~69~
-Signore, mi ha afflitto il tuo silenzio.
-Io non tacevo, soffrivo accanto a te.
Silenzio,
Shusaku Endo
«Silenzio.»
Bum.
A quella parola, venne accompagnata una mano: una mano sulla spalla di quell'uomo che, camminando sicuro verso il mafioso dai capelli rossi, aveva lasciato indietro il mafioso dalle mille bende.
Proprio una di quelle mani bendate, infatti, era stata a toccare Shusaku, flautata, sicura e letale. La mano di un perfetto assassino.
Ma sembrò quasi che per Chuuya non cambiasse nulla. Lanciò un'occhiata incerta al compagno che la ricambiò aggrottando la fronte leggermente, e poi sentì come un battito in meno nella pulsazione del suo cuore; era rimasto fermo aspettando che capitasse qualcosa dopo quella parola e quell'azione di Dazai, ma non successe nulla.
Udì solo la domanda che Ihara fece a Shusaku, prima di accasciarsi a terra.
«Perché lui?»
Cadde come risucchiato e portato giù sotto il terreno come le tombe dei morti. Tese una mano verso Dazai, ma nessuno lo notò.
«Chuuya!» Dazai, nelle forze che in pochi secondi aveva raccolto, aveva lanciato un ultimo grido verso il proprio partner e l'aveva visto cadere senza poter fare nulla.
Shusaku quasi istintivamente indietreggiò, spingendo via la mano del mafioso e ascoltando quello che ora aveva intenzione di dire. Era sicuro, quello sguardo privo di vita e privo di morte glielo stava confessando.
Dazai lo guardò fisso, intensamente, prima di parlargli. Voleva attirare l'attenzione anche di Ihara, anziché dire qualcosa a vuoto.
«È la tua Abilità, vero?» chiese, dopo che Shusaku lanciò un'occhiata al biondo per poi spostare nuovamente lo sguardo sul bendato.
Ihara, però, non sembrava voler demordere.
«Per quanto io ci provi, per quanto io mi sforzi, i veri colpevoli, i peccatori, i demoni che invece di stare all'inferno sono qui, non se ne andranno mai. Non si tratta più di aver fede, la fede è per i pochi che la sanno realmente capire. Dazai Osamu, sei tu, il principale male di questa città maledetta. Le radici della tua organizzazione sono troppo profonde, ma se solo riuscissi a bruciare le tue...» strinse un pugno, e i suoi occhi divennero rossi.
Rossi come le fiamme ardenti di un camino, rossi dal calore intenso e vivo, come vivo è il sangue rosso degli esseri umani. Più rossi del rosso di un tramonto: passionali, violenti, ma più onesti di quelli di chiunque altro.
«Se solo riuscissi a vedere dentro di te dove hai messo le tue radici, e riuscissi a bruciarle fino all'ultima ramificazione!»
Ci fu un brusco colpo di vento, dopo quelle parole: la nebbia svanì totalmente e attorno a loro si scoprirono decine di uomini e donne. I bambini stavano più indietro, nascondendosi a lato delle lapidi; gli sguardi di tutti erano rivolti a loro decisi, e riconoscenti verso Ihara; alcuni, i più insicuri, guardavano Shusaku.
Dazai si sentì scavare dentro, pur sapendo che dentro non avesse molto; si sentì scoperto, completamente a disposizione del mondo, ma di più del giovane ventenne, che puntati gli occhi rossi su quelli suoi castani e bui sembrava averlo immobilizzato.
Boccheggiò in cerca di una via per liberarsi da quella morsa soffocante non per l'aria che gli mancava, ma per il controllo che sembrava aver perso sul suo corpo: sapeva che una di quelle persone stava usando la propria Abilità, ma come poteva squalificarla se non riusciva nemmeno a parlare?
«Dovrei collaborare con lui? Non ci penso proprio!»
Capelli rossi, liberi, ribelli.
Un ricordo di qualche tempo prima gli tornò alla mente.
Ihara sorrise.
«Muori, Dazai di merda!»
Occhi azzurri, viso chiaro, labbra fini.
«Solo se lo fai anche tu, Chuu!»
Provò a fare un passo, abbassò lo sguardo verso il suo compagno. Sembrava addormentato, ma sapeva, o almeno credeva, che non fosse così. Era lì, con l'aspetto di un cadavere, e lui non stava facendo nulla; eppure, poco prima glielo aveva promesso, gli aveva assicurato che non lo avrebbe lasciato, che sarebbe rimasto al suo fianco ad aiutarlo.
«Ah...» Dazai mormorò qualcosa «Bella... » prese un lieve respiro «Gran bella mossa.» un ghigno parve modellarsi sul suo volto immobile.
Shusaku lasciò cadere il pezzo di carta che teneva tra le dita, mentre osservava la scena senza dire una sola frase. Sopra c'erano scritte delle parole, ma il mafioso non riuscì a leggerle.
«E così hai provato a toglierti la vita. Meno male che ci sono qui io.»
«Allora è così.» Ihara chiuse gli occhi.
E in quel momento, Dazai sembrò perdere l'equilibrio in avanti, riprendendolo di colpo e impugnando rapidamente una pistola; si guardò intorno in cerca di una strada libera, e quando la scorse non aspettò di correre fino a essere abbastanza lontano dai due avversari. A quel punto il suo pensiero andò alla donna: Fumiko.
Non era stato volontario, ma era capitato. Osservò se ai piedi di Ihara ci fosse ancora, ma era sparita.
Capita che le persone ti spingano a fare qualcosa che mai si sarebbe potuta immaginare. Innestano nella mente della gente delle idee, o dei pensieri che prima di quel momento erano solo immaginazioni, un'utopia. In qualche modo, magari, qualcosa di buono in quei pensieri era presente; ma come si può ammettere che qualcosa di positivo possa combaciare con la causa di una sensazione negativa?
Combattere schiena contro schiena insieme a una donna che fino a qualche minuto prima aveva gli occhi di un serpente pronto ad avvelenarti, ad esempio. Aveva perso le ultime speranze di essere appoggiato da lei.
Ma lei era lì, dietro di lui, con il corpo vicino al suo, e non per attaccarlo. Per difenderlo.
Forse capì come, ma non perché fosse riuscita a muoversi da lì, a scappare dalle grinfie di due nemici che quasi nemici non sembravano.
Intuì che avesse usato la propria Abilità per confondersi fra la decina di donne presenti lì, e lo avesse raggiunto poi con il proprio aspetto. Era come se avesse rinnegato il suo odio per lui, come se avesse davvero messo da parte la vendetta che voleva riservargli, almeno lì, almeno in quel momento.
«Ti copro le spalle. Cerca di scoprire qual è l'Abilità di Shusaku e salva Chuuya.»
Dazai esitò per un secondo. Con la coda dell'occhio la osservò.
Mi dispiace, si disse.
Poi annuì e si concentrò sugli avversari, quindi iniziò a studiare il più anziano. Il suo sguardo era diverso da come l'aveva visto la prima volta, sembrava perso, sembrava solo. Eppure manteneva ancora una flebile voglia di stabilire il proprio volere, forse attraverso il proprio protetto, forse tramite colui che aveva cresciuto come un figlio e che adesso era andato troppo oltre perfino per lui.
«Mi dici che avrei dovuto parlare con quei bambini, ma sai meglio di me che ognuno ha il proprio scopo nel mondo.» esordì allora Dazai, avanzando verso di loro; Fumiko continuava a stargli dietro, attenta a ogni passo falso da parte della gente che li circondava.
«Il tuo braccio destro, la persona che hai al tuo fianco, è davvero chi credi che sia? Un credente misericordioso che aiuta i poveri e salva i peccatori?»
Ihara sembrò tentennare; poi, non appena vide Fumiko vicino al mafioso, aggrottò la fronte e prese un grosso respiro per ribattere. Nemmeno pensò al fatto che averla colpita ripetutamente in realtà non le aveva fatto altro che graffi. L'aveva sottovalutata, ma in quel momento non gli importava.
Di nuovo, però, Shusaku non gli diede il tempo di dire nulla. Prese a parlare con calma e solennità, richiamando il tono con cui tutti lo avevano conosciuto, persino quelle persone attorno a loro.
«Ihara non merita di essere messo sotto torchio: parla direttamente con me, figliolo.» quella parola fece ridacchiare Dazai, come fosse stato preso volutamente in giro «Se questo è il duello finale, il round ultimo del gioco a cui stiamo giocando, la verità è ammessa tanto quanto la menzogna, giusto?»
«Suppongo che ognuno qui giochi per sopravvivere, e per questo dica ciò che può permettere la propria sopravvivenza.» rispose Dazai, rallentando il passo fino a fermarsi a qualche metro da loro.
«Allora lascio a te la valutazione delle mie parole: vere o false che siano, sono la mia risposta alle tue domande.» Shusaku chinò la testa verso il terreno, poi la rialzò e si guardò intorno; osservò le tombe alternarsi con gli esseri umani di ogni tipo, per poi ritornare con gli occhi sul viso inespressivo del dirigente mafioso e sbattere le palpebre più volte per sostenere il suo sguardo.
Coraggio? Forse era quello che stava cercando dentro di sé; come le radici che Ihara avrebbe voluto strappare a Dazai, così lui voleva strapparsi le proprie, anche se non per lo stesso motivo.
Si credeva più che altro maledetto dalle sue stesse decisioni.
«Sarà vero che non salvo i peccatori, e forse aiutare i deboli è ciò che mi ha sempre tenuto lontano dalle cose reali. Dici che non sono quello che mostro. Ma chi è che si mostra per com'è davvero? Come non ammettere che hai ragione? La cosa su cui ti sbagli, demone, è che Ihara mi ha accettato pur sapendomi nascosto nei miei timori, nelle mie paure, e in tutto quello che mi ha sempre frenato dal fare ciò che lui invece sta attuando con la sua forza e il suo talento nel cogliere il buono della gente, il male che hanno vissuto e il bene che invece si meritano.» lanciò un tenero sguardo d'affetto a Ihara, che lo guardava a sua volta abbandonato a quelle sue frasi profondamente devote, e lo osservava incantato e pronto anche a lasciare tutto per lui.
Perché era quella la verità. Entrambi si sarebbero lasciati tutto alle spalle se ognuno di loro non avesse incoraggiato l'altro a continuare, per quanto folle e complicato potesse essere, il piano che si era prefissato: uno avrebbe deciso di dedicarsi all'umanità, l'altro invece di assecondare i suoi desideri.
«Quello che sto per dire può essere frainteso, ma viene dal mio cuore e anche se può suonare senza speranza, coverò io dentro di me ciò che tutti credono non ci sia. Ihara è più puro di ogni santità in questo mondo. Più puro della preghiera. E più puro della preghiera, è condannato al dolore. È condannato alla disperazione.»
«Ognuno si sceglie il proprio destino.» lo seguì Dazai, puntandogli contro la pistola «Non è un problema mio.»
«Sembra che lo sia, invece. Il mio passato ha influito sul mio presente. E pur promettendogli la tua morte, gli darò per prima quella del tuo compagno.»
Ihara prese da terra il pezzo di carta che era precedentemente scivolato dalle dita a Shusaku. Da una parte teneva la pistola, dall'altra la sentenza di morte di Chuuya.
Prima di parlare, Shusaku svelò ciò che tutti volevano sapere.
«La mia abilità si chiama Silenzio. Posso punire chiunque io voglia che abbia un motivo per essere punito valido per me, scrivendolo su un qualsiasi foglio. Se pronuncio la parola "silenzio", poi, posso anche uccidere.» sospirò pesantemente, e indicò il giovane biondo vicino a lui «Si tratta più di un sonno profondo e infinito. L'effetto non svanisce anche se attivo l'abilità per altre persone, quindi è una morte a tutti gli effetti. Solo Ihara ne è immune. E penso che sia perché solo lui merita la vera grazia di Dio, che tutto protegge e tutto consola.»
Subito dopo aver concluso annuì e Ihara lesse il foglio con la frase scritta.
«"Per aver assecondato il demonio, Silenzio, Chuuya Nakahara".» pronunciò, poi spostò lo sguardo su Dazai e Fumiko, la quale sentendo quelle parole si era voltata verso di lui «Dice così.» il suo tono di voce sembrava quasi che stesse chiedendo perdono per quelle parole.
Ma i suoi occhi rossi in realtà mostravano altro. Pur non avendo ottenuto subito quello che voleva, il gesto e la confessione di Shusaku gli avevano donato un motivo per continuare quella lotta. Di nuovo.
«Che cosa significa?» Fumiko spalancò gli occhi, abbassò il capo e fissò la sagoma di Chuuya per terra.
Le gambe le iniziarono a tremare, non per la paura, ma per la rabbia. Mandò un'occhiata violenta a Dazai, in cerca di spiegazioni ma arresa alla verità che aveva appena appreso.
Lui non la guardò.
La donna non pensò molto a cosa fare dopo; semplicemente si mise a correre contro Ihara. Solo a quel punto Dazai iniziò a chiamarla, e a cercare di fermarla, invano.
«Mi hai portato via mia sorella, e ora vuoi portare via anche lui?» arrivata a pochi centimetri da lui, provò a colpirlo.
Ihara cercò di schivare il colpo, ma Fumiko fu più veloce del previsto, più feroce, e venne sfiorato dai suoi coltelli e ferito sulla punta del mento, che iniziò a sanguinare; subito dopo riprese per un attimo l'equilibrio che aveva perso indietreggiando e, impugnando forte l'arma, la spinse contro lo stomaco della donna, quasi a volerla infilzare, come avesse avuto in mano non una pistola, ma un pugnale.
Click, si udì.
Dazai sfruttò quel momento per correre verso Shusaku e provare a bloccarlo e renderlo inoffensivo, ma capì che poteva risultare complicato. Ci provò in ogni caso, ma riuscì solo ad avvicinarsi e puntargli contro la pistola. Di fronte a lui, un'altra la teneva il suo avversario.
Per qualche secondo, il silenzio fu assordante.
Non si sentivano più i tentativi disperati di una donna, accompagnata da grida soffocate per il dolore, che era distrutta per la seconda volta da una morte indipendente da lei; non si udivano colpi di pistola o strisciate di passi sul pavimento dovute a un combattimento, e la gente tutta lì intorno sembrava non sapere cosa fare senza le parole del proprio salvatore.
«Non ti farò avvicinare» Shusaku sibilò quelle parole, spezzando il silenzio che sembrava aver richiamato per tutto quel tempo lui stesso.
Dazai lo ignorò, e rivolse la sua attenzione a Chuuya. Sogghignò, come se avesse visto la vittoria farsi strada fra le lapidi fredde e sporche che lo circondavano.
Il mafioso dai capelli rossi mosse le labbra, formando un altro sorriso. Dazai le vide. Per un momento nella sua mente tornò l'immagine di quando le aveva viste la prima volta e di come, qualche tempo dopo, le avrebbe pure conosciute direttamente. Lo osservò mentre riapriva anche gli occhi e mostrava il loro colore chiaro al mondo, e si sentì per un attimo vivo.
Il rosso si rialzò, stringendo fra le dita la terra umida su cui si era adagiato; si guardò intorno e fissò le persone che li attorniavano. Immediatamente tornò con le iridi azzurre sul viso del compagno.
Ihara, che era caduto a terra in seguito all'attacco di Fumiko, si stava rimettendo in piedi; aveva la pistola in mano fumante, ormai scarica, e accanto a lui c'era il corpo della donna; da lì, si vedeva fuoriuscire sangue scuro e denso. Da dove venisse, però, non si riusciva a capire.
Chuuya lo osservò attirato dai suoi gesti, e sgranò gli occhi.
«Bastardo.» mormorò fra i denti, attirando a sé tutti gli sguardi.
Dazai lo osservò e per la prima volta notò nei suoi occhi la luce di chi avrebbe voluto la libertà. Di chi la cerca disperatamente nella vita di tutti i giorni o negli occhi di altre persone, e di chi in un attimo crede di aver perso ogni possibilità di raggiungerla. In un certo senso si sentì escluso dalla selezione del suo compagno, ma comprese che in lui non c'era mai stata nessuna luce e nessuna speranza di libertà. Da sempre ciò che emanava era stata la morte circondata dalle fiamme dell'inferno. Non una morte nel bene. Una morte nell'oscurità.
E ringraziò Dio solo sa cosa per aver fatto riconoscere a Chuuya la sofferenza che lui altrimenti gli avrebbe causato solo guardandolo.
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OK, questo penso sia ufficialmente il capitolo più lungo della storia. Non faccio commenti, lascio a voi le deduzioni.
Alla prossima puntata. <3
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