Dov'è James
Amber
Amber trascorse parte della serata a riordinare la cucina. L'acqua scorreva nel lavello e le intiepidiva le mani; l'odore pungente del detersivo le solleticava le narici. I piatti tornavano puliti, ordinati, ma nessuna di quelle azioni automatiche riusciva a soffocare il brusio dei pensieri provocato dall'arrivo di James.
Sul frigorifero, un disegno infantile, tenuto fermo da una calamita, si piegava per l'umidità. Sorrise e lo raddrizzò con un gesto distratto.
Raggiunse la cameretta per assicurarsi che lui stesse bene: le arrivò un lamento e il fruscio inquieto della coperta.
Rimase sull'uscio a osservarlo: il volto era pallido; i capelli neri scomposti, gli si incollavano alla fronte umida. Le mani stringevano il lenzuolo per la tensione che sembrava non volerlo lasciare andare nemmeno nel sonno.
Non si spiegava la sensazione di disagio che provava nel vederlo soffrire, né l'aspirazione di stargli vicina senza aspettarsi niente in cambio.
Margot non lo voleva più come marito. Lo capiva dal modo in cui lui ne parlava o, più spesso, da ciò che taceva: il dolore, l'umiliazione di non essere più desiderato dalla donna che aveva sposato. Eppure James non smetteva di pensarla, vinto da quel legame che non desiderava spezzare. Se lei glielo avesse chiesto, sarebbe tornato a casa, pronto a sopportare ancora cattiverie e silenzi pur di non ammettere la fine del suo matrimonio.
Ed era proprio questo a crearle un nodo fastidioso nel petto. Non il desiderio, quello sapeva gestirlo, ma la consapevolezza di occupare uno spazio che non le apparteneva. Non era la moglie, non avrebbe mai potuto diventarlo, eppure era lì, a vegliarlo.
Nel momento in cui il giovane avvocato si era presentato nel suo appartamento, era rimasta colpita dalla sua tristezza trattenuta.
Sebbene il loro primo incontro fosse stato una lotta, in lui aveva intravisto un'indole gentile, disarmata. Ed era proprio quella gentilezza a farle male, perché iniziava a volerla tutta per sé.
Sentì gli occhi bruciare e li chiuse, cercando un sollievo che durò appena un istante. Lasciarsi coinvolgere era sciocco. James oscillava tra rabbia e nostalgia, senza mai prendere davvero posizione; e lei non poteva pretendere nulla, dal momento che non era innocente: svolgeva un lavoro che preferiva non nominare.
Quel ricordo le cedette un retrogusto amaro: anche lei aveva tradito, spezzando qualcosa che credeva eterno.
Lo aveva fatto anni prima con l'uomo che amava, Damien. Nel suo sguardo c'era lo stesso smarrimento, la stessa ferita aperta che ora riconosceva in James. Era stata lei a distruggere il loro futuro. Sulle sue spalle rimaneva quella vita che si era scelta, e che ogni giorno le ricordava il peso delle sue decisioni: Lise.
Un malessere le serrò lo stomaco. Ingoiò la disperazione e la vergogna di quel periodo oscuro vissuto in Francia. Capiva bene cosa stesse provando il giovane avvocato per l'infortunio del fratello: anche il suo ragazzo era stato coinvolto in un episodio simile, e non ne era uscito vivo.
Il senso di colpa non se ne era mai andato. Un macigno che la logorava in silenzio e che continuava a espiare nel penoso mestiere da escort.
Il suo ospite dormiva, ignaro dei pensieri che la tormentavano. Si trovava lì perché non aveva altro posto dove andare, e lei si ripeteva una bugia: ai suoi occhi non significava nulla, era solo un rifugio momentaneo.
Tentava di aggrapparsi a un uomo smarrito per sentirsi meno vuota. Inoltre Gabe si era perso nell'amore per Benedict, scaricando le proprie incertezze su James.
In modi diversi, tutti loro soffrivano.
Si avvicinò di un passo e gli sfiorò la guancia, colma di una tenerezza che non avrebbe dovuto concedersi. Poi socchiuse la porta e ritornò in cucina. Stava cedendo al sentimento, proprio lei, che da anni pagava l'errore della sua gioventù. Da sempre sceglieva uomini che non potevano restare.
Aprì il frigorifero indecisa se mangiare, alla fine scelse degli avanzi di pasta. Non riusciva a controllare l'ansia per quel pomeriggio pesante che era iniziato con la chiamata di Gabe, che si era pentito per come si era comportato in ospedale e le chiedeva di occuparsi del cognato.
Il dolore di Gabriel era palpabile, soffriva per le condizioni del compagno. Per questo accettò senza esitazioni.
Quando aveva visto il giovane Emory nella sala d'attesa, con lo sguardo perso nel vuoto e le spalle incurvate, si era resa conto di non riuscire a voltarsi dall'altra parte. In quella vulnerabilità riconosceva qualcosa di suo: lo stesso smarrimento che si portava dietro da tempo.
Finì di cenare e compose il numero del suo amico medico, in cerca di notizie.
Rispose al primo squillo e la lasciò parlare ascoltando in silenzio. Lo informò del malore di James, lo sentì schiarirsi la voce, ma non le rivolse domande. Le descrisse invece le condizioni di Benedict, spiegando che si erano stabilizzate dopo la sedazione.
Si fece coraggio e gli chiese se avrebbe autorizzato il fratello minore a fargli visita, ma Gabe evitò di rispondere. La conversazione si era quasi conclusa quando il dottore brontolò e, con tono stanco, le suggerì di alleviare il malessere del cognato preparandogli del tè e somministrandogli del paracetamolo per calmare i dolori.
Amber sorrise ascoltando i suoi consigli: parlava come un medico, ma sotto l'abitudine professionale affiorava una preoccupazione autentica per James, nonostante la litigata. Ciò che non riusciva a spiegarsi era la reazione sproporzionata di Gabe in ospedale. Forse non era solo rabbia, ma il peso di un legame troppo esclusivo che univa i due Emory.
L'orologio segnava quasi mezzanotte. Preparò del tè Earl Grey. Accese una luce soffusa nella stanza dove riposava il suo ospite inatteso, appoggiò il vassoio sul tavolino accanto al letto.
Si avvicinò e lo chiamò con dolcezza. «Ehi, dormiglione. Su, sveglia.»
Lui mugolò, cercando di coprirsi fino ai capelli.
«Avanti, apri quegli occhi,» rise divertita.
«Oh Amber...» biascicò, con un tono che sembrava un rimprovero. «Lasciami dormire, ho la testa in fiamme.»
Insistette, sfiorandogli la fronte con una carezza. «Devi prendere qualcosa. Ti porto del paracetamolo, ne hai bisogno.»
Si allontanò e comparve poco dopo con un blister tra le dita.
L'uomo sbuffò e si coprì il viso con l'incavo del braccio. A quel gesto, abbassò la luce e lo aiutò a mettersi seduto.
«Non so se riesco a mangiare,» brontolò, allungando una mano nel vuoto.
Lei sospirò e gli porse la tazza tiepida. «Niente cibo, tranquillo. Bevi un po' e poi manda giù questa,» disse, appoggiando una pasticca sul comodino.
«Ma è enorme!» sbottò, ancora assonnato.
«Sei peggio di un bambino,» rise incontrollata, sentendo il cuore alleggerirsi. «Non vorrai mica che te la spezzi in due, vero?»
Fece una smorfia buffa, afferrò la compressa e la mandò giù, tossendo.
Avvertì una tenerezza improvvisa, vedendo il suo bel volto arrossato e le mani incerte strette nella tazza.
«Gesù, James, ma non prendi mai medicine?»
«In realtà le divido a metà,» rispose, restituendole un sorriso ironico.
«Posso dirti che sei ridicolo?» lo prese in giro.
«Hai il permesso di dirmi ciò che vuoi. Anche le cose peggiori,» replicò. «Dove lo trovi uno che è quasi svenuto nel tuo bagno e ti ha vomitato ovunque?»
Risero insieme mentre lui sorseggiava il tè caldo.
Deglutì l'ultimo sorso e alzò lo sguardo.
«Benedict?» chiese.
«È stabile,» lo rassicurò. «Ho parlato con Gabriel. Mi ha consigliato la medicina adatta per te.»
«Gli hai detto cosa mi è successo?» si informò confuso. «Era ancora furioso con me?»
«È spaventato per l'incidente. Ben è il suo compagno, la persona che ama. Ma si è preoccupato anche per te.»
James sprofondò sul cuscino con un sospiro pesante. «Non mi perdonerà mai,» mormorò, fissando il soffitto. «Vorrei tanto vedere il mio fratellone.»
Amber cercò di rassicurarlo. «Lo rivedrai domani. E scoprirai che si è ripreso.»
La risposta dell'avvocato fu aspra. «Wallace pagherà. Lo denunceremo.»
«E Henry reagirà alla stessa maniera, usando Margot! Ti trascinerà nel fango, puntando su ciò che hai fatto l'altro giorno,» intervenne decisa.
«Forse non lo farà,» ribatté lui, stringendo il lenzuolo.
«Se sapesse quanto la ami e la giustifichi nonostante il male che ti ha buttato addosso...» Amber lasciò la frase sospesa, il tono carico di amarezza.
La guardò stupito. «È sempre mia moglie.»
Esasperata, si alzò di scatto. «Pensa a dove si trova tuo fratello Ben. Pensaci davvero.»
Lui rimase spiazzato da quella sfuriata. Si passò la mano sulla fronte. «Non è stata lei a spingere Ben.»
«No,» ribatté lei agitando il braccio. «Ma tutto questo è iniziato per colpa sua. E spero che tu lo capisca.» Le parole le uscirono più dure del previsto. Si morse l'interno della guancia.
James aprì la bocca per rispondere, ma non proferì alcuna parola: si voltò verso il muro tirando la coperta oltre la testa.
Non le restò che spegnere la luce e uscire dalla stanza, avvilita e irritata con sé stessa. Si stava esponendo troppo: per lui era un'amica, un rifugio da cercare quando il resto crollava.
Con Margot, invece, era cieco e sordo.
Amber camminò nel corridoio con il cuore stretto, ferita dal modo in cui lui si era chiuso.
Alla fine, sfinita dalla giornata, andò a coricarsi e la casa tornò muta.
***
La mattina seguente, al risveglio, il suo primo pensiero fu per James. Raggiunse la stanza e non lo trovò. Notò il trolley aperto, alcuni vestiti mancanti, le lenzuola già rifatte.
Il bagno era in ordine; un rasoio usa e getta dimenticato sulla mensola tradiva una partenza frettolosa.
Se n'era andato. Possibile che non avesse udito alcun rumore, neppure il più lieve fruscio? La verità era evidente: aveva scelto di non svegliarla. Di non parlarle.
Mosse due passi verso la cucina e vide un foglio messo in bella vista sul tavolo.
Poche righe le attraversarono la pelle come un brivido.
«Margot mi ha chiamato. È pentita e vuole rivedermi. Ho bisogno di spiegazioni. Grazie per questa notte.»
Strinse le labbra: non una parola per Benedict.
La conclusione era una sola: la moglie stava tentando di proteggere il padre per l'incidente. Henry Wallace teneva alla propria reputazione più di qualunque altra cosa.
Una stanchezza pesante le gravava addosso. Dentro di sé prendeva forma una gelosia amara, la peggiore delle trappole in cui potesse cadere.
Maturò l'idea di avvisare Gabriel, ma sapeva che questo lo avrebbe fatto infuriare. Non le restava che aspettare, sperando che Margot non riuscisse a piegare James per tenerlo lontano dalla denuncia contro il padre.
Si augurò che l'incidente del fratello gli aprisse gli occhi.
Appoggiò le mani al tavolo, fissando il biglietto scarno che le aveva scritto.
Le dita si chiusero nei palmi, così strette da farle male.
Il pensiero di lui che tornava dalla moglie le toglieva il respiro.
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