fondo
Sometimes, all I think about is youLate nights in the middle of JuneHeat waves been fakin' me outCan't make you happier now
Glass Animals
I tre puntini non arrivavano.
Eijirō fissava lo schermo come se potesse costringerli a comparire con la sola forza dello sguardo, il pollice fermo sotto l'ultimo messaggio, il respiro corto. Niente. Consegnato, con la doppia spunta, e dall'altra parte il silenzio.
«Eijirō?»
«Aspetta...»
«No, non aspetto!» Denki gli si era avvicinato di un passo, aveva aggirato il bancone della reception, e adesso gli stava proprio addosso. «Prima ti si gela la faccia quando dico un numero, poi prendi telefono come un ossesso, con la faccia di uno che ha visto un fantasma. Non me la bevo... Che sta succedendo?»
Eijirō alzò gli occhi dallo schermo, e per un attimo Denki lo vide combattuto, diviso tra il tenersi tutto dentro come aveva fatto fino ad allora e il bisogno di dirlo a qualcuno, finalmente, ad alta voce. «È una cosa strana» disse con un mezzo borbottio. «Se te la racconto pensi che sono scemo.»
«Penso già che sei scemo. Vai tranquillo.»
Eijirō non rise a quella battuta, ma si passò una mano sul viso, cominciando a camminare, quasi senza accorgersene, verso il retro, verso il minuscolo ufficio che dividevano dietro la reception, quel bugigattolo con la scrivania ingombra di fatture e la sedia sfondata. Aveva bisogno di muoversi, di non stare fermo, e forse anche di dirlo lontano dagli occhi dei due pensionati sulle cyclette. Denki lo seguì subito, incollato quasi al suo culo, deciso a non farsi seminare.
«Non lo conosco.» disse Eijirō, entrando nell'ufficio, girandosi verso di lui. «Nel senso... Non l'ho mai visto. Non so nemmeno come si chiama.»
Denki lo guardò senza capire. «Come non sai come si chiama?»
«Mi ha scritto per sbaglio. Settimane fa.» Le parole adesso gli venivano fuori in fretta, quasi con sollievo. «Di notte. Un messaggio che non era per me, aveva sbagliato numero. Una cosa... una cosa brutta, Denki. Uno sfogo. Uno di quei messaggi che scrivi quando sei arrivato al fondo. Non era per me, ma è arrivato a me, e io... io non me la sono sentita di lasciarlo lì... Gli ho risposto. Gli ho chiesto solo se stava bene.»
«E lui?»
«E lui mi ha mandato a quel paese, ovviamente.» Un mezzo sorriso, breve, gli attraversò la faccia e sparì. «Però poi ci siamo messi a parlare. E abbiamo continuato. Ogni sera, da settimane. Ogni singola sera.»
Denki lo fissava, e sul suo viso stava succedendo qualcosa di complicato. «Fammi capire...» disse lentamente. «Tu, tutte le sere, parli con uno sconosciuto? Uno che ti ha scritto per errore? E non me hai mai pensato di dirmelo?»
«Denki...»
«No, aspetta.» alzò una mano. C'era qualcosa di duro nella sua voce, adesso, che non era da lui. «Tutte le sere, da settimane mi stai dicendo. Io ti chiedo cento volte al giorno come stai, ti porto i cornetti, ti rompo le scatole per farti uscire, e tu mi dici sempre "tutto a posto bro, tutto tranquillo"», gli fece il verso, abbassando il tono di voce. «E intanto avevi questa cosa qui. Un intero... non so nemmeno come chiamarlo! E hai raccontato sicuramente cose tue a un numero salvato come un'ora... e a me niente!»
Eijirō aprì la bocca per ribattere, ma Denki non aveva finito. «Ti rendi conto?», lì la voce gli si incrinò, appena, tradendo quello che c'era sotto la rabbia. «Ti fidi al punto di raccontargli la tua vita, a uno che non hai mai visto in faccia! Uno che potrebbe essere chiunque! E io, che ti sto accanto da dieci anni, che ci ho messo i soldi e la faccia in questo posto con te, io le cose devo scoprirle sbirciando il tuo telefono per sbaglio? Come cavolo dovrei sentirmi?!»
Il silenzio calò per un attimo nell'ufficio stretto. Fuori si sentiva il ronzio blando delle cyclette, lontano, un altro mondo.
Eijirō lo guardò, e per la prima volta la sua faccia non era spaventata, era dispiaciuta, profondamente. «Hai ragione» ammise. «Hai ragione, bro. Scusa... Non è che non mi fido di te. È che...» Cercò le parole, se le rigirò in bocca. «È che era una cosa mia. Una cosa piccola, strana, che avevo paura di rovinare se la dicevo ad alta voce. Se la spiegavo, diventava reale, e io non ero pronto a farla diventare reale... Nemmeno per me. Non è che ho scelto lui al posto tuo! Non funziona così.»
«E come funziona?»
Eijirō si appoggiò con la schiena alla parete, il telefono ancora stretto in mano, e guardò un punto indefinito del pavimento. «Non lo so spiegare...» disse. «Davvero, Denki, non lo so! So solo che quella prima notte, in quel messaggio sbagliato, ho sentito una cosa. Una solitudine... una tristezza. Quella roba lì, quel modo di essere arrivati in fondo, io lo riconosco. È la stessa che ho io certe sere, quando torno a casa e mangio in piedi al buio e la casa è troppo silenziosa...» alzò gli occhi. «E ho avuto paura. Una paura assurda, irrazionale, che non so nemmeno giustificare... Ho avuto paura che se lasciavo cadere quel messaggio, se scrivevo solo che aveva sbagliato numero e chiudevo lì, quello dall'altra parte facesse una qualche sciocchezza. Una cosa grossa, presente? E che io non l'avrei mai saputo, ma sarebbe successo lo stesso...»
Denki lo fissava, e la rabbia gli si stava sciogliendo nella preoccupazione. «Eijirō...»
«Lo so che suona strano.» Si passò di nuovo la mano sulla faccia. «Suona da pazzi! Non... Non lo conosco, non so chi è, magari mi sto facendo un film gigantesco per niente! Però quel pensiero non se n'è mai andato... È come un sassolino nella scarpa, capisci? Da settimane. Sto lì a scrivergli e a ridere con lui e a fare lo scemo, e sotto sotto c'è sempre quella cosa piccola che mi dice di tenerlo d'occhio, perché non so davvero come sta quando spengo il telefono...»
Denki rimase zitto un momento. Poi, piano, con una serietà che gli capitava di rado: «E oggi ti ha chiamato due volte. E ha scritto quelle mezze frasi.»
«Già.» Eijirō deglutì. Guardò lo schermo, i tre puntini ancora assenti. «E adesso non risponde.»
Fu come se la stanza si stringesse ancora di più intorno a loro. Denki aprì la bocca, forse per dire che era esagerato, che magari era davvero niente, che uno non si spara certi pensieri per due chiamate perse e un telefono muto. Ma non lo disse, perché guardava la faccia del suo migliore amico che gli stava dicendo che no, non era niente di esagerato, che c'era qualcosa di vero sotto tutto quel casino, qualcosa che Eijirō sentiva nelle ossa e che adesso, contro ogni logica, cominciava a sentire un po' anche lui.
«Senti...» disse Denki, e la sua voce era cambiata del tutto, adesso era quella dell'amico, quella vera, spogliata di ogni battuta. «Scrivigli ancora! Chiamalo tu, magari! Se sei così in pensiero...»
E in quel momento esatto, come se qualcuno dall'altra parte della città avesse sentito, il telefono nella mano di Eijirō prese a vibrare.
Tutti e due abbassarono lo sguardo insieme, di scatto, sullo schermo che si era acceso nella penombra dell'ufficio.
1:14 stava richiamando.
Per un istante Eijirō non si mosse, il telefono che gli tremava in mano al ritmo della vibrazione. Poi guardò Denki e non ci fu bisogno di dirsi niente. Il biondo fece un piccolo cenno con il mento verso il telefono e gli mollò una pacca leggera sulla spalla. Poi si voltò e uscì dall'ufficio, tirandosi dietro la porta a vetri smerigliati. Non lo fece per disinteresse, al contrario. Lo fece per lasciargli lo spazio, quello spazio che aveva capito, in quegli ultimi minuti, essere necessario.
Eijirō rimase solo, nella penombra del bugigattolo. Prese fiato e premette il tasto verde.
«E-ehi...» disse, portandosi il telefono all'orecchio, cercando di suonare calmo, normale, come se rispondere a quella voce fosse la cosa più naturale del mondo e non gli stesse martellando il cuore contro le costole.
Ci fu un silenzio, dall'altra parte. Un fruscio. Un respiro.
«Ehi.» rispose finalmente la voce. Bassa, roca, quella che Eijirō conosceva ormai dai vocali, ma incrinata, tirata, diversa. Seguì un attimo goffo, sospeso, in cui nessuno dei due sapeva bene come si facesse, questa cosa qui, parlarsi per davvero dopo settimane di schermo. «Ti ho... scusa. Ti ho chiamato prima. Due volte. Non volevo...»
«Va bene così» disse Eijirō, piano. «Sono qua adesso. Ti sento benissimo.» si sforzò di tenere la voce ferma, calda, quella voce che in palestra faceva tirare fuori una ripetizione in più a chi era convinto di non farcela. «Okay. Ti sto ascoltando. Sono qui, non vado da nessuna parte.»
E poi, come se quel breve scambio avesse tolto il tappo a qualcosa, la voce dall'altra parte si mise a parlare, e non si fermò più.
Parole su parole, veloci, accavallate, buttate fuori tutte insieme come se fossero rimaste compresse troppo a lungo e adesso esplodessero. Eijirō faticava a stargli dietro: il lavoro, il progetto, quella cosa a cui aveva dedicato tre anni della sua vita, giorno e notte, tutto quello che aveva. Andata in fumo per un errore piccolo, stupido, suo, una cosa da niente che si era portata dietro tutto il resto come una frana. E adesso le conseguenze, che non erano solo il progetto perso, erano peggio, molto peggio, gli piombavano addosso pure a livello di lavoro, di posizione, di reputazione, di tutto quello per cui aveva faticato...
«...e non è nemmeno quello il punto, capisci?» stava dicendo, e la voce correva, si strozzava, ripartiva. «Cioè, è quello, ma non è solo quello, è che... è tutto insieme, è che non c'è una cosa sola, sono cento cose, e io non...»
«Ehi! Ehi, aspetta!» Eijirō si era staccato dalla parete, teso, con un'unica mano premuta sull'altro orecchio per sentire meglio, come se la vicinanza potesse passare attraverso il telefono. «Vai piano. Respira un attimo... Non ho capito, aspetta, ricomincia.»
«Non c'è niente da ricominciare.» Un suono aspro, che non era una risata. «È solo che è troppo. Tutto quanto insieme. Il lavoro era... il lavoro era l'ultima cosa che mi teneva insieme, capisci? L'ultima cosa che avevo. E adesso è saltato pure quello.»
Eijirō si fermò.
L'ultima cosa che mi teneva insieme.
Fu come sentire il pavimento inclinarsi sotto i piedi. Perché era proprio quella la frase, era esattamente quel tono che aveva riconosciuto la prima notte e che si portava dietro da settimane. Il lavoro era solo l'ultimo mattone che era saltato via da un muro che stava venendo giù da un pezzo. Lo sentì con una chiarezza fredda, improvvisa.
«Cosa vuol dire?» chiese piano.
Ci fu un silenzio lungo, dall'altra parte, un respiro lungo e tremante prima che quella voce riprendesse.
«Ci mettevo dodici ore al giorno, in quel progetto» disse alla fine lo sconosciuto, e adesso la voce era più bassa, più stanca, come svuotata di colpo di tutta la rabbia. «Il sabato. La domenica. Non staccavo mai... E lo sai perché?»
«Perché?»
«Perché finché lavoravo non dovevo pensare al resto.» una breve pausa, un altro sospiro e la voce più arrochita. «Era comodo, capisci? Perfetto. Avevo una scusa gigantesca, ineccepibile, per non guardare in faccia niente altro! Stavo costruendo qualcosa di importante, no? Chi poteva dirmi niente? Ci stavo dietro giorno e notte, ed era tutto giustificato. E intanto...» La voce gli si spezzò a metà. Riprese, più dura, come se dirlo gli costasse fatica. «...e intanto lasciavo marcire l'unica cosa che contava davvero. La lasciavo lì, in un angolo, a prendere polvere, dicendomi che ci avrei pensato dopo... Che appena finivo il progetto sistemavo tutto. Che c'era tempo...» Un risolino amaro. «Non c'era tempo. Non c'è mai stato tutto 'sto tempo...»
Eijirō era immobile, il telefono premuto all'orecchio, e cercava di seguire quei pezzi di frase che l'altro lasciava cadere senza spiegarli, come se dall'altra parte fosse tutto ovvio, tutto chiaro, mentre lui brancolava. «Lasciato in un angolo? Cosa?» chiese, con delicatezza.
«Una persona.» La parola uscì strozzata. «La persona. Quella per cui... quella che valeva più di tutto il resto messo insieme, più del lavoro, più di tutto... E io l'ho trattata come se potesse aspettare all'infinito. Ero sempre da un'altra parte anche quando ero lì. Me lo diceva... io non sapevo nemmeno cosa rispondere! Perché aveva ragione. E affrontarlo, parlarne davvero... sarebbe stato più difficile di dodici ore in ufficio. Quindi non l'ho fatto. Mi sono buttato ancora di più nel lavoro. Come uno stronzo!»
«E poi?» chiese Eijirō, anche se il poi lo sentiva già arrivare come un peso.
«E poi se n'è andato.» Detto così, secco, nudo. «Un giorno non ce l'ha più fatta. Aveva provato a dirmelo in mille modi e io non l'avevo mai ascoltato, e a un certo punto ha smesso di provarci... Ha fatto le valigie ed è uscito dalla mia vita, e aveva pure ragione a farlo, questo è il bello! Non posso nemmeno prendermela con lui... Me lo sono costruito da solo, mattone su mattone, mentre guardavo da un'altra parte...»
Eijirō chiuse gli occhi. Adesso tornava tutto.
Lo sconosciuto quella notte aveva teso la mano proprio verso di lui, e aveva trovato un estraneo.
«Quindi il lavoro...» disse Eijirō, piano, mettendo insieme i pezzi ad alta voce, «Era diventato l'unica cosa che ti restava?Perché per tenerlo avevi perso l'altra...»
«Esatto.» La voce era ridotta a un filo di voce. «Avevo dato via tutto per una cosa sola! E adesso quella cosa sola è saltata! E capisci... capisci cosa resta, quando hai buttato via il resto per una cosa che poi ti crolla in mano...»
«Resti tu.» disse subito Eijirō, con una fermezza che gli venne dal profondo. «Resti tu. Che non è poco! Anche se adesso non ti sembra.»
Un silenzio teso di fondo, e in quel silenzio Eijirō sentì, distintamente, il rumore di uno che stava cercando di non lasciarsi andare del tutto, con un telefono premuto all'orecchio e un estraneo gentile come unica cosa a cui aggrapparsi.
Restarono così per un po', senza parlare, in un silenzio quieto che Eijirō non riempì con frasi fatte. Aveva capito, ascoltandolo, una cosa che lo aveva scosso più di tutto il resto.
In tutte quelle settimane si erano detti mille cose. I film, le canzoni, gli sfoghi sui vari fastidi che avevano al lavoro o meno i nemici comuni. Si erano raccontati la superficie, quella piacevole, quella che si può mettere su uno schermo senza rischiare troppo, anche quando le cose si spostavano un po' verso qualcosa di più personale, detto sempre con leggerezza, stemperato con una battuta. Ma il fondo, il vero fondo, quello no, non l'avevano mai toccato davvero. Adesso ci erano dentro fino al collo, tutti e due, per la prima volta, e Eijirō si rendeva conto di quanto poco, in realtà, lo conoscesse. E insieme di quanto quel poco sembrasse più vero di tante amicizie di anni.
«Posso dirti io una cosa, adesso?» chiese, quando sentì che il respiro dall'altra parte si era fatto un po' più regolare.
«Dilla.»
«Per settimane ci siamo detti un sacco di stupidaggini. Belle, eh, non fraintendere! Le stupidaggini migliori che mi capitano da un pezzo!» Un mezzo sorriso gli passò sulla voce, poi svanì. «Ma questa cosa qui, quella che mi stai dicendo adesso... questa è la prima cosa vera che ci diciamo. La prima davvero. E mi rendo conto che ci ho messo settimane a sapere che dietro le tue battute c'era tutto questo. E tu non sai niente delle mie, di cose vere... Non ci siamo mai spinti così a fondo.»
«Perché andare a fondo fa male.» disse lo sconosciuto, con una semplicità disarmante.
«Lo so. Fa male.» Eijirō prese fiato. «Però guarda dove siamo finiti? Tu a pezzi, io con il cuore in gola a sentirti vomitare robe e in mezzo un telefono...»
Ci fu una pausa dall'altra parte, un'esitazione. «Cosa stai dicendo?»
Eijirō si passò la lingua sulle labbra. Il cuore aveva ricominciato a martellargli, ma stavolta non di paura. Lo disse prima di potersene pentire, come aveva fatto con il primo vocale, come faceva sempre quando una cosa la sentiva giusta. «Sto dicendo che certe cose vanno dette di persona, confessate a voce e guardandosi negli occhi e non per telefono.»
Silenzio assoluto, dall'altra parte, ma non chiuse, non riattaccò, e questo a Eijirō bastò per continuare. «Non sto dicendo adesso che sei così in merda con tutto... Non credo sia il caso. O forse sì, non lo so... Ma vorrei averti davanti a me, offrirti da bere e stare zitto con te se serve, o ascoltarti, o dirti quattro cose in faccia invece che a schermo. Vorrei essere una persona, non solo un muro.»
Passò un tempo lunghissimo. Eijirō chiuse gli occhi, sicuro di aver spinto troppo, di aver rotto qualcosa proprio nel momento più fragile.
«Sei serio?» disse infine la voce, stupita quasi.
«Serissimo. Puntualizzo che non lo faccio con tutti i numeri sbagliati, sappilo! Sei un'eccezione.»
Un suono, dall'altra parte, rotto e incerto. E Eijirō, che ormai quella voce la sapeva leggere meglio delle parole, capì che era la cosa più vulnerabile che gli avesse mai fatto sentire.
«Sei proprio scemo.» disse lo sconosciuto, con la voce impastata. Ma sotto, stavolta senza nemmeno provare a nasconderlo, c'era qualcosa che somigliava a un sì.
«Colpevole!» rispose Eijirō, e sorrise nella penombra dell'ufficio, con gli occhi lucidi anche lui. «Allora? Prometti che ci pensi?»
«Dio...»
«Va bene. Pensaci.» Poi, più piano, con tutta la dolcezza di cui era capace: «Ma intanto non startene da solo con la testa, okay? Tengo il telefono vicino e se ti serve, mi chiami. A qualsiasi ora! Va bene?»
Stavolta la risata arrivò più vera. «Idiota.»
«Rispondi! Va bene o no?»
«Ci penso.» disse piano lo sconosciuto. «Non lo so perché, ma ci penso, promesso.»
Eijirō si lasciò scivolare a sedere nell'angolo della scrivania, il telefono premuto forte all'orecchio, e fuori, oltre la porta a vetri smerigliati, intravide la sagoma di Denki, fermo, che non si era allontanato di un metro, che era rimasto lì di guardia ad aspettarlo, come si fa con uno che ami quando lo vedi camminare su un filo a venti metri d'altezza e senza sicura.
«Bravo!» disse Eijirō nel telefono, dolcemente. «Prenditi tutto il tempo che ti serve. Io sto qui.»
Una risatina roca dall'altra parte. «...gesundeit, idiota.»
La linea si chiuse piano, senza scatto, come due mani che si lasciano a malincuore. Eijirō rimase seduto sull'angolo della scrivania, il telefono ancora in mano, il petto pieno di troppe cose insieme.
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