e della primavera e della vita.
Chiusi gli occhi ed inspirai a pieni polmoni quell'odore così gradevole e naturale. Avrei cercato di intrappolare quel ricordo, quelle sensazioni nella mia mente fin quando non sarei giunta nelle mie stanze. Una volta lì, avrei afferrato il mio pennello ed i miei colori ed avrei dipinto la primavera che rinasceva dopo il gelido inverno di quell'anno, i boccioli che stavano per diventare fiori di vario colore e quel posto che mi sembrava incantato.
Sin dalla prima volta in cui avevo avuto modo di vederlo, avevo pensato che ci fosse davvero della magia in quella foresta.
Kalon - l'uomo che vegliava su di me sin da quando ero giunta al palazzo di Mithra e che io reputavo quasi come un padre - mi aveva sempre detto che erano gli Dei a rendere meraviglioso il mondo con la loro essenza e che io, in quanto loro discendente, percepivo maggiormente quella bellezza.
Ed io ci credevo.
Ci credevo davvero.
Giunti alla fine del viale, l'ombra che fino a quel momento ci aveva protetto scomparve. I primi e timidi raggi di sole colpirono le nostre figure ed io dovetti socchiudere gli occhi prima di abituarmi a quella luce calda ed avvolgente.
Sbattei un paio di volte le palpebre e, quando fui certa di essermi adattata alla luminosità che mi circondava, guardai quel nuovo panorama che mi si presentava dinanzi. Le prime abitazioni umane iniziarono a sostituire la vegetazione ed il silenzio quasi surreale, rotto solo dal cinguettio dei primi uccelli migratori, venne contrapposto ad un basso chiacchiericcio che, di volta in volta, diventava sempre più forte. Una musica di festa risuonava nell'aria, seguita da risate trattenute a stento e così gioiose da strapparmi un sorriso.
Succedeva ogni volta, ed io amavo quella ricorrenza solo per via di quelle risate e di quell'armonia in sottofondo.
«Siamo arrivate» disse Elix, più a se stessa che alla sottoscritta.
L'incurvatura delle mie labbra si accentuò. «Sì.»
Ci avvicinammo ancora.
La puledra bianca sul quale viaggiavo mi faceva ondeggiare ad ogni movimento.
Potevo scorgere in lontananza delle figure.
Sentinelle. Ovviamente tutte Impure.
Non appena fummo abbastanza vicine da poter vedere meglio i loro volti, intercettai immediatamente lo sguardo di Kalon, fiero nella sua divisa nera e con un sorriso raggiante che si ingrandiva a vista d'occhio nel vedermi così orgogliosa sulla mia cavalla.
Ricambiai il suo gesto con altrettanto amore e, quando finalmente giungemmo dinanzi alle guardie che ispezionavano la zona con attenzione, l'uomo mi si avvicinò a grandi falcate. Afferrò le briglie della puledra e le accarezzò il muso con dolcezza, ma continuò a fissare la sottoscritta con ammirazione.
«Credo sia riduttivo dirti quanto tu sia bella, bambina.»
«Grazie, Kalon» risposi, con imbarazzo.
Dopodiché, lui mi aiutò a smontare da cavallo afferrandomi per la vita. Una volta scesa, mi strinse le mani tra le sue ed io guardai come quel contatto tra noi aveva prodotto una leggera increspatura dorata ed azzurra sulla mia pelle.
Per proteggerci ed evitare che qualcuno infrangesse il veto, il Ministro della comunità dei Puri, Adam T. Willow, aveva deciso che tutti gli Eterei venissero avvolti da un incantesimo. Aveva creato una barriera intorno al nostro corpo, anche se non si poteva davvero definire tale. Sembrava essere più simile ad una seconda pelle invisibile che vietava il contatto tra il mio corpo e quello di chiunque provasse a toccarlo.
E non spariva mai. Ed ogni volta che avveniva un contatto, la barriera la segnalava ed entrava in azione, evitando che la nostra "purezza" venisse intaccata in qualche modo. Se ciò fosse accaduto, potevo non essere considerata degna del mio destino e quindi non degna dinanzi agli Dei che avevano generata per uno scopo ben preciso.
«Non dovrai mai ringraziarmi per una cosa del genere» ribatté Kalon, riportando la mia attenzione sul suo viso segnato dalle innumerevoli battaglie che aveva dovuto affrontare nel corso della sua vita.
Era un uomo di quarant'anni, con una cascata di capelli castani che arrivava a sfiorargli il collo. Un velo di barba incolta gli incorniciava i tratti del viso, resi più dolci grazie al sorriso sulle sue labbra, ma erano i suoi occhi nocciola pieni d'amore ad abbagliarmi sempre. Degli occhi che, sin dal primo istante in cui gli avevo visti, mi erano sembrati familiari.
«Lo so» dissi e lui, in tutta risposta, mi baciò la fronte.
Chiusi gli occhi, immaginandomi come potessi sentirmi nel ricevere quel gesto senza barriera; come sarebbe stato avvertire il calore delle sue labbra sulla fronte o quel velo di barba bruna che mi pizzicava la pelle.
C'erano volte in cui desideravo tutto questo, in cui desideravo essere normale. Tuttavia, sapevo che era sbagliato. Tutto quello mi sarebbe sempre stato proibito, che lo volessi o meno.
Quando Kalon si allontanò dalla sottoscritta, scorsi Elix scendere dal suo cavallo ed affiancarci.
Era di qualche centimetro più alta di me e la sua figura imponente, molte volte, mi sovrastava.
Inclinò il capo di lato e mi guardò. «Andiamo?»
Annuii, anticipando quella che sarebbe stata la mia risposta: «Sì».
Mi lisciai il tessuto del mio abito bianco e, involontariamente, scorsi il mio riflesso nel piccolo specchio d'acqua ai miei piedi.
Per poco non rimasi stupita dalla bellezza dell'acconciatura elaborata che Elix stessa mi aveva realizzato, poco prima di lasciare il Palazzo di Mithra. Tutte le ciocche, che avrebbero potuto rischiare di finirmi sul viso con il più piccolo soffio di vento, erano state raccolte, intrecciate tra loro ed infine unite dietro la nuca. Il resto dei miei capelli, al contrario, era libero di ricadermi dietro le spalle in morbide onde castane che arrivavano a toccarmi i glutei.
Tuttavia, ero certa che, nonostante l'ottimo lavoro svolto dalla mia mica, una volta giunta in città, non sarebbero stati i miei capelli ad attirare l'attenzione generale, bensì i miei occhi. Quelle iridi ambrate, che sembravano splendere come due gemme di inestimabile valore, avrebbero suscitato l'interesse di molti. Chiunque si sarebbe concesso anche solo pochi istanti per ammirare gli occhi degli Dei sul volto di un'Eterea - per ammirare me, la creatura che era potente e preziosa quasi quanto loro.
Scossi il capo ed accantonai quel pensiero.
Con Elix e Kalon al mio fianco, mi avviai verso l'ingresso della cittadella. Non appena superammo il gran numero di Impuri di guardia, venni invasa dal profumo di pane caldo e vini fruttati e da sinfonie festose ed allegre. La gente popolare ballava tra loro, in attesa che la Celebrazione della Creazione avesse effettivamente inizio.
Non appena mi videro arrivare, però, chiunque vi fosse presente in quel luogo restò immobile.
Centinaia, se non migliaia di occhi si posarono sulla sottoscritta ed il silenzio calò su quella gente.
Li guardai in volto ad uno ad uno, ma ogni volta che il mio sguardo si posava su di loro, abbassavano il capo quasi in segno di rispetto e terrore.
Strinsi con forza il tessuto della mia gonna tra le mie mani e decisi di ignorare quel senso di vuoto e tristezza che mi stavano pervadendo improvvisamente. Odiavo sentirmi in quel modo, e ancor di più odiavo che quasi nessuno avesse il coraggio di sostenere il contatto visivo con la sottoscritta, quasi come se fossi una creatura non solo da venerare, ma anche di cui aver paura.
Kalon posò una mano sulla mia spalla e mi spronò a sollevare il capo per guardarlo. Mi guardò con compassione. Nei suoi occhi c'era riflessa la stessa amarezza che doveva essere presente anche nel mio sguardo.
Mi sorrise, titubante e quasi incerto. «Proseguiamo.»
Quella fu l'unica cosa che disse.
Sospirai ed annuii ancora una volta, facendo il primo passo, poi un altro ed un altro ancora.
Attraversammo la città, con donne, uomini e bambini umani che si facevano da parte per farci passare. Per non dover stare tanto vicini ad una creatura con discendenza divina. Ed io mi estraniai per non pensarci, per evitare di rivedere ancora e ancora i loro sguardi colmi di terrore.
Sapevano. Sapevano che molti di loro in particolare erano stati uccisi o trasformati dalle stesse creature che un tempo gli Dei che veneravamo avevano contribuito a creare. Ancora oggi erano vittime non solo dei Risvegliati, ma anche dei Puri e dei loro assurdi capricci.
Capivo la loro paura, ma allo stesso tempo mi rendeva infelice. Io non avrei mai fatto loro del male.
Mai.
Portandomi una ciocca di capelli dietro l'orecchio, continuai a camminare tra la folla di umani fin quando qualcosa... o, per meglio dire, qualcuno non mi circondò le gambe.
Abbassai rapidamente lo sguardo e notai che c'era una bambina, di poco più di cinque anni, intenta a stringermi nel suo abbraccio. Piccoli ricci biondi le circondavano il visino dolce ed i suoi grandi occhioni verdi mi fissavano come se non ci fosse cosa più bella da vedere ed ammirare.
Stava guardando me.
Restai immobile.
Quasi non respiravo per la sorpresa di quel contatto inaspettato.
Lei mi sorrise ed io sussultai, completamente impreparata.
«Gli occhi di una Dea» bisbigliò con quella dolce vocina infantile e carica di allegria.
Prima ancora che potessi fare o dire qualcosa, una donna minuta si fece largo tra la folla e si avvicinò alla piccina, strappandola via da me.
La allontanò, colma di paura.
«Freya, vieni via» le disse trascinandola lontana dalla mia portata.
Seppur da quella distanza, potevo vedere le sue mani tremare. Fu allora che feci un passo nella loro direzione, ma Elix mi fermò prima ancora che potessi compiere quell'imprudenza.
La guardai e lei scosse il capo.
La mia amica sapeva che sarebbe stato inutile fare qualsiasi cosa avessi in mente. Non potevo cancellare millenni e millenni di azioni atroci e spietate, così come non potevo cancellare il dolore della perdita delle persone a loro più care.
Seppur ciò che stavo facendo andava contro la mia stessa volontà, ripresi il mio percorso in silenzio.
Solo quando giunsi dinanzi alle enormi scale bianche che conducevano su un piccolo palco, mi concessi di smettere di pensare a ciò che era accaduto poco prima per concentrarmi su ciò che stava per accadere di lì a poco.
Salii le scale, muovendomi con grazia ed eleganza, e non appena giunsi a destinazione, guardai quella barriera di luce ambrata che per millenni aveva circondato il nostro mondo.
In passato, per proteggere il genere umano e la loro discendenza, gli Dei crearono un luogo in cui quei mostri non avrebbero potuto seminare terrore. Quel muro di luce ed energia teneva lontani i Risvegliati ed impediva che essi attaccassero degli innocenti. Tuttavia, oltre quelle mura ed i confini delle tre grandi città - Mithra, Dimenis e Lucranya - nessuno era mai veramente al sicuro. Il bosco fitto che circondava la barriera veniva chiamato "la Foresta di Sangue" e non ci voleva molta immaginazione per comprendere il motivo di quel nome quasi spaventoso. Chiunque sceglieva di lasciare le città all'interno della barriera veniva ucciso dai demoni.
Nel corso degli anni, avevo sentito dire che la maggior parte delle volte era possibile vederli attendere che l'unico ostacolo alla loro sete di sangue crollasse.
Seppur tutto ciò fosse altamente improbabile, il Ministro Adam T. Willow - il Puro più influente di tutta la comunità - aveva fatto posizionare numerose sentinelle lungo i confini. L'unico scopo era evitare l'irruzione di quei mostri spietati ed il massacro che ne sarebbe susseguito.
Notando l'oggetto della mia attenzione, Elix mi disse: «Non crollerà».
Anche lei stava osservando nella mia stessa direzione.
«Come fai a saperlo?»
Solo al suono di quella mia domanda, detta quasi in un sussurro, la mia amica lasciò che i suoi occhi si fissassero nei miei. «Non ha mai smesso di proteggerti, per tutti questi anni.»
Mi limitai semplicemente a fissarla, senza dire una parola.
Del resto, cosa avrei potuto dire?
«Ed anche se le cose dovessero mettersi male, un giorno, io sarò sempre pronta a difenderti, Hanae.»
E non dubitavo che così non fosse.
Elix mi avrebbe protetta. Sempre.
Era il suo sguardo a darmene la conferma ogni singolo giorno della mia vita.
Le sorrisi dolcemente e strinsi la sua mano tra la mia.
Non aggiunsi altro. Bastò quel gesto da parte mia a farle capire quanto fossi grata della sua presenza nella mia vita.
Anche lei sembrava ringraziare gli Dei per averci fatte incontrare.
Aprì la bocca per poter dire qualcosa, ma all'improvviso qualunque rumore venne sovrastato dal suolo delle campane che annunciavano l'inizio della celebrazione. Tutti i presenti, umani, Impuri o Puri che fossero si voltarono verso il centro della barriera, nel punto esatto in cui si innalzava un'enorme ed imponente costruzione a cui nessuno era dato accedervi: il Reame degli Antichi.
Seppur fosse terribilmente distante da ognuna delle città che lo circondava, era impossibile non notare la maestosità di quel palazzo in granito bianco ed oro o di quella luce innaturale che quasi ne avvolgeva i contorni. Lì tutto sembrava fatto di luce, di potere.
Persa nella contemplazione di quel luogo incantato, non mi resi conto che sia Elix che Kalon si erano sistemati alle mie spalle, con le mani unite dietro la schiena e lo sguardo fisso nel vuoto. Fu solo allora che il Puro più importante del mondo fece il suo ingresso.
Il Ministro Willow salì sul mio stesso palco e si sistemò poco distante dal punto in cui mi trovavo io, senza degnarmi di uno sguardo.
Mi dava le spalle, ma, nonostante questo, io ricordavo con assoluta chiarezza com'era fatto il suo viso, come i suoi occhi azzurri sembrassero fatti di ghiaccio. La freddezza che emanava attraverso il suo sguardo era il ricordo più nitido che avessi della mia infanzia e risaliva al giorno in cui, dopo la morte dei miei genitori e la scoperta della mia vera natura, ero stata portata a Mithra.
Da allora, non avevo mai dimenticato lui e quell'espressione neutrale e, allo stesso tempo, inflessibile.
Con movenze esibizionistiche e la fierezza di un Dio, il rappresentate della comunità dei Puri allargò le braccia ed iniziò ad intonare il suo solito discorso con quella voce piatta ed inespressiva.
Sapevo cosa stava dicendo. Parlava di quanto fosse lieto di averci lì riuniti e che le nostre divinità meritavano le preghiere che, di lì a breve, gli avremmo rivolto e quel frammento della nostra essenza che sarebbe giunta a loro, ovunque fossero. Così mi concessi il privilegio di osservarlo senza prestare attenzione a ciò che mi circondava.
Guardai come i suoi capelli neri e bianchi gli scendessero poco oltre le spalle, come la sua tunica bianca ed immacolata sembrava fluttuare intorno alla sua figura, mossa quasi da un vento fantasma, e, ancora, guardai le sue mani nodose e di una carnagione così dorata da sembrare fatta della stessa sostanza di cui era fatto il sole.
Era strano, illogico ed insensato, tuttavia, ogni qualvolta avevo la possibilità di essergli così vicino, percepivo qualcosa di inumano in lui. Qualcosa che mi terrorizzava e mi spingeva a cercare di stargli lontana il più possibile.
Forse, fu a causa di quei miei pensieri che mi ritrovai a fare un passo indietro.
Il rumore delle mie scarpette risuonò sul pavimento in marmo ed attirò l'attenzione del Ministro che si voltò leggermente a guardarmi.
I suoi occhi chiari si scontrarono con i miei color ambra ed ebbi quasi la sensazione che un vento gelido mi investisse. Rabbrividii mentre lui mi scrutava con attenzione, in silenzio. Solo dopo quella che mi parve un'eternità, ritornò a concentrarsi sulla folla sottostante. Pronunciò le ultime parole del suo discorso e ci invitò a pregare.
Ed io feci come lui aveva detto: pregai.
Congiunsi le mani tra loro e chiusi gli occhi. La luce dell'etere che scorreva nelle mie vene si illuminò, avvolgendomi in un bozzolo di luce che mi faceva risplendere come una piccola stella dell'universo.
Implorai gli Dei di vegliare sul mio cammino e di proteggere tutte le persone che amavo. Chiesi loro di non farmi più provare il dolore che quasi mi aveva squarciata e piegata quando avevo appreso della sorte riservata ai miei genitori e gli supplicai di lasciar accedere i loro spiriti nel Deity, in quel luogo di pace e serenità che ero certa loro meritassero. Infine, pregai loro di accettare in cambio l'unica cosa che potessi davvero offrirgli: la mia devozione. E poi la sentii: la luce ambrata prodotta dal mio etere iniziò ad affievolirsi fin quasi a spegnersi, e, quando riaprii gli occhi, la mia pelle era ancora avvolta da un tenue bagliore.
Intorno a me, chiunque fosse un lontano discendente delle divinità originali era avvolto dal mio stesso bagliore, più o meno intenso.
Elix e Kalon, così come qualunque altro Impuro, brillavano così debolmente che il loro etere era quasi impercettibile. I Puri, al contrario, erano avvolti da una luce poco più intensa anche se non lontanamente paragonabile a quella che avvolgeva ancora il mio corpo.
Guardandomi intorno, avevo come l'impressione che il mondo si fosse riempito di luce e che tutto questo fosse un dono, un segno della vita che i nostri Dei avevano generato con il loro arrivo nel mondo.
«È ora» disse Willow, frantumando il silenzio creatosi per poi pronunciare parole misteriose e dal significato a noi sconosciuto.
"La lingua antica", pensai.
Non appena il Ministro ebbe pronunciato l'ultima parola, l'etere che avvolgeva ogni discendente divino si librò nell'aria ed io seguii la sua scia fin quando non raggiunse il cielo limpido ed esplose in una miriade di frammenti di luce, spargendosi per il mondo che ci ospitava.
Ammirai quella scena con occhi incantati, esterrefatta da tutta quella magia che vorticava intorno a tutti noi.
Era tutto così...
Un'altra esplosione, più forte e assordante, fece tremare il mondo. Impreparata a tale potenza e violenza, barcollai, incapace di stare in piedi. Elix, alle mie spalle, corse da me prima ancora che potessi comprendere cosa stava accadendo e mi afferrò per un braccio, reggendomi ed evitando che cadessi a terra. Kalon si allontanò nel vedere la folla sottostante sparpagliarsi ed urlare qualcosa di incomprensibile alle mie stesse orecchie. Ero ancora frastornata da quella violenta esplosione che per poco non aveva disintegrato il mondo, ma a cosa era dovuta?
Mi portai una mano alla tempia e scossi il capo con forza, cercando di non sentire più quel ronzio assordante che mi tappava le orecchie.
«Cos'è successo?» domandai, strascicando le parole, la mente ancora ovattata.
Tuttavia, non ricevetti risposta e, quando me ne resi conto, mi voltai a guardare la mia amica che ancora mi teneva il braccio stretto nella sua presa ben salda. Ma Elix non stava guardando me.
Oh no...
Il suo sguardo era rivolto a qualsiasi cosa vi fosse all'orizzonte ed avvertivo una certa tensione e paura nei suoi grandi occhi da cerbiatta.
Seguii la direzione in cui stava guardando e fu allora che sentii il panico e lo stesso terrore che avevo visto nelle sue iridi castane impossessarsi di me.
C'era una falla nella barriera e all'orizzonte potevo scorgere centinaia e centinaia di sagome bianche avvicinarsi alla cittadina, invadendo Mithra.
Deglutii a vuoto ed iniziai a tremare.
I Risvegliati ci stavano attaccando.

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