REFUSE


La Fortuna, stranamente e per una volta, sorrise in faccia a James perché quando aprì tremante la porta d'ingresso dell'appartamento che divideva con Steve, tutto era ancora immerso nel silenzio più totale; facendo ben attenzione a non far scricchiolare le assi in legno del pavimento andò nella camera del compagno e lo vide ancora profondamente addormentato, con il braccio destro infilato sotto il cuscino.

Tirò un sospiro di sollievo, si appoggiò alla porta per non cadere a terra e poi si trascinò fino al bagno per darsi un aspetto decente prima del suo risveglio; quando vide il proprio riflesso nella superficie liscia dello specchio rimase senza fiato: non solo aveva i capelli completamente arruffati e sporchi, ma il volto era completamente ricoperto di cerone bianco e trucco nero, quello che indossava Brock la notte precedente e che gli dava le fattezze di un teschio.

Aprì il rubinetto dell'acqua fredda ed iniziò a risciacquarsi in modo convulso, utilizzando anche una dose abbondante di sapone, continuando fino a quando non fu sicuro di avere eliminato anche la più piccola traccia scomoda; aveva urgente bisogno di una doccia ma la testa gli faceva così male, a causa dei postumi della sbronza, che decise di andare in cucina a prepararsi qualcosa di caldo da mangiare e da bere.

Sicuramente da lì a poco si sarebbe ritrovato ad affrontare Steve e le sue domande e voleva essere certo che il proprio cervello si fosse ricollegato alla bocca, con lo stomaco pieno sarebbe stato più facile ragionare ed in quel modo avrebbe puzzano meno da alcol.

Bucky non era mai stato bravo a cucinare, il vero mago dei fornelli era il biondo, ma riuscì comunque a prepararsi delle uova strapazzate e del bacon, aveva appena terminato di versare del succo d'arancia in un bicchiere quando apparve Steve, con ancora addosso il pigiama e gli occhi gonfi di sonno.

"Buongiorno, Bucky"

"Buongiorno, Steven" rispose il castano, irrigidendo i muscoli del corpo, pronto al bombardamento di domande ed al litigio che ne sarebbe susseguito; invece l'altro era calmo e rivolse il proprio disappunto verso la colazione che era stata preparata per una sola persona.

"Siamo in due in questo appartamento, avresti potuto preparare la colazione anche per me"

"Sei in grado di prepararti da solo qualche fetta di bacon e due uova, anzi, sei molto più bravo di me a cucinare e lo sai"

"Ehi, la mia era solo una battuta, che cosa ti prende? Hai dormito male?"

'Non lo so, Steve, dimmelo tu. Ho trascorso l'intera notte nell'appartamento di un ragazzo di cui conosco appena il nome. Mi sono svegliato neppure un'ora fa con un mal di testa terribile e non ricordo quello che ho fatto. Ci siamo baciati, si, quindi ti ho tradito. Ma non so se ho fatto anche sesso con lui. Sono completamente nella merda e tu sei troppo calmo' pensò l'altro, mordendosi il labbro inferiore con foga, abbassò il volto in modo che alcuni ciuffi di capelli lo nascondessero in parte ma non pronunciò nessuna di quelle parole "si. Come è andata la serata in biblioteca con Stark?"

"Oh, credo che non lo farò mai più. Tony è un pessimo compagno di studio, si distrae in continuazione".

Scese un improvviso silenzio tra i due, rotto solo dal rumore delle posate e dei bicchieri, un silenzio così opprimente che James si sarebbe accucciato in un angolo, raggomitolandosi su sé stesso, coprendosi le orecchie con le mani per non impazzire.

"Non mi chiedi a che ora sono rientrato?" domandò Bucky, trovando finalmente il coraggio, incrociando gli occhi azzurri del suo compagno; stringeva le mani a pugno sotto il tavolo, senza farsi vedere, per darsi coraggio.

"D'accordo. A che ora sei tornato?"

"Tardi"

"Va bene, James, eri ad una festa. Ti ho detto che potevi andarci se volevi e non si torna mai a casa presto da una festa" il biondo allungò la mano destra, intrecciando le dita con quelle di James "io ripongo la mia massima fiducia in te, ecco perché ti ho lasciato andare e perché non ti sto facendo l'interrogatorio. Alla base di una relazione stabile deve esserci fiducia reciproca ed io voglio che sia così".

Bucky non si sarebbe sorpreso se in quel momento sotto i suoi piedi si sarebbe formato un baratro che lo avrebbe risucchiato, perché era quello che meritava: sparire per sempre.

Si sarebbe sentito meglio se Steve avesse iniziando a gridargli contro, dicendogli che non poteva uscire e ripresentarsi la mattina seguente in condizioni simili; le opzioni erano solo due: o si fidava così ciecamente oppure era ancora così intontito dal sonno che non si era accorto delle sue condizioni pietose.

Decise di non parlargli di Brock, per risparmiargli un dolore inutile, la cosa migliore da fare era dimenticare quello che era successo nella notte di Halloween, ma nei giorni seguenti il ragazzo si ritrovò più volte, durante le lezioni, a scarabocchiare il suo volto od a scrivere l'iniziale del suo nome; quando si accorgeva di ciò strappava subito il foglio dal quaderno ad anelli e lo accartocciava in una palla, come se quel gesto potesse eliminare il pensiero che aveva avuto, rivolto a lui, ma quando camminava per strada si voltava spesso a guardare sconosciuti con i capelli neri, mentre il cuore gli batteva più velocemente nel petto, allungando il collo per vedere se fosse lui.

Puntualmente non era mai Brock e James si dava dello stupido.

Una settimana esatta da quell'incontro, Bucky litigò con Steve, scaricandogli addosso tutta l'irritazione che aveva accumulato in sette giorni.

"Avevi detto che non saresti più andato in biblioteca con Stark! Perché hai cambiato idea?"

"Ci vado per studiare, non per fare altro. Dovresti studiare anche tu" ribatté il più grande, lasciando senza fiato il castano, che si vedeva rinfacciato il proprio andamento scolastico che procedeva come una parabola: a volte s'abbassava ed a volte si rialzava, comunque non rimaneva mai costante.

Strinse i pugni con forza, troppo arrabbiato per controbattere, quando Steve uscì dall'appartamento lanciò un urlo frustrato, colpendo un mobiletto con un calcio; non era intenzionato a rimanere lì dentro un solo istante di più e così uscì, portando con sé solo le chiavi ed il portafoglio.

Il giovane infilò le mani nelle tasche dei jeans e s'avviò a passo veloce e con la testa china in avanti, i suoi piedi lo portarono in automatico davanti al locale dove aveva conosciuto Brock; guardò per diversi istanti l'entrata e la fila che iniziava a formarsi per entrare.

Avanti, non fare lo stupido, che cosa credi? Di entrare e di trovarlo ad aspettarti? A quest'ora si sarà già dimenticato di te, avrà trovato qualcun altro con cui scopare e divertirsi.

Anche se il cervello gli stava dicendo una cosa i suoi piedi lo costrinsero a proseguire, fino ad unirsi alla fila.

La Fortuna gli arrise una seconda volta in pochissimo tempo: c'era un altro uomo all'ingresso, che si limitò a dare un'occhiata al documento che James gli aveva dato in mano prima di farlo passare.

Il ragazzo venne colto da un improvviso disagio dopo aver varcato la soglia del locale: le persone lì dentro erano molto più grandi di lui e vestite con una certa accuratezza, mentre Bucky indossava dei semplici jeans strappati, una maglietta scura e la felpa con la stella rossa.

Non l'avrebbe mai confessato a nessuno ma l'aveva indossata con l'infantile speranza che Brock, vedendola, avesse meno difficoltà a trovarlo.

Si guardò attorno con una certa insistenza, sentendo che il panico iniziava a stringergli lo stomaco, la sgradevole sensazione se ne andò con la stessa rapidità con cui lo aveva aggredito quando notò un giovane con i capelli neri appoggiato ad una parete, dall'altra parte dell'enorme stanza, occupato ad accendersi una sigaretta; James si trattenne dal corrergli incontro, tanta era l'euforia, avvicinandosi lentamente cercando di non farsi vedere.

Si nascose dietro una colonna di marmo per osservargli il viso con maggior attenzione adesso che era senza trucco: si rese conto che quelli non erano i lineamenti di un ragazzo, ma di un uomo, chiedendosi per la prima volta quanti anni avesse; era così immerso in quei pensieri, con gli occhi che fissavano il vuoto, che non si accorse di qualcuno che si avvicinava alle sue spalle e sussultò quando un paio di mani grandi e calde gli coprirono gli occhi.

"Indovina chi sono?" sussurrò una volte, accompagnata da un odore pungente di fumo di sigaretta.

"Non lo so"

"Per questo devi indovinare"

"Sei tu?".

Le mani si allontanarono, James sollevò le palpebre, si voltò e si ritrovò faccia a faccia con il giovane uomo che lo guardava con le braccia muscolose incrociate all'altezza del petto.

"Sono passati appena sette giorni e non ricordi più il mio nome?"

"Certo che me lo ricordo"

"Allora dillo".

Un altro ordine che il giovane fraintese come una semplice richiesta.

"Brock"

"Mi piace come suona sulle tue labbra" rispose il più grande, buttò fuori un'altra nuvola di fumo e poi spense la sigaretta sotto lo stivaletto destro "come mai sei qui?"

"Per caso" rispose l'altro, scrollando le spalle, tutt'altro che intenzionato a confessargli che era lì solo per cercarlo.

"Che cosa vuoi fare? Preferisci rimanere qui o andare da me?"

"Da te?"

"Va bene, da me. Andiamo".

Brock gli passò il braccio sinistro attorno alle spalle, lo condusse fuori da quel posto fino ad una macchina nera, la stessa in cui erano saliti la notte di Halloween.

James rimase in silenzio per tutto il tempo del viaggio e ciò non era dovuto dal fatto che non avesse nulla da dire, ma piuttosto dai pensieri che occupavano la sua testa: mentre sfrecciavano tra le vie della città i suoi occhi avevano visto una biblioteca e si era ricordato che in quel momento Steve e Tony si trovavano in un posto simile a studiare.

A studiare.

Quelle ultime due parole lo mandarono letteralmente in bestia.

No, pensò mordendosi il labbro inferiore con così tanta insistenza che uscì un piccolo rivolo di sangue, quei due stavano facendo di tutto tranne che studiare; conosceva Stark, ed anche se sapeva come era Steve, le persone come lui non si arrendevano mai fino a quando non ottenevano ciò che volevano e solitamente erano sempre in grado di farcela.

Stava ancora rimuginando sulla strana situazione in cui si trovava incastrato quando il motore della macchina si spense, seguito dal rumore di una portiera che veniva sbattuta e di un'altra che veniva aperta, Brock lo invitò ad uscire e lui lo fece, ancora nel più totale silenzio; provò una sensazione che non riuscì a definire quando entrò nell'appartamento, sembrava che nulla fosse cambiato dall'ultima volta in cui c'era stato.

Regnava ancora la più totale confusione e non c'era una sola cosa che sembrava essere pulita, a partire dalla pila di piatti che aumentava sempre di più dentro al lavandino.

"Abiti qui da solo?"

"No, ma al momento il mio coinquilino non c'è" rispose il più grande, lasciandosi cadere sul divano, incrociando le braccia dietro la nuca "puoi sederti se vuoi. Vuoi una birra?"

"Ti posso fare una domanda?"

"Lo hai appena fatto"

"Quanti anni hai?"

"L'età è un problema?"

"No" si affrettò a dire Bucky, concentrando lo sguardo su una goccia d'umidità che correva lungo la parete alla sua destra "non è un problema, è solo una mia curiosità"

"Quanti anni mi dai?"

"Alla festa, con il trucco, credevo ne avessi ventuno. Però adesso mi sono reso conto che ne hai molti di più"

"Ne ho ventisette. Un numero maledetto"

"Perché?"

"Jim Morrison... Jimi Hendrix... Janis Joplin... Molti artisti sono stati stroncati a quest'età. Non ti fa impressione?"

"Ho molti anni davanti a me prima di arrivare alla tua età"

"Quanto hai?"

"Diciotto"

"Avrei detto di meno" mormorò Brock, prese un pacchetto di sigarette da una tasca dei jeans e se ne accese una, aspirò il fumo e lo buttò fuori dalle labbra socchiuse "dove abiti?"

"In un appartamento vicino al locale"

"Con la tua famiglia?"

"No..."

"Da solo?"

"No, con un amico"

"Un amico? Non sembri molto convinto" gli occhi scuri del giovane uomo si erano fatti più attenti, teneva la sigaretta stretta tra l'indice ed il pollice della mano sinistra, incurante della cenere che minacciava di cadergli nei pantaloni da un momento all'altro; il castano provò uno strano disagio di fronte a quello sguardo, sembrava quasi che volesse sondargli l'anima, alla ricerca di quello che gli aveva taciuto fino a quel momento.

"Io e lui stiamo insieme".

Un silenzio improvviso riempì il piccolo appartamento, la cenere si staccò dalla sigaretta finendo nei pantaloni di Brock, ma lui non la notò minimamente; le sue labbra sottili si piegarono in una smorfia che avrebbe dovuto essere un sorriso.

"Ohh, capisco. Credo sia arrivato il momento di riaccompagnarti al tuo appartamento"

"Ma..." protestò il più piccolo, aprendo la bocca a scatti, boccheggiando "ma siamo appena arrivati. Io non..."

"Chiariamo subito una cosa. Io non mi faccio prendere per il culo da nessuno, tantomeno da un ragazzino di diciotto anni. Prendi la tua felpa e sali in macchina, avanti" ordinò il più grande in un tono che non ammetteva repliche; James rimase letteralmente senza fiato, serrò la bocca con forza, prese la felpa e non emise un solo gemito o lamento per tutto il viaggio di ritorno, limitandosi a fissare il vuoto, stringendosi le ginocchia al petto.

Brock a sua volta non disse nulla, fermò la macchina davanti al locale ed attese che James scendesse, poi girò nuovamente la chiave e partì con una sgommata.

Bucky osservò la vettura nera confondersi con la notte e sparire, rimase fermo a fissare quel punto con l'infantile speranza che tornasse indietro, che fosse stato tutto uno scherzo di pessimo gusto, naturalmente non accadde nulla di simile e non gli rimase altro che tornare nella propria abitazione a testa bassa, con il fiato che si condensava in tante piccole nuvolette grigie.

Non rimase sorpreso di trovare l'appartamento completamente vuoto, ringraziò mentalmente Steve di essere in biblioteca perché così si lasciò andare in un pianto liberatorio.

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