Arrivederci
Non riuscii a dire nulla, ero talmente sopraffatta dagli eventi che non mi usciva una sola parola.
Mi allontanai in fretta da quella stanza, cercando di tornare il più velocemente possibile verso la macchina.
Da un lato non capivo perché ci fossi rimasta così male: avevo solo visto Rachel seduta sul suo letto, non sembrava nulla di strano; eppure il solo pensiero che potesse essere andato a farsi consolare da lei mi mandava su tutte le furie.
«Aspetta!» Sentii i passi di Luke farsi sempre più vicini e nonostante provassi con tutta me stessa ad aumentare il passo, riuscì a prendermi per un braccio e bloccare i miei movimenti.
«Lasciami stare, torna da lei!» Cercai di divincolare il braccio dalla sua presa, ma lui, con una mossa fulminea, mi fece girare e mi ritrovai incastrata dalle sue braccia.
«Perché fai così, eh? Me lo spieghi?! Non sai neanche perché è lì, non sai nulla eppure devi pensare chissà che cosa, vero? Mi dici perché cazzo ti comporti così?!» Il suo tono fermo mi fece gelare il sangue.
Era vero, non gli avevo chiesto nulla; volevo solo andarmene senza sapere neanche le sue motivazioni, ma vederlo con lei, di nuovo, dopo così tanto tempo, sapendo che lei lo amava e che lui lo sapeva, mi aveva fatto pensare che poteva aver deciso di riprovare a stare con lei.
«Io... Luke io... non lo so, sono... sono stanca, stanca di tutto, dei litigi, dei segreti, dei problemi, sono stanca, stanca per davvero.» Piansi, piansi senza preoccuparmi che potesse passare qualche studente del college, piansi perché ero stufa di tutto ciò che provavo; la mia vita stava andando completamente in pezzi e non avevo la minima idea di come dirgli che me ne sarei andata.
Se faceva così solo perché non lo lasciavo parlare, come avrebbe reagito sapendo che me ne sarei andata per sempre?
La presa con cui mi stringeva si fece più debole.
«Se non me ne parli non posso aiutarti, mi dispiace.» Le sue mani lasciarono il mio corpo, allontanandosi da me. Mi passai le dita sulla guancia destra, togliendo il fastidioso umido lasciatomi dalle lacrime.
«Luke, non c'è nulla che devo dirti, voglio solo stare con te.» "Almeno queste ultime settimane", aggiunsi nella mia mente, sentendo di nuovo un groppo in gola. Lui scosse la testa e si allontanò ancora.
«Voglio la verità e finché non me la dirai, scordati di parlare con me.» Continuava ad allontanarsi; poteva essere l'occasione giusta, finalmente potevo liberarmi da un grosso peso sulla coscienza.
Togliere un peso a me per addossarlo a lui?
Non potevo, non potevo rovinargli la vita dicendogli che aspettavo un figlio da lui.
Come avrebbe reagito?
Mi avrebbe odiata?
Il solo pensiero mi fece tornare a piangere, mentre lui si stava allontanando ancora; non solo fisicamente, lo stavo perdendo del tutto.
«Luke, ti prego...» Le parole mi uscirono strozzate dai singhiozzi che mi scuotevano e lui scosse ancora la testa, deluso, forse, da me.
Non potevo permettergli di andarsene così. Eppure io avrei fatto proprio quello: lasciarlo.
Allora forse era meglio che fosse lui ad allontanarsi, magari avrebbe sofferto meno, magari sarebbe stato felice con qualcun'altra, magari con Rachel.
Però c'era una cosa che dovevo assolutamente fare prima di lasciarci per sempre.
Mi asciugai alla meglio le lacrime che mi solcavano le guance e corsi nella sua direzione, lo fermai, prendendolo per un polso e lui si girò, stanco, verso di me. Vidi il suo viso contratto in una smorfia e lo baciai.
Un bacio salato, urgente, veloce: dovevo sentire un'ultima volta le sue labbra, ne avevo il bisogno. Dovevo stamparmi nella mente e nel cuore cosa significasse stare tra le sue braccia, percepire le sue labbra desiderose delle mie, dovevo ricordarmi le emozioni che provavo quando il suo piercing mi solleticava la bocca, quando la sua lingua creava un intreccio con la mia, quando le sue mani si attaccavano al mio corpo come per dirmi che ero sua, solo sua, dovevo ricordarmi tutto quello, perché erano le uniche cose che ancora riuscivano a tenermi a galla.
Mi staccai da lui dopo qualche secondo, sentendo ancora le lacrime che mi scivolavano lungo le guance; lui mi guardò spaesato, ma non disse nulla, continuò ad allontanarsi per poi tornare in camera, chiudendosi la porta alle spalle.
I giorni passavano lenti, mancavano poco più di due settimane alla mia partenza e mi sentivo sempre peggio: era come se fossi tornata una ragazzina disperata che si rintanava nel suo inutile dolore, sperando che qualcosa sarebbe potuto cambiare, ma niente avrebbe migliorato la mia situazione. O forse sì.
Rivolevo Luke, volevo vederlo, abbracciarlo, passare del tempo con lui, ma più di tutto volevo baciarlo. Per quello mi sentivo una ragazzina, così attaccata a una storia che era destinata a finire in quel modo, così brusco, lasciandomi solo l'amaro in bocca.
Andavo al lavoro solo perché era mio dovere, mi pesava fare qualsiasi cosa, mi sentivo svuotata e piena allo stesso tempo; la mia pancia assumeva una curva sempre più accentuata, nonostante fosse passato poco più di un mese iniziava ad intravedersi. Vestivo sempre in modo comodo e con abiti o maglioni che potessero coprire le mie curve.
Odiavo sentirmi in quel modo, odiavo non riuscire a reagire, non solo per il mio bene, ma anche per quello del bambino. Non sapevo neanche se sarebbe stato maschio o femmina e non avevo intenzione di scoprirlo: volevo saperlo solo al momento del parto... che sarebbe avvenuto in un'altra città, lontana da tutti coloro a cui volevo bene.
Ogni minimo pensiero mi procurava un'insaziabile voglia di piangere e lasciarmi cadere sul letto a dormire, ma non solo per qualche ora.
Avrei voluto dormire per anni e poi, svegliandomi, sapere che era stato tutto un sogno, che Luke era ancora con me, che avevo già dato alla luce mio figlio... o magari di non essere neanche incinta.
I bambini non mi sono mai dispiaciuti, ma l'idea di averne uno di cui prendermi cura, essere svegliata di notte dai suoi pianti, cambiargli il pannolino, stargli accanto ogni secondo, impazzire per le cause sconosciute delle sue lagne; tutta quell'aspettativa del futuro che mi attendeva me lo faceva odiare, mi faceva venire voglia di mandare tutto all'aria e dare in adozione mio figlio.
Però non ne sarei mai stata in grado; nonostante tutto non ce l'avrei mai fatta a dare via la vita che mi sarebbe stata concessa.
Inoltre era anche l'unica cosa che mi legava ancora a Luke: era nostro figlio, il frutto del nostro amore, di ciò che avevamo condiviso.
Mi ritrovai così a scorrere nella galleria, cercando le nostre foto, quelle meravigliose immagini che avevo deciso di tenere per ricordarmi dei bellissimi momenti che avevamo passato insieme.
E avevo fatto bene.
Vedere i nostri volti, così buffi e felici, mi fece sorridere, ma inevitabilmente scoppiare a piangere.
Mi mancava, mi mancava stare con lui, parlare con lui, scherzare con lui, mi mancava lui, ma il tempo avrebbe guarito, ne ero consapevole, perché il tempo guarisce sempre.
Verso l'inizio di maggio cominciavo a sentirmi meglio, ma non perché avevo smesso di pensarci, semplicemente perché mi tenevo occupata, dato che c'erano tantissime cose da sistemare per il trasferimento.
Victor mi aveva dato i vari indirizzi dell'edificio nel quale avrei aperto una nuova sede insieme ad un suo collaboratore e anche nell'appartamento in cui mi sarei stabilita per i primi tre mesi.
Il problema maggiore era che essendo incinta avrei faticato parecchio per portare avanti il mio lavoro, anche se avevo tre mesi di permesso, uno prima del parto e due dopo, ero comunque preoccupata; non sapevo come si gestivano quelle questioni e temevo che non ne sarei stata in grado, soprattutto da sola.
La nota positiva di quel periodo era che con mia sorella stava tornando tutto alla perfezione, se non meglio; mi stava aiutando a organizzare la mia partenza, dicendomi che ne voleva approfittare per stare il più possibile con me.
Mi aveva chiesto anche le motivazioni di quella decisione, dato che non credeva fosse solo per non perdere il lavoro; così le avevo spiegato, inventando una mezza scusa, che volevo ricominciare, lontano da New York, da James e dai miei anni del college, di cui lei sapeva tutto.
«E con Luke?» chiese, lasciandomi interdetta; speravo non tirasse fuori l'argomento, soprattutto perché non mi era ancora passata la nostalgia che avevo di lui.
«Cioè?» chiesi deglutendo, mentre scorrevo tra le varie pagine internet per inserire l'annuncio di vendita per la mia casa.
«Non mi parli più di lui, non eravate amici?» Corrugò la fronte, accennando un mezzo sorriso beffardo.
«Beh lui... cioè... eravamo amici, poi...» "ci siamo messi insieme" «poi per la questione che provava qualcosa per me ci siamo allontanai e niente... non ci parliamo più.» Era la verità, avevo omesso qualche dettaglio, ma era pur sempre la verità. Non ci parlavamo e mi mancava.
Repressi l'istinto di piangere, riportando l'attenzione di mia sorella sugli annunci.
Il giorno della partenza si avvicinava sempre di più e il mio umore non migliorava di una virgola.
Avrei voluto rivedere Luke almeno un'ultima volta, solo per sapere come stava, ma se non mi aveva cercato per ben tre settimane, significava solo che era davvero arrabbiato e non mi avrebbe perdonata molto facilmente.
Non ci sarebbe stato neanche il tempo di chiarire, in realtà.
Sapevo di aver sbagliato tutto; tenergli nascosta la verità non aveva fatto altro che allontanarlo da me, riducendomi a guardare le nostre foto in continuazione e rimpiangendo tutto ciò che non avevo fatto.
A malincuore, il giorno tanto agognato era arrivato e tutto era pronto.
Eccetto me.
Avevo riempito tre valigie con tutti i miei vestiti ed erano entrati a fatica nella macchina; mi ero fatta la scorta di cibo, anche se il viaggio sarebbe durato solamente tre ore, traffico permettendo.
Mentre stavo sistemando le ultime bottiglie d'acqua in macchina, il rumore di un applauso mi giunse all'orecchio, subito mi girai verso quella fonte di rumore e lo vidi.
Il cuore saltò più di un battito.
Rivederlo dopo così tanto tempo mi faceva uno strano effetto, ma il primo istinto che mi provocò fu di baciarlo. Mi trattenni: non sembrava per nulla contento.
«Ma brava, molto brava.» Continuò ad applaudire venendomi incontro, la barba ispida e i capelli scompigliati lo rendevano ancora più bello.
Non sapevo cosa rispondere, quindi lasciai che continuasse. «Ecco perché eri tutta strana, stavi andando via, vero? A fanculo per caso? No, perché se la destinazione è diversa, ti ci mando io volentieri.» Il suo tono era freddo, distaccato, arrabbiato.
Ma come aveva fatto a scoprirlo?
«Senti Luke, mi dispiace, avrei dovuto dirtelo...» Mi interruppe bruscamente.
«Avresti?! Avresti?!» urlò senza ritegno, facendo pulsare una vena sul collo. «Cazzo se avresti dovuto! Porca puttana, Amanda! Ti stai trasferendo e non mi volevi dire nulla? Ma ti sembra normale?!» Tirò un pugno sulla mia macchina, scuotendola di poco.
Lo vedevo, vedevo il suo odio verso di me e aveva ragione.
Avevo sbagliato, lo sapevo, ma era tutto per proteggerlo.
«Scusami...» Non sapevo che altro dire.
«Sei una stronza, una stronza patetica e mi fai schifo... vattene e non tornare mai più! Non voglio vederti, non voglio sentirti, sparisci, sparisci!!» Marcò le ultime parole, facendomi sussultare.
Sentivo gli occhi desiderosi di sfogarsi, ma crollare di nuovo non avrebbe fatto altro che peggiorare tutto.
«Mi... mi dispiace» provai ancora, ma i suoi occhi non tradivano il suo stato; era più che arrabbiato, era più che deluso o amareggiato.
Mi odiava.
Sentivo che mi odiava davvero ed era in assoluto la cosa peggiore che potesse mai capitarmi.
Tra tutto il casino che avevo fatto, tra tutto il dolore che provavo, il fatto che lui mi odiasse era ciò che mi feriva di più.
Perché io non sarei mai riuscita ad odiarlo.
«Vattene...» sentenziò, dando un altro pugno alla macchina, per poi cambiare direzione e tornare indietro.
«Aspetta Luke, ti prego» urlai, avanzando di qualche passo; non poteva essere il nostro addio.
«Ho detto di andartene!» Mi bloccai, mentre lui continuava ad allontanarsi senza voltarsi indietro.
Sentivo le lacrime premere per uscire; volevo piangere e dovevo farlo, dovevo lasciare lì tutto il dolore per poter ricominciare.
Salii in macchina, scoppiando in un pianto isterico che mi causò un forte mal di testa.
Quello era davvero il nostro addio, fatto da odio e disperazione, e dovevo accettarlo.
Presi il telefono con mani tremanti ed entrai nella galleria, diedi un ultimo sguardo alla foto del nostro bacio, così puro e naturale, mentre mettevo in moto la macchina.
Quella sarebbe stata l'ultima cosa che mi rimaneva dei nostri bei momenti, anche se dentro di me speravo non fosse un addio, ma un arrivederci.
~
Ed eccoci.
La fine.
La fine di questa storia.
MA!
Ma c'è ancora un'ultima cosa che dovrò pubblicare a breve.
NON vi mollo così ❤
Un bacio :*
~
*revisionato*
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