Anna

Juliàn guardò l'algida figura al centro di quel corteo. Anna era una lama di ghiaccio, rigida e pallida, lo sguardo acuto che esaminava i presenti immagazzinando ogni informazione. La seguì con lo sguardo mentre, prima di salire, esaminava la documentazione di bordo e controllava le attrezzature. Si muoveva con pochi gesti, rapidi e necessari.

Anna era un ingegnere, una scienziata e aveva carisma. Quando si era trattato, per il governo europeo, di scegliere qualcuno da mettere alla guida del più importante progetto di ripopolazione in serie del continente, la sua candidatura era stata di gran lunga la più condivisa. L'Europa era così sottopopolata che era necessità primaria avere lavoratori da altri paesi, colpiti meno dall'epidemia.

Le trattative erano state lunghe. Mancava solo l'ultimo incontro, una mera formalità. Il presidente del subcontinente sudamericano voleva conoscere di persona la scienziata prodigio, come la chiamavano i giornali.

Il presidente era un uomo vecchio stampo, ricordava bene quando per siglare un contratto ci si stringeva calorosamente la mano. Avrebbe dovuto autorizzare l'emigrazione in Italia di cinquecento persone, necessarie per l'impianto di riproduzione situato in Sardegna. Voleva almeno guardarla negli occhi. Nulla al mondo gli avrebbe fatto allungare le dita nude per stringere la pelle di quella donna, ma la voleva guardare in faccia, come se questo avesse potuto rassicurarlo sulla sua correttezza. Gli avevano garantito ogni cosa, per quei lavoratori. Avrebbero avuto degnissime condizioni di vita, comodi alloggi con all'ingresso camera di sterilizzazione.

L'incontro, segretissimo, era previsto il giorno successivo, a bordo di uno yacht di proprietà del governo italiano, in una baia meravigliosa.

Un vero paradiso terrestre, con un mare cristallino nel quale si affacciava, come una bella donna in uno specchio, un'isola deserta e lussureggiante.

Atterrati nella baia con l'idrovolante, erano stati fatti a salire su di una lancia che li aveva portati allo yacht che li attendeva, pronto per condurli al luogo segreto deputato. Il Personale di bordo era limitato a due esperti marinai e due inservienti.

Juliàn era salito sulla lancia assieme ad Anna. Era un interprete. Non era uomo di scienze né di politica, Juliàn. Uomo di strada piuttosto, di quelli che non si fanno scrupolo a sfiorare la vita con i polpastrelli. Juliàn adorava il senso del tatto.

- Non vuoi dunque vivere? Avere figli e conservargli un padre?

Gli diceva sua madre Isabel.

- Ma certo che voglio vivere, mamà. Però vorrei poter toccare quello che mi circonda altrettanto liberamente di quando guardo, annuso o ascolto. E allora, mamà? Non si può vivere per sempre. E poi perché dovrei avere figli? Gli incoscienti non dovrebbero avere figli, non lo dici sempre anche tu?

Rideva, Juliàn, alla rabbia di donna Isabel e, sotto i suoi occhi, prendeva un bicchiere a mani nude, per bere. Poi si spogliava della tuta di contenimento e andava a fare il bagno nelle onde del mare, si graffiava e non correva in ospedale, ma disinfettava distrattamente il taglio e continuava a leggere il suo libro e a bere porto.

Quando arrivarono a bordo dello yacht, l'ufficiale di bordo si avvicinò con deferenza ad Anna.

- Olá doutor, me desculpe, mas devo informar que o presidente não pode estar aqui hoje, como concordou com seu governo.

Anna aveva ascoltato mantenendo lo sguardo attento. Era certa di aver compreso, ma...

Si volse. Sapeva dell'esistenza di un interprete, anche se non l'aveva degnato che di un'occhiata distratta aveva nondimeno studiato attentamente il suo curriculum, prima di accettarne la presenza a bordo.

Juliàn colse il suo sguardo e si fece strada, per raggiungerla.

- Il presidente non potrà essere qui oggi.

- Avevo capito bene, dunque! Può cercare di capire quando arriverà?

- Bom dia para você, comandante! Quando o presidente chegará então? e porque ele não está aqui?

- Um compromisso institucional imprevisto, sentimos muito. Ele pode dizer ao doutor que ele pede desculpas e que ele irá atrasar por alguns dias, talvez três. Você será nosso convidado bem-vindo até então.

Anna vide l'interprete fare un cenno di assenso. Era un uomo alto, dovette alzare il volto per guardarlo in viso.

- Si scusano, dottoressa. Il presidente sarà qui al massimo entro due o tre giorni.

Anna batté il piede con stizza.

- Dottoressa, sono rammaricato per la perdita di tempo, ma è una situazione da cui temo non possiamo sottrarci. L'idrovolante è ormai lontano, farlo tornare indietro sarebbe inutile. Non possiamo fare altro che attendere. Veda l'aspetto positivo, ci rilasseremo qualche giorno in un posto magnifico, senza dover assistere alle commemorazioni che ricordano l'avvento della pandemia. Non so lei, ma di questo io sono contento.

Anna fece un vago cenno di assenso.

- La mia stanza, prego.

La voce era più fredda della neve. Juliàn la guardò, chiedendosi cosa ci fosse dietro quell'involucro apparentemente inscalfibile. Certo, non avrebbe immaginato che fosse bastata una sua frase per catapultarla indietro a quando aveva sette anni. All'epoca, il folle presidente degli U.S.A. aveva finanziato uno scellerato progetto di ricerca di una arma biologica, un virus in grado di combinarsi con il DNA di ogni individuo e rimanere latente nel corpo, per attivarsi come una bomba a orologeria in caso di contatto fisico con un altro essere umano.

Un banale incidente di laboratorio. Il virus in una provetta spaccata, prima che venisse messo a punto un antidoto. L'epidemia che rapidamente si diffuse ovunque, senza che nessuno riuscisse ad arginarla. Fu quasi surreale che il muro, alzato per i contenere l'immigrazione dal Messico, si fosse rivelato in realtà un ostacolo per gli stessi americani che tentavano di fuggire.

I ricordi di Anna erano confusi e frammentari. I telegiornali spenti di corsa da sua madre, non appena si rendeva conto della sua presenza. Le immagini dei morti, di cataste di morti. Il divieto di contatto fisico. La voglia di abbracciare la mamma, dopo un incubo, di stringere a sé il suo fratellino. L'immagine del volto di suo padre quando le diede addio, per mandarla in un luogo sicuro, in cui era già avvenuto il contenimento. Il fratellino che la salutava, tremando convulsamente nelle braccia di sua madre pallida come un cencio dopo che non aveva resistito a baciare il suo bambino e suo marito, condannandoli a una morte atroce.

Era una donna, adesso, ma quei pensieri non l'avevano mai abbandonata. I ricordi avevano fatto passare la fatica delle notti insonni sui testi. I ricordi avevano salutato i suoi primi successi donandogli un sapore agrodolce.

La cabina nello yacht era spaziosa e aveva un'anticamera di disinfezione. Anna si svestì della tuta e si distese tra le lenzuola sterili, sentendo il corpo freddissimo e sudato.

Quell'interprete sembrava prendere la sosta forzata con filosofica rassegnazione. Si alzò, più stizzita di prima e si affacciò a guardare dall'oblò, bloccandosi poi subito come raggelata.

Lui era lì, distante forse un paio di braccia dai suoi occhi increduli. Lo vide sfilarsi i vestiti, piegarli con garbo e appoggiarli a una panca. Poi lo vide sfilarsi la tuta di contenimento. Vide i muscoli della schiena guizzare, forti, mentre si piegava a sfilare la tuta dalle gambe. I glutei sodi, le gambe lunghe. Non era un corpo pallido come il suo e si chiese quante volte si fosse già esposto al sole senza timore. Lo vide salire con un lievissimo sforzo sul parapetto e darsi lo slancio per tuffarsi in mare. I polpacci che si contraevano e si distendevano nel salto, le braccia verso il cielo, a sfidare la sorte.

Anna rimase lì, senza rendersi conto del battito del suo cuore, che sembrava impazzito. Stava quasi per tornare a distendersi sul letto, inebetita, quando lo vide riemergere, a breve distanza, sulla spiaggia deserta, la pelle luminosa scintillante d'acqua, i capelli leggermente lunghi incollati sulla fronte e sul collo. Si sentì fremere.

Per la prima volta si trovava faccia a faccia con un uomo che sembrava non vivere nella paura come tutti. Irrequieta, nervosa, si gettò sotto l'acqua fredda della doccia, sperando di calmarsi. Sfiorò con mano leggera il suo corpo, disabituata a toccare anche sé stessa. Chissà se il suo corpo gli sarebbe apparso desiderabile e tentatore... Chiuse gli occhi. No, la doccia era servita a poco, decisamente.

Quella sera, andando a cena, lo trovò seduto in una poltroncina, con un libro tra le mani. Vecchio, le pagine ingiallite dall'odore speziato e pungente. Si accorse che era a mani nude.

Juliàn seguì il suo sguardo e le disse ridacchiando.

- Mi piace toccare la carta dei vecchi libri. Dubito che sia realmente pericoloso dottoressa, l'uomo è mediamente ignorante ormai da secoli!

- Cosa legge?

- Cosa leggi. La prego, mi chiami Juliàn.

- Cosa leggi, Juliàn? – Lo assecondò, imprevedibilmente conciliante.

Lo vide sorridere. Una fitta rete di piccole rughe attorno agli occhi allungati le dissero quanto quell'uomo avesse l'abitudine al riso.

- Posso?

Anna rispose con un gesto del capo e lui iniziò.

*Donna completa, mela carnale, luna calda,*

*denso aroma d'alghe, fango e luce pestati,*

*quale oscura chiarità s'apre tra le tue colonne?*

*Quale antica notte tocca l'uomo con i suoi sensi?*

*Ahi, amare è un viaggio con acqua e con stelle,*

*con aria soffocata e brusche tempeste di farina:*

*amare è un combattimento di lampi*

*e due corpi da un solo miele sconfitti.*

*Bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito,*

*i tuoi margini, i tuoi fiumi, i tuoi villaggi minuscoli,*

*e il fuoco genitale trasformato in delizia*

*corre per i sottili cammini del sangue*

*fino a precipitarsi come un garofano notturno,*

*fino a essere e non essere che un lampo nell'ombra.*

Juliàn la osservava di sottecchi. La vide chiudere lentamente gli occhi, assaporò il rossore che le tingeva le guance esangui, il tremito leggero della mano che si strinse rapida attorno al bracciolo della poltrona, per nascondersi ai suoi occhi.

Avrebbe voluto spogliarla. Non dei suoi vestiti, della sua tuta. Avrebbe voluto denudarla delle sue paure, immergerla nell'ardore primitivo dell'incoscienza, assaggiare il suo corpo vergine come un frutto arrivato alla maturazione, succoso d'estate. La sua voce, dal timbro naturalmente caldo, si fece roca, guardandola.

Si fermò, la gola secca dal desiderio, mentre la guardava riaprire gli occhi e tornare confusa alla realtà. Un inserviente si accostò, lesto come un'ombra e attento a non sfiorarli, per lasciare sul tavolino che li divideva un cocktail. Un profumo fresco raggiunse le loro narici. Juliàn si sporse a prendere un bicchiere.

- Fa caldo.

- Dici, Anna? Aspetta... ecco.

Anna lo guardò affondare due dita nel suo cocktail, prendere un cubetto di ghiaccio e sporgersi, poggiandolo con delicatezza sulla sua nuca. Senza sfiorarla, neppure per un istante. I brividi, di freddo e di piacere, arrivarono improvvisi, mentre lo guardava con gli occhi spalancati, lasciandosi sfuggire un gemito.

Juliàn ridacchiò. Prese il bicchiere tra le dita e, guardandola, bevve lentamente. Una goccia scivolò lungo il mento, sul collo. Anna la seguì con lo sguardo. Desiderando di spogliarsi. Non dei suoi abiti tecnologicamente all'avanguardia. Desiderando di spogliarsi delle sue paure. Avrebbe voluto alzarsi, liberarsi lentamente dei suoi abiti, come aveva visto fare a lui, bearsi dello sguardo caldo che avrebbe disegnato le linee del suo corpo, e tuffarsi, sicura che l'avrebbe seguita, sicura che sarebbero approdati su una spiaggia deserta, dove i loro corpi avrebbero riscoperto la selvatica fame dei loro avi, il sapore salato del mare e la grana vellutata della pelle nuda.

L'ufficiale si avvicinò, deferente.

- O presidente foi libertado mais cedo do que o esperado. Estará aqui dentro de uma hora.

Juliàn la guardò, tanto ardentemente quanto si sentiva bruciare dentro. Parlò bruscamente, con rabbia impulsiva.

- Firma quel contratto, Anna. Porta a casa quegli uomini. Inizia a salvare il mondo. Poi cercami.

- Faremo un bagno insieme.

Gli rispose una voce piccola, pulita.

- Faremo molti bagni assieme! – lui rise, gettando la testa indietro.

Anna era una donna particolare. Intelligente come poche. Innocente. L'avrebbe risvegliata come la primavera sveglia la terra, l'avrebbe vista libera, selvaggia e indomita. 

Forse il suo destino non sarebbe stato quello di vivere a lungo, ma di certo lui avrebbe vissuto accarezzando le curve del mondo nei fianchi di una donna.

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