90.
Il lusso non mi faceva né caldo né freddo, ci ero abituata. Era difficile che ne venissi sopraffatta o che mi potesse intimidire. Anzi, più un ambiente era opulento più mi ci trovavo a mio agio. Eppure quando varcai il cancello della tenuta degli Hawthorne per un attimo vacillai. Sembrava di essere entrati nella reggia di un qualche antico re che, per una misteriosa ragione, mi aveva dato udienza.
Procedevo a passo d'uomo per un viale alberato senza fine e ai cui lati si aprivano scorci di fontane e giardini all'italiana da fare invidia a Versailles. Tanto che, quando dopo una curva m trovai davanti la facciata neoclassica della casa del senatore, rimasi quasi delusa di non vedere un castello.
Sbattei le palpebre per cancellare quei pensieri e tornare al presente. La realtà era una sola, non ero pronta ad affrontare quell'uomo né avevo idea di cosa dirgli, sebbene fosse da ore che ci stavo pensando. Se fossi stata a casa alla mia scrivania, avrei avuto intorno a me un tappeto di fogli scarabocchiati, cancellati e stropicciati. Ma ormai era troppo tardi per tornare indietro, a porta d'ingresso era già aperta e un maggiordomo imbronciato mi stava scrutando mentre parcheggiavo l'auto facendo attenzione a non sfiorare il prato all'inglese.
'Ricordati chi sei, vali tanto e più di questo vecchio' dissi fra me e me mentre, guardando nello specchietto retrovisore, controllavo senza fretta di essere perfettamente in ordine. Sorrisi a me stessa, ero riuscita a cambiarmi prima di arrivare e ora non avevo nulla fuori posto, anzi. Soddisfatta, decisi che anche il maggiordomo avrebbe dovuto avere un assaggio di chi era Anna Walker. 'Guardami bene, stoccafisso, e di' al tuo principale che non è arrivata una sciacquetta da quattro soldi' pensai mentre aprivo la portiera dell'auto e facevo una delle mie entrate in scena per cui ero diventata famosa alla Dartmouth. Quando arrivai all'altezza dell'anziano inserviente, mi fermai di fianco a lui e, guardandolo appena, dissi glaciale "Anna Walker. Sono attesa dal senatore Hawtorne".
"Buongiorno miss Walker, la accompagno. Dovrà avere un po' di pazienza perché il senatore ha avuto un imprevisto e ne avrà per qualche minuto. Intanto se vuole seguirmi..." replicò lui con un tono anonimo, che però lasciava trapelare un certo fastidio, come se la situazione fosse non solo anomala, ma quasi fuori controllo. Era più una sensazione che altro, visto che lui non aveva detto nulla di particolare, però mi era arrivata addosso chiaramente. Perplessa, mi limitai a seguirlo attraverso un immenso atrio arricchito da marmi, tappeti persiani, quadri e mobili di valore che non fecero altro che confermare l'idea di reggia che mi ero fatta attraversando il parco poco prima. Di sicuro il senatore si trattava bene, non c'erano dubbi su questo.
Davanti a una porta di legno massiccio il maggiordomo si fermò, la aprì e mi fece cenno di entrare. Misi un piede nella stanza e mi guardai intorno. Era una piccola biblioteca colma di volumi dal pavimento al soffitto. Due divani candidi e alcune poltrone garantivano letture comode e, su un tavolo posto vicino a una delle due grandi finestre che facevano entrare la calda luce del pomeriggio, c'era un vassoio con qualcosa da mangiare e da bere. Sollevai un sopracciglio, a occhio si prospettava una lunga attesa.
"Attenda qui, prego. Sarà chiamata non appena il senatore si sarà liberato. Lì c'è il telefono interno, se ha bisogno di qualcosa può chiamare il 10 e..." un rumore sordo improvviso, proveniente da un punto imprecisato della casa, fece interrompere l'uomo. "Voglia scusarmi" disse in fretta, poi uscì rapido dalla stanza lasciando la porta semi aperta. Feci spallucce e sospirai, quella villa era tanto bella quanto fredda e avrei preferito restarci il meno possibile. "Sei in ballo, ormai. Tanto vale che cerchi un libro e ti metti a leggere, ci sarà da aspettare" dissi sottovoce.
Feci qualche passo all'interno della stanza per avvicinarmi agli scaffali colmi di libri e cercare qualcosa di interessante, e se possibile rilassante, da leggere nell'attesa. Trovai volumi di finanza internazionale, raccolte giurisprudenziali, trattati di politica e tanto altro che avrei sfogliato volentieri in un altro momento, in cui la mia testa fosse meno concentrata in altri pensieri. Arrivai a fare quasi tutto il giro della stanza prima di trovare una nicchia, vicina a una delle grandi finestre, sui cui scaffali c'erano classici della narrativa mondiale di tutti i tempi.
'Finalmente' pensai. Feci scivolare un dito sui dorsi mentre leggevo i titoli, quasi a voler carpire da quel breve contatto l'essenza stessa delle parole che vi erano scritte all'interno. Subito la mia attenzione fu catturata da un titolo, quello dell'unico che fosse in grado di emozionarmi indipendentemente da quante volte lo avessi letto. Con attenzione sfilai il piccolo volume e lo presi fra le mani rigirandolo con riverenza. Era una copia dell'epoca di "Orgoglio e pregiudizio" di Jane Austen, una delle prime edizioni. Come avevano fatto a trovarla?
Sorpresa e felice della mia scoperta, mi diressi verso uno dei divani e ci sprofondai dentro iniziando subito a sfogliare quelle antiche pagine per rileggere alcuni passi della storia che mi piacevano particolarmente.
Il tempo passò senza che me ne accorgessi, tanto ero concentrata sulla storia. L'orario del mio appuntamento con il senatore Hawthorne era ormai passato da un pezzo quando qualcosa distolse la mia attenzione dalle pagine che avevo davanti e mi fece tornare nel presente. Mi resi conto che era passato più tempo del dovuto, la biblioteca era ormai immersa nel buio fatta salva una provvidenziale piantana accesa al minimo. Di scatto guardai l'ora, e trattenni a stento un'imprecazione. Era il caso di dare una svegliata agli abitanti della casa, si erano forse dimenticati che c'ero e che stavo attendendo di parlare con il senatore?
Piuttosto irritata chiusi il libro, mi alzai e lo andai a riporre non senza un certo rimpianto, poi mi diressi decisa al telefono per chiamare quel supponente maggiordomo che mi aveva parcheggiata lì e lasciata a marcire.
Avevo sollevato il cordless quando il suono attutito di alcune voci ruppe il silenzio della stanza ormai quasi buia, facendomi bloccare sul posto.
Due uomini stavano avendo una discussione, era chiaro benché non si capisse cosa si stessero dicendo. Senza pensare rimisi a posto il telefono, presi la borsa e mi avvicinai alla porta semichiusa della stanza. Che fosse il senatore e quello fosse il motivo del ritardo? In effetti il maggiordomo mi aveva detto che era impegnato e forse la discussione in corso spiegava il ritardo.
Mi accostai all'uscio e tesi l'orecchio. Le voci erano attutite dalla distanza e da porte chiuse, era impossibile capire chi fossero i protagonisti di quell'alterco o cosa si stessero dicendo ma immaginai che uno fosse proprio il senatore. Sbuffai e decisi di andare a fare quella telefonata, poteva stare litigando anche con il Presidente ma mi ero stufata di aspettare.
Il rumore inconfondibile di una porta che veniva aperta con violenza mi fece fermare sul posto e le parole seguenti mi raggelarono il sangue.
"Sai cosa puoi fartene del tuo patto. Non mi rovinerò la vita per te."
Matthew. Era lui, stava litigando con suo nonno. Appoggiai la mano allo schienale di una sedia vicina a me e chiusi gli occhi, per riprendere l'equilibrio.
"Avevi dato la tua parola e l'hai confermata ieri, dopo che ti ho fatto aprire gli occhi su quella ragazza. Devi mantenerla, c'era un patto fra noi due." La voce dell'anziano senatore era gelida e lasciava trapelare una rabbia che si percepiva anche da dove mi trovavo io. "Lo sai cosa succede se non lo rispetti."
"Accomodati" non avevo mai sentito un tale astio nella voce di Matthew. "Visto quello che ho letto, non lo faccio per tornare da lei, lo faccio per me."
Il tono delle due voci si abbassò quel tanto che mi bastava a non capire più cosa stessero dicendo. Rapida, mi avvicinai di nuovo alla porta della biblioteca sperando che, da lì, sarei riuscita a udire meglio. In realtà avrei voluto andare da loro, ma non era proprio il caso.
Per fortuna non avevano richiuso la porta, qualcosa della loro discussione arrivava ancora fino a me. Trattenni il fiato quando compresi il senso di quello ce si stavano dicendo.
Matthew era andato da suo nonno qualche giorno prima per tirarsi fuori dall'impegno preso e tornare da me, solo che il vecchio era riuscito a fermarlo facendogli leggere la fantomatica intervista che io non avevo mai rilasciato.
Dalla rabbia e dalla disperazione strinsi così forte i pugni che le unghie mi si conficcarono quasi nelle palme delle mani. 'Maledetto Nathan. Stava tornando da me! Se a causa tua perderò Matthew...' non riuscii a completare quel pensiero perché in quel momento, di nuovo, le loro voci mi arrivarono chiare.
"Stanotte ho riflettuto e m sono reso conto che se, ancora una volta, accetterò di sottostare ai tuoi ricatti mancherò di rispetto verso me stesso e la mia vita varrà meno di un mozzicone di sigaretta. Perciò vale quanto ti ho detto prima che mi facessi leggere quel trafiletto, me ne vado."
"Ma guardati nipote, sei patetico. Cosa pensi di trovare al di fuori della tua famiglia? Cosa pensi di fare? Ti è tornata la voglia di andare da quella ragazza, anche dopo che ti ha coperto di fango in quell'intervista?"
Aprii di scatto gli occhi e mi si spezzò il respiro nell'udire la risposta di Matthew.
"Non hai capito. Non mi frega un cazzo di cos'ha detto in quell'intervista, può andare a farsi fottere. Io mi tiro fuori lo stesso, non rovinerò la mia vita per fare un piacere a te! Fai quello che ti pare, rovina chi vuoi. Non mi interessa. Non permetterò a nessuno di decidere della mia vita, men che meno a te. Te lo ripeto, ho sbagliato a sottostare a quel ricatto!"
La porta sbatté, quasi a sottolineare quelle parole, e nella biblioteca in penombra calò un silenzio quasi assoluto. Io non riuscivo a muovermi, respiravo appena. Ma, benché sentissi un dolore al cuore come se ci fosse stato piantato un coltello, non potevo fare a meno di sentirmi fiera di lui. Stava spezzando le catene che lo legavano al senatore, e questo gli avrebbe permesso di voltare pagina ed essere sé stesso.
Mi riscossi da quei pensieri, dovevo decidere il da farsi. Lasciare che terminassero di parlare oppure intromettermi? Non ero per niente lucida, tutto mi sarei aspettata fuorché trovare Matthew lì e sentirlo litigare aspramente con il nonno, udire le parole dure che aveva rivolto contro di me acuiva lo stato di confusione in cui ero caduta. Ma il tempo stava passando e dovevo decidermi.
Quasi in risposta ai miei dubbi, per l'ennesima volta la porta della stanza in cui nonno e nipote discutevano si aprì e le parole seguenti del senatore mi arrivarono come uno schiaffo sulla faccia, quello giusto per svegliarmi e snebbiarmi il cervello.
Il tono del vecchio era cambiato, rispetto ad alcuni minuti prima. Pur rimanendo sempre molto basso, da gelido era diventato mellifluo. "A proposito, sai che devo vederla oggi. La tua cosiddetta ragazza o quello che è ora."
Quasi senza pensare feci mezzo passo fuori dalla biblioteca, dove voleva andare a parare, con quella frase? Era evidente che stava cercando di far cambiare idea a suo nipote, ma cos'aveva in mente?
"Stai scherzando" sussurrò Matthew incredulo e, per la prima volta da che avevo iniziato a sentire quella conversazione, con la voce incrinata dall'incertezza.
"Certo che no. Mi ha chiesto un appuntamento" buttò là il senatore. Feci un altro passo addentrandomi nel corridoio in fondo al quale si trovava la stanza dov'erano due uomini. Avevo paura di sentire cos'avrebbe detto a quel punto.
"Viene qui perché vuole soldi per ritrattare le cose che ha detto nell'intervista."
Mi bloccai in mezzo al corridoio, inorridita. No, tutto ma non un'accusa così infamante. Matthew non poteva credere a una cosa del genere, se aveva almeno un pochino imparato a conoscermi nel breve periodo in cui eravamo stati insieme. Presi a camminare verso le voci, ancora incerta.
"Credi o ne sei certo? Perché puzza di menzogna lontano un miglio", disse Matthew, ma la voce tradiva un dubbio che smentiva la definitività delle sue parole.
"Matthew... come potrei mentire su una cosa del genere? Ho avuto un'accesa discussione con suo padre, ecco perché so cos'ha in mente quella ragazza. Non è una persona equilibrata e porterà solo guai, sia a te che a noi. Tieni, leggi questo foglietto. Me lo ha girato Walker dopo averlo trovato fra le carte di sua figlia."
Altre menzogne, ancora sempre e solo menzogne. E il silenzio che stava seguendo alle parole del senatore non lasciava presagire niente di buono, significava che Matthew aveva preso quella cosa che gli aveva dato il nonno e stava leggendo chissà cosa convinto, che fossi stata io a scriverlo.
Non ebbi bisogno di formulare un pensiero compiuto, né di ordinare alcunché alle mie gambe. Non appena nella mia mente fu chiaro ciò che stava succedendo in quella stanza, mi misi a correre e percorsi il più in fretta possibile i metri che mi separavano da quella porta. Arrivata davanti, non mi preoccupai neanche di bussare, considerando le buone maniere un lusso che in quel momento non mi potevo permettere. Così aprii la porta ed entrai.
Due paia di occhi, così simili eppure così diversi fra loro, mi trapassarono da parte a parte, sgranati dalla sorpresa. L'unica cosa che li accomunava era il colore, che però era tanto freddo e cupo in quelli del senatore, quanto caldo e intenso in quelli di Matthew. Nel momento in cui i nostri sguardi si incontrarono sentii quasi piegarsi le ginocchia per quanto avevo desiderato quel momento. Avrei voluto avvicinarmi a lui e abbracciarlo per fargli capire quanto mi fosse mancato, ma non era possibile. Nella mia mente avevo immaginato tante volte il nostro incontro, avevo previsto discussioni e difficoltà, ma mai una situazione del genere, neppure nel peggiore dei miei incubi. Perché mi sembrava di avere di fronte un estraneo che, passato il primo momento di stupore, mi osservava distaccato e quasi con un certo fastidio. Il mio sguardo corse alla sua mano, che stringeva il foglio che gli aveva dato poco prima il nonno. Il quale, in compenso, aveva un'espressione piuttosto incuriosita, oltre che vagamente divertita. Era evidente che, pensando di avere il nipote ormai in pugno, voleva completare la sua vittoria schiacciando anche me. Ma non glielo avrei permesso, mai.
Senza badare allo sguardo severo dell'anziano politico, per impedirgli di prendersi uno spazio che non avevo intenzione di concedergli, mi diressi verso Matthew che, dal momento in cui ero entrata, non si era mosso di un millimetro, l'espressione del viso imperscrutabile. Mi tornò in mente quando ero andata a cercarlo nella radura sopra il campus per farmi perdonare e sperai con tutto il cuore che l'epilogo sarebbe stato lo stesso.
"Ciao Matthew", dissi quando gli arrivai di fronte, facendomi violenza per restargli a distanza e per non staccare lo sguardo dal suo. Non rispose, non si mosse, solo un muscolo della mandibola iniziò a contrarsi ripetutamente, segno che non era indifferente alla mia presenza. Decisi che un fattore a mio favore e proseguii. "Non so cosa ti abbia raccontato tuo nonno, non so cosa ci sia scritto nel foglio che tieni in mano, non ho idea di cosa sia stato scritto a mio nome in quella maledetta intervista. Io non l'ho mai rilasciata, sono venuta cercarti per dirtelo."
Un sorriso di scherno gli increspò la bocca e io sudai freddo. Non mi credeva.
"Qui? A casa di mio nonno? Ma a chi vuoi darla a bere? Allora aveva ragione lui, nonostante mi costi ammetterlo... quanto pensavi di ricavare da tutta questa faccenda?"
"Non sono venuta qui per questo!" esclamai esasperata. Possibile che ancora non riusciva a darmi un minimo di credito? Dovetti lottare contro la tentazione di prenderlo per le spalle e scuoterlo come un bussolotto per vedere se capiva nel modo corretto ciò che gli stavo dicendo. "La mia meta era Harvard, poi durante il tragitto mi è venuta l'idea di venire a 'trovare' il senatore Hawthorne, perché speravo di convincerlo a lasciarti vivere la tua vita senza altre interferenze".
"Adesso basta, Anna. Mi hai stufato tu, come mi ha stufato lui. Siete tutti concentrati solo sui vostri interessi e basta", disse stancamente, come se volesse far terminare quel teatrino per la nausea che gli davano i suoi interpreti.
Stavo per replicare, quando mi resi conto che non sarebbe servito a niente. Stavo lottando contro i mulini a vento e non avrei mai vinto.
Annuii sconfitta, non trovano in me stessa la forza necessaria per tentare di scalare il muro che lui aveva eretto fra noi. A quel punto non aveva senso rimanere, dovevo mantenere un minimo di dignità. Senza aggiungere altro mi girai e stavo per dirigermi verso l'uscita, quando il pensiero di quello che avevo fatto prima di partire mi fece fermare. Misi una mano nella borsa e tirai fuori la brochure che avevo ricevuto per la richiesta delle borse di studio, e mi tornò in mente il momento in cui avevo tagliato i ponti con la mia famiglia. Allora fui travolta dalla rabbia. Tornai di fronte a Matthew e gli sbattei sul petto i fogli della Davenport.
"Tu vedi quello che vuoi vedere. Non sei ancora riuscito a liberarti di tutti i preconcetti che avevi su di me. Basta una parola nativa qualsiasi, detta chiunque, che te la bevi senza neppure metterla in dubbio. Sono una sciocca, davvero. Una ridicola sciocca. Che ha litigato con la sua famiglia per te, che ha tagliato i ponti per non subire altri ricatti, che ha fatto domanda per ottenere una borsa di studio in previsione del taglio dei fondi da parte del cosiddetto paparino. Che stupida, vero? Ma tanto a te tutto questo non interessa perché è impossibile che io possa averlo fatto, giusto? Io sono solo una stupida cheerleader interessata solo ad avere montagne di bei vestiti e ad essere idolatrata da tutti come una divinità. Bé, leggiti quei fogli e buon divertimento." Non aspettai di vedere la sua reazione. Mi girai verso il senatore e gli dissi "Quanto a lei, vale poco tanto quanto il mio caro patrigno. Faccia quello che ritiene, a questo punto non ha più importanza, non faccio più parte della famiglia Walker."
Le parole aleggiarono fra noi per qualche attimo, nessuno fiatava né si muoveva. Attesi alcuni istanti, pensando che, forse, Matthew avrebbe detto qualcosa. Ma non lo fece.
Non guardai più nessuno, uscii e mi diressi in fretta verso l'esterno di quella casa. Avevo bisogno di aria, stavo soffocando lì dentro. Arrivai all'auto quasi di corsa e altrettanto velocemente salii, misi in moto e partii. Solo quando la facciata della villa divenne piccola nello specchietto retrovisore, le lacrime cominciarono a scendere senza che fossi in grado, o che volessi, fermarle. L'avevo perso a causa di alcune menzogne. Quanto mi ci sarebbe voluto per superare la cosa? Sarei mai riuscita a dimenticarlo?
Sfregai gli occhi per cercare di vederci meglio, ormai era buio pesto e avere la vista appannata non aiutava a guidare bene.
All'improvviso una moto entrò nel cono di luce dei fanali della mia auto e si mise di traverso sulla strada. Feci un salto sul sedile dell'auto, sterzai e frenai per non andarle addosso. Fortunatamente mi fermai a un paio di metri di distanza e capii all'istante chi avevo di fronte, la Harley non lasciava spazio a dubbi.
Ancora più furiosa per la paura che avevo provato e che mi aveva lasciata tremante, uscii dall'abitacolo per andare a dirgliene quattro.
"Ma sei impazzito? Cosa ti salta in mente? Mi hai rovinato la vita, vuoi anche attentare alla mia salute?" berciai avvicinandomi.
Anche Matthew era sceso dalla moto e si era tolto il casco mentre, a sua volta, si avvicinava a me.
"Si può sapere cosa diavolo vuoi ancora? C'è qualche altro insulto che ti è venuto in mente e che volevi dirmi? No perché mi sono sufficienti le cose che mi hai detto da tuo nonno."
"Tu parli troppo" rispose lui, avvicinandosi ancora. Ormai era a meno di un metro da me e continuava a fissarmi con un'espressione concentrata. "E non dai tempo alle persone di replicare" continuò, mettendomi le mani sulle spalle. Io mi ero immobilizzata e lo guardavo inebetita, le parole che stavo per dire raggelate sulla punta della lingua.
"O di scusarsi", sussurrò sfiorandomi il viso con un dito. Non ci stavo capendo più niente, rifiutavo di aprire il cuore a qualsiasi speranza per il terrore di venire smentita.
"O di chiederti se potrai mai considerare l'ipotesi di dimenticare quanto stupide sono state a lasciarsi quasi scappare la cosa più bella che sia mai capitata loro nella vita..." L'ultima parola si spense in un sussurro mentre con il pollice mi accarezzò le labbra in una carezza incerta. "Perdonami Anna, per tutto. Mi sono comportato come un coglione" sussurrò, e stavolta non c'era possibilità che le sue parole potessero significare qualcosa di diverso.
"Lavoreremo su questo, ora taci e baciami" dissi abbracciandolo e affondando le mani fra i suoi capelli. Che il mondo andasse a rotoli, che le nostre famiglie si scannassero e si rovinassero, quando le mie labbra si unirono alle sue, nel più dolce e più desiderato dei baci, capii che finalmente tutti i tasselli della mia vita erano tornati a posto. Ci sarebbe stato tempo per togliersi alcuni sassolini, per rilasciare vere interviste piuttosto scomode, adesso esistevamo solo noi, Anna e Matthew. Nessun ostacolo, nessun fraintendimento.
Finalmente.
_________________________
Ciao! Scusate l'immenso ritardo... con questo capitolo (lungo eterno ma ho preferito non tagliarlo) si conclude l'avventura di Anna e Matthew... Era nata come un "fare il verso" a un certo tipo di storie che ci sono qui in wattpad e poi ha preso tutt'altra piega. Ho fatto tanta fatica ad arrivare alla fine, ma se ce l'ho fatta e il merito è tutto vostro, non ci sarei mai riuscita senza di voi che l'avete seguita con tanta passione e coinvolgimento. Non vi ringrazierò mai abbastanza!
A brevissimo inizierò la revisione, e probabilmente un po' di cose cambieranno ma non la sostanza. A tale proposito qualsiasi consiglio vorrete darmi per migliorarla sarà più che ben accetto!
Ah... casomai qualcuno se lo domandasse... non ci sarà un sequel, non per il momento almeno. Anna e Matthew hanno bisogno di starsene in pace per un po' ;-)
Grazie ancora, per tutto!!!
:-*
Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top