Non ho paura di noi

Come organizzato usciamo la sera, indosso un tubino dorato con la schiena completamente scoperta, i lunghi capelli castani si appoggiano cadendo in dei boccoli.
Stasera voglio solo divertirmi e ricordarmi che oltre una mamma sono pur sempre una ragazza giovane.
Io e Milena raggiungiamo il nostro gruppo di amici, ci salutiamo con baci e schiamazzi, cominciamo a ballare e divertirci così i miei pensieri fanno da sfondo alla musica.
"In console, Clementino." Urla lo speaker, così vedo Milena gettarmi una veloce occhiata, alla sua si uniscono quella degli altri.
Sposto lo sguardo, cerco di fingere che non sia imbarazzata.
"Vi è morto il gatto? Balliamo." Li punzecchio, così li vedo rilassare il volto e riprendere a divertirsi.
Finiamo la serata e non vedo più Milena, sono in disparte a parlare con gli altri.
La vedo improvvisamente correre verso di me, sgrana gli occhi.
"Scusami, ho cercato di farlo desistere, ma vuole salutarti."
Guardo oltre lei, Clemente ci ha appena raggiunti. Mi vesto di maturità e sorrido.
"Hey." Dico appena.
Lo vedo immobile, mi fissa. I suoi occhi fanno su e giù velocemente sulla mia persona, si tocca il cappellino e si avvicina.
"Ciao." Sorride. "Ti trovo bene."
"Anche io a te." Annuisco, cerco un alibi per sfuggire da una conversazione che non mi interessa avere.
"Ho saputo che sei diventata mamma, auguri." La butta lì.
"Ti ringrazio." Cerco Milena con lo sguardo, ma noto che si sono allontanati tutti lasciandoci da soli.
"Che c'è? Non ti fa piacere vedermi?" Chiede stupidamente, perché mai dovrebbe farmi piacere?
"Devo andare." Gli dico a denti stretti, intanto mi rendo conto che non c'è più anima viva intorno a noi.
"Vieni, ti accompagno." Mi prende un braccio, così mi scosto in malo modo.
"No, vado con gli altri."
"Quali altri? Se ne sono andati tutti." Quasi sghignazza. "Ti accompagno a casa, non ti mangio eh." Insiste.
Sospiro rassegnata e lo vedo avvicinarsi a me, si china quanto basta per essere viso contro viso, occhi negli occhi.
"Di cosa hai paura?"
Di niente, Clemè, cosa credi? Non ho paura di starti così vicino, non mi manca il fiato mentre siamo così. Non ho paura di questo terremoto interno, lo sto ignorando, come ignorerò te.
"Ma di cosa devo aver paura?" Mi sforzo di ridere e di allontanarmi, di alleggerire l'aria che si era fatta pesante. "Dai, accompagnami che sono stanchissima." Mi dirigo verso l'uscita, così lo vedo silenziosamente seguire la mia camminata.
"Come mai sei tornata da Londra?" Apre il discorso una volta in auto.
"Perché, non ti mancavo?" Dico sarcastica, poi mi ricordo di tornare sulle mie, che con Clemente è un attimo ad uscire dai binari. "Scherzo." Mi schiarisco la voce. "Avevo bisogno di ritornare nella mia terra."
"E il padre del bambino?" Presta attenzione alla strada.
"Il padre del bambino è una storia chiusa." Spiego agitandomi. "Non aveva senso restare lì."
Arriviamo avanti casa mia, così scendo velocemente dall'auto. Ho sonno, voglio scappare dalle sue domande e soprattutto dallo stare con lui nello stesso posto per troppo tempo.
"Grazie per il passaggio." Faccio per chiudere lo sportello.
"Sono contento tu sia tornata." Mi confida sorridendo.
Annuisco nascondendo il mio di sorriso e corro dentro.
Promemoria: non vederlo mai più.

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