Benedict e Gabe

 James.

La sera dell'appuntamento, James scese dall'auto davanti allo Stoddard Country Golf Club: l'aria era intrisa di un piacevole sentore d'erba appena tagliata.

Varcò la soglia e trovò l'interno affollato, saturo di voci e presenze.
Non c'era da stupirsi che Ben lo frequentasse: uno dei soci più attivi era il suo compagno.

Benedict e il dottor Gabriel Fulton, Gabe per tutti, avevano ufficializzato la loro unione civile da tempo. Un legame saldo, che si riconosceva nei gesti discreti e nella complicità silenziosa di entrambi.

Li individuò seduti alla fine della sala. Per un attimo li osservò con una punta d'invidia.
Erano la prova di un rapporto sentimentale che funzionava, mentre il suo si era ormai incrinato.

Conosceva l'ambiente, spesso ci passava la serata. Ma Margot evitava di accompagnarlo. Diceva di non trovarsi a suo agio. La verità era che Henry non aveva mai sopportato le coppie gay.

Inspirò lentamente e allungò il passo.

Gabe si alzò e gli andò incontro. Scosse la testa rossa e lo abbracciò con un entusiasmo travolgente.

«Ciao, giovanotto. Sei dimagrito! Ma rimedieremo con del buon cibo. Tuo fratello ti aspetta! Solito posto in fondo alla sala.»

Per il cognato, rimaneva il ragazzo imberbe conosciuto anni prima. Coetaneo di Ben, manteneva quell'atteggiamento protettivo, perché si sentiva responsabile della sua nuova famiglia.

Infatti lo scrutò con attenzione e subito gli prese il gomito.

«Sei da solo? Va tutto bene?»

«Sopravvivo,» rispose, abbassando lo sguardo. «Scommetto che le voci sulla crisi del mio matrimonio sono già arrivate. Mi dispiace coinvolgere Ben.»

La stretta di Gabriel divenne più forte. «Tiene a te. Lo sai che non sopporta di vederti così.»

James provò a sorridere, per tranquillizzarlo.

Gabe scosse il capo, lo lasciò andare, dandogli una spinta leggera. «Ora goditi la serata. Niente pensieri. Vi raggiungo più tardi.»

Indicò il bancone del bar, dove suo fratello si sbracciava per farsi notare.
«Il nostro professore non vedeva l'ora di incontrarti. Non ha fatto altro che guardare l'orologio.»

Lui ridacchiò e cercò di raggiungerlo in fretta.

Attraversò il salone, tra coppie eleganti immerse in fitte conversazioni e gruppi di amici fin troppo rumorosi.

Benedict scostò la sedia e rimase ad aspettarlo.
Conservava la solita eleganza discreta: il completo scuro gli cadeva addosso con precisione, la cravatta annodata con cura.
Notò che tra i capelli neri spiccavano i primi fili d'argento sulle tempie.
I baffi ben curati gli conferivano un aspetto distinto d'altri tempi, un perfetto docente di Oxford.
Giunto a pochi passi, i suoi occhi grigi lo scrutarono con una calma attenta.
Nel suo modo di porsi c'era misura, ma anche un calore trattenuto, che affiorava soltanto con chi amava.
Ben era tutto ciò che gli restava della famiglia Emory.

Un moto d'orgoglio gli strinse il petto.

Il fratello lo accolse con un abbraccio energico, da togliergli il respiro.
Lui farfugliò poche parole soffocate.

«Finirete per diventare apprensivi tutti e due. Mi stai stritolando.»

Si liberò con garbo dalla presa, sentendo il calore salirgli al volto.

Ben si lisciò i baffi scuri con un gesto abituale.

«Hai una faccia, ragazzo.» Lo spinse con decisione sulla sedia, facendolo accomodare al tavolo già apparecchiato.

In sua compagnia, si sentiva tranquillo, il senso di sicurezza che gli trasmetteva, lo faceva stare bene.

Su di un argomento, però, si erano spesso scontrati: Ben non approvava il suo matrimonio con Margot Wallace. Più di una volta lo aveva messo in guardia dalle ingerenze del padre, che conosceva per via dell'ambiente legale. Ma allora, era ingenuo, e troppo innamorato, per ascoltarlo.

Il professore gli versò del vino bianco.
«Come va con tua moglie? Mi sono arrivate voci poco piacevoli.»

Strinse la mascella prendendo il liquido ambrato che gli porgeva.
«Avrei dovuto ascoltarti, tempo fa. A causa della sterilità mi ha messo da parte.»

Benedict capiva. Era al corrente dello stress che aveva sopportato negli ultimi mesi, di quel peso silenzioso legato all'impossibilità di avere figli.

«Quindi ti ha allontanato. Una donna arida si comporta così.» Il ghiaccio tintinnò nel bicchiere. «Per non essere offensivo, evito la parola giusta.»

Lui non voleva parlare di ciò che era successo in quei giorni. Posò il calice con un colpo secco.

Il fratello maggiore avvertì il suo disagio e non insistette. Gli posò una mano sulla spalla, per rassicurarlo.
«Sai che puoi contare su di me.»

In quel momento arrivò Gabriel, che aveva ordinato la cena. Si accomodò e, con uno sguardo, capì che qualcosa non andava.

«Pensiamo a mangiare. Ho dato ordine di preparare dei piatti speciali, via i musi lunghi.»

Iniziò a descrivere le portate con entusiasmo. Da buon scozzese dimostrava un appetito formidabile, ma non eccedeva nel bere: il lavoro di medico al Saint Bartholomew di Londra non gli concedeva distrazioni.

La tensione accumulata nelle settimane precedenti si sciolse. Nessuno accennò alle sue difficoltà matrimoniali e gliene fu grato.

Alla fine della cena, mentre la conversazione scivolava leggera, il volto di Benedict si illuminò.

«Gabe, guarda. È arrivata la nostra amica, con un nuovo accompagnatore,» bisbigliò alzando il mento in direzione dell'ingresso.

James seguì il suo sguardo.

E si irrigidì.

Amber.

Era stretta al braccio di un uomo molto più anziano, elegante ma vistoso, con la sicurezza ostentata di chi, arricchitosi, si illudeva di poter comprare le persone oltre alle cose.

Avvertì un crampo allo stomaco, improvviso e sgradevole, vedendola sorridere e accomodarsi nel salottino con una eleganza ammaliante.

Ben aggrottò la fronte. «La conosci?» chiese piano, cogliendo al volo la sua espressione.
Gabe si girò per osservarlo, trattenendo a stento la sorpresa. «Oh... capisco», biascicò, intuendo che la faccenda fosse più complicata.
Il sangue gli salì alle guance.

«Smettetela,» tagliò corto lui, già sulle spine. «L'ho incontrata per caso.»

Benedict si sporse sul tavolo.
«Non sai mentire, fratellino caro. Sei rosso fino alle orecchie.» Divertito spinse il calice verso di lui. «Ci sono molti modi di conoscere Amber. Immagino tu sappia della sua discutibile professione. Ma è anche una ragazza con un passato difficile. Non me la sento di giudicarla.»

Lui avrebbe voluto sprofondare. Il pensiero di quello che c'era stato tra loro gli serrò la gola. Le posate tintinnarono piano quando le sfiorò.

Ben tentò di leggere oltre il suo silenzio.
«Averla incontrata è stata una tua scelta. So che hai dei problemi matrimoniali, ma non è così che si risolvono.»

James giocherellò con il bordo della tovaglia e confessò.

«Con Margot è finita da tempo. Mi accusa di averle mentito fin dall'inizio, tacendo della mia sterilità. Suo padre è riuscito a convincerla e lei gli crede ciecamente.»

Abbassò la testa, la voce rauca.
«Vuole il divorzio.»

«Ma è una menzogna! Nessuno sapeva della tua condizione,» sbottò il fratello fissando il compagno che ascoltava con il volto incupito.

Il giovane rigirò la forchetta con fare distratto. Sentiva addosso l'attenzione di entrambi. Doveva tentare di spiegare le sue motivazioni, seppur sbagliate.

«Alfred, un collega del college, mi aveva dato il suo indirizzo. Ero demoralizzato, stanco delle continue vessazioni di Wallace, così ho deciso e ci sono andato.»
Deglutì, evitando di guardarli. «Non è una giustificazione, lo so, ma avevo voglia di sentirmi ancora un uomo, dopo tutto il resto. È da molto che la mia cara consorte mi ha cacciato dalla nostra stanza e dalla sua vita.»

La posata gli cadde dalla mano con un rumore secco.

«Potevi parlarmene,» disse il fratello sfiorandogli il braccio e trattenendosi sul polso.

«Non c'era nulla che avresti potuto fare,» mormorò.

Gabe rimase in silenzio per un lungo minuto, poi intervenne.
«Essere sterile non giustifica un rifiuto simile da parte di Margot. Ma, conoscendo le mire di Wallace, posso comprendere in che posizione ti trovi.»

Gabriel si toccò la nuca e scelse con cura le parole.
«Non riesco a giustificarti del tutto, anche se è evidente che ti pesa ciò che hai fatto. Amber è un'escort dai modi discreti, ma in questo momento, resta una scelta sbagliata. Ciò che conta è capire cosa vuoi fare adesso.»

Gli versò dell'acqua, con movimenti pratici, più da medico che da amico, deciso a non farlo bere di più. Aveva capito che c'era altro.
«Siamo qui per ascoltarti.»

James prese coraggio e iniziò.
«Purtroppo le ho mancato di rispetto. Non mi sono comportato da gentiluomo.»

Strinse le labbra, in un moto di stizza. «Mi ha trascinato la foga.»

Ben sospirò più a lungo del necessario.

«Dimmi che ti sei fermato,» disse con una durezza inattesa. «Che non le hai fatto male.»

Il giovane si morse il labbro inferiore, abbassando gli occhi.

«Di certo non meritava il modo in cui l'ho trattata. Purtroppo, quella stessa sera ci siamo rivisti in un pub: ero mezzo ubriaco e l'ho offesa di nuovo, proprio mentre cercava di aiutarmi.»

Osservò la reazione di entrambi: il cognato sollevò le sopracciglia, il fratello lo fissava preoccupato perché aveva ammesso di aver alzato il gomito.

Gabe accennò un sorriso malizioso. «Non è da Amber fare un'apertura del genere. Non cerca legami.»

Lui annuì. Se le ricordava bene le sue parole.
Volse lo sguardo verso di lei: sedeva accanto all'anziano, intenta a chiacchierare, un drink costoso tra le dita.
«Era stata chiara al nostro primo incontro,» affermò, pensieroso. «Niente coinvolgimenti emotivi.»

Vuotò il bicchiere d'acqua con la gola arida.

Gabriel si massaggiò il mento e si rivolse a Ben, che appariva incupito.
«Può capitare che il tuo fratellino si sbronzi,» sbottò con una punta d'impazienza. «Non fare la mamma chioccia.»

Quel tono gli suonò familiare. A volte coglieva in Gabe un'irritazione trattenuta, quando riprendeva Benedict con una preoccupazione evidente. Sembrava che il legame così stretto tra fratelli lo infastidisse.

Aveva imparato a leggerlo, soprattutto in quei rari momenti in cui faceva trapelare qualcosa di sé. Eppure si fidava di lui: al di là di quelle ombre, restava una presenza solida, una persona seria, un medico capace.

Aveva giustificato quei modi bruschi pensando che soffrisse per gli anni trascorsi da solo, a orbitare in quei posti mondani, prima di trovare la stabilità accanto a suo fratello.

Era per questo che tollerava quel sottile senso di rivalità e che finiva per comprendere.

Sospirò, lasciando scivolare il pensiero. La curiosità su Amber tornò a farsi sentire, insistente, e alla fine trovò il coraggio di fargli qualche domanda.

«Cosa sai di lei?» chiese, tornando con lo sguardo sulla donna che chiacchierava in compagnia dell'anziano.

Gabe sollevò le sopracciglia rossicce.
«So che è francese. Fa Clermont di cognome. È venuta a Londra per lasciarsi alle spalle una brutta storia.» Emise un sospiro quasi rassegnato. «Nonostante il lavoro che fa, è una brava ragazza. Un paio di volte si è rivolta a me per questioni mediche.»

Lui notò l'occhiataccia di rimprovero che suo fratello lanciò al compagno; quello tossì e si corresse di scatto.

«L'ho sostenuta quando ha avuto bisogno. Abbiamo stretto amicizia.»

Ebbe la netta sensazione che Gabriel sapesse di più. Ma, riservato com'era, cambiò discorso.
«Non ti dirò una parola in più. Ora stai calmo e comportati bene.»

Ben si perse in una breve risata, aveva già intuito le intenzioni di Gabe

Infatti il dottore salutò Amber agitando il braccio, invitandola ad avvicinarsi.

Lui non riuscì a fermarlo e mugugnò: «Mi metti a disagio così.»

Il cognato si sfregò le mani con una smorfia ironica. «Vedremo. Voglio fare un esperimento.»

Il giovane cercò l'appoggio di Benedict, ma già sogghignava sotto i baffi, le iridi accese dal divertimento.

«Siete due imbecilli,» esclamò con un sorriso tirato verso l'amica che si avvicinava.

L'anziano che l'accompagnava si allontanò per raggiungere la zona biliardo, intento a infilarsi in una partita, e con ogni probabilità, a perdere del denaro.

Gabriel si alzò.
«Amber, mia cara, noi già ci conosciamo. Forse non sai che questo soggetto, seduto sulle braci ardenti, è l'avvocato James Emory, fratello minore di Benedict.»

La donna non tradì alcuna reazione, intuendo che tra di loro non ci fossero segreti.

«Una piacevole sorpresa. Ho trovato in lui una persona squisita,» replicò con un leggero sorriso, mentre il professore si alzava per offrirle la sedia.

Si perse per un attimo a osservarla. Indossava un tubino nero che le aderiva al corpo con naturalezza, disegnandone le forme senza ostentazione. La scollatura, discreta, lasciava intravedere appena la pelle chiara, in un equilibrio sottile tra eleganza e seduzione. I capelli sciolti le cadevano morbidi sulle spalle, incorniciandole il viso con una grazia semplice.

Si accomodò al suo fianco e fu avvolto da un delicato profumo di fresia.

Tentò di mettere insieme due frasi; temendo di apparire ridicolo, si limitò a un cenno del capo.

Il cognato intervenne, concedendogli il tempo di riprendersi.

«È un bravo ragazzo, mia cara. Ma in questi giorni, ha la mente altrove.»

Lei rise piano, mentre sceglievano due cocktail analcolici, evitando di bere altro alcol.

Poi, senza preavviso, posò il palmo sulla guancia ispida e rossa di Gabe in una carezza lieve, un gesto intimo che non sfuggì a James.

Amber intercettò la sua occhiata e sorrise, divertita.
«Tranquillo, lo conosco da anni. Questo marpione sta cercando di capire se mi interessi davvero.»

Con un lampo d'ironia, si rivolse all'amico dottore.
«Credo che il nostro avvocato sia diverso dagli altri che frequento. Ti basta, caro Gabriel?»

«Ottimo,» approvò lui, assestando una pacca sulla schiena del giovane cognato, che tossì.

Il professore tamburellava con le dita sul tavolo.
«Perdonalo, ragazza mia,» disse con calma. «Non è molto abile con le persone.»
La frase rimase sospesa a metà.
«Ma è fatto così. E certe solitudini, non sono facili da confessare.»

Amber socchiuse le palpebre e annuì.
C'era in quelle parole una verità scomoda, che lo riguardava più di quanto avrebbe voluto ammettere.

Preso in contropiede, ingoiò l'oliva del cocktail con un gesto rapido e, alla fine esplose. «Scherzano sempre! Ma immagino che tu li conosca.»

«Certo che sì.» Sorrise maliziosa. «Quindi che complottino pure.»

Con un movimento aggraziato, fece cenno al dottore di allontanarsi; lui comprese subito e trascinò con sé anche il compagno.

James inspirò aria, mentre si allontanavano.
«Guardali i due satiri!»

Ci fu un breve silenzio. Si rigirò il calice nella mano.

«Scusami per ieri sera. Ero ubriaco e ho detto delle cose stupide.»

La donna increspò le labbra.
«Sei scusato. Ma vedi di risolvere i tuoi problemi.»

Lui strascicò il bicchiere vuoto.
La giovane lo attirava in modo inspiegabile. Sentiva il bisogno di conoscerla meglio.

Fu Amber a riprendere la conversazione.
«Allora sei un avvocato?»

«Lavoro nello studio Wallace e Roberts,» rispose senza dare altre spiegazioni. Non aveva voglia di tediarla con le sue paranoie.

Lei accettò quella scarna risposta. Puntò gli occhi sulla sua mano sinistra.

«Immagino tu sia sposato visto che porti la fede.»

Alzò le spalle. «Sarebbe il solito cliché dirti che il mio matrimonio è in crisi?»

«Sì, decisamente la scusa più usata,» commentò lei con un sospiro.

James esitò.
«Non pensare che sia un infedele. Non sto cercando giustificazioni, ma devi sapere che sto per divorziare.»

«Questi sono affari tuoi,» obiettò lei con calma. «Non mi interessa giudicare la vita degli altri. Risulterebbe ipocrita, considerando il lavoro che faccio.»

Sollevò la testa e la osservò con una nuova attenzione. Nel suo modo di porsi c'era una lucidità quieta, simile alla sua. Una solitudine che riconosceva.

Forse Ben aveva visto più lontano di lui.

«Posso rivederti?» chiese, dopo un istante. «Mi piacerebbe conoscerti. Ora sai la mia situazione.»

Lei si irrigidì a quella domanda inattesa, torcendosi le mani.

«Lo sai già quello che penso. Non voglio altre implicazioni, oltre al sesso. Le persone come te so gestirle.»

La fissò, infastidito, quasi offeso.
«Perché come sono io, esattamente?»

«Non fraintendermi.» Il suo tono restò piatto. «Sei una persona in difficoltà. Questa rabbia ha una causa. Devi capirla. E risolverla.»

Aveva ragione. La sua instabilità si rifletteva in ogni suo comportamento.

«Non sono molto lucido, in questo periodo.»

Amber si aggiustò una ciocca di capelli che le copriva la fronte.

«Credo di averlo capito.» disse con un sorriso tirato.

Gli altri due tornarono per avvisarla che il suo amico si era stancato di giocare e la cercava.

Lui prese coraggio e le fece un'ultima domanda.
«È il tuo compagno?»

«Certo che no. È solamente lavoro.»

Si alzò, il corpo sinuoso e delicato, lui avvertì uno strano vuoto nel petto.

Era bella, forte e fragile allo stesso tempo.

«Buonanotte, James. Cerca di mettere ordine nella tua vita, ma se ti senti in difficoltà, non farti del male. Puoi venire da me,» disse con voce morbida.

Se ne andò, lasciandolo seduto, immobile, con le mani appoggiate in grembo.

Farmi del male? 

Il battito gli martellava nelle tempie. Deglutì a fatica. 

Perché si preoccupa per me?

Le sedie raschiarono il pavimento, Ben e Gabe si sedettero senza fretta.

Il fratello lo osservava serio.

«Ragazzo mio,» incominciò con lentezza, «Amber è una ragazza sensibile. Non sei nelle condizioni di trattarla allo stesso modo dei suoi clienti. Se decidi di avvicinarti a lei, fallo con amicizia e rispetto.»

James abbassò la testa, turbato, e non aggiunse altro.

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