Capitolo 8

YOONGI'S POV:

Stavo fissando da mezz'ora la cartella della posta in arrivo. Mi piaceva mantenerla vuota. Odiavo avere in giro cose in sospeso, o che le domande restassero senza risposta nel ciberspazio. Mi occupavo religiosamente della posta appena arrivata in ufficio ogni mattina e appena prima di tornare a casa ogni sera, assicurandomi che tutte le domande avessero ricevuto una risposta e che tutta la corrispondenza fosse stata archiviata lasciandomi pronto per un nuovo inizio. Mi piaceva che la mia cartella della posta in arrivo fosse come la mia vita. Tutta in ordine ed evasa.

Purtroppo, un messaggio solitario aveva violato quel sistema. Il tipo di messaggio che reclamava attenzione, ma che sceglievi di ignorare finché non diventava davvero critico. Al momento, però, la quantità di sforzo necessario a risolvere il dilemma che conteneva aveva raggiunto proporzioni bibliche. Di solito mi occupavo in fretta di quel genere di messaggi, in modo da prevenire ogni possibilità di escalation. Con quello non l'avevo fatto. Il motivo più probabile era che non mi trovavo nella cartella della posta in attesa di essere gestito. Indugiava in un angolo della mia mente, dove era rimasto sepolto molto a lungo. Adesso si era fatto avanti per esigere una risposta.

Amavo davvero Sudan?

Il mio turbamento era tale che quella mattina avevo chiamato mia madre. La sua incredulità di fronte a una telefonata infrasettimanale e mattutina non aveva aiutato il fluire di quella che sarebbe stata comunque una conversazione difficile. Le avevo chiesto come stava e che cosa stava facendo e poi non avevo saputo colmare il silenzio impaziente che era seguito.

Non potevo certo chiederle di punto in bianco cosa si provasse a essere innamorati. Domandarle come si era sentita tre mesi prima di sposarsi sarebbe stato altrettanto strano, così mi ero inventato qualche scusa e l'avevo inventata a pranzo la domenica.

Stavo ancora fissando la cartella della posta vuota quando Y/n tornò con il caffè, decisa a mostrarmi il profilo Facebook del suo primo ragazzo.

«In realtà pensavo stessi scherzando, l'altra sera, quando hai detto che volevi trovare i tuoi ex troll», commentai, lieto della distrazione. I troll erano stati reinstallati sulla scrivania di Y/n proprio a quello scopo. Tutti tranne quello di Taehyung, che era stato buttato nel canale.

«Perché avrei dovuto scherzare?», chiese Y/n.

«Be', tanto per cominciare non hai detto che il primo risale a quando andavi a scuola?», osservai. «Eravate solo adolescenti, no?»

«Non cominciare», ribatté lei. «É proprio quello il punto. Eravamo solo adolescenti. Il periodo in cui innamorarsi è la cosa più favolosa, eccitante e meravigliosa del mondo. E lui l'ha rovinata. Pensavo che proprio tu tra tutti avresti capito, Yoongi. Devi ricordare quant'è inebriante innamorarsi a quella tenera età. Più avanti non è più così bello, credimi».

La fissai un momento e riflettei su come sfruttare quella situazione per porre la domanda che mi tormentava tanto. Tutto il mio corpo si ribellò, mentre mi costringevo a formulare l'interrogativo.

«Quindi come è stato?», chiesi. «Con quel tizio».

«Oh dio, lo ricordo come se fosse ieri». Lei si lasciò cadere di nuovi sulla sedia. «Tutto il mio mondo ruotava intorno a Namjoon e a quanto lo desideravo. Aveva l'abitudine di andare ogni mese in questa discoteca nel paesino accanto al mio e io vivevo per quelle serate», disse, chiudendo gli occhi come se le stesse rivedendo. «L'ansia di chiedersi se ci sarebbe stato e il semplice potenziale romantico della serata mi facevano stare male quasi fisicamente». Riaprì gli occhi e si sporse in avanti. «E i preparativi erano leggendari. La scelta dei vestiti, le prove del trucco e l'acquisto delle scarpe potevano richiedere l'intero mese per raggiungere la perfezione, finché non arrivava la sera in questione». Si fermò e fece un respiro profondo, fissandomi. «La giornata procedeva al rallentatore finché non iniziavano le due ore riservate ai preparativi, e poi di colpo diventa tutto accelerato e mi ritrovavo in piedi sulla soglia della sala, sul ciglio dell'alba e di un amore imminente».

La fissai, incapace di trovare qualcosa di altrettanto drammatico nella mia esperienza. Ricordavo di aver pensato, arrivato all'università dopo essermi lasciato alle spalle il matrimonio disastroso dei miei genitori, che innamorarsi era un disagio da sbrogliare il più in fretta possibile. Quella prima sera avevo indossato la migliore maglietta dei Blur, ero sceso all'associazione studentesca e avevo dato un'occhiata alle altre matricole.

«Io e Lisa andavamo in anticipo per berci qualche Cinzano e gassosa», proseguì Y/n. «Non per ubriacarci, ovvio, dato che è fisicamente impossibile ubriacarsi di Cinzano allungato in bicchieri di plastica. Ci abbiamo provato, credimi. E poi ballavamo. Oh, se ballavamo, l'unico periodo della vita in cui balli solo perché ne hai voglia, non perché sei ubriaco. Pensavo di essere nel posto più felice e romantico del mondo, quando ballavo sotto la palla da discoteca con la mia borsetta di pelle bianca lucida».

Ricordai che il bar studentesco era fumoso e sudicio e che all'inizio non ero stato molto colpito dai futuri studenti che bevevano birra scura, danzavano tristi al ritmo di canzoni mai sentite e si sbronzavano di brutto per poi limonarsi qualcuno poco attraente con cui avevano scambiato a stento due parole.

«Ricordo che quando Namjoon entrava tutti il mio corpo tremava per l'agitazione», disse Y/n.

Mi ricordai che il quinto giorno avevo notato Sudan seduta tranquilla in un angolo accanto a una ragazza in lacrime. Annuiva paziente, la sua ordinata coda di cavallo bionda ondeggiava con delicatezza.

«Ogni mese, studiavo i tempi per far coincidere le mie spedizioni in bagno con il momento in cui lui usciva a fumarsi una sigaretta nella speranza che potessimo sbattere l'uno nell'altra, e se fossi andata a sbattergli contro forse mi avrebbe parlato, e se mi avesse parlato e io fossi riuscita a sincronizzare tutto al secondo in modo da farlo coincidere con l'inizio dei lenti forse mi avrebbe chiesto di ballare, e se avessimo ballato un lento poi di certo ci saremmo baciati perché era quello l'unico motivo per cui un ragazzo ti invitava a ballare, giusto?», disse Y/n senza fiato.

«Immagino di sì», risposi, ricordando che ero andato subito verso Sudan. «Posso rubarti un minuto?», era stata la mia geniale battuta. Lei mi aveva guardato sbattendo le palpebre, confusa da quella confidenza, prima di capire cosa stavo facendo. Poi si era alzata con grazia e aveva detto alla tizia in lacrime di andare a chiamare il suo ragazzo prima di seguirmi fuori. Mi aveva spiegato che la sera prima la sua compagna di stanza era andata a letto con un altro e adesso non sapeva cosa raccontare al ragazzo che aveva da quattro anni a casa. Le sue parole successive erano state musica per le mie orecchie.

«Non mi piace piangere. È un tale spreco di energie. Se qualcosa va storto, concentri ogni energia nel tentativo di risolverlo. Non scoppi in un pianto isterico sperando che una soluzione spunti dal nulla». Aveva scosso la testa e preso un piccolissimo sorso di vino bianco da un bicchiere di plastica. Una donna che non amava le emozioni forti o i pianti. Una donna razionale. Avevo capito all'istante di averla trovata. La donna di cui mi sarei innamorato. Era proprio il tipo di amore che stavo cercando. Non quello con cui ero cresciuto, pieno di inganni e menzogne e patetiche speranze insensate. No, ero convinto che quello sarebbe stato l'amore giusto. Un amore che sarebbe cresciuto in modo lento e discreto, senza dolore o bisogno alcuno di lacrime femminili.

Fui riscosso dal mio sogno a occhi aperti dal suono della voce di Y/n che cantava.

«E quello che cavolo era?», chiesi.

«Never Gonna Give You Up, Rick Astley», dichiarò lei. «C'era quella canzone, la prima volta che ci siamo baciati davanti al bagno delle donne».

«Che... Romantico?», azzardai.

«In realtà no», disse Y/n.

«No?»

«No», spiegò lei. «Baciava come una lavatrice e poi mi ha portato dietro l'angolo e ha cercato di togliermi il reggiseno».

«Simpatico», dissi. «Quindi la cosa è finita lì?»

«Non essere sciocco. Mi sono seduta a casa e ho aspettato che mi chiamasse, ovvio. Baci di merda e aggressività non mi hanno fatto cambiare idea. E a essere onesti lui ha chiamato e siano usciti durante le vacanze estive. È stato meraviglioso. Mi sentivo in paradiso». S'interruppe, mentre il suo volto si rabbuiava. «Poi siamo tornati a scuola e il primo giorno sono corsa da lui. Si comportava in modo strano ma ho pensato fosse solo perché voleva chiacchierare con i suoi amici, così gli ho detto che ci saremmo visti a pranzo. Lui si è girato davanti a tutti e ha detto che non avrebbe pranzato con me perché non stavamo più uscendo insieme. Ha detto che ormai lo annoiavo. Che era uscito con me solo perché il suo migliore amico Jackson aveva passato l'estate all'estero e a lui serviva qualcosa da fare. Ma adesso Jackson era tornato e non aveva più bisogno di me. Mancava una settimana al mio sedicesimo compleanno. Ho pianto tutto il giorno».

Y/n sembrava sul punto di scoppiare in lacrime. Sembravano lacrime vere, per un ragazzo che aveva amato più di vent'anni prima.

«Sai quel è la cosa davvero triste?», chiese, tirando rumorosamente su con il naso. «Da allora non ho mai più sentito il cuore balzare in gola in quel modo quando un uomo entrava in una stanza. Per questo tu sei così fortunato», disse. «Il tuo amore è iniziato con il batticuore. Puri batticuori adolescenziali. Quanto è straordinario?».

Non ricordavo assolutamente nessun batticuore, in nessun momento. Cos'era quella storia? Nessuno aveva mai accennato ai batticuori. Per me e Sudan non c'era stato nulla di così energetico. Eravamo soltanto scivolati in una relazione tranquilla, priva di tutti i drammi o gli stress che osservavano con supponenza nelle relazioni degli amici. L'università era passata senza scossoni e avevamo comprato casa la settimana dopo esserci laureati, il che aveva permesso a entrambi di concentrarci sulle rispettive carriere. Quando ero stato promosso capo reporter, e con Sudan sempre più vicina a diventare socia dello studio legale, era sembrato il momento logico per sposarsi. Logico. Proprio come piaceva a me. Ora, per qualche motivo, con l'incombere del matrimonio mi ritrovavo bombardato da pensieri illogici. Pensieri che mi stavo sforzando di rendere razionali.

«Quindi è per questo che farò innamorare Namjoon di me», disse Y/n, agguantando il troll calciatore dalla scrivania e lanciandolo in aria. «Poi lo mollerò sul più bello. Lo farò sentire esattamente come mi sono sentita io».

"E adesso cosa sta dicendo?", mi chiesi. Che avrebbe fatto innamorare di lei un tizio che non vedeva da chissà quanto, come se niente fosse? Funzionava così? Non ci capivo davvero nulla.

«Pensi che non sia una buona idea?», domandò lei.

«Immagino di sì», risposi del tutto sconcertato. «Sarà davvero così facile far innamorare Namjoon di te?».

Lei si zittì e mi guardò sbattendo veloce le palpebre.

«Non pensi che possa riuscirci, vero?», disse in tono un po' accusatorio.

«No. No, non ho detto questo».

Y/n distolse lo sguardo, nascondendo il viso.

«Grazie», borbottò, prima di prendere un fazzoletto di carta e soffiarsi il naso.

Notai i suoi occhi colmi di lacrime.

«Che c'è? Perché stai piangendo?», chiesi.

«Non sto piangendo», rispose lei, tirando su con il naso.

«Non dire così», protestai. «Stai piangendo. Lo vedo».

«No, davvero, è solo... È solo che, sai, hai detto... Che sarebbe impossibile che qualcuno possa innamorarsi di me».

«No, non è vero».

«Sì che è vero», ribatté Y/n, nascondendo gli occhi nel fazzolettino.

«Quando l'avrei detto?»

«Proprio adesso».

«Non è vero».

«Sì».

«No».

«Sì. Hai detto che non pensavi che sarei riuscita a far innamorare Namjoon di me». Fu sopraffatta da un'altra ondata di lacrime.

Come era successo? Per questo evitavo l'amore. Iniziavi a parlarne e potevi stare certo che le lacrime femminili sarebbero spuntate dal nulla, garantito. Non sapevo cosa fare. Sudan non piangeva. Se qualcosa la disturbava mi metteva seduto con calma e mi spiegava con chiarezza cosa avevo fatto di sbagliato, mi chiedeva educatamente di scusarmi e poi illustrava cosa potevo fare per evitare che il problema si ripresentasse. A volte la cosa mi faceva sentire un po' come uno studente convocato nell'ufficio del preside, ma preferivo sempre quello alle lacrime. Far piangere una ragazza non mi faceva sentire bene. Mi ricordava troppo quando mi svegliavo nel cuore della notte con il suono di mia madre che singhiozzando nella stanza accanto.

«Per favore, smetti di piangere», la implorai. «Mi dispiace tantissimo. Non volevo turbati, lo giuro».

Mi guardai intorno alla disperata ricerca di una via di fuga. Non volevo stare lì. Non volevo pensare o parlare di amore e non volevo stare seduto accanto a Y/n in lacrime.

«Non dovrebbe essere così difficile», borbottò lei, gettando il fazzolettino e trascinando il mouse fino a mostrare una foto sullo schermo. «Guarda, non c'è dubbio che sia un viscido. Mi basterà indossare una canottiera scollata».

Guardai la fotografia, ma qualcosa di molto caro al mio cuore mi distrasse dalla bionda seminuda.

«Be', quel tizio non può essere poi così male», dissi.

«Perché?»

«Be', tifa per il FC Seoul». Concentrato sul fatto che Namjoon indossasse una maglietta della sua squadra preferita, presi il mouse da Y/n. «Vediamo se ha qualcosa da dire riguardo allo spettacolo vergognoso di ieri sera».

Cliccai sul profilo di Namjoon e lo ispezionai in cerca di commenti sulla partita. «Sa il fatto suo», dissi, annuendo di fronte ad alcune osservazioni molto acute. «Un tipo intelligente».

«Cosa stai facendo?», chiese Y/n, che sembrava turbata quasi come quando credeva che io l'avessi accusata di non ispirare amore.

«Scusa, scusa», dissi, facendo un balzo indietro. Per un attimo avevo perso di vista la situazione. Il calcio mi aveva portato in un posto sicuro e lontano dal mio tumulto interiore, ma mi aveva fatto dimenticare la ragione per cui Y/n stava guardando la pagina di Namjoon.

«Non puoi metterti tra un uomo e la sua squadra del cuore», dissi, a mo' di scusa poco sentita.

Lei corrugò la fronte ed io pregai che non ricominciasse a piangere.

Non lo fece.

Iniziò invece a sorridere. Un gran sorriso a cui potevi reagire solo imitandolo.

Rimanemmo lì seduti a sorriderci.

Non avevo la minima idea del perché lo stessi facendo.

«Sei un genio», disse Y/n, saltando in piedi e abbracciandomi.

"Ma che diavolo", pensai. In trentaquattro anni non avevo mai avuto una mattinata più sconcertante.

«Mi aiuterai, non è vero?», mi implorò lei, appoggiandosi allo schienale. «Ho bisogno di farti qualche domanda su tutto questo».

«Di che stai parlando?»

«Calcio!», urlò lei. «Ho bisogno di qualcuno che sappia tutto sul calcio. Andiamo, ti offro il pranzo e ti spiego».

Mi sorrise raggiante, con aria follemente felice. Grazie a Dio. Si era già messa il cappotto e mi stava porgendo il mio. Mi alzai. Al pranzo e al calcio non si diceva mai di no. Qualunque cosa era meglio che passare altro tempo solo con l'amore e la mia testa confusa.

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