primavera

You know I'll do anything you ask me to
But, oh my god, I think I'm in love with you
Standin' here alone now, think that we can drive around
Clairo


L'inverno passò, e fu diverso da tutti quelli passati in precedenza.

Eijirō non avrebbe saputo dire con precisione quando fosse successo, ma a un certo punto vedersi era diventato normale. Non più un evento da organizzare per settimane, da rimandare, da farsi sabotare dal karma. Semplicemente, una cosa che facevano. Una birra dopo il lavoro o una cena veloce, un messaggio a metà pomeriggio del tipo stasera sei libero? a cui rispondere sì senza pensarci troppo.

E poi c'era la boxe.

Perché Eijirō, che teneva il sacco da anni per gli altri senza mai infilarsi i guantoni sul serio, aveva cominciato ad andare nella palestra di Katsuki. Quella dove lui si allenava da una vita, un posto tutto diverso dal suo: più grande, con il ring in mezzo e l'odore di sudore e fatica che ti entrava pure sotto la pelle. La prima volta c'era andato per curiosità, per vedere il mondo dell'altro. Poi ci era tornato. E poi ancora, finché non era diventata un'abitudine anche quella.

Katsuki gli insegnava. Ed era una cosa bella da vedere, Katsuki che insegnava. Perdeva quel po' di corazza che si portava sempre addosso e diventava serio, preciso, quasi paziente, correggendogli la guardia, la posizione dei piedi, il modo di chiudere il pugno per non rovinarsi il polso...

«Non tiri con il braccio, testa di rapa!» gli diceva, mettendogli una mano sul fianco per fargli sentire il movimento. «Parte da qui! Dal bacino... Ruoti e spingi! Il braccio è l'ultimo pezzo che si muove, mica il primo!»

«Facile a dirsi!»

«Facile a farsi, se la smetti di ragionare come un armadio!» Ma lo diceva con quel mezzo sorriso, e Eijirō rideva, e ci riprovava, e ogni tanto azzeccava il colpo giusto, tanto che Katsuki gli mollava una pacca sulla spalla che valeva più di mille complimenti.

Era strano, e bello, quel ribaltamento. Nella palestra di Eijirō comandava lui, e Katsuki era l'ospite goffo tra i vecchietti con la sciatica. Nella palestra di Katsuki era il contrario, ed Eijirō, il gigante che faceva sentire capaci tutti gli altri, si ritrovava per una volta ad essere quello che imparava, che sbagliava e che veniva corretto.

Gli piaceva.

Gli piaceva vedere l'altro nel suo elemento, sicuro e competente. Gli piaceva scoprire che quel ragazzo tutto spigoli, quando si trattava di insegnare, era capace di una gentilezza che nemmeno lui sapeva di avere.

E poi, dopo l'allenamento, la birra. Sempre. Che fosse nel localino di Gorō o in un baretto vicino alla palestra di Katsuki, quel momento lì, sfiniti, con la birra fredda in mano, era diventato il pezzo migliore delle loro settimane.

Ogni tanto, quando si vedevano di sera dopo la chiusura, Eijirō lasciava a Denki il compito di abbassare la saracinesca. E Denki, ovviamente, non se lo faceva sfuggire.

«Vai, vai...» gli disse una sera, prendendogli le chiavi di mano con un sorrisetto insopportabile. «Chiudo io. Corri dal tuo fidanzato.»

«Non è il mio fidanzato.»

«Certo che no..» Denki fece roteare le chiavi attorno al dito. «Infatti lo vedi solo tre sere a settimana, vi scrivete solo tutto il giorno, e stamattina ti ho beccato che ridevi da solo davanti al telefono come un ebete. Roba da semplici amici, chiaramente...»

«Siamo amici, Denki.»

«Va bene, va bene!» Alzò le mani, arrendevole, ma il sorrisetto rimase. «Amici. Amicissimi! Che si sentono dalla mattina alla sera e non riescono a stare tre giorni senza vedersi...» Una pausa, e poi, con tono più serio, un affetto vero sotto la presa in giro: «Guarda che sto scherzando, eh! Sono contento per te... Sul serio! Da quando c'è lui hai tutta un'altra espressione. Non ti vedevo così da secoli!»

Eijirō non rispose, ma qualcosa gli si scaldò comunque nella pancia, perché Denki, sotto tutte le battute, aveva ragione. Da quando c'era lui aveva un'altra faccia.

E il punto era proprio quello, se si fermava a pensarci: non sapeva più da quando. Non c'era un giorno preciso, un momento in cui aveva deciso che quel tizio sarebbe diventato importante. Era successo e basta, un messaggio alla volta, un vocale alla volta, finché una sera non si era accorto che la prima cosa che faceva aprendo gli occhi la mattina era cercare il telefono, e l'ultima, la sera, pure. Che le giornate le misurava da quando gli scriveva. Che una battuta buona, pensata magari durante il lavoro, la tenevada parte per raccontargliela più tardi.

Roba da amici, si diceva. La gente ci tiene agli amici. È normale.

Solo che poi c'era quell'altra cosa, il modo in cui gli si stringeva qualcosa in gola quando Katsuki rideva davvero, non la risata di facciata ma quella vera, bassa, che si lasciava scappare suo malgrado. Il fatto che in palestra, quando gli correggeva la guardia e doveva mettergli le mani sui fianchi per fargli sentire il movimento, dopo quel lembo di pelle sotto la maglia se lo ritrovava caldo per un po', e non era calore dovuto allo sforzo. Il fatto che certe sere, mentre riascoltava un suo vocale al buio prima di dormire, lo mandava indietro di qualche secondo giusto per risentire un pezzo, non sempre per le parole che pronunciava, ama per il tono, per un accenno di ilarità...

Erano cose che a un amico non succedono. Lo sapeva. Non era scemo.

Ma definire quella cosa significava doverci fare i conti, e dunque rischiare. Rischiare di rovinare l'unica cosa buona che gli era capitata in un sacco di tempo, di far scappare uno che ci aveva messo mesi solo a fidarsi. E allora no, meglio non guardarci dentro. Meglio lasciare quella domanda lì dov'era, socchiusa come una porta in fondo a un corridoio buio, di quelle davanti a cui passi in fretta la notte facendo finta che non ci sia.

Erano amici ed erano diventati importanti l'uno per l'altro. E per adesso, si ripeté Eijirō con una convinzione che convinceva poco perfino lui, gli bastava così.

Intanto, fuori, l'inverno cominciava a mollare la presa.

Le giornate si allungavano, l'aria fredda del mattino aveva perso mordente, e sui rami degli alberi lungo la strada della palestra erano spuntate le prime gemme. Eijirō, che di solito non ci faceva caso a queste cose, quell'anno se ne accorse. Forse perché era di buon umore, o forse solo perché aveva qualcuno con cui parlarne. Arrivava la primavera, e con essa scoprì, una sera durante una birra, che sarebbe arrivato anche il compleanno di Katsuki.

Il biondo lo disse così, di sfuggita, con quel suo modo di buttare là le cose importanti come se non lo fossero.

«Tra un paio di settimane faccio gli anni.» borbottò, girando la bottiglia tra le mani. «Non che mi freghi granché... Ma faccio una cosa. Un aperitivo, roba tranquilla. Quattro amici, due stuzzichini, niente di che...» Una pausa, e poi, senza guardarlo, con una noncuranza studiata: «Se non hai niente di meglio da fare, puoi passare. Se ti va.»

Eijirō lo guardò, e trattenne a fatica il sorriso, perché sapeva benissimo cosa significava, quell'invito buttato lì con finto disinteresse. Sapeva quanto gli costava, a uno come Katsuki, chiedere a qualcuno di esserci. Sapeva che quel se ti va voleva dire, tradotto dalla sua lingua storta e orgogliosa, vorrei che ci fossi.

Ed era una cosa grossa, a pensarci bene. Perché Katsuki non lo aveva mai invitato nel suo mondo vero, quello fatto di facce e di nomi e di persone. Fino a quel momento erano stati loro due e basta, un universo privato costruito su misura. Al massimo c'era la palestra, con gli sconosciuti che ci gravitavano attorno. E Denki, tuttalpiù. Adesso invece gli stava presentando la sua vita, i suoi amici. Gli stava dicendo, a modo suo, voglio che tu faccia parte di questa roba qui.

«Ci sarò!» disse Eijirō, senza esitare un secondo. E poi, per non farlo sentire troppo scoperto, aggiunse con un ghigno: «Mica mi perdo l'occasione di vederti spegnere le candeline! Scommetto che fai una faccia da funerale!»

«Vaffanculo!» ribatté Katsuki, ma l'angolo della bocca gli si era già tirato su. Poi si fece più serio, o meglio, si fece quella cosa che gli riusciva benissimo quando voleva dire una cosa importante e la mascherava da scocciatura. Girò la bottiglia tra le mani, gli occhi bassi sull'etichetta mezza scollata. «Senti, però. Non portarmi niente.» Lo disse quasi fosse un ordine. «Sul serio. Vieni e basta.»

«Uh?» Eijirō inclinò la testa. «Come, niente?»

«Niente vuol dire niente. Non voglio regali.» Alzò una spalla, scrollandola, lo sguardo ancora sulla bottiglia. «Odio quella cosa lì, quella che inviti la gente e poi quelli si sentono in obbligo di arrivare col pacchetto... Che è tutto un oddio e adesso cosa gli prendo, due giorni a girare i negozi per una cosa che poi finisce in un cassetto... È una rottura di coglioni e basta! Non voglio che nessuno si senta costretto a niente, tu men che meno...»

Eijirō lo guardò e gli venne da sorridere, ma non lo fece, perché sapeva che Katsuki l'avrebbe preso male. «Guarda che non mi sento costretto.» disse invece. «È che io a mani vuote a un compleanno non ci so proprio andare. Me l'ha insegnato mia nonna, è più forte di me! Mi sembra di mancare di rispetto.» Fece ruotare il suo bicchiere, imitandolo senza accorgersene. «E poi, non lo so... mi farebbe piacere. Portarti qualcosa, intendo. Anche una cazzata. Anche solo un pensiero!»

Katsuki alzò finalmente gli occhi dalla bottiglia e lo fissò, e per un momento Eijirō ebbe la sensazione di essere studiato, soppesato, come se l'altro stesse cercando la fregatura e non la trovasse. «Sei proprio uno di quelli, eh...» borbottò, ma non c'era niente di cattivo. Solo una specie di resa.

«Uno di quelli come?»

«Uno educato. Di quelli insopportabili.» Bevve un sorso, e quando riabbassò la bottiglia aveva di nuovo quel mezzo ghigno. «E va bene. Fai come ti pare, visto che ci tieni tanto! Però ti avverto...» Puntò l'indice contro di lui, un gesto brusco. «Fai tu, basta che non sia un regalo scemo solo perché devi per forza farmi un pensiero! Odio i regali scemi! Se ti presenti con una di quelle magliette da palestra con le scritte motivazionali, giuro che ti sbatto fuori a calci. Davanti a tutti.»

«Adesso mi hai dato un'idea.»

«Kirishima.» E lì lo chiamò per cognome, con quel tono di finto avvertimento che ormai Eijirō sapeva riconoscere come affetto puro. «Non ti azzardare.»

Eijirō rise, alzando le mani in segno di resa. Katsuki, che non lasciava passare niente, che controllava tutto, gli aveva appena detto scegli tu. E in bocca a uno così, quello valeva più di qualsiasi suggerimento di regalo.

Eijirō rise, e alzò la bottiglia, e per un attimo restò a guardarlo, quel ragazzo che mesi prima era solo un messaggio sbagliato arrivato all'una e quattordici di notte, e che adesso lo invitava al suo compleanno. Tutta la strada che avevano fatto, dal buio di quella prima notte a quel baretto illuminato con la primavera alle porte. E pensò che sì, ci sarebbe andato. Eccome, se ci sarebbe andato!

Non poteva sapere, quella sera, che sarebbe stato proprio a quell'aperitivo che tutto, di nuovo, sarebbe cambiato.

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