Margot

James

James uscì dall'appartamento di Amber stanco e irritato. Il corpo reclamava riposo, ma non poteva negare che quell'appuntamento fosse stato qualcosa di inaspettato: un piacere ruvido, intenso, che però lo lasciava più vuoto che appagato. Invece di aspettare l'ascensore, imboccò le scale. Il bisogno di muoversi e di riflettere era una necessità. Ogni gradino gli dava l'illusione di mettere distanza tra sé e ciò che aveva appena vissuto. Avvertiva un'urgenza quasi fisica, fare una doccia lunga sotto l'acqua calda per lavare via l'odore del sesso.

Salì in auto, ma l'immagine di lei non lo abbandonava, continuava a occupargli la mente: il volto, lo sguardo, la curva delle labbra.

Strinse il volante, le nocche tese.

Pensò a quanto fosse stata disinvolta nel trascinarlo nel suo gioco, attenta al suo ruolo di escort. Lo aveva dominato senza sforzo e quella riflessione, invece di respingerlo, lo attirava ancora di più.

Eppure i suoi occhi verdi si erano velati di malinconia quando la teneva ferma. Non si era sottratta, permettendogli quello scempio.

Di solito si mostrava attento nei rapporti sessuali, quasi premuroso. Non si riconosceva affatto nell'uomo che, poco prima, si era fatto prendere da una brusca impazienza.

Batté la mano sul volante, travolto da un'improvvisa ondata di vergogna. Non aveva rallentato. Non si era fermato neppure un istante a chiedersi se lei avesse davvero raggiunto l'orgasmo.
Assalito da quelle paranoie, arrivò alla villa e si accorse che l'auto della moglie non c'era.

Salì le scale che conducevano al piano superiore. La camera matrimoniale si trovava qualche metro più avanti. Ormai dormivano separati da settimane.

Sbuffò ricordando ciò che era accaduto nei mesi precedenti.

Tre giorni dopo la visita dall'andrologo, Margot era rientrata con il volto incupito.

Quando andava a trovare il padre, il suo atteggiamento cambiava.

James l'attendeva per cenare. L'aveva raggiunta in corridoio, con il cuore leggero.

Ma appena lei varcò la soglia di casa, gli riversò addosso tutto il risentimento che covava.

Gettò le chiavi sul tavolo dell'ingresso con un gesto stizzito ed esplose.

«Volevo un figlio. Una famiglia. Hai sempre saputo quello che desideravo. Mi hai mentito. Sei un bugiardo. Lo sapevi della tua sterilità.»

Non era riuscito a rispondere, né a fermarla.

Rabbiosa, salì di sopra e sbatté la porta. Lui la seguì, attonito.

Reagire in quel modo non le somigliava. Ma il suocero aveva seminato il dubbio nella sua mente, già ferita dalla mancata gravidanza.

«Apri, Margot. Parliamone.»

Bussò e attese in silenzio.

«Vattene. Non abbiamo altro da dirci. Sei un fallimento!» gridò, isterica.

Quella stessa sera capì che avrebbe dormito nella stanza degli ospiti molto più a lungo di quanto avesse immaginato. La camera matrimoniale gli fu preclusa.

Quando sentì la voce di Margot filtrare dalla porta chiusa, rimase colpevolmente a origliare.

Parlava al cellulare con Henry. Colse soltanto alcune parole: sterile, figlio, bugiardo, divorzio.

Il cuore gli rallentò nel petto, schiacciato dalla disperazione.

Non cercò di entrare. Non si difese, tormentato dall'idea di averla delusa.

Si afferrò i testicoli e strinse forte. Si sentiva colpevole e inutile.

Singhiozzò per il dolore; se li sarebbe strappati, se fosse servito a espiare la sua sterilità.

Nei giorni seguenti non riuscì a convincerla che non ne sapeva nulla. Alla fine, stanco di doversi giustificare, smise di lottare.

Si accorse di aver raggiunto la stanza degli ospiti, dove ormai passava le notti insonni.

Si slacciò la cravatta e si spogliò buttando, uno alla volta, i vestiti sul letto.

Entrò sotto la doccia e si strofinò con il sapone, per lavare via il senso di colpa. L'acqua non riusciva a sciogliere il rimpianto per ciò che aveva fatto.

Afferrò l'accappatoio e uscì più teso di prima.

Si asciugò lentamente.
Qualche goccia cadde sul pavimento, ma lui restò fermo a fissare il vuoto.
La memoria lo riportò indietro, a quando tutto era diverso.

Aveva conosciuto Margot all'università e ben presto avevano iniziato a frequentarsi. Lei era la figlia di Henry Wallace, socio della Roberts & Wallace Associati, uno studio legale e finanziario di grande prestigio.

All'inizio non gli piacque molto: la giudicò viziata e troppo dipendente dalla famiglia. Eppure possedeva una bellezza disarmante e quel portamento fiero che attirava gli sguardi.

Un giorno, mentre parlavano nel giardino del campus, la vide abbassare la guardia. Il tono sicuro con cui era solita tenere il mondo a distanza si incrinò, lasciando emergere una dolcezza che non le aveva mai visto prima. In quell'istante intravide qualcosa di fragile e prezioso, una parte nascosta che sembrava affidarsi a lui senza difese. Un'anima docile, gentile. Fu allora che capì di essersi innamorato. Il sentimento, da quel momento, fece il resto.

Qualche tempo dopo, Henry lo convocò nella lussuosa villa dei Wallace per un ricevimento. A un certo punto lo raggiunse e lo studiò a lungo.
«A quanto pare sei la persona giusta per Margot,» disse con una smorfia trattenuta.
Poi accennò un sorriso appena percettibile.
«Se ti ha scelto, vuol dire che hai delle qualità nascoste.»

Gli puntò il dito sul cavallo dei calzoni e scoppiò a ridere, dandogli una pacca sulla spalla.

«Sei un avvocato conteso, James. Farai faville nella mia società.»

Lui però non lo desiderava affatto e ingenuamente gli propose di iniziare da solo.

«Henry, mi dia la possibilità di dimostrare quanto valgo. Vorrei diventare un buon penalista, non un legale finanziario.»

L'anziano ridacchiò, e lo fissò come si guarda uno sciocco.

«Cosa vorresti fare? Margot è abituata a un tenore di vita alto, ragazzo.» Sbuffò facendo roteare fra le dita il bicchiere di brandy.

«Se avvio la mia carriera e divento procuratore, sarò in grado di mantenerla. Ne stia certo.»

«Ne riparleremo, non è questo il momento. Divertiamoci: la mia cara figlia ti sta aspettando.» rispose, inclinando la testa in direzione del tavolo del buffet, dove la fidanzata lo aspettava.

Allora era innamorato, cieco e vulnerabile. Non percepì il legame contorto che li univa.

Si asciugò il viso e si accorse dell'acqua sparsa sul pavimento. Alzò le spalle: ora avevano una donna di servizio che si occupava di tutto.

Com'era diversa quella villa dal modesto ma dignitoso appartamento che era riuscito, con orgoglio, a comprare nei primi anni di matrimonio.

Margot sembrava contenta di occuparsene, anche se quell'entusiasmo nascondeva un'insicurezza che non riusciva a decifrare.

Presto Henry iniziò a non sopportare l'allontanamento della figlia e si insinuò tra loro, cercando di riprendere il controllo.

James non sospettò niente, almeno fino a quel giorno che ancora oggi malediceva.

A quel tempo tornare la sera, dopo il lavoro, lo rendeva felice. Margot lo accoglieva sulla porta, sensuale e sorridente.
«Lavori così tanto!» gli sussurrò appena varcata la soglia di casa.
Indossava un abitino leggero che lasciava intravedere le gambe sode.
La abbracciò subito, smanioso di sentirla vicina.

«Le ore non passavano mai,» la baciò con passione. «E tu, come hai trascorso la giornata?» chiese già ansimando.
Lei fece due occhi da cerbiatta.
«È venuto papà.»
James si raffreddò di colpo. Ogni volta che le faceva visita, qualcosa cambiava.
Fu lesta: gli sfiorò il collo con le labbra vogliose.

«Sai quanto ti amo, ma vorrei una famiglia, dei bambini da accudire e crescere. E una casa più grande.» 

Lui sospirò, sapeva bene che Wallace insisteva da mesi per avere dei nipoti.

«Tuo padre non abbandona la battaglia, vedo. Ma sei sicura di volerlo davvero? Un figlio ti impegnerà molto.»
Lo zittì baciandolo con più foga, non lo aveva nemmeno ascoltato.
«Certo che lo voglio. E tu?»

Anche lui lo voleva, ma non era sicuro che fosse la scelta giusta in quel momento. Stavano cercando di costruire una vita lontano da Henry. O almeno così sperava.
L'arrivo di un erede avrebbe dato a Wallace il pretesto per tornare a intromettersi.

Margot si strusciò con le ginocchia sotto il cavallo dei calzoni, eccitandolo. Conosceva il modo di affrontare certi discorsi.

James le concedeva tutto, felice di averla tutta per sé.

«Va bene, tentatrice. Avremo una piccola Emory che strilla.»

Rise. Era bellissima mentre si strofinava al suo corpo accaldato.

«O un piccolo Emory-Wallace.»

Lo corresse lei, mordicchiandogli l'orecchio e facendolo fremere.

Allora, non colse il pericolo nascosto in quel doppio cognome, né l'ingerenza che il suocero aveva ripreso a fare nella loro vita.

Scacciò il ricordo con un gesto brusco, afferrando l'accappatoio. Quei momenti appartenevano al passato, sepolti insieme alla gravidanza che non era mai arrivata.

Il resto era il presente.

Sentì l'auto della moglie imboccare il viale. Scese di sotto con la pelle ancora umida.

L'ingresso era invaso da sacchetti provenienti da negozi di lusso, risultato di un'intensa sessione di shopping. Pensò con amarezza che lui, invece, si era divertito in compagnia di un'escort.

La trovò in soggiorno che posava un nuovo soprammobile sul tavolo. Margot si voltò e i capelli castani le scivolarono sulla fronte.

«Sei tornato prima! Non avrai litigato con papà?»

Scostò l'accappatoio, lasciandolo aperto: voleva che lo vedesse nudo.

«Visto che faccio quello che mi ordina, come potremmo litigare?» sibilò, sfregandosi la nuca.

Lo sguardo di lei scivolò sul suo sesso scoperto.
«Copriti!» Lo disse senza imbarazzo, quasi con fastidio. «Hai un buon lavoro. Non vorrai iniziare con le tue solite lamentele.»

Si voltò di scatto, abbandonandolo in mezzo alla stanza.

James si strappò di dosso la spugna inumidita e risalì al piano superiore, nudo.

Entrò in bagno e si fermò davanti allo specchio.

Il riflesso gli restituì l'immagine di un uomo in forma: spalle larghe, torace compatto segnato da una leggera peluria scura, il ventre piatto e le gambe solide.
Non aveva il fisico scolpito di un atleta, ma possedeva ancora un certo fascino.
Eppure sua moglie non lo desiderava più.

Erano lontani quei giorni pieni di passione, quando finivano tra le lenzuola ad amarsi con foga.

Che cosa restava, adesso, di quell'amore così forte?

Si ravvivò i corti capelli neri con le mani e, deciso a rivederla, si rivestì in fretta, scendendo le scale quasi di corsa.
Si affacciò in cucina, convinto che avrebbero cenato insieme.

Ma non c'era.

Tornò di sopra e la trovò in camera che si stava cambiando.

«Esci anche stasera?» chiese a voce bassa, soffermando lo sguardo sul corpo sinuoso avvolto in una sottoveste di seta beige.

La raggiunse ma non osò toccarla.

Sperava che, se avesse usato le parole giuste, Margot alla fine avrebbe abbassato la guardia.

«Ho una cena con alcuni colleghi di papà. Sono stata invitata e non intendo rinunciare,» rispose infastidita, prendendo un abito elegante dall'armadio.

«Una volta non li sopportavi. Ti annoiavano. Ora faresti di tutto pur di non stare con me,» brontolò, appoggiandosi al grande comò e incrociando le braccia.

«Non essere ridicolo. Mi piace passare la serata in allegria,» sbottò, infilando il tailleur che metteva in risalto le sue forme.

«Certo, purché io non ti sia intorno.»

Si avvicinò, ma lei si spostò vicino all'armadio, per evitarlo.

La rabbia gli montò dentro. Si morse l'interno della guancia.

Fece due passi e, d'impulso, l'afferrò per il braccio, costringendola a voltarsi.

«Ti faccio così schifo che adesso mi eviti?»

«Ne abbiamo già discusso. Ora vattene,» sibilò esasperata.

«Discusso di cosa? Del fatto che non sono l'uomo che Henry si aspettava? Che non posso avere figli?»

La trattenne ancora, ma lei si divincolò, la bocca piegata in una smorfia di disgusto.

«Mi hai mai amato?» le chiese indispettito.

«Lasciami, James. Mi fai male.»

Lo spinse lontano. Non restava nulla di ciò che erano stati.

Un dolore sordo gli serrò il petto. La incalzò e le riversò addosso tutta la furia che possedeva.

«Va' pure allora. Va' da quei vecchi insulsi arricchiti! Degna figlia di tuo padre.»

Lei alzò la mano per schiaffeggiarlo, ma lui fu più veloce e le bloccò il polso a mezz'aria.

«Non ti permetto...» gridò la donna, il volto acceso di rabbia.

Il giovane rimase immobile, attonito. Nella moglie non vedeva più alcun segno d'amore e anche lui, ormai, stava andando alla deriva.

Le lasciò il braccio rassegnato.

«Basta, Margot. Finiamola con questo matrimonio di facciata. Avrai il tuo divorzio.»

Uscì in fretta, con gli occhi offuscati. Scese le scale di quella villa lussuosa che non gli apparteneva da sempre.

Diede un calcio a uno dei tanti pacchetti abbandonati sul tappeto. Spendere soldi era diventata l'unica occupazione della moglie.

Raggiunse il soggiorno, si versò del whisky e sprofondò sul divano, il bicchiere che gli oscillava lentamente nella mano.

Poco dopo avvertì il rumore dei tacchi lungo la scala.
La osservò scendere con la gola improvvisamente secca.

Era elegante, impeccabile, pronta per uscire. Ma non con lui.

«Non bere, James. Non ti si addice,» sputò, acida.

Lui mandò giù tutto il liquore rimasto.

«Ti preoccupa che possa rovinarti la reputazione? Già, dimenticavo il mantra di Henry: difendere il buon nome dei Wallace sopra ogni cosa.»

«Pensa ciò che vuoi. Ma visto che i soldi non ti fanno schifo, cerca di mantenere una condotta decente. Io esco.»

Si girò e uscì dal soggiorno.

Rimase privo di aria, le dita si strinsero sul bicchiere. Dentro di sé, il sentimento resisteva ostinato, ma in Margot non sembrava essere rimasto più nulla.

Era quella sensazione di vuoto che lo aveva spinto tra le braccia di Amber.

Che cosa avrebbe dovuto farsi perdonare?

Inutile continuare a logorarsi per quel pomeriggio di sesso.

Si alzò, prese la giacca e le chiavi della Ford nera. 

Salì in macchina con la vista annebbiata e la voglia di stordirsi.

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