La libreria
«Finalmente sei arrivata!»
La donna si stropicciò gli occhi con le dita, un po' per la forte luce del sole che l'abbagliava e un po' perché proprio non riusciva a credere a quello che stava vedendo: davanti a lei, in piedi, mostrando tutta la sua elegante statura e il suo portamento composto, stava proprio il famigerato Cappellaio Matto!
Sapeva che era lui dagli abiti che indossava: completo a doppio petto, con tanto di gilet, un orologio da taschino che tirava fuori ogni due secondi per poi rinfilarlo al suo posto. Ma soprattutto per il suo tratto distintivo: il cappello a cilindro, con la tesa ben evidente e il cartellino del prezzo "10/6" infilato sulla sinistra.
Non poteva sbagliarsi, era proprio lui.
Ma come era possibile che un personaggio delle fiabe fosse proprio lì in carne e ossa? O forse era lei a non essere più lì, in carne e ossa?
«Sai che non ti stavo aspettando. Come mai sei così puntuale?» le chiese l'uomo, lasciandola interdetta.
«Mi scusi, non era mia intenzione.» Era alquanto confusa e non sapeva bene cosa rispondere a quella strana domanda.
«Vieni avanti. Sono ormai le cinque: vedi di non sederti e prendiamo il tè.» Le indicò un tavolino nell'angolo di quel fantastico (nel senso che di reale aveva ben poco) giardino, apparecchiato di tutto punto con teiere, tazze, cucchiaini e biscotti.
Lei non seppe bene interpretare quell'invito a non sedersi, così decise di salire su una delle due sedie presenti con tutti e due i piedi e restare accovacciata, come una gallina che si accinge a covare le sue uova.
«Allora, chi sei?» Il Cappellaio la scrutò mentre versava tè fumante in una tazza, che poi le servì.
«Io... Mi chiamo...»
«No!» La interruppe brusco lui. «Non ti ho chiesto come ti chiami. E comunque dovrebbe essere come ti chiamano, visto che è difficile che ti chiami da sola.» La sua parlantina era frenetica e la sua voce a tratti acuta. «Ti ho chiesto chi sei.»
Il suo ragionamento aveva comunque un ché di logico, quindi lei cercò di rispondergli con la logica: «Sono una persona.»
«Questo è cosa sei.»
«Ehm... Giusto...» La donna bevve un sorso dalla tazza e cercò di raccogliere le idee mentre le si scaldava la gola.
Gliene venne in mente una e provò quella strada: «Io, attualmente, sono disoccupata.»
Il Cappellaio Matto, che forse di matto aveva ben poco, la redarguì un'altra volta. «Questo è quello che fai, o meglio che non fai. E, in realtà, attualmente stai prendendo il tè, mentre fai conversazione, o almeno io ci sto provando, perché tu sei di ben poche parole, con me.»
Decise quindi di prendersi del tempo, cosa che le risultava parecchio difficile, vista l'ansia che quell'uomo le incuteva ogni volta che guardava il suo orologio.
«Non credo di averti fatto una domanda complicata! Non ti ho chiesto niente di corvi né di scrittoi. Anche se in quel caso, nonostante la domanda sia complessa, la risposta sia effettivamente semplice, in quanto non ne esista una degna di significato. Ti ho solo chiesto chi sei?!»
Lo sproloquio del Cappellaio diventava sempre più contorto e lei faceva fatica a star dietro alle sue elucubrazioni e a pensare a una valida risposta alla sua vera domanda.
Posò la tazza sul tavolo e lasciò andare un sospiro. «Io sono l'insieme delle mie emozioni, dei miei ricordi e delle mie esperienze.»
Il Cappellaio lasciò il cucchiaino sul piattino, accanto alla tazza e le sorrise. Finalmente. «Bene. E nello specifico?»
La donna prese un respiro profondo e cominciò: «Sono la gioia dei libri. Sono il dolore per mio padre. Sono un traguardo raggiunto. Sono un obiettivo fissato. Sono un desiderio inaspettato. Sono la rabbia per un pianeta che muore. Sono la tristezza per le vittime. Sono la libertà di scrivere. Sono la fantasia della mente. Sono l'amore per mio marito. Sono l'amore per la mia famiglia. Sono l'amore per me stessa. Sono la speranza della vita.»
Colei, che tutto questo era, chiuse gli occhi un momento, come se volesse riaccogliere dentro di sé tutte quelle emozioni, quei ricordi e quelle esperienze che aveva lasciato uscire.
Quando li riaprì, il Cappellaio Matto era di nuovo in piedi, accanto a lei, senza più quell'aria accigliata con la quale l'aveva accolta. Le prese la mano dolcemente e la aiutò a scendere dalla sedia. «Allora, mia cara, che cosa ci fai già qui? Non credi sia arrivato il tempo di essere te stessa?»
La prese sotto braccio e la accompagnò lentamente verso la porticina dalla quale era entrata... o forse uscita. Gliela indicò con un cenno della mano, facendole capire che avrebbe dovuto di nuovo strisciarvi attraverso, che sarebbe stata come una neonata che si dirige verso la vita. Una vita che l'avrebbe accolta con momenti felici e altri tristi, che avrebbe voluto ricordare per sempre e dimenticare immediatamente.
«Grazie.» La donna salutò il Cappellaio, che di matto non aveva un bel niente, si chinò e strisciò nuovamente verso la realtà che lei conosceva, ma che adesso aveva tutt'altro aspetto, pronta ad affrontarla con gli occhi di chi era veramente.
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