Il Viaggio

L'aeroporto era affollatissimo, invaso da tanti sconosciuti che sarebbero partiti o erano appena arrivati, ognuno con la propria storia, con i propri problemi. E poi c'ero io: con un abito indaco e delle scarpe eleganti nere, che mi stavano distruggendo i piedi, in quanto ero lì da un quarto d'ora ad aspettare Gregg. Avrebbe dovuto essere lì già da dieci minuti, ma non c'era nessuna traccia di lui; avrei potuto chiamarlo, ma, fortunatamente o sfortunatamente, dipende dai punti di vista, non avevo il suo numero.
«Amanda!» Una vocina acuta e preoccupata mi aveva nominata. Presa alla sprovvista mi girai in fretta, incrociando gli occhi verdi di Candice. Ci mancava solo quella a rovinare tutto, che cosa voleva ancora?
«Ciao.» Tenni un tono neutro davanti a quella baraonda di capelli scuri che le contornavano il viso.
«Senti, volevo parlarti di ciò che hai...» La interruppi sul nascere, prima che i pugni partissero per mano mia.
«Non so cosa tu voglia da me o cosa speri di ottenere parlandomi, ma ti conviene sloggiare entro un secondo se non vuoi ritrovarti la faccia talmente gonfia da non vederci neanche più, va bene?» Alzai leggermente il tono alla fine, ma tutto sommato non mi misi fin troppo in imbarazzo, riuscendo a rimanere comunque cauta.
I suoi occhi si aprirono in un'espressione incredula: neanche lei credeva che la 'sfiganda', come mi chiamava, potesse risponderle in quel modo, ma ormai non mi faceva più nessuna paura. Non avevo nulla da perdere e non volevo neanche più subire nessuna sconfitta. Mi aveva tormentato abbastanza al college, non potevo dargliela vinta per sempre.
«Amanda, scusa il ritardo.» Una voce trafelata mi colse di nuovo alla sprovvista; «Oh, scusate, vi ho interrotte?» Mi voltai quanto bastò per incontrare lo sguardo confuso di Gregg e sorrisi, scuotendo la testa.
«No, no, se ne stava giusto andando.» Sorrisi beffarda, rivolgendomi di nuovo alla ragazza che aveva uno sguardo ancora più allibito.
«S-sì» balbettò, per poi allontanarsi un po' goffamente.
«Tutto bene?» mi chiese Gregg, mentre la osservavo allontanarsi. Mi voltai verso di lui, sorridendo appena, soddisfatta. Per la prima volta - non contando quella in hotel - ero riuscita a tenere testa alla perfida Candice.
«Sì, tutto bene, ma muoviamoci che siamo in ritardo.» Sbuffai, tornando alla realtà e al motivo per cui ci trovavamo lì, prendendo la mia valigia per dirigermi a fare il check-in.
La giornata era iniziata male, speravo almeno di non ritrovarmi a fianco un totale rompiscatole.







Una volta salita cercai il mio posto e appena constatai che era vicino al finestrino, sorrisi; adoravo osservare il mondo dall'alto, la vita delle persone che andava avanti indisturbata mentre io volavo sopra le loro teste.
Era tutto più bello visto dall'alto, non sembrava affatto lo schifo che era in realtà, anzi, da quell'angolazione poteva anche essere un posto accettabile.
«Sono dietro di te.» Gregg comparve alle mie spalle mentre mi sistemavo, prima di sedermi.
«Bene, almeno non dovrò cercarti ovunque.» Sbuffai, finendo di riporre le mie cose.
«Non ho cinque anni.» Sbuffò anche lui, senza nessun accenno di ironia.
«No, infatti, magari due.» Sorrisi girandomi verso di lui, ma il suo viso era cupo e non mi rispose, andando a sedersi. Non capivo se si fosse offeso per ciò che gli avevo detto o se c'era altro sotto, ma in entrambi i casi non mi importava più di tanto, io dovevo fare il mio lavoro, non avevo certo tempo e voglia di occuparmi di lui.






Il viaggio durava ormai da troppe ore e stava mettendo a dura prova la mia resistenza; attorno a me c'era gente che dormiva, leggeva, bambini che si lamentavano in continuazione, ma alla fine non era poi così male, anche se stare seduta in quella posizione, per di più a lavorare con il computer, mi stava facendo addormentare la parte inferiore del corpo.
Mi alzai per andare in bagno, approfittandone per sgranchirmi le gambe e appena fui sul corridoio, notai che il posto di Gregg era vuoto, ma decisi di non pensarci, non spettava a me preoccuparmene.
Arrivata davanti alla cabina del bagno, però, sentii dei gemiti provenire da dietro una specie di tenda. Rimasi abbastanza stupefatta, immaginando cosa potesse star accadendo. Mi schiarii la voce, cercando di far capire loro che magari non era il momento adatto per certe cose, e quando la testa di Gregg spuntò da dietro la tenda, dovetti trattenermi - e non poco - per evitare di scoppiare a ridere.
«Amanda?!» Mi guardò sbarrando gli occhi ed ero quasi certa di averlo visto arrossire. Un fruscìo di tessuto e poi tutto il suo corpo si presentò alla mia vista, fortunatamente coperto.
«Sì, sono io, ti conviene tornare a sedere se non vuoi che al mio posto ci possa essere qualcun altro.» Mi lasciai sfuggire una leggera risata: era abbastanza ridicola quella situazione; prima mi faceva un succhiotto e poi si faceva qualcuna sull'aereo, tutto questo mentre stava con Stacy.
Improvvisamente, come se un lampo mi avesse attraversato il cervello, mi venne in mente James.
Io ero come Stacy, tradita dal proprio ragazzo.
Ogni traccia dell'ilarità che avevo provato fino a poco prima scomparve; vidi che stava per rispondermi, ma la mia mano si mosse velocemente verso la sua guancia, producendo un rumore tale da esser sicura che qualcuno si fosse girato verso di noi.
In meno di un secondo mi infilai in bagno, puntando lo sguardo nello specchio.
Sembrava quasi che il vestito mi stesse soffocando, anche se era davvero leggero per quel clima di novembre, e il cuore mi batteva forte nel petto, portandomi a sentire caldo. Dovevo calmarmi.
Quando tornai al mio posto, Gregg era seduto al suo con la guancia sinistra arrossata; mi sedetti riprendendo il mio lavoro e sperando che in quei giorni di convivenza non me l'avrebbe fatta pagare.




Dopo quella che mi parve un'infinità, finalmente arrivammo a destinazione. Purtroppo la nostra meta non era Londra, ma per ciò che andavo a svolgere in quel posto non mi importava più di tanto.
Per tutto il resto del viaggio, Gregg ed io non ci eravamo rivolti la parola e temevo molto il nostro primo scambio verbale. Proprio quando scendemmo per recarci a ritirare i bagagli sentivo la tensione alle stelle, non sapevo cosa gli frullava nella testa riguardo quello schiaffo, ma anche se mi avesse chiesto qualcosa non sarei stata in grado di dargli delle spiegazioni. Era successo tutto così d'improvviso che non avevo riflettuto su nulla.
«Dove cazzo è la mia fottuta valigia?!» Il suo tono spazientito, seguito da uno sbuffo, mi costrinse a voltarmi nella sua direzione, vedendolo passare gli occhi su ogni bagaglio che usciva dal rullo trasportatore.
«Qualche problema?» Un omone di grossa stazza si era avvicinato a lui, vestito in modo impettito con una divisa blu: doveva far parte della sicurezza.
«Non c'è la mia valigia!» Gregg alzò la voce, attirando molti sguardi e un'occhiataccia dell'uomo, che aveva allungato la mano a lato dei pantaloni, dove solo in quel momento scorsi una pistola.
«Gregg, calmati.» Intervenni, andandogli accanto, ma il suo sguardo truce mi fece indietreggiare di poco.
«Lei è la madre?» mi chiese il signore. Sbarrai gli occhi: sembravo davvero così grande?
«No, non sono sua madre,» risposi quasi indignata, «sono una sua... amica.» Indugiai leggermente. Non potevo certo dirgli che era il figlio del mio capo, chissà cosa avrebbe pensato. L'uomo mi guardò sogghignando per poi riportare lo sguardo su Gregg che aveva ripreso ad avere atteggiamenti irrequieti.
«Ora denuncio sto cazzo di aeroporto! Avete smarrito la mia valigia!» urlò, attirando molti più sguardi di prima. Maledissi mentalmente il mio capo per avermi mandata con lui e poi me stessa per non essere in grado di fare qualcosa.
«Potrebbe controllare se c'è la valigia di Gregg Henkins?» chiesi gentilmente al signore, bloccandolo prima che si avvicinasse al ragazzo infervorato. Alle mie parole, però, mi guardò sgranando gli occhi e aprendo leggermente la bocca in un'espressione incredula.
«Gregg Henkins ha detto?» Annuii, storcendo leggermente la bocca in una smorfia e pregando che potesse esserci d'aiuto. Lui si mosse verso il ragazzo che stava ancora maledicendo quel posto.
«Calmati ragazzo, la tua valigia ce l'abbiamo noi, è già sulla macchina che ti... vi aspetta all'ingresso.» Si corresse alla fine, guardandomi, per poi tornare a guardare Gregg che aveva smesso di fare scenate inutili.
«Come?» chiese il ragazzo, guardando l'uomo dall'alto.
«Forza, venite con me.» Si incamminò e per un secondo guardai Gregg, ma quando i suoi occhi incrociarono i miei, temetti un'altra occhiata truce e mi affrettai a seguire il signore.






L'hotel davanti al quale si fermò l'auto era davvero mozzafiato e per un attimo mi persi ad immaginare come potesse essere all'interno. Non ero abituata a tanto lusso e da una parte mi sentivo una bambina di fronte ad un negozio di caramelle: spaesata quanto ammaliata. Scendemmo dal quel mezzo e l'autista, se così posso definirlo, prese i nostri bagagli portandoli dentro, mentre una ragazza paffutella si avvicinò a noi, conducendoci alla reception.
«Henkins e Seyfried?» chiese un'altra ragazza, dietro all'enorme bancone della reception.
«Sì, siamo noi.» Gregg mi batté sul tempo e accennai uno sbuffo, cercando di farlo notare il meno possibile.
«Perfetto, la vostra stanza è di qua.» La receptionist sorrise, prendendo delle tessere per poi uscire da dietro il bancone.
«Come la nostra?» chiesi, abbastanza allarmata. Non avrei mai condiviso la stanza con quel ragazzo per quattro giorni; avevo bisogno dei miei spazi, in quel momento più che mai.
«È una camera, ma le stanze sono separate» rispose la ragazza, un po' spiazzata, come se non si aspettasse la mia domanda. Mentalmente tirai un sospiro di sollievo.
«Meglio» commentò Gregg con ostilità, seguendo la ragazza.
Arrivati davanti alla porta ci fece vedere come aprirla e una volta entrati ci mostrò quello che, a mio parere, poteva benissimo essere un appartamento.
«La colazione inizia alle sette e dura fino alle dieci.» Ci sorrise lei, poco prima di uscire. Intravidi Gregg ammiccare e scossi la testa.
Presi la mia valigia e, senza aggiungere nulla, andai nella mia parte di appartamento, chiudendo a chiave l'enorme porta che ci divideva. Mi rilassai, potendo finalmente lanciarmi esausta sul letto - anch'esso enorme - sollevata dal fatto che Gregg non mi avesse ancora punita per la sberla e non mi avesse chiesto nulla a riguardo.
Decisi di accendere il cellulare, tanto per sapere se qualcuno - ovvero mia sorella o i miei genitori - si fosse fatto vivo e trovai due messaggi di Luke.

- Amanda com'è andato il viaggio? -
- Ma sei viva?! -

Un sorriso mi piegò le labbra, immaginando la sua espressione nello scrivere l'ultimo messaggio e mi decisi a rispondere.

- No, sono uno zombie. Ma per davvero ahahah -

Chiusi gli occhi, cercando di ritrovare un attimo di vitalità e pochi minuti dopo sentii una vibrazione nella mia mano..

- Zombie, interessante ahahah com'è andato il viaggio? -

- Bene... lungo e stressante, ma bene -

- Sappi che mi mancherai in questi giorni e non ubriacarti troppo senza di me -

Sorrisi di nuovo. Sorridevo sempre quando si trattava di lui.
E la cosa iniziava a piacermi, anche fin troppo.




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*revisionato*

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